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	<title>Ibrid@menti &#187; psicoanalisi</title>
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	<description>Blog collettivo ideato dall'Università Ca' Foscari di Venezia per proporre nuovi modelli di ricerca universitaria</description>
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		<title>Pietro Barbetta: se la psicologia dinamica diventa statica</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Jun 2010 21:03:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimo giuliani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[M.G.: Pietro Barbetta, psicoterapeuta e docente all&#8217;Università di Bergamo e al Centro Milanese di Terapia della Famiglia, riprendiamo il discorso fatto qui? Nel tuo ultimo libro &#8220;Il linguaggi dell&#8217;isteria&#8221; tu dici che la psicopatologia non può capire l&#8217;isteria, perché è quest&#8217;ultima, semmai, che può dire la sua sulla psicopatologia. Credo che sia la ragione per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter" src="http://bidieffe.net/wp-content/uploads/2008/04/copertina1.jpg" alt="" width="300" /><strong></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>M.G.: <a href="http://pietrobarbetta.net" target="_blank">Pietro Barbetta</a>, psicoterapeuta e docente all&#8217;<a href="http://www.unibg.it/struttura/struttura.asp?rubrica=1&amp;persona=38&amp;nome=Pietro&amp;cognome=Barbetta" target="_blank">Università di Bergamo</a> e al <a href="http://www.cmtf.it" target="_blank">Centro Milanese di Terapia della Famiglia</a></strong><strong>, riprendiamo il discorso fatto <a href="http://www.ibridamenti.com/recensioni/saggistica/2008/10/lo-schizofrenico-della-famiglia-e-linconscio-della-psichiatria/">qui</a>? Nel tuo ultimo libro &#8220;Il linguaggi dell&#8217;isteria&#8221; tu dici che la psicopatologia non può capire l&#8217;isteria, perché è quest&#8217;ultima, semmai, che può dire la sua sulla psicopatologia. Credo che sia la ragione per cui da parecchio tempo scrivi intorno alla schizofrenia e all&#8217;isteria: il tuo lavoro di questi anni, se da una parte aiuta a comprendere quelle categorie diagnostiche, dall&#8217;altra ancora di più illumina le discipline che fanno uso di quelle categorie. Dunque, cosa dice l&#8217;isteria a proposito della psichiatria e della psicopatologia?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>P.B.: </strong>Impone loro una ricerca scientifica inesauribile,  non potremo mai dire di avere scoperto le &#8220;cause&#8221; dell&#8217;isteria e, in fin dei  conti, neppure di avere scoperto l&#8217;isteria.<br />
È una patologia l&#8217;isteria? Si,  ma&#8230; e qui potremmo parlare all&#8217;infinito, intorno a questo &#8220;ma&#8221;.<br />
È un po&#8217; come nel problema che pone <a href="http://www.filosofico.net/Antologia_file/AntologiaK/KUHN_%20LE%20CARATTERISTICHE%20DELLE%20R.htm" target="_blank">Kuhn</a> della struttura delle rivoluzioni scientifiche, la fase del paradigma è quella dove l&#8217;isterica si avvinghia attorno al suo Master: il paradigma, personificato volta per volta nel chirurgo che la clitoridectomizza, nell&#8217;educatore che la rinchiude, nell&#8217;ipnotista che la manda in trance, nello psicoanalista che la fa sdraiare sul lettino, nel terapeuta familiare che la vede con la sua famiglia, nel supervisore del terapeuta che rimane invischiato nell&#8217;isteria del terapeuta isterizzato dall&#8217;isterica, così avanti all&#8217;infinito.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>M.G.: Psicologia dinamica, scrivi, come  psicologia del possibile. Hai anche tu l&#8217;impressione che ci sia in giro  molta psicologia <em>statica</em></strong><strong>? Che continua ad avere come riferimento la  medicina, anzi no, l&#8217;anatomia patologica? Leggo relazioni diagnostiche che  sembrano referti autoptici (anche nello stile, intendo), descrizioni di  corpi morti&#8230;</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>P.B.: </strong>Che sconforto e che vergogna vedere la psicologia ridotta così,  ancella e serva del discorso medico, del cognitivismo che scotomizza la cognizione dalle affezioni. Le nostre università sono una vera disperazione:</p>
<p style="text-align: justify;">a) non si possono vedere casi clinici perché c&#8217;è la privacy: assurdo! Forse perché molti dei professori non fanno la clinica, ma temono di venire scoperti; in tutto il mondo si fa clinica a psicologia come si fa a medicina: la legge sulla privacy vale solo per gli studenti di psicologia e non per gli studenti di medicina?<br />
b) s&#8217;insegnano (quasi sempre molto male) batterie di test senza dare agli studenti una formazione anche storica sull&#8217;uso dei test. I nostri studenti escono conoscendo male i test intellettivi e senza sapere che dal 1917 furono usati come strumento di discriminazione razziale, studiano l&#8217;<a href="http://www.itapi.org/itapi-schedatest-mmpi.html" target="_blank">MMPI</a> senza sapere che nel 1972 il suo inventore scrisse che bisogna stare attenti a usarlo e che un buon clinico in due ore di colloquio trae molte più infromazioni, i proiettivi senza avere la più pallida idea dell&#8217;enorme differenza tra un <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Thematic_Apperception_Test" target="_blank">TAT</a> e un <a href="http://redrose.cab.unipd.it/psytest/php/display.php3?psy_test_id=123" target="_blank">Blacky</a>, nessuno gli spiega la storia, il contesto in cui sono nati e se e quando sia opportuno usarli;<br />
c) la filosofia, la letteratura (grandissima fonte per la clinica da Freud in poi), l&#8217;antropologia, la storia della scienza vengono quasi sistematicamente ignorate (credo che Bergamo sia l&#8217;unica università nel belpaese a insegnare queste materie a psicologia, e il bello è che in altre università di psicologia dove fanno l&#8217;esame di stato i nostri studenti rischiano di venir bocciati da bruti che non hanno mai letto un libro (eccetto il manuale dell&#8217;<a href="http://www.slideshare.net/eatworld/introduzione-a-spss" target="_blank">SPSS</a>) e che non hanno mai incontrato un paziente o comunque non hanno mai svolto pratiche sociali inerenti la psicologia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>M.G.: Nel nono  capitolo, parlando delle &#8220;nuove forme isteriche&#8221;, fai un lungo accenno  alla Rete. A un certo punto ti domandi se, essendo stata la scrittura  epistolare rimpiazzata dal Internet, questo costituisca il tramonto  dell&#8217;isteria o, al contrario, una sua diffusione planetaria. Diresti  qualcosa in proposito per i navigatori che ci leggono?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>P.B.: </strong>La scrittura epistolare è  un modo di comunicare con aura, dalle lettere dei vangeli fino ai dolori del  giovane Werther e oltre. <a href="http://www.dulwichcentre.com.au/michael-white-archive.html" target="_blank">Michael White</a> in ciò ci è stato maestro, ci ha  insegnato che possiamo anche permetterci di scrivere una relazione per l&#8217;ASL con uno stile (come diceva Bateson: il bene si fa nei minuti particolari).  Internet è come la caduta dell&#8217;aura nella comunicazione scritta. Le reazioni  possono essere due, quella che ebbe <a href="http://www.mediamente.rai.it/home/bibliote/intervis/m/mastropa.htm" target="_blank">Benjamin</a> quando vide la caduta dell&#8217;aura  nell&#8217;opera d&#8217;arte scrisse: quasto è fantastico. si apre una nuova era: l&#8217;arte  sarà costretta a cambiare, a dirci cose nuove!, oppure quella del signor Wiesengrund, che si faceva chiamare <a href="http://books.google.it/books?id=Q4gW1qyO1DMC&amp;printsec=frontcover&amp;dq=theodor+adorno&amp;source=bl&amp;ots=UN3ou93soH&amp;sig=Z3wXwZ2q2hVxEsXjTeEm8uVef_4&amp;hl=it&amp;ei=_NUXTOaOIuaosQaIkNzSCQ&amp;sa=X&amp;oi=book_result&amp;ct=result&amp;resnum=4&amp;ved=0CB4Q6AEwAw#v=onepage&amp;q&amp;f=false" target="_blank">Adorno</a>: con la scusa che la mamma gli aveva passato la passione per la musica, e con tutta &#8216;sta passione per la musica, quando sente in America il jazz, lo <a href="http://www.jstor.org/pss/852897" target="_blank">bolla</a> come spazzatura. Io parafrasando Weber potrei dire: non dobbiamo ripetere altro che questo: &#8220;viva la spazzatura&#8221;.</p>
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		<title>OGNUNO CERCA UN PADRE?</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 08:19:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Galzigna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Prima pagina]]></category>
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		<description><![CDATA[Marcel Rufo, Chacun cherche un père, Paris 2009 Ognuno cerca un padre? Togliete il punto di domanda e avrete il titolo dell’ultimo libro di Marcel Rufo (Chacun cherche un père, Anne Carrière, Paris 2009, pp. 236, € 18,50). Guardate anzitutto il volto dell’autore, che esprime calore, empatia e al tempo stesso determinazione: una fronte molto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<pre style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-5003" href="http://www.ibridamenti.com/recensioni/saggistica/2010/03/ognuno-cerca-un-padre/attachment/ruffo_11/"><img class="aligncenter size-full wp-image-5003" src="http://www.ibridamenti.com/wp-content/uploads/2010/03/ruffo_11.jpg" alt="" width="320" height="472" /></a><em><strong><em>Marcel Rufo, Chacun cherche un père, Paris 2009</em></strong></em></pre>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Ognuno cerca un padre?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Togliete il punto di domanda e avrete il titolo dell’ultimo libro di Marcel Rufo (<em>Chacun cherche un père</em>, Anne Carrière, Paris 2009, pp. 236, € 18,50).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Guardate anzitutto il volto dell’autore,</strong> che esprime calore, empatia e al tempo stesso determinazione: una fronte molto alta, uno sguardo benevolo e penetrante, un leggero sorriso. Un collega. Un amico. Lo conosco da qualche anno. Personalità coinvolgente e travolgente. I suoi libri sono tutti accessibili, scritti per il pubblico, più che per gli studiosi. Psichiatra di formazione – molto presente alla televisione francese e nei media d’Oltralpe – si è dedicato per moltissimi anni all’adolescenza. Ha diretto, tra il 2004 e il 2007, la Maison des Adolescents, a Parigi. Attualmente, oltre a insegnare pedopsichiatria nella Facoltà medica dell’Università di Marsiglia, dirige, nella stessa città, l’Espace Arthur, servizio di psichiatria del bambino e dell’adolescente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma veniamo al libro</strong>: <strong>un saggio, certamente, e al tempo stesso una prova di scrittura. Nell’<em>Avant-propos</em> l’autore viene subito allo scoperto. </strong><strong>Parlando in prima persona, mette in scena la figura di suo padre</strong>. Marcel – marsigliese, <em>homme du midi</em> – è un figlio del popolo, fiero delle sue origini. Il padre vende frutta e legumi al mercato di Tolone. Modesto, umile, discreto, piuttosto silenzioso. “Non alza mai la voce e ha bisogno di poche parole per farsi capire, ma io non contesto mai ciò che dice. Gli obbedisco, per la buona ragione che lui è mio padre e che io lo rispetto”. Un padre modesto, riservato, ma al tempo stesso affidabile e autorevole. “Tra di noi, nessun bisogno di effusioni dimostrative; una rispettosa distanza è per noi sufficiente a riconoscerci l’un l’altro, ognuno al suo posto.”</p>
<p style="text-align: justify;">Solo dopo la morte, il figlio, Marcel, scopre, attraverso la testimonianza di qualche amico, aspetti sconosciuti della personalità paterna: negoziatore abile, commerciante esperto e, durante l’infanzia, anche trasgressivo e ladruncolo. Venuto a conoscenza di alcuni piccoli episodi significativi, l’autore si chiede: “Mio padre, incarnazione dell’autorità e dell’onestà, era dunque stato, da bambino, un ladruncolo nel quale avrei potuto riconoscermi?”</p>
<p style="text-align: justify;">Cito queste pagine perché sta qui, credo, il nucleo generativo del discorso di Rufo sul padre e sulla paternità. Egli fa riferimento, in una delle pochissime note presenti nel libro, al grande psicoanalista Winnicot e alla sua teoria della “madre normalmente devota” (pessima versione italiana, invalsa tra i nostri traduttori, dell’espressione inglese <em>good enough mother</em>, che vuol dire madre sufficientemente buona). <strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Trasferendo questa caratteristica alla figura paterna, Marcel afferma: il mio è stato un “padre sufficientemente buono”.</strong> Che significa? Significa che è stato un padre che il figlio – soprattutto il figlio adolescente – ha potuto vedere anche nei suoi limiti. Un padre lontano, dunque, da ogni pretesa di rappresentare un modello di onnipotenza maschile. Il che ha permesso al figlio, a Marcel, di aprirsi ad altre figure maschili di riferimento, ad altri modelli, ad altri padri complementari, capaci di  colmare i vuoti e le défaillances del padre reale. Sentiamo: “Una questione si pone: è mai possibile conoscere il proprio padre? Per parte mia, mi sembra che passiamo la nostra vita a cercarlo e a reinventarlo attraverso altre figure, al solo scopo di renderlo accettabile”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quello che ho identificato come nucleo generativo del libro, diventa anche, a parer mio, matrice inequivocabile di alcuni suoi limiti.</strong> Tra questi limiti, vedo soprattutto l’ancoraggio dell’autore ad una ripartizione tradizionale, di matrice scopertamente freudiana, dei ruoli materno e paterno. La madre: figura accudente, portatrice di intimità e di tenerezza. Il padre: veicolo di quello che lo stesso Freud definiva il “principio di realtà”: veicolo della legge, della socialità e del mondo. L’autore trascura una dimensione relativamente nuova della paternità, che si è affermata in Occidente soprattutto a partire dagli anni 70 del secolo appena trascorso: penso a quello che non pochi analisti statunitensi hanno definito il <em>caregiving father</em>, il padre tenero e affettuoso che accudisce, che dà le cure: il padre primario, come è stato definito in àmbito psicoanalitico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il padre che mi è mancato. Che è mancato a molti, ma che in ogni caso, anche se non si è imposto come figura maggioritaria, è riuscito a proporre un nuovo modello di paternità e, conseguentemente, anche un nuovo modello di coniugalità: </strong>una nuova dimensione della coniugalità (o, più semplicemente, del rapporto di coppia) che rende possibile l’emergere del<em> caregiving father</em>: non un padre “sdolcinato”, come è stato scritto dallo psicoanalista junghiano Luigi Zoia – Il gesto di Ettore. Preistoria, storia, attualità e scomparsa del padre, Bollati Boringhieri, 2003 [ <a href="http://www.ibs.it/code/9788833914756/zoja-luigi/gesto-ettore-preistoria.html">http://www.ibs.it/code/9788833914756/zoja-luigi/gesto-ettore-preistoria.html</a> ] – ma una figura forte e al tempo stesso tenera, complementare a quella materna. Una figura che sovverte i luoghi comuni e gli stereotipi dell’identità maschile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ho voluto introdurre questa linea divergente, rispetto alle tesi dell’amico Marcel, per offrire ai lettori, in nuce, una dialettica aperta, uno spettro minimo di posizioni differenziate, utile a favorire una discussione.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Chiudo questa nota con una citazione del libro di Rufo, che sintetizza chiaramente il suo orientamento di fondo. Si tratta di un breve passaggio che invitiamo il lettore  a leggere, nell’auspicio che il saggio <em>Chacun cherche un père</em> – accattivante, chiaro e accessibile, ancorché rigoroso – venga presto tradotto in Italia:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">“Insisto a pensare che per fare e per tirar su un bambino non si è ancora trovato niente di meglio di un padre o di una madre o, più esattamente, di una persona che eserciti la funzione materna e di un’altra persona che eserciti la funzione paterna, poiché queste due funzioni non possono confondersi. La prima è portatrice delle cure di base, della prossimità, della continuità, cioè di qualcosa che ha a che fare con il contenimento e con la spazialità. La seconda, più intermittente e più distanziata, è soprattutto portatrice della nozione di tempo. E’ nella complementarietà di queste due funzioni che per il bambino sarà possibile attingere i punti di riferimento che gli permetteranno di ritrovare se stesso. Insistiamo però sul fatto che il padre, se ha il diritto di defilarsi quando il quotidiano è tranquillo, deve sempre essere presente quando si leva il vento…” [<em>Chacun cherche un père, p.65<em>]</em><br />
</em></p>
</blockquote>
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