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	<title>Ibrid@menti &#187; notte</title>
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	<description>Blog collettivo ideato dall'Università Ca' Foscari di Venezia per proporre nuovi modelli di ricerca universitaria</description>
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		<title>Spazio. Parentesi.</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Feb 2009 11:13:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca mazzucato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Street art e graffiti: le voci e i colori delle strade]]></category>
		<category><![CDATA[attenzione francesca mazzucato]]></category>
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Sono tornata. Tornata con lo spazio sulla street art, tornata a Zurigo, tornata ad indignarmi, tornata ad avere paura, tornata a sapere che le parole e le immagini possono fare più di quello che crediamo.  Tornata a catturare segni .Per un po&#8217; ho pensato che no, non potevo. La sospensione è stata un silenzio consapevole, uno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-large wp-image-3376" src="http://www.ibridamenti.com/wp-content/uploads/2009/02/graff-zurigo-400x300.jpg" alt="" width="400" height="300" /></p>
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Sono tornata. Tornata con lo spazio sulla street art, tornata a Zurigo, tornata ad indignarmi, tornata ad avere paura, tornata a sapere che le parole e le immagini possono fare più di quello che crediamo.  Tornata a catturare segni .Per un po&#8217; ho pensato che no, non potevo. La sospensione è stata un silenzio consapevole, uno spazio. Di solito quando scrivo lascio due righe e metto una parentesi, così</p>
<p>(                                                             )</p>
<p>Lo spazio vuol dire tante cose e contiene tante cose.  Nello spazio e nel silenzio si può tamponare lo sfinimento e si può lasciar cicatrizzare il disincanto. Avevo bisogno di farmi contenitore silenzioso e di riflettere. Quello che è accaduto in Italia, quello che sta accadendo,  mi ha richiesto quello spazio-parentesi. L&#8217;overdose di contenuti, sia visivi che scritti a cui siamo sottoposti, sia che frequentiamo la rete sia che ci limitiamo a seguire radio, televisione e giornali, a volte mi provoca un lieve deragliamento della capacità analitica.  Mi era già capitato. Stavo scrivendo altro, avevo agito nello stesso modo</p>
<p>(                                             )</p>
<p>Adesso c&#8217;è stato qualcosa che mi ha trascinato indietro, un cupo REWIND storico, politico, personale.  Non ho capito più. Il mio ruolo il senso del tutto, del fare. Mi pareva di essere &#8220;depotenziata&#8221;. Le parole, depotenziate. La rabbia, depotenziata.  Le immagini, depotenziate e disperse in un mare magnum dove nessuno ne guarda più le fosforescenze. La  tristezza, come una spada, dentro, ma depotenziata anch&#8217;essa. Non li guardavo neanche più i graffiti, qui o all&#8217;estero, ho camminanto depotenziata  imponendomi  di creare una distanza, un vuoto, che mi facesse riflettere lontana dalla polifonia di voci che si era fatta cacofonia dentro di me che ero diventata una distratta testimone invece che un&#8217;attenta testimone, e se si deve testimoniare ( e/o narrare, e/o capire) non si può essere distratti, proprio no. Ho atteso, ho  permesso che arrivasse quel vuoto- parentesi. Quel monento di respiro. Solo respiro.  Non è indolore. I pieni ci stordiscono e ci illudono di salvarsi. Illudono, appunto. Le parole e le immagini non possono &#8220;imbottire&#8221;, salvare dall&#8217;abisso del niente che l&#8217;horror pleni contemporaneo a volte ci infligge.  Le parole e le immagini devono essere &#8220;vigili&#8221; come le persone e pronte a scrollarsi via la polvere e se la polvere si è incollata sopra, allora si deve tagliare. Può sanguinare, può far male.</p>
<p>Non li vedevo più i graffiti.  Lo spazio urbano intorno a me era carico di segni tutti uguali, indistinti, una nebbia, una melma di cose. I brand delle grandi corporation, i cartelli stradali,le indicazioni delle trattorie fuori porta ( girare in periferia avvicina a quello straniamento, a quel non -conoscere e non ri-conoscere fondamentale per avvicinarsi al nucleo). E ancora i grandi ipermercati nella loro invadenza, gli edifici in ristrutturazione, i nuovi parcheggi, e graffiti, c&#8217;erano ma mi parevano sbiaditi, privi di forza. Non erano loro, ero io. L&#8217;occhio di chi osserva modifica quello che vede. Agisce su quello che attraversa la retina. Ero io.  Appunto, sbiadita, sfinita.  Adagio sono tornati i colori, i contrasti urbani, la pioggia di vetro fine e la neve di questa stagione, e il senso dell&#8217;attorno, del contorno, dell&#8217;esserci dentro e narrarlo. A Zurigo hanno cancellato il primo graffito che, per fortuna ho fotografato, quello su cui erano seduti i due giovani. Ma ho trovato altri segni. E questa mi ha ipnotizzato. Perfetta: una composizione urbana che si è fatta da sola, davanti ai miei occhi. Arte davvero, arte spontanea. Il negozio di moda, il suo invitante luccicare, la vetrina che ammicca ed espone abiti costosissimi per la voracità del consumismo che riempie, e, accanto, tag, segni di vario tipo. Un binomio perfetto. Il contrasto, lo stridore. Il simbolo. L&#8217;ho colto subito,  ma mi sono domandata, fotografando,  perché?  per quale ragione farlo, fotografare graffiti, scarabocchi secondo molti, perché continuare? Per salvarli. Dall&#8217;oblio, dalla fine, per serbare un frammento di un film che non verrà mai girato composto da me, dalla parentesi -svuotamento, dall&#8217;occhio che ritrova i colori, dal senso che questa composizione ha e che mi è venuta incontro in una fredda notte zurighese, quando ho pensato che testimoniare, fotografare e capire era l&#8217;unica cosa che potessi, sapessi e dovessi fare.</p>
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		<title>Diario di un milanese #2</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Oct 2008 09:12:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diario di un milanese]]></category>
		<category><![CDATA[condominio]]></category>
		<category><![CDATA[gigi marzullo]]></category>
		<category><![CDATA[milano]]></category>
		<category><![CDATA[notte]]></category>
		<category><![CDATA[solitudine]]></category>

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L&#8217;ora. I minuti e i secondi. Merce di scambio, a Milano. Più che altrove. Il tempo si scolla dalle mani ansiose. E&#8217; passata da poco la mezzanotte&#8230; comincio a respirare&#8230; Viaggio nella notte milanese di condominio. Senza riunioni, se  non con me stesso. Da  quando ero un ragazzino timido e spugnoso – assorbivo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ibridamenti.com/wp-content/uploads/2008/10/clock-1.jpg"><img src="http://www.ibridamenti.com/wp-content/uploads/2008/10/clock-1-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" class="alignnone size-medium wp-image-1637" /></a></p>
<p>L&#8217;ora. I minuti e i secondi. Merce di scambio, a Milano. Più che altrove. Il tempo si scolla dalle mani ansiose. E&#8217; passata da poco la mezzanotte&#8230; comincio a respirare&#8230; Viaggio nella notte milanese di condominio. Senza riunioni, se  non con me stesso. Da  quando ero un ragazzino timido e spugnoso – assorbivo tutto, nel bene e nel male – dico la seguente frase, a chi mi chiede come va: “Sono qui riunito con me stesso”. <span id="more-1635"></span>Un’ammissione di solitudine. Milano la città dei soli, come dire astri umani in un cielo anch’esso spugnoso, che ha estratto ogni vitalità dall’aria e l’ha disciolta dentro di sé, così che quel cielo di Milano, senza colore, bianco risucchiato nel grigio, di un metallo apparente, preme forte sul mio umore cangiante. Non è città per depressi, Milano. E mille e più di mille depressi lo diventano proprio nello starci, e restarci. E restarci secchi. <em>E’ notte alta e sono sveglio sei sempre tu il mio chiodo fisso…</em> no, non lo penso io, ascolto la sigla di “Sottovoce”. Gigi Marzullo, una parrucca con l’anima. In primo piano, la solita starlette raccomandata dal solito politico che spara cazzate a pallettoni rosa fumè. Accendo una sigaretta, ne accendo un’altra poco dopo. E’ la notte milanese dell’insonne. L’ora. I minuti e i secondi. Merce di scambio, a Milano. Più che altrove. Il tempo si scolla dalle mani ansiose… Le tre, le quattro, la stanchezza, come un numero primo. A letto, cadere nello spazio profondo del sogno. Tronchetti Provera mi assume per un incarico di fiducia. Il mio sogno giovanile, d’essere un grande dirigente. Quando gli altri sognano d’essere scrittori… Mi sveglio poco fa, assetato di caffelatte, e non ho ancora visto il cielo, forse a mezzogiorno; forse… (Continua. Immagine: &#8220;Stranger Still&#8221;, di FK)</p>
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