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	<title>Ibrid@menti &#187; dispositivo</title>
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	<description>Blog collettivo ideato dall'Università Ca' Foscari di Venezia per proporre nuovi modelli di ricerca universitaria</description>
	<lastBuildDate>Mon, 30 Jan 2012 19:13:21 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Modem e Tabù – Facebook, il tuo medico e il tuo esorcista possono aiutarti a smettere :-)</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Dec 2010 20:00:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>zauberei</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Ur sex Ibridal Gender]]></category>
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		<description><![CDATA[https://login.yahoo.com/config/login?.intl=it&#38;.src=ym&#38;.done=http://it.mail.yahoo.com Probabilmente in molti già lo sapete, ha aperto all’ospedale Gemelli uno sportello per chi soffre di dipendenza da Internet. Lo cito perché  il termine dipendenza rinvia a un mondo clinico e a situazioni psicologiche che sono molto ben definite e che se prese in esame illuminano questioni che forse non si consideravano con attenzione. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center"><a rel="attachment wp-att-5448" href="http://www.ibridamenti.com/ur-sex-ibridal-gender/2010/12/modem-e-tabu/attachment/cliche-2010-12-17-20-40-49-2/"><img class="aligncenter size-large wp-image-5448" src="http://www.ibridamenti.com/wp-content/uploads/2010/12/Cliché-2010-12-17-20-40-49-596x300.jpg" alt="" width="596" height="300" /></a><strong><a href="https://login.yahoo.com/config/login?.intl=it&amp;.src=ym&amp;.done=http://it.mail.yahoo.com">https://login.yahoo.com/config/login?.intl=it&amp;.src=ym&amp;.done=http://it.mail.yahoo.com</a></strong></p>
<p style="text-align: justify">Probabilmente in molti già lo sapete,<strong> ha aperto all’ospedale Gemelli uno sportello per chi soffre di dipendenza da Internet.</strong></p>
<p style="text-align: justify">Lo cito perché  il termine <strong><em>dipendenza </em></strong>rinvia a un mondo clinico e a situazioni psicologiche che sono molto ben definite e che se prese in esame illuminano questioni che forse non si consideravano con attenzione. Dire che esiste una dipendenza da internet implica infatti due conseguenze logiche:</p>
<p style="text-align: justify">1) che internet ha qualcosa in comune con altri elementi che creano dipendenza: tabacco, alcool, droga, cibo, gioco d’azzardo</p>
<p style="text-align: justify">2) che gli utenti di internet hanno qualcosa in comune con tabagisti, alcolisti, tossicodipendenti, anoressici, giocatori.</p>
<p style="text-align: justify">Si tratta di una considerazione utile per molti motivi – li elencheremo tutti qui di seguito, ma cominciamo subito da quello che scagiona internet dalla demonizzazione. <strong>Ogni dipendenza ha nel suo spettro interno la possibilità di una libertà. </strong>Ogni dipendenza ha da un lato della distribuzione dei suoi fruitori, un lato di gestione responsabile e moderata – che gode dell’oggetto senza esserne posseduta. Così come giocare ogni tanto può essere eccitante, una dieta ben fatta può essere salutare, una bottiglia di Nebbiolo può essere sacra, uno spinello non ha mai ammazzato nessuno e forse manco due – Internet è utile, divertente etc. Vale anche un’altra considerazione: ci sono persone che per struttura psicologica sono più impermeabili di altre allo scivolo dell’abuso: certi attraversano inferni uscendo indenni – pulendosi la giacca con un semplice colpo della mano.</p>
<p style="text-align: justify">Di altri invece  &#8211; rimane solo la giacca.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>L’oggetto che crea dipendenza è tale  &#8211; in tutti i casi – in virtù di una speciale identità paradossale. </strong>Esso è il partner di una relazione in cui si ha la sensazione di poter comandare sempre, è una specie di oggettività desoggettificata.  Lo prendiamo, lo scegliamo, lo godiamo, lo usiamo ne riceviamo ma non ne siamo teoricamente posseduti. Spesso funziona da filtro nei confronti del mondo esterno: da cuscino – una specie di mediatore dei rapporti. È fantastica questa capacità dell’oggetto di essere eccitante ma dominabile, vincere a un tavolo da gioco, sniffare della cocaina, vedere di aver perso dei chili, provare un entusiasmo indotto dall’oggetto e poter dire – smetto quando voglio. La dipendenza ha sempre questa luna di miele sadica all’inizio: una specie di amore cattivo il cui dato saliente è: mi fai godere ma ti potrò lasciare senza sentirmi in colpa. Perché tu sei una cosa. Una cosa incredibile ma pur sempre una cosa. Una cosa da relativizzare magari per dei modesti vantaggi strumentali – mangio poco perché ho la cellulite, fumare mi rilassa perché questo periodo lavoro tantissimo, bevo solo con gli amici. La dipendenza ha nel suo cuore l’essenza del vizio, il quale ha da sempre una connotazione negativa perché è il godimento di un’asimmetria dove l’alto si mette al livello del basso – credendo di fare il contrario.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Spesso la dipendenza ha anche una strutturazione culturale e identitaria</strong>: i <em>dipendenti </em>si aggregano in gruppi e assemblano linguaggi, e valori, e alleanze; creano micromondi che si strutturano in un’opposizione rispetto al contesto esterno, e in cui poter mettere in atto percorsi psicologici fortemente autodistruttivi: come meccanismi di difesa piuttosto arcaici: la scissione e la proiezione: noi siamo i buoni gli altri sono i cattivi, noi abbiamo fatto una scelta estrema – benedetta o maledetta che sia è secondaria , essa è fuori dall’ordinario e quindi in opposizione alla logica esterna. Noi siamo perciò incomprensibili agli altri e di conseguenza non possiamo più comprendere gli altri, Noi del dentro siamo ovvero scalzati dalla comunicazione con l’esterno. Quindi noi ci organizziamo e sopravviviamo nel nostro codice interno nutrendoci dei rimandi alla nostra dipendenza, e quando ci stiamo dentro fino al collo capitoliamo alla relazione con l’esterno.</p>
<p style="text-align: justify">Ne sanno qualcosa le mogli degli alcolisti, le madri delle ragazze anoressiche, i partner dei giocatori d’azzardo che un mattino si svegliano e non hanno più una casa.</p>
<p style="text-align: justify">Oppure fatevi un giro su certi siti, per esempio di ragazze anoressiche – e toccate con mano la cultura dell’autodistruzione.</p>
<p style="text-align: justify">Di poi ragioniamo sulla differenza che c’è tra autarchia e embargo.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>La questione saliente è che, la comunicazione è nutrimento, e senza comunicazione sostanzialmente si schiatta. </strong>L’oggetto che crea la dipendenza ha il magico potere di fornire un surrogato del nutrimento, ma alla lunga rivela la sua corda paradossale. Il mondo di fuori si sente sempre di meno, il bisogno aumenta sempre di più, e il vice mondo che ci siamo scelti è chiamato a esaurire quantitativi sempre maggiori di surrogato di nutrimento, di panacea dei desideri umani – tirandoci dentro a una rincorsa infinita: la luna di miele dell’inizio della relazione si rovescia allora in uno schema identico e contrario: il <em>dipendente </em>è diventato l’oggetto relativizzabile che è posseduto dalla dipendenza e che solo la dipendenza sembrerebbe poter lasciare per un atto magico – facendolo schiattare d’angoscia. Perché la dipendenza ha questo particolare – di essere una relazione. Posso smettere quando voglio, dice la dipendenza il giorno in cui la droga non si trova.</p>
<p style="text-align: justify">Senza sensi di colpa.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Ora parliamo della rete</strong> – e cominciamo dalla scaltra quanto sinistra <a href="https://login.yahoo.com/config/login?.intl=it&amp;.src=ym&amp;.done=http://it.mail.yahoo.com">campagna pubblicitaria di yahoo.it c</a>he rinvia all’essenza dello stare in rete, e della dipendenza: andate a vedere qui, cliccando ripetutamente.</p>
<p style="text-align: justify">La campagna fa vedere dei mezzi volti di persone – target 30-50 anni – reali, anche simpatiche, gente come noi ecco, colle rughe, la giacca dell’ufficio, il bimbo in braccio – le quali non guardano mai dirette a te ma guardano intorno, e addosso portano i simboli dei grossi portali come che so – Facebook, flickr, Twitter – uno tatuato, uno invece stampato sulla camicia. La donna con in braccio il bambino ha ebay sul marsupio. Ma la parte scaltra e interessante è lo slogan, che dice: finalmente un mondo che ti somiglia!</p>
<p style="text-align: justify">
<blockquote>
<p style="text-align: justify"><a href="https://login.yahoo.com/config/login?.intl=it&amp;.src=ym&amp;.done=http://it.mail.yahoo.com">Finalmente un mondo che ti somiglia! Che vi fa pensare?</a></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify">
<p style="text-align: justify">In primo luogo la pubblicità ammicca a una presunta insoddisfazione del mondo reale. Meglio la induce. Non ci pensavamo affatto noi a essere tristi perché il mondo reale non ci somiglia, non è fatto di affinità, ma ora che la pubblicità ce lo ricorda pensiamo che è vero: e la pubblicità sa che noi internauti, chiamati su internet in quanto tali, amiamo la rete per la sua capacità di creare agglomerati di affini. Finalmente! Finalmente! Prima no ora si! Prima eri costretto a confrontarti con gli altri! Ora puoi scegliere solo ciò che è meno altro da te! Non ci avevi pensato?</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Il mondo che ti somiglia – è il miglior oggetto generatore di dipendenza che c’è sulla piazza.</strong> La pubblicità lo sa: ti fa vedere questo ibrido umano con un piede nella realtà le rughe, il bambino, il posto di lavoro, e addosso – come se fossero parti di lui i simboli della rete. E bay: L’immagine ti vuole dire psicologicamente che tu possiedi la rete, che tu te la porti nel mondo e non è lei a trascinarti dentro: vedi i protagonisti dello spot? Hanno una vita. Ossia la pubblicità rinvia alla luna di miele sadica dell’inizio. Puoi averla e lasciarla senza traumi. Puoi possederla. E rinvia all’illusione tradizionale di ogni oggetto che genera dipendenza – il mondo non ti serve, il mondo ha delle cose in più che non ti servono e non ti capiscono – perché non hanno il tuo linguaggio.</p>
<p style="text-align: justify">Non ti somigliano.</p>
<p style="text-align: justify">Provvedo io a te!</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Ogni oggetto che crea dipendenza ha una sua peculiarità, una sua cifra concreta – una sua strategia di funzionamento.</strong></p>
<p style="text-align: justify">La strategia di funzionamento della rete è sintetizzata nei social nework, Facebook in primis. La peculiarità dell’oggetto rete è quella di fornire un ritratto addomesticato del mondo, e una classe di modalità relazionali con esso che attutisce l’impatto emotivo. Il suo immenso vantaggio cognitivo intellettuale implica una controparte emotiva e psichica in larga parte piuttosto svantaggiosa: quella stessa distesa immensa di immagini e nozioni e conoscenza che ci sono messe così democraticamente a disposizione è una specie di piattaforma psichica vicaria che svolge per noi alcune operazioni emotive vitali, e ci toglie le castagne dal fuoco del confronto psicologico: capite bene che un conto è andare a vedere di persona gli aquilani senza casa, un conto è leggere su internet le notizie degli aquilani senza casa, o vederne le immagini. La riproduzione della realtà democratizza la conoscenza della realtà ma simultaneamente la svuota, e a lungo andare ci addestra alla relazione non con essa ma con la sua immagine neutralizzata. Noi con la rete facciamo cioè sempre qualcosa di meno, rispetto al contatto con il reale. La rappresentazione fatta da altri che non siamo noi, toglie al nostro cervello l’onere di rappresentare. Giacchè processi cognitivi e processi emotivi viaggiano su un unico binario noi ci fermiamo in entrambi i casi un paio di fermate prima.</p>
<p style="text-align: justify">Questo ci mette in una relazione con l’impatto violento addomesticata e fluidificata: ossia in rete – non si rischiano traumi. Non si può essere proprio colpiti. Raggiungiamo il vantaggio della conoscenza e siamo contenti perché è meglio dell’ignoranza – ma questa conoscenza è nella maggior parte dei casi come sterilizzata. Il che ci permette il lusso di scegliere. Di creare nella nostra parte di rete una costellazione di oggetti a cui ci sentiamo più vicini. Nella catena delle immagini innocue – scegliamo quelle ancora più innocue.</p>
<p style="text-align: justify">Scegliere. Vale anche per le relazioni della rete, per i social network e per i blog. Il fatto che ci contorniamo di affini  &#8211; nel mio blogroll non c’è io credo un solo blogger di destra – è meno eclatante delle cose pazzesche sul piano relazionale che la rete concede e che la realtà non permette affatto. Una persona viene su questo blog scrive un commento che io trovo insultante e io lo cancello: psicologicamente è un atto che rinvia a una fantasia di onnipotenza allucinante: io posso cioè cancellare quella persona, posso decidere che non esista. Posso scrivere una cosa a una persona e spesso posso pentirmene e cancellarla.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Su Facebook posso fare in modo che una certa persona non acceda al mio profilo. </strong></p>
<p style="text-align: justify">Posso arginare cioè la sua esistenza presso di me. Posso arginare la mia esistenza presso di lui. In questa illusione delirante di dominio nel mondo della relazione – c’è la quintessenza dell’oggetto che crea dipendenza. E’ la frontiera più avanzata della sostituzione di mondo. Al punto tale che – quando la rete si rivela come tale – perché tra la copia e l’originale rimane un’abissale distanza e rivela il suo limite ci sono orde di delusi. Che proiettano la propria delusione su un settore della rete piuttosto che un altro. A un certo punto c’erano i delusi della blogosfera, che uh non bastava, uh la gente scrive solo di cazzate personali, uh ma mi sa che Proust non abita qui – e approdava a Facebook.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Ora ci sono i delusi di Facebook: orrore orrore! Facebook è superficiale! Facebook n<em>on ci si pole </em>avere la conversazione ricca! Facebook è pieno di cretini!</strong></p>
<p style="text-align: justify">Cioè non si capisce perché la rete debba avere una incidenza di cretini minore della realtà – se non per idealizzazione. Tuttalpiù iù essa può produrre un’incidenza maggiore rispetto alla realtà, in ragione del fatto che la complessità nella riproduzione è sempre diluita. Complessità e cretini sono inversamente proporzionali.</p>
<p style="text-align: justify">E di Proust ne nasce uno al secolo.</p>
<p style="text-align: justify">Parallelamente, i dipendenti dalla rete hanno tanto in comune con gli altri dipendenti. Non solo come dicono quelli del Gemelli, i sintomi della crisi di astinenza – la tachicardia, l’ansia, il bisogno urgente di rifocillarsi dell’oggetto – d<em>evo controllare quante visite ho avuto oggi! </em>Devo vedere assolutamente se quella persona ha scritto su Fb! – ma anche la funzione assolutamente isolante e autoreferenziale – diciamo onanistica dello stare  nella dipendenza. In questo senso – le persone che hanno una relazione con un alcolista, con un tossico, o con uno che passa decine di ore a controllare la rete ossessivamente hanno la medesima sensazione di essere reificate – di rimanere accanto all’altro come simulacro svuotato di umanità senza che questa umanità sia più vista. Quando la dipendenza dalla rete prende completamente  - il comportamento del dipendente è uguale a quello di tutti gli altri, i quali trattengono i loro oggetti relazionali solo al fine di dissimulare lo statuto della dipendenza, e al fine di  non essere completamente affogati nella dipendenza – ma le loro relazioni sono completamente svuotati: il mondo che finalmente è somigliante ha preso il posto di quell’altro – senza neanche il bisogno delle dinamiche neurofisiologiche che cementificano le dipendenze con le sostanze psicotrope</p>
<p style="text-align: justify">Mi fermo qui. Ho la sensazione che ci siano ancora moltissime cose da dire – davvero molte. Io stessa provo un senso di incompletezza ed insoddisfazione. Perché avrei voluto parlare di questo mio blog, e di come questo blog, o altri come questo si debbano collocare in questa cornice.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Mi piacerebbe discutere con voi cioè se all’interno di questo nostro mondo – che si spera abitiamo in modo sano e libero dalla parte giusta cioè della campana, ha delle valvole di sicurezza o delle zone di controtendenza.</strong> Mi piacerebbe discutere dello specifico di un mezzo – che ha la peculiarità di non mandarti in overdose, di non procurarti la cirrosi epatica e il naso rosso, un mezzo innocuo parrebbe biologicamente, che però in certi casi è capace di strapparti dal mondo.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Mi affido al dibattito&#8230;</strong></p>
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		<title>e arrivò la diaspora (oltre facebook)</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Dec 2010 12:06:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>maddalena mapelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Prima pagina]]></category>
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		<description><![CDATA[https://joindiaspora.com/ maddalenamapelli@joindiaspora.com Intanto ci si prenota, inserendo la propria mail e si aspetta un invito da chi è già iscritto (ogni iscritto può inoltrare un massimo di 5 inviti). Poi si vedrà se le promesse di Diaspora siano davvero all&#8217;insegna dell&#8217;anti-facebook. Nella home page https://joindiaspora.com/ per ora le condizioni esplicite sembrano promettere davvero bene soprattutto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-5426" href="http://www.ibridamenti.com/prima-pagina/2010/12/e-arrivo-la-diaspora-oltre-facebook/attachment/162657_1706645633210_1450131606_1781105_588648_n/"><img class="aligncenter size-large wp-image-5426" title="162657_1706645633210_1450131606_1781105_588648_n" src="http://www.ibridamenti.com/wp-content/uploads/2010/12/162657_1706645633210_1450131606_1781105_588648_n-495x300.jpg" alt="" width="495" height="300" /></a><a href="https://joindiaspora.com/"></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong><a href="https://joindiaspora.com/">https://joindiaspora.com/</a></strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>maddalenamapelli@joindiaspora.com</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Intanto ci si prenota, inserendo la propria mail e si aspetta un invito da chi è già iscritto (ogni iscritto può inoltrare un massimo di 5 inviti). Poi si vedrà se le promesse di Diaspora siano davvero all&#8217;insegna dell&#8217;anti-facebook. Nella home page <a href="https://joindiaspora.com/">https://joindiaspora.com/</a> per ora le condizioni esplicite sembrano promettere davvero bene soprattutto in ordine alla proprietà dei  contenuti pubblicati che viene garantita al cento per cento, anche nel momento della condivisione di immagini o testi con altri utenti. E <em>diaspora</em> sia&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Via Maxime, su FriendFeed, scambi di inviti e di mail@joindiaspora.com per ritrovarsi su Diaspora:<br />
<a href="http://friendfeed.com/maxime/5dba8f32/diaspora-questo-e-il-thread-in-cui-segnalare">http://friendfeed.com/maxime/5dba8f32/diaspora-questo-e-il-thread-in-cui-segnalare</a></p>
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		<title>Dov&#8217;è l&#8217;uscita? (uscire da Facebook come si fa?)</title>
		<link>http://www.ibridamenti.com/universita-del-futuro/2010/12/dove-luscita-uscire-da-facebook-come-si-fa/</link>
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		<pubDate>Mon, 06 Dec 2010 16:40:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Boscolo</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'Università del futuro]]></category>
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		<description><![CDATA[facebook, nuovo profilo 6 dicembre 2010 Cara Maddalena, scelgo lo stile epistolare, come avrei scelto della carta buona e la vecchia stilo, peccato che stiamo su FB. Madda, ho appena messo il profilo nuovo e mi ha mandata definitivamente in crisi. Voglio uscire dal tunnel di FB, ma non so come fare. Esiste un gruppo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">
<pre style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-5417" href="http://www.ibridamenti.com/universita-del-futuro/2010/12/dove-luscita-uscire-da-facebook-come-si-fa/attachment/image-6/"><img class="aligncenter size-large wp-image-5417" title="Image 6" src="http://www.ibridamenti.com/wp-content/uploads/2010/12/Image-6-521x300.png" alt="" width="521" height="300" /></a><strong>
facebook, nuovo profilo 6 dicembre 2010</strong></pre>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Cara Maddalena,</p>
<p style="text-align: justify;">scelgo lo stile epistolare, come avrei scelto della carta buona e la vecchia stilo, peccato che stiamo su FB.</p>
<p style="text-align: justify;">Madda, ho appena messo il profilo nuovo e mi ha mandata definitivamente in crisi.<br />
Voglio uscire dal tunnel di FB, ma non so come fare. Esiste un gruppo di self-help?<br />
Disattivare l&#8217;account non serve. È come quando vuoi smettere di fumare e butti via il pacchetto: non serve a niente, perché al primo tabacchino te ne compri uno nuovo. È come quelli che si abituano al tapis roulant della palestra e non andranno mai più a correre al parco o sulla riva del fiume.</p>
<p style="text-align: justify;">Un anno e mezzo fa ho smesso di fumare, al tapis roulant resisto ancora, ma FB mi crea un problema, perché la pressione dall&#8217;esterno è forte, con vari piagnistei tipo &#8220;dove sei finita?&#8221;, &#8220;asociale&#8221;, &#8220;il problema è dentro di te&#8221;, &#8220;non è il mezzo ma l&#8217;uso che ne fai&#8221;, ecc.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Invece è proprio il mezzo. Stiamo tutti qui, ma ci si chiama mai al telefono? </strong>La mia vicina di casa che becco su FB e che è una delle mie più care amiche: non la vedo da tre mesi. A questo siamo ridotti, al nuovo profilo di FB. Lo dico con forza: FB tira fuori il peggio degli esseri umani. Si vede anche nei thread infiniti di 100 e passa inutili commenti, pieni di osservazioni irrilevanti e assolutamente ininfluenti, gente che litiga, gossip compulsivo nella posta interna e valanghe di “mi piace” nei profili.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Status: “Oggi ho mal di testa” = 33 “mi piace”.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Ma cosa ti piace??????</p>
<p style="text-align: justify;">Cosa piace alla gente oggi? Dov’è finito il piacere, quello vero? E il desiderio? Quello di salutarsi con un abbraccio, di guardarsi negli occhi, di offrirsi da bere.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi questa gente la incontri ai convegni e ti accorgi che non solo non ha niente da dirti, ma magari dal vivo ti sta pure assolutamente indifferente. Uno su FB ti sembrava interessante: al bar non gli rivolgi la parola. C&#8217;è gente qui che ho incontrato magari solo una volta nel reale, e mi aveva fatto un&#8217;ottima impressione, e poi, chiesta l&#8217;amicizia su FB di rito, qui dentro mi sembra sciocca. Ma sembriamo tutti così stupidi e narcisi su FB?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La mia domanda è: ma a che cazzo serve sto coso, a parte perdere una valanga di tempo e litigare con la gente a cui vuoi bene per mezzo commento detto male?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;unica cosa di valore su FB l&#8217;hai detta tu nel tuo impagabile articolo sul dispositivo omologante. Ma allora, perché stiamo ancora tutti qui? Oppure: perché c&#8217;è questa fame di finzione? Oppure: perché non ho ancora cancellato quei 450 contatti eccedenti e inutili che ho, tenendomi solo quelli con cui ho un dialogo vero che continua nel reale? A chi serve il mio profilo, a me per crescere e conoscere, o ai miei contatti per spiare quello che faccio e giudicarmi senza avermi mai vista, o ai miei vecchi amici per perdere la stima che avevano di me per una battuta da bar che dal vivo non avrebbero notato? Ma è scritta lì, nero su bianco, ed è inequivocabile: se ne induce un’intera Weltanschauung.<br />
Nel momento preciso in cui mi hai taggata stavo per disattivare FB per la quarta volta: roba da neuro. Eppure è un fatto che FB non è come Twitter o Tumblr. Non serve <em>solo</em> a divulgare, a condividere, a far sapere quello che fai e come lo fai. Su FB tutti spiano tutti, tutti sperimentano la delusione dell’illusorio, tutti vivono lo scarto psicotico fra l’ideale e il reale, tutti si costruiscono castelli in aria su una potenziale notorietà, tutti cercano di mettersi in mostra postando commenti intellettuali sui profili che contano. Ma davvero si pensa che la cultura non costi più fatica, che basti leggere qualche post colto al volo sul wall, o collaborare a costruire un commentario, per essere intellettuali o per sentirsi fichi?</p>
<p style="text-align: justify;">Non è più società dello spettacolo, non è seduzione.<br />
<strong>È paura: paura di scomparire dalla faccia della terra se non ti arrivano quei 33 “mi piace”, </strong>paura di svanire nel nulla se la copertina del tuo libro che rimarrà in libreria (sempre che te lo distribuiscano) non più di due settimane, non la puoi per lo meno mostrare nel profilo FB. Paura di tornare ad essere tutti maledettamente soli come siamo sempre stati prima di questo coso, e come continuiamo ad essere, senza realizzare che una solitudine produttiva e vissuta vale cinquecento socialità fasulle, senza rendersi conto che i libri si spediscono alle persone di cui si ha stima, senza aspettarsi recensioni, ma per il piacere di farlo, e che restano lì, e che se ne continua  a parlare, perché sono libri, e uno un libro lo si può leggere anche a dieci anni dalla pubblicazione, non è necessario che tutto avvenga qui e ora. Anzi: non è necessario che tutto avvenga punto.</p>
<p style="text-align: justify;">Claudia Boscolo</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>&#8220;Facebook, un ordigno totalitario destinato a distruggere l&#8217;empatia&#8221; (Franco Berardi)</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Nov 2010 12:01:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>maddalena mapelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[http://www.facebook.com/pages/TUTTI-DEVONO-SAPERE-la-scuola-pubblica-sta-morendo/117370208293643 TUTTI DEVONO SAPERE CHE FB E&#8217; UNA TRAPPOLA di Franco Berardi * “Tutti devono sapere” è il nome di una pagina Facebook che informa(va) sulle questioni della cosiddetta riforma Gelmini, l’attacco definitivo scatenato contro la scuola pubblica italiana, il tentativo &#8211; che purtroppo sta avanzando &#8211; di distruggere alla base ogni vita intelligente, ogni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a rel="attachment wp-att-5325" href="http://www.ibridamenti.com/prima-pagina/2010/11/facebook-un-ordigno-totalitario-destinato-a-distruggere-lempatia-franco-berardi/attachment/schermata-2010-11-01-a-12-50-19/"><img class="aligncenter size-full wp-image-5325" title="Schermata 2010-11-01 a 12.50.19" src="http://www.ibridamenti.com/wp-content/uploads/2010/11/Schermata-2010-11-01-a-12.50.19.png" alt="" width="805" height="519" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.facebook.com/pages/TUTTI-DEVONO-SAPERE-la-scuola-pubblica-sta-morendo/117370208293643"><strong>http://www.facebook.com/pages/TUTTI-DEVONO-SAPERE-la-scuola-pubblica-sta-morendo/117370208293643</strong></a></p>
<p style="text-align: justify;">
<h2 style="text-align: center;"><strong>TUTTI DEVONO SAPERE CHE FB E&#8217; UNA TRAPPOLA<br />
di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Franco_Berardi">Franco Berardi *</a><br />
</strong></h2>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Tutti devono sapere” è il nome di una pagina Facebook che informa(va) sulle questioni della cosiddetta riforma Gelmini,</strong> l’attacco definitivo scatenato contro la scuola pubblica italiana, il tentativo &#8211; che purtroppo sta avanzando &#8211; di distruggere alla base ogni vita intelligente, ogni democrazia in questo paese.</p>
<p style="text-align: justify;">Diecimila persone erano collegate a questa pagina: insegnanti, genitori, studenti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Da un paio di giorni questa pagina è stata cancellata senza motivazioni senza spiegazioni.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Per violazione di qualche norma di un regolamento che nessuno conosce.</p>
<p style="text-align: justify;">Facebook è così. Ricevo sempre più spesso messaggi (spesso comicamente disperati) di persone che sono state bannate dal social network, e annaspano perché la loro socialità si alimentava sempre più degli scambi di messaggi, e della continua consultazione del sito nel quale chi è solo (quasi tutti lo sono di questi tempi) può trovare la coccolante conferma della sua esistenza, e la sensazione di avere amici, anche se più tempo passi davanti allo schermo, meno amici avrai nella carne e nello sguardo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Io protesto insieme a molti altri contro la cancellazione autoritaria della pagina “Tutti devono sapere”. </strong>Però vorrei cogliere questa occasione per dire a tutti (anche ai diecimila iscritti della pagina bannata) che questa è una lezione su quel che è Facebook, e su quello che sta diventando la Rete, nella fase del Web 2.0: un ordigno totalitario, una bomba psichica a tempo destinata a distruggere ogni empatia tra esseri umani.</p>
<p style="text-align: justify;">Negli anni ’80 tradussi un articolo dal titolo C<em>ommunication without symbols</em>, scritto da un giovane ingegnere elettronico di nome Jaron Lanier. Lanier lavorava allora in California per un laboratorio di ricerca sulle nuove tecnologie, e fu il primo a sviluppare le interfacce del Data Glove e di altri congegni di Virtual Reality che precedettero e prepararono il lancio del world wide web.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora Jaron Lanier ha pubblicato un libro dal titolo<em> <a href="http://www.amazon.com/You-Are-Not-Gadget-Manifesto/dp/0307269647">You are not a gadget</a></em><a href="http://www.amazon.com/You-Are-Not-Gadget-Manifesto/dp/0307269647">,</a> che costituisce per quel che ne so la migliore critica del Web 2. 0 e particolarmente del social network che ha attratto più di mezzo miliardo di utenti, e che sta trasformando la vita quotidiana di una parte considerevole della nuova generazione.</p>
<p style="text-align: justify;">La prima parte del libro è dedicata all&#8217;analisi delle filosofie californiane che identificano nell’Info-Cloud la forma più alta di vita intelligente associata, e tendono a vedere nella rete telematica la forma più avanzata di vita intelligente, fino al punto che, come diceva Kevin Kelly nel suo libro del 1993 (<a href="http://www.kk.org/outofcontrol/"><em>Out of control</em></a>) la mente globale non può essere compresa né controllata dalle menti umane individuali, e questo significa che essa è di un ordine superiore alla mente umana, come un alveare ha intelligenza superiore a quella delle api che lo hanno costruito.</p>
<blockquote style="text-align: justify;"><p>“La funzione di questo modello non è, scrive Lanier, rendere la vita più facile per la gente. Ma promuovere una nuova filosofia, secondo cui il computer evolve verso una forma di vita che può capire gli umani meglio di quanto gli umani capiscano se stessi…” (You are not a gadget, pag. 28, traduzione mia)</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">Lanier parte dalla premessa (filosoficamente importante) che</p>
<blockquote style="text-align: justify;"><p>“L’informazione è esperienza alienata.”</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">E aggiunge:</p>
<blockquote style="text-align: justify;"><p>“Se i bit possono significare qualcosa per qualcuno, è solo perché sono oggetto di esperienza. Quando questo accade, si crea una comunanza di cultura tra chi immagazzina bit e chi li va a pescare nella memoria. L’esperienza è il solo processo che può disalienare l’informazione.” (29)</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">La tecno-Teologia della Mente alveare ha elementi molto affini alla Teologia Neoliberista, secondo cui esiste una mano invisibile che automaticamente regola tutti gli scambi economici in modo tale da realizzare il migliore dei mondi possibili in una condizione di deregulation perfetta.</p>
<p style="text-align: justify;">Leggiamo ancora Lanier:</p>
<blockquote style="text-align: justify;"><p>“Nel passato un investitore doveva essere capaci di capire almeno qualcosa su quel che il suo investimento avrebbe effettivamente prodotto. Oggi non è più così. Ci sono troppi strati di astrazione tra il nuovo tipo di investimentoi e l&#8217;evento produttivo.</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">I credenti nella filosofia della mente alveare sembrano pensare che per quanti livelli di astrazione siano in un sistema finanziario questo non ne riduce l’efficacia. Secondo questa ideologia, che mescola cyber-cloud ed economia friedmaniana (Neoliberista), il mercato farà quel che è meglio per tutti, e non solo, farà tanto meglio quanto meno la gente è in grado di capirlo. Io non sono d’accordo. La crisi finanziaria prodotta dal collasso dei mutui immobiliari è stato la prova del fatto che troppa gente aveva creduto nella teologia.” (pag.97)</p>
<p style="text-align: justify;">Prima del collasso, effettivamente, i banchieri ci assicuravano che i loro algoritmi intelligenti potevano calcolare ogni rischio ed evitare prestiti pericolosi. Sappiamo come è andata a finire, milioni di persone hanno perso la casa, il sistema finanziario è crollato, la popolazione è stata costretta a salvare le banche, causa del disastro, e oggi l’economia mondiale è sprofondata in una recessione che appare irreversibile, e i governi europei chiedono alla popolazione di rinunciare ai suoi diritti, ai suoi salari, al suo tempo libero alla sua pensione perché il sistema finanziario – che ha provocato tutto questo – deve essere salvato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa c’entra in tutto questo Facebook? C’entra eccome, perché Facebook è la forma più compiuta di una forma di totalitarismo algoritmico di cui Lanier parla così:</strong></p>
<blockquote style="text-align: justify;"><p>“Con la formazione del Web 2. 0 si è verificata una forma di riduzionismo. La singolarità viene eliminata da questo processo che riduce a poltiglia il pensiero. Le pagine individuali che apparivano nella prima fase di Internet negli anni ’90 avevano il sapore della persona che le faceva. MySpace preservava qualcosa di quel sapore, anche se era cominciato il processo di formattazione. Facebook è andato oltre organizzando la gente dentro identità a scelta multipla, mentre Wikipedia cerca di cancellare interamente il punto di vista. Se una chiesa o un governo facessero una cosa del genere lo denunceremmo come autoritario, ma se i colpevoli sono i tecnologi, allora sembra che tutto sia  alla moda, e inventivo.” (pag. 48)</p>
<p>E per finire, Lanier si chiede: “Sto forse accusando centinaia di milioni di utenti dei siti di social network di accettare una riduzione di sé per poter usare dei servizi? Ebbene sì, io li accuso. Conosco una quantità di persone, soprattutto giovani ma non solo che sono orgogliosi di dire che hanno accumulato migliaia di amici in Facebook. Ovviamente questa affermazione si può fare solo se si accetta una riduzione dell’idea di amicizia.” (pag. 52)</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">Il problema è fino a quel punto questa riduzione potrà arrivare. Se si tratta di persone che hanno ormai un’esperienza psichica ed esistenziale, probabilmente Facebook finirà per essere solo una enorme perdita di tempo e una trappola come è successo per le diecimila persone che hanno affidato a Facebook la loro azione politica e comunicativa.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma se l’utente ha otto anni o dodici, allora io credo che la questione sia molto più pericolosa.</p>
<blockquote style="text-align: justify;"><p>“Mi preoccupo per la prossima generazione, scrive Lanier, che cresce con una tecnologia di rete che esalta un’aggregazione formattata. Non saranno forse più inclini a soccombere alle dinamiche di sciame?”</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">﻿</p>
<p style="text-align: justify;">Queste parole non le scrive un umanista nostalgico, né un rabbioso sovversivo luddista, ma un ingegnere informatico che ha immaginato la rete molto prima che Internet esistesse. Per questo dovremmo ascoltarle, e riflettere, perché la nostra socialità, attraverso la rete, esca dalla rete e invada la vita, che altrimenti non ha più amicizia, né piacere, né senso.</p>
<p style="text-align: justify;">* L&#8217;articolo di Franco Berardi è stato pubblicato come <a href="http://www.facebook.com/pages/TUTTI-DEVONO-SAPERE-la-scuola-pubblica-sta-morendo/117370208293643#!/note.php?note_id=464023495368">sua nota su Facebook </a>e su concessione dell&#8217;autore viene qui rilanciato.</p>
<p>﻿</p>
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		<title>Web 2.0. Un nuovo racconto e i suoi dispositivi &#8211; AUT AUT</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Oct 2010 16:39:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>maddalena mapelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[http://saggiatore.it/aut-aut/ Penso che adesso posso anche smettere di scrivere perché quando studiavo filosofia a Venezia (un centinaio d&#8217;anni fa, ormai!) e vedevo AUT AUT in libreria, era come quando al cinema vedo Brad Pitt. Solo che era più rosso, il libro, intendo. Insomma un sogno. Perciò sono felice che una mia idea sia scritta lì. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-5313" href="http://www.ibridamenti.com/prima-pagina/2010/10/web-2-0-un-nuovo-racconto-e-i-suoi-dispositivi-aut-aut/attachment/copertina-347/"><img class="aligncenter size-full wp-image-5313" title="Copertina-347" src="http://www.ibridamenti.com/wp-content/uploads/2010/10/Copertina-347.gif" alt="" width="200" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong><a rel="attachment wp-att-5313" href="http://www.ibridamenti.com/prima-pagina/2010/10/web-2-0-un-nuovo-racconto-e-i-suoi-dispositivi-aut-aut/attachment/copertina-347/">http://saggiatore.it/aut-aut/</a></strong></p>
<p>Penso che adesso posso anche smettere di scrivere perché quando studiavo filosofia a Venezia (un centinaio d&#8217;anni fa, ormai!) e vedevo AUT AUT in libreria, era come quando al cinema vedo Brad Pitt. Solo che era più rosso, il libro, intendo. Insomma un sogno.</p>
<p>Perciò sono felice che una mia idea sia scritta lì.</p>
<p>E adesso posso anche dedicarmi ad altre cose.</p>
<p>Ad altri sogni.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>AUT AUT 347 – Web 2.0. Un nuovo racconto e i suoi dispositivi<br />
luglio – settembre 2010</strong></p>
<p><strong>PER UNA CRITICA DELL’IDEOLOGIA DEL WEB</strong><br />
Carlo Formenti, Il gran récit della rete<br />
Geert Lovink, Tre tendenze del Web 2.0<br />
Mathieu O’Neil, L’autorità su Internet: per una teoria povera<br />
Stefano Rodotà, Perché serve un Internet Bill of Rights<br />
Stefano Cristante, McLuhan mistico della rete<br />
Nello Barile, Network come neotot. La socialità in rete e gli avamposti di un nuovo fascismo emozionale</p>
<p><strong>DISPOSITIVO FACEBOOK</strong><br />
Raoul Kirchmayr, New media, dispositivi à double face<br />
Giovanni Scibilia, Profilo di marca. Figure del brand tra il supermercato e Facebook<br />
Maria Maddalena Mapelli, Facebook. Un dispositivo omologante e persuasivo<br />
Antonello Sciacchitano, Un pensiero clique-à-porter<br />
Paulo Barone, Sparizioni. I due punti della soggettività<br />
Massimiliano Nicoli, Ultimo “post” a Parigi<br />
Pier Aldo Rovatti, Esitare su Facebook</p>
<p><strong>INTERVENTI</strong><br />
Giacomo Marramao, Hyperbolé. Politica, potere, potenza<br />
Raoul Silvestri, La nozione di vita nella psiche postmoderna<br />
Gaetano Chiurazzi, Mimesi ed emancipazione</p>
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		<title>come &#8220;muore&#8221; un account su Facebook (seminario BDF a Bergamo &#8211; video)</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Jun 2010 20:06:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>maddalena mapelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Bergamo, 17/07/2010 Seminario BDF coordinato da Pietro Barbetta, videoregistrazione a cura di Enrico Valtellina. Dopo la mia relazione sul tema &#8220;Dallo specchio a Facebook&#8221; molto interessanti  gli interventi di Pietro Barbetta, Mario Galzigna, Beatrice Catini,  Enrico Valtellina, Gabriella Erba e dei seminaristi del gruppo BDF. La mia relazione tratta nella prima parte i concetti di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ibridamenti.com/20-per-tutti/2010/06/come-muore-un-account-su-facebook-seminario-bdf-a-bergamo-video/"><em>Clicca qui per vedere il video incorporato.</em></a></p>
<p style="text-align: justify;">Bergamo, 17/07/2010 <a href="http://bidieffe.net/">Seminario BDF</a> coordinato da Pietro Barbetta, videoregistrazione a cura di Enrico Valtellina.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo la mia relazione sul tema &#8220;<em>Dallo specchio a Facebook</em>&#8221; molto interessanti  gli interventi di Pietro Barbetta, Mario Galzigna, Beatrice Catini,  Enrico Valtellina, Gabriella Erba e dei seminaristi del gruppo BDF.</p>
<p style="text-align: justify;">La mia relazione tratta nella prima parte i concetti di &#8220;dispositivo&#8221; (Foucault-Deleuze) e di &#8220;specchio&#8221; (che Foucault definisce come &#8220;utopia&#8221; e, al tempo stesso, &#8220;eterotopia&#8221;) per poi soffermarsi su &#8220;<em>come muore un account</em>&#8221; su Facebook. Fanno da filo conduttore  un fotoritratto che Gerard Uferas ha scattato a Gilles Deleuze e il video della performance di Michelangelo Pistoletto alla biennale di Venezia 2009.</p>
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		<title>riapre la pagina di Ibridamenti su Facebook (MI PIACE!)</title>
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		<pubDate>Sun, 30 May 2010 21:20:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>maddalena mapelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ibridamenti &#124; Promuovi anche tu la tua pagina Abbiamo riaperto la pagina Ibridamenti su Facebook. Clicca &#8220;MI PIACE&#8221;  qui: http://www.facebook.com/Ibridamenti.it Questa volta siamo &#8220;normali&#8221; &#8220;standard&#8221; e &#8220;omologati&#8221; come tutti. Abbiamo obbedito al dispositivo, scartato la possibilità di aprire un account con il nome collettivo di Ibridamenti: abbiamo invece classificato Ibridamenti come &#8220;pagina&#8221; relativa ad un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><!-- Facebook Badge START --><a style="font-family: &amp;amp;amp; font-size: 11px; font-variant: normal; font-style: normal; font-weight: normal; color: #3b5998; text-decoration: none;" title="Ibridamenti" href="http://www.facebook.com/pages/Ibridamenti/121248797911477" target="_TOP">Ibridamenti</a><span style="font-family: &amp;amp;amp; font-size: 11px; line-height: 16px; font-variant: normal; font-style: normal; font-weight: normal; color: #555555; text-decoration: none;"> | </span><a style="font-family: &amp;amp;amp; font-size: 11px; font-variant: normal; font-style: normal; font-weight: normal; color: #3b5998; text-decoration: none;" title="Crea il tuo badge!" href="http://www.facebook.com/business/dashboard/" target="_TOP">Promuovi anche tu la tua pagina</a></p>
<p><a title="Ibridamenti" href="http://www.facebook.com/pages/Ibridamenti/121248797911477" target="_TOP"><img class="aligncenter" style="border: 0px;" src="http://badge.facebook.com/badge/121248797911477.899.819200176.png" alt="" width="360" height="171" /></a><!-- Facebook Badge END --></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Abbiamo riaperto la <a href="http://www.facebook.com/Ibridamenti.it">pagina Ibridamenti su Facebook.</a></strong></p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;">Clicca &#8220;MI PIACE&#8221;  qui: <a href="http://www.facebook.com/Ibridamenti.it">http://www.facebook.com/Ibridamenti.it </a></p>
<p style="text-align: justify;">Questa volta siamo &#8220;normali&#8221; &#8220;standard&#8221; e &#8220;omologati&#8221; come tutti. Abbiamo obbedito al dispositivo, scartato la possibilità di aprire un account con il nome collettivo di Ibridamenti: abbiamo invece classificato Ibridamenti come &#8220;pagina&#8221; relativa ad un &#8220;sito web&#8221;. Perciò la sperimentazione di Ibridamenti su Facebook ricomincia all&#8217;insegna del riallineamento con le regole del dispositivo che stiamo da tempo abitando.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Una pagina non è la stessa cosa di un account:</strong> ci sono parecchi svantaggi perché le interazioni con gli &#8220;amici&#8221; sono meno dinamiche  e si perde molto più tempo nel condividere i contenuti. La via più diretta per informare gli amici su ciò che si sta pubblicando è avvertirli via posta interna di Facebook e sapete bene che le caselle di posta su Facebook, superata una certa soglia di amici, sono ingestibili perché si riempiono di tutto. Perciò ci scusiamo fin d&#8217;ora con gli amici se in questi giorni li disturberemo via mail.</p>
<p style="text-align: justify;">Cercheremo di farlo il meno possibile e di gestire la pagina Ibridamenti a partire da un gruppo di account collegati. Datemi tempo qualche giorno e allargherò il gruppo dei gestori della pagina stessa.</p>
<p style="text-align: justify;">Per ora, vi invito a:</p>
<p style="text-align: justify;">visitare la nuova pagina</p>
<p>guardare le prime sei foto del nostro &#8220;<a href="http://www.facebook.com/album.php?aid=8069&amp;id=121248797911477">album di famiglia</a>&#8221; <img src='http://www.ibridamenti.com/wp-includes/images/smilies/icon_smile.gif' alt=':-)' class='wp-smiley' /> </p>
<p>cliccare su &#8220;MI PIACE&#8221; per aggregarvi come &#8220;amici&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi un pò alla volta ci riorganizziamo.</p>
<p>E se ci sono idee e proposte siamo qui !</p>
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		<title>Un altro Facebook è possibile &#8211; forme di resistenza/1</title>
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		<pubDate>Tue, 25 May 2010 12:46:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Collettivomensa L'immaginazione al Dovere</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Fare paura ad un social network si può ma è difficile, molto difficile. L&#8217;unica forza di cui veramente dispone, sembra strano a dirlo, siamo noi. Noi ovvero la quantità di iscritti che possiede e il tempo che gli iscritti rimangono collegati. Questi sono i due fattori che gli permettono di vendere pubblicità e gli unici [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a rel="attachment wp-att-5086" href="http://www.ibridamenti.com/prima-pagina/2010/05/un-altro-facebook-e-possibile-forme-di-resistenza1/attachment/un-altro-facebook-e-possibile-per-ibridmenti-3/"><img class="aligncenter" src="http://www.ibridamenti.com/wp-content/uploads/2010/05/un-altro-facebook-è-possibile-per-ibrid@menti2-584x300.jpg" alt="" width="584" height="300" /></a><strong>Fare paura ad un social network si può ma è difficile, molto difficile. </strong>L&#8217;unica forza di cui veramente dispone, sembra strano a dirlo, siamo noi. Noi ovvero la quantità di iscritti che possiede e il tempo che gli iscritti rimangono collegati. Questi sono i due fattori che gli permettono di vendere pubblicità e gli unici su cui sarebbe possibile ricattarlo. Come? Boicottandolo. Minacciando l&#8217;autocancellazione di massa (anche solo il 10% degli utenti attivi equivarrebbe a più di un milione di persone in meno) o la riduzione di accessi e del tempo di connessione. Tutto questo gli farebbe perdere pubblicità e i suoi bilanci tornerebbero in rosso. Forse solo allora potrebbe ascoltare le nostre richieste. Ma perché farlo? Perché silenziosamente Facebook come altri luoghi sono diventati dei posti in cui trascorriamo del tempo (molto tempo in alcuni casi), in cui compiamo delle azioni, ci informiamo, parliamo, relazioniamo, e in linea generale ed astratta viviamo. Niente di meno di una società, della quale siamo parte integrante per alcune ore al giorno, senza accorgerci concretamente di vivere in quella società, con un determinato sistema, e un determinato apparato di regole non tassative decise dall&#8217;alto e applicate secondo un&#8217;interpretazione arbitraria di persone che non sappiamo neanche come si chiamano. Regole sulle quali nessuno dei milioni e milioni di iscritti ha voce in capitolo. Una società nella quale qualcuno può oscurare una pagina o cancellare un profilo senza darcene conto.<br />
Potremmo paragonarla a un regime solo perché è una categoria che ci viene più facile immaginare, ma in realtà è più complicata, perchè più sottili sono le logiche di marketing che la governano.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Questa è la mia storia, ma non è solo la storia mia, anzi, per questo ve la racconto, partendo dall&#8217;inizio.</strong><br />
Io, come è appena successo a Ibrid@menti<strong> <a href="http://www.ibridamenti.com/prima-pagina/2010/05/facebook-disattiva-laccount-di-ibridamenti-ripartiamo-da/">(leggi qui) </a></strong>sono stato bannato da Facebook e da altri social. La prima volta fu su Netlog e lì accadde per ragioni, diciamo, politiche. Il rispetto della netiquette su Netlog funzionava grazie ad una base capillare di moderatori che erano per la maggior parte utenti di vecchia data del sito, e avevano dimostrato nel tempo di mantenere una buona condotta e di &#8220;saper fare la spia&#8221; quando necessario. Successe che alcuni utenti iniziarono a segnalare ai moderatori le foto di un gruppetto di ragazzi (sui quattordicianni) che postavano insieme alle foto della loro squadra del cuore quelle del duce col braccio teso commentandole con messaggi poco simpatici, tali da rientrare a pieno titolo in quella che la <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Dodicesima_disposizione_transitoria">Costituzione</a> definirebbe &#8220;apologia del fascismo&#8221;. Visto che c&#8217;era pure una legge dello Stato, le foto furono subito rimosse e gli utenti recidivi cancellati, ma fino ad un certo punto. Tant&#8217;è che dopo alcuni giorni si ripresentarono con nomi ed identità diverse e iniziarono a segnalare a destra ma soprattutto a manca qualsiasi foto, post, o video che avesse minimamente a che fare con la politica. Tra le persone prese di mira ci fui io ed altri che esponevano nelle proprie pagine simboli comunisti o anarchici. I moderatori non ci pensarono due volte e fecero fuori pure noi, stavolta senza molti riferimenti legislativi a dargli legittimità.<br />
La cosa, come potete immaginare, mi bruciò un pochetto, ripensando a tutto il tempo impiegato nell&#8217;aggiungere amici e nello scrivere post che con un semplice click erano stati cancellati dalla rete per volontà di un moderatore che interpretava arbitrariamente le regole del sito.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non mi persi d&#8217;animo e mi registrai nuovamente, ma per un solo scopo: modificare la netiquette del sito, </strong>cioè riuscire ad apportare modifiche alla regole del sito (tra cui i motivi per cancellare un account), attraverso la consultazione democratica dei membri di Netlog. Ovviamente nessuno degli amministratori mi avrebbe mai risposto se a minacciarlo fossi stato solo io, così mi proposi come obiettivo quello estendere la protesta almeno al 20% degli iscritti. Netlog all&#8217;epoca (2007) era una community più modesta di Facebook non tanto per il numero di iscritti ma per gli accessi giornalieri. Così creai e diffusi a più non posso un gruppo i cui iscritti chiedevano l&#8217;approvazione di tre punti (riguardanti l&#8217;eliminazione di account e la censura dei blog per motivi tassativi e non per l&#8217;arbitrarietà insindacabile dei moderatori) da inserire all&#8217;interno della netiquette pena la loro autocancellazione. Se fossimi arrivati a raggiungere veramente il 20% degli iscritti vi potrei dire se l&#8217;idea funzionava o meno ma così non fu. Infatti non appena creavo un gruppo o una pagina sull&#8217;argomento questo veniva sistematicamente oscurato e i contenuti bloccati. <a href="http://it.netlog.com/groups/DistruggiamoNetlog">Questo</a> ad esempio è quello che è rimasto di una pagina con svariate migliaia di iscritti.</p>
<p style="text-align: justify;">Pensai allora che l&#8217;unico metodo era far partire l&#8217;iniziativa dal di fuori, cioè da spazi pseudo-neutri come blog o siti esterni, ma lasciai perdere perché ricevevo critiche dagli stessi membri di Netlog per cui mi stavo battendo (!), che rispondevano ai miei appelli dicendomi che loro stavano lì per passare il tempo, per conoscere amici e guardare le foto delle ragazzine e che quindi non gliene importava niente di arrivare a poter influire sulle decisioni degli amministratori del sito. Oppure che la netiquette di ogni sito è quel qualcosa che accetti nel momento stesso in cui ti iscrivi a quel determinato sito e quindi se io non fossi stato d&#8217;accordo non mi ci sarei dovuto iscrivere a priori. Spiegavano che era come se io avessi firmato un contratto con il sito e poi dopo averlo stipulato avessi iniziato a fare pressioni per poter modificare i termini di quel contratto. In effetti era proprio così. Accolsi tutte le obiezioni legittime e me ne andai da un&#8217;altra parte, anche perché Netlog (chi c&#8217;è stato lo sa) è un ottimo luogo in cui disilludersi completamente del futuro dell&#8217;umanità.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando poi, dopo due anni, una cosa simile mi successe anche su Facebook, capii che le cose diventavano un tantino più complesse. I</strong>n due parole su Fb gestivo la pagina profilo di Frigidaire, una rivista con la quale collaboro, che mi aveva chiesto di creargli e gestirgli un account. Oltre ad una pagina fan, che ancora sopravvive, esisteva una pagina profilo chiamata <em>Frigidaire Magazine</em>. Dopo pochi mesi e quasi un migliaio di amici, mi viene cancellata, ora so, perché il nome e il cognome non si riferivano ad una persona fisica. Ricreata subito dopo, è durata fino ad oggi sul filo del rasoio con il nome di Frigidaire Rivista, forse perché &#8220;Rivista&#8221; assomiglia di più ad un cognome rispetto a &#8220;Magazine&#8221;, questo solo i moderatori possono saperlo. Ma il fatto non è questo, né è un avvenimento particolarmente eclatante, di casi veri di censura ce ne sono un&#8217;infinità, per citarne <a href="http://pooritalia.wordpress.com/2009/04/02/tutto-il-mondo-e-paese/">uno</a> su un milione.<br />
Il fatto é che stavolta l&#8217;obiezione &#8220;io mi sono iscritto, quindi io decido di rispettare queste regole&#8221; sembra un po&#8217; meno legittima. Perché Facebook è molto di più. Non stare su Facebook significa priviarsi dell&#8217;accesso diretto ad un&#8217;enorme quantità d&#8217;informazioni e soprattutto perché Facebook vuole essere esso stesso molto di più, tentando di inglobare dentro di sé tutti i servizi che può offrire la rete. Fb non vuole che i suoi utenti escano dal suo sito, perciò offre la possibilità di fare quasi qualsiasi cosa rimanendo collegati ad esso: come ad esempio seguire i blog con networked blogs oppure trovare informazioni e fare microricerche attraverso l&#8217;ultimissima novità di trovare pagine di ogni tipo (create dagli amministratori di Fb copincollando le voci di Wikipedia). Eliminarsi da Fb significa precludersi delle possibilità che nessun altro social può offrire. E poi dopo Fb? Ci si dovrebbe cancellare da You Tube e dai siti di posta elettronica e non utilizzare più Google. Insomma tutti quelli che non accettano questo tipo di sistema, che esprime delle potenzialità di censura assolute, il computer non dovrebbero proprio accenderlo. Perché è vero su internet puoi scrivere e dire quasi qualsiasi cosa, ma affinché questa cosa possa circolare c&#8217;è bisogno del passa parola e questo deve passare da lì: da Facebook, da You Tube, da Google e se una cosa non va bene a loro (come tante pagine su Fb o video su YT non gli sono andati bene in questi anni, a loro o ai paesi dai quali dipendono per tutta una serie di compromessi), loro hanno la possibilità di non farla esistere, se non nei meandri più lontani dei risultati del più remoto motore di ricerca.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Per questo mi pare che una società democratica debba essere ospitata su un social network democratico</strong> (o tali debba crearne) e debba avere la possibilità di partecipare alla stesura di una netiquette democratica, senza possibilità di nascondere dietro false regole la possibilità infinita di censurare. Un modo per realizzare questo, a mio avviso c&#8217;è, ed è ricattarli sull&#8217; unica forza di cui dispongono: noi. Un altro Facebook è possibile, più possibile di un altro mondo sicuramente, ma non sia mai fosse giusto iniziare dalla piccole cose.</p>
<p style="text-align: justify;">Sacha Biazzo (<a href="http://www.facebook.com/Collettivomensa1">Collettivomensa L&#8217;immaginazione al Dovere</a>)</p>
<p style="text-align: justify;">Link utili: Facebook disattiva l&#8217;account di Ibridamenti <a href="http://www.ibridamenti.com/prima-pagina/2010/05/facebook-disattiva-laccount-di-ibridamenti-ripartiamo-da/">http://www.ibridamenti.com/prima-pagina/2010/05/facebook-disattiva-laccount-di-ibridamenti-ripartiamo-da/</a></p>
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		<title>Facebook disattiva l&#8217;account di Ibridamenti [ripartiamo da...]</title>
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		<pubDate>Mon, 24 May 2010 17:14:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>maddalena mapelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[riapriamo su http://www.facebook.com/maddalena.mapelli Lo sapevamo fin dal primo giorno che Facebook, prima o poi, avrebbe disattivato l&#8217;account &#8220;Ibridamenti&#8221;. Ed è (finalmente) accaduto. Facebook  è un dispositivo persuasivo ed omologante [leggi qui] che chiede a tutti noi di essere un &#8220;individuo&#8221; con un &#8220;nome e cognome&#8221; e che non tollera assetti identitari differenti da quelli registrati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">
<pre style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-5070" href="http://www.ibridamenti.com/prima-pagina/2010/05/facebook-disattiva-laccount-di-ibridamenti-ripartiamo-da/attachment/immagine-4/"><img class="size-full wp-image-5070  aligncenter" title="Immagine" src="http://www.ibridamenti.com/wp-content/uploads/2010/05/Immagine.jpg" alt="" width="674" height="433" /></a><strong>riapriamo su <a href="http://www.facebook.com/maddalena.mapelli">http://www.facebook.com/maddalena.mapelli</a>
</strong></pre>
<p style="text-align: justify;">Lo sapevamo fin dal primo giorno che <a href="http://www.facebook.com/maddalena.mapelli">Facebook</a>, prima o poi, avrebbe disattivato l&#8217;account &#8220;Ibridamenti&#8221;.<br />
Ed è (finalmente) accaduto.<br />
<strong>Facebook  è un dispositivo persuasivo ed omologante</strong> [l<a href="http://www.ibridamenti.com/costruzioni-identitarie/2010/01/facebook-e-un-dispositivo-persuasivo-e-omologante/">eggi qui</a>] che chiede a tutti noi di essere un &#8220;individuo&#8221; con un &#8220;nome e cognome&#8221; e che non tollera assetti identitari differenti da quelli registrati in una carta di identità.</p>
<p style="text-align: justify;">Finora avevamo assistito al bannaggio di menti creative come <a href="http://www.ibridamenti.com/universita-del-futuro/2008/12/facebook-censura-per-la-terza-volta-aldo-nove-fb-controlla-le-nostre-idee-politiche/">lo scrittore Aldo Nove,</a> cancellato da Facebook per ben otto volte, che è il simbolo delle tante persone bannate solo perché hanno sperimentato forme di resistenza a quello che sembra in apparenza un luogo virtuale assolutamente &#8220;amico&#8221;, &#8220;social&#8221;, che crea connessioni, etc. ma che in realtà mostra con evidenza i tratti di un dispositivo che impone assetti identitari precisi e che impedisce la libertà di espressione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ibridamenti è stato disattivato semplicemente perché è un <em>nome collettivo </em></strong>e come tale non rientra nella logica del &#8220;dimmi con esattezza chi sei, quanti anni hai, dove abiti, che ti faccio connettere con i tuoi amici e <em>perché no? </em>uso i tuoi dati per garantire ai miei inserzionisti un target mirato proprio su di te&#8221;. Ci viene chiesto di essere un &#8220;individuo&#8221; perché così possiamo essere facilmente raggiungibili da chi vuole venderci qualcosa.</p>
<p style="text-align: justify;">E, attenzione, sono tutte cose più che legittime: ma è bene saperle <img src='http://www.ibridamenti.com/wp-includes/images/smilies/icon_smile.gif' alt=':-)' class='wp-smiley' /> </p>
<p style="text-align: justify;">Su Facebook, con l&#8217;account Ibridamenti abbiamo &#8220;<em>resistito</em>&#8221; due anni arrivando a superare i quattromila amici, cercando di non forzare mai troppo il dispositivo in altre direzioni ben sapendo che il nostro essere &#8220;differenti&#8221; da come Facebook ci vuole era sempliemente il  fatto di usare <em>un nome collettivo.</em><br />
Per <em>resistere</em> due anni, con un nome collettivo, abbiamo cercato di agire sempre in punta di piedi, di dire cose mai eccessive, di non forzare mai in altre direzioni il dispositivo: siamo stati, nei nostri commenti e nelle nostre esternazioni, sempre moderati in modo da non dare troppo nell&#8217;occhio.<em> </em>E&#8217; stata una bella esperienza, ricca di momenti felici, di osservazioni per noi importanti nelle ricerche che stiamo conducendo sui social network e in particolare su Facebook..</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Adesso ripartiamo da nome e cognome.</strong>Questa volta saremo un nome e cognome vero perché è l&#8217;unico modo che abbiamo per poter continuare a sperimentare.<br />
Perciò vi chiediamo di trasferirvi nel mio account personale. Chiedete l&#8217;amicizia su Facebook a Maddalena Mapelli e passate parola.<br />
Si ricomincia da lì.<br />
E grazie davvero a tutti gli &#8220;amici&#8221; che in questi lunghi mesi ci hanno fatto compagnia e che speriamo di reincontrare nel nuovo account!</p>
<p style="text-align: justify;">A presto, qui, allora:  <a href="http://www.facebook.com/maddalena.mapelli">http://www.facebook.com/maddalena.mapelli</a></p>
]]></content:encoded>
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		<title>La paura di dire: &#8220;no, non ti voglio come amico&#8221; [Facebook e l&#039;ipocrisia]</title>
		<link>http://www.ibridamenti.com/20-per-tutti/2010/02/la-paura-di-dire-no-non-ti-voglio-come-amico-facebook-e-lipocrisia/</link>
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		<pubDate>Wed, 24 Feb 2010 16:29:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>maddalena mapelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ibridamenti Venezia - Facebook La notizia l&#8217;ho letta su Facebook, rilanciata da Elisabetta Nanni: E&#8217; così difficile dire: &#8220;Non ti voglio come amico?&#8221;. Elisabetta, con il suo titolo, ha reso intelligente una notizia che di per sé va ben analizzata. E&#8217; importante, secondo me, prendersi due minuti di tempo e capire cosa sta succedendo. In [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<pre style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-4939" href="http://www.ibridamenti.com/20-per-tutti/2010/02/la-paura-di-dire-no-non-ti-voglio-come-amico-facebook-e-lipocrisia/attachment/facebookamici/"><img class="aligncenter size-full wp-image-4939" title="facebookamici" src="http://www.ibridamenti.com/wp-content/uploads/2010/02/facebookamici.jpg" alt="" width="332" height="447" /></a>Ibridamenti Venezia - Facebook
</pre>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">La notizia l&#8217;ho letta su Facebook, rilanciata da <a href="http://www.facebook.com/home.php?src=fftb#!/profile.php?id=1259090357&amp;ref=nf">Elisabetta Nanni</a>: <em><br />
E&#8217; così difficile dire: &#8220;Non ti voglio come amico?&#8221;.<br />
</em>Elisabetta, con il suo titolo, ha reso <em>intelligente</em> una notizia che di per sé va ben analizzata.<br />
E&#8217; importante, secondo me, prendersi due minuti di tempo e capire cosa sta succedendo.</p>
<p style="text-align: justify;">In sostanza <em>&#8220;</em>Joan Morris DiMicco, un ricercatore di Ibm specializzato nello studio di software sociali negli ambienti di lavoro, e Barbara Pachter, esperta di etichetta nel lavoro e autrice di <a href="http://www.amazon.com/New-Rules-Work-Etiquette-Techniques/dp/0735204071#reader_0735204071">New Rules @work</a>, offrono i loro consigli e le loro dritte &#8221; sul come rifiutare in modo elegante l&#8217;amicizia su Facebook ai colleghi di lavoro.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il problema dei due esperti è: come faccio, senza offendere nessuno, a negare l&#8217;amicizia su Facebook alle persone con cui lavoro (che verrebbero così a sapere tutto di me!) o a conoscenti che  mi chiedono di diventare amici?</strong></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Riassumo i consigli degli esperti (non ridete, per favore!)<br />
<strong>a)</strong> prova a inviare una richiesta di diventare amici su Linkedin sperando che chi te lo ha chiesto si dimentichi di voler essere tuo amico anche su Facebook<br />
<strong>b)</strong> Ringrazia e gentilmente invita il/la richiedente a socializzare su un <em>social </em>professionale, spiegando che Facebook lo usi solo per i parenti e gli amici stretti.<br />
Ma perché farsi tutti questi problemi? Perché, dicono gli esperti, chi lavora con te, un domani potrebbe essere un tuo <em>capo</em>, quindi , meglio tenerselo buono <img src='http://www.ibridamenti.com/wp-includes/images/smilies/icon_smile.gif' alt=':-)' class='wp-smiley' /> </p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">In alternative, says workplace etiquette expert Barbara Pachter, is to suggest to the colleague that you connect instead on LinkedIn, a social network for professional relationships.<br />
&#8220;You can just go ahead and ask them to join you on LinkedIn and hope they forget they sent you a Facebook friend request,&#8221; said Pachter, the author of New Rules @ Work.<br />
&#8220;Or you can say, Thanks for asking me. I&#8217;m keeping Facebook for my family and friends. I&#8217;m asking you to join me on my professional network instead.&#8217;&#8221;<br />
Pachter said that whatever you do, it&#8217;s important not to offend your colleague &#8212; and that&#8217;s not just because politeness is good etiquette.<br />
&#8220;The person you offend might end up being your boss next year,&#8221; she said. [<a href="http://www.reuters.com/article/idUSTRE61L1WL20100222?type=technologyNews">Reuters, <em>How to decline Facebook friends without offence,</em> 22/02/2010</a></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando ho letto la notizia mi è parsa davvero una presa in giro, perché </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>a)</strong> presuppone il fatto che si dia così tanta importanza a Facebook da postulare che se qualcuno non accetta la tua amicizia (su Facebook !!!) ti offende. Questa cosa, lasciatemelo dire,  ha davvero dell'incredibile!<br />
<strong>b)</strong> presuppone il fatto che Facebook sia un luogo sicuro da sguardi indiscreti, e che se ne possa fare un uso "privato".<br />
<strong>c)</strong> presuppone il fatto che tutte le persone raccontino su Facebook i fatti loro, dicendo la verità come se si trovassero in casa con un paio di amici.<br />
<strong>d)</strong> presuppone il fatto che si dia davvero un'enorme credibilità ad un Social Network , Facebook, che sempre più spesso viene usato dalle persone non tanto per fare "outing" (e perché dovremmo farlo di fronte a parecchie centinaia di persone che non conosciamo?)  ma per finalità ludiche e creative.</p>
<p style="text-align: justify;">I consigli dei due esperti, quindi, vanno in una direzione esattamente opposta ad <a href="http://www.ibridamenti.com/costruzioni-identitarie/2010/01/facebook-e-un-dispositivo-persuasivo-e-omologante/"><em>un uso consapevole</em> di Facebook:</a> perché mai dovrei considerare un <em>social network</em> come Facebook un luogo sicuro  in cui poter esprimere liberamente ciò che penso dei miei vissuti, della mia professione, dei colleghi d'ufficio e perfino del/la mio/a "capo/a"?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Perché non dovrei essere consapevole del fatto che molte delle cose che scrivo su Facebook sono pubbliche? </strong>Pensiamoci bene: io posso "lucchettare" tutti i miei contenuti (Account -&gt; Impostazioni sulla Privacy) in modo che li leggano solo i <em>miei amici</em>, ma allora:<br />
<strong>a) </strong>Non devo per nessun motivo aggiungere poersone che non conosco davvero molto bene anche nella vita reale<br />
<strong>b)</strong> Non devo per nessun motivo andare a commentare su <em>account </em>altrui, su gruppi, su pagine fan, su note (che sono nella stragrande maggioranza dei casi account, note, gruppi, pagine fan assolutamente pubblici) altrimenti le mie idee, le mie opinioni, le mie preferenze sono...  in piazza, né più né meno che se lasciassi pubblico il mio account<br />
<strong>c)</strong> Il che significa, in sostanza, che <em>non</em> devo usare Facebook come un "social network", ma che lo sto usando come uso la mia casella di posta elettronica. Tanto vale usare, se si vuole rimanere protetti da sguardi indiscreti,  la posta elettronica, appunto, per comunicare con i propri amici.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando ho letto il problema sollevato dai due esperti e i loro consigli (in sostanza, essere un pò furbi e un pò ipocriti) per un attimo ho pensato che davvero si dovesse fare come dicono loro. Ma l'ho pensato solo per un attimo.<br />
Per me e, da qual che osservo, anche per tutti i miei oltre 3500 amici su Facebook, il problema non si pone. E non è certo perché abbiamo paura di essere giudicati dalle persone che non conosciamo o dalle persone con cui lavoriamo o dai nostri futuri datori di lavoro, ma perché c'è un uso consapevole del luogo che abitiamo.</p>
<p style="text-align: justify;">
<strong>O mi sbaglio?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><br />
</strong></p>
<p><strong>Link utili</strong>: <em>Piccola guida per negare l'amicizia su Facebook (senza offendere nessuno). I consigli utili su come gestire le amicizie sul social network senza che nessuno si risenta</em> [<a href="http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/10_febbraio_23/come-negare-amicizia-facebook_2bc86856-2092-11df-a848-00144f02aabe.shtml">Emanuela Di Pasqua, Corriere, 23/02/2010</a>]</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.ibridamenti.com/20-per-tutti/2010/02/la-paura-di-dire-no-non-ti-voglio-come-amico-facebook-e-lipocrisia/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>20</slash:comments>
		</item>
	</channel>
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