Sono cresciuta sentendo considerare graffiti, murales e tag come una forma di vandalismo. Qualcosa che sporca e che sciupa spazi urbani, qualcosa che non si deve fare e che non ci deve essere. Erano parole dure, quelle che ho sentito fin da piccola, dai maestri, dai genitori, dai preti, dai cittadini per bene, dai vicini. Le zone delle città con tanti graffiti erano considerate le zone selvagge, quelle che non si riuscivano a domare. L’essenza “indomita” di queste aree urbane si riversava sui muri. Sulle facciate, sulle porte e sulle serrande. Sapevo che i writers entravano in azione in gruppetti di notte senza farsi vedere. Li immaginavo come gli eroi dei cartoon e spesso trovavo sui loro lavori riferimenti contaminati e mixati ai miei caroon preferiti. A volte da bambina i loro disegni mi ipnotizzavano per bellezza e stranezza( le lettere tonde e bombate, certe frasi ripetute, i colori) ma non si poteva dire. Lo tenevo per me, era un segreto un po’ pazzo, ma che mi ha aiutato ad amare la mia città. A non addormentare il senso critico.
Quando ho cominciato a fotografare ( roba da dilettante, foto che hanno il ruolo di un appunto non scritto, di un abbozzo visivo per una storia, di un post it per ricordare qualcosa di speciale) ho ripensato il mio rapporto con lo spazio urbano. Per forza. E ho capito qualcosa sui graffiti, i murales e le tag che non avevo mai capito prima. Nessun vandalismo. Tutta questa abbondanza che muri, pareti e angoli di città offrono e la street art propone, impedisce- se si sa guardare uscendo dagli stereotipi- che lo spazio metropolitano, o quello delle autostrade, degli angiporti, dei vicoli, qualsiasi spazio, venga occupato esclusivamente da avvisi commerciali, neon, brand, qualcosa di luccicante, di invitante per comprare, comprare, consumare e comprare logorando la mente, il corpo e la possibilità di desiderare altro. Se ci facciamo caso lo spazio si è progressivamente riempito delle chimere che vogliono renderci SOLO consumatori, UNICAMENTE consumatori e non cittadini ( anche di libri e di film e di festival e di cose che sembrano colte e giuste ma che fanno parte integrante di un meccanismo produttivo- consumate, se volete cultura eccovi quella)
I graffiti e anche le tag all’apparenza più insignificanti sono una maniera di riappropriarsi di quello che le corporation, i brand, i cartelloni pubblicitari e le locandine hanno da tempo deciso di togliere. Sono gratuiti e consento l’accesso e la fruizione a chiunque. Ti puoi sedere sotto a un graffito, lo puoi guardare, pensare, ricordare ogni volta che passi in quella strada, ma non costa, non ti viene chiesto niente in cambio, non consumi ma guardi. Certe città sono mappe dove tag e segni tracciano percorsi precisi. In questo modo i muri raccontano storie, ma saper ascoltare la voce dei muri e dei graffiti non è facile e non è agevolato da niente. E’ un esercizio di attenzione che vale la pena. Non intacca nulla, non sciupa niente anche se molti credono il contrario.
La street art è un’arte che insegna l’impermanenza, effimera. Lo sono tutte ma i graffiti e i segni sui muri vengono cancellati presto, quando non ci sono piani di valorizzazione decisi, programmati. E anche in quei casi qualcosa si toglie lo stesso all’idea originaria, quando si decidono zone destinate, il graffito modifica la sua ragione. Sono nati con scopi diversi, come chi nasce obliquo rispetto a certi ordini codificati. Come chi nasce per fare capriole e chi per lapidare eretici, chi per mangiar parole abusate e chi per vedere torte in cielo. Devono essere uno spontaneo agire artistico e di sovversione. Difficile da regolamentare.
Così ho cominciato a fotografare graffiti e murales in Italia e anche nelle città d’Europa dove mi capita di andare. Faccio foto e scrivo qualche riga, sotto. Ho sognato a lungo un “museo” per custodire le storie, le indicazioni, le allusioni che attraverso segni e colori e le frasi e le indicazioni e le lettere e i visi, mi hanno offerto i muri. Questo spazio su ibridamenti è l’occasione. Ne farò un museo che è un work in progress che è esso stesso uno spazio sovvertibile, aperto a contributi sul tema. A volte ci saranno foto, ne ho tante. Foto dove io mi approprio del lavoro finito( quando posso e conosco cito l’autore o gli autori, altrimenti il luogo preciso.) solo per poterlo smaterializzare in bytes e regalarlo a un immaginario contenitore che possa serbarne la traccia. Se mai verranno tempi in cui il graffito diventerà illegale. In cui i muri saranno ridotti a un muto e freddo silenzio. Per i tempi di carestia, insomma, non si può mai dire.
A volte non saranno foto. Non occorre disturbare sempre i colori con uno scatto, ci sono casi in cui non è necessario e i graffiti uniti a esplosioni di tag costruiscono tessiture di storie che popolano i muri e si possono raccontare con le parole. Parole bombate d’azzurro, parole ripetute e raminghe su serrande altrimenti solo grigie, su muri di palazzi senza vita o con poche vite rinunciate, raggruppate con disincanto e confuse intorno ad attendere il passare del niente, o dirigendo passi stanchi verso un qualsiasi impero del profitto che fa l’occhiolino.
Oppure saranno racconti dell’assenza di graffiti come a Zurigo, la città dove non ci sono. Una città che offre molta dimora all’arte ma non sui muri. Si può raccontare una storia ma anche l’assenza di una storia, affermava Marguerite Duras. Si può infiammare il potere della street art raccontandone l’assenza, credo io. Credo anche che in questo periodo ci vorrebbero più graffiti e meno libri o libri scritti come i graffitari dipingono i muri. Con coraggio e voglia di spostare e scombinare tutte le forme di ordine costituito.



















rilancio questa tua frase Francesca perché so che è un tema a te caro:
” i graffiti e anche le tag all’apparenza più insignificanti sono una maniera di riappropriarsi di quello che le corporation, i brand, i cartelloni pubblicitari e le locandine hanno da tempo deciso di togliere. Sono gratuiti e consentono l’accesso e la fruizione a chiunque. ”
Bellissimo spunto, davvero.
(e benvenuta su ibridamenti)
Sento profumo di graffiti! A presto
mel
non è possibile!!
pure io sento odore di graffiti e di “immagini migranti”!!
a prestissimo!!
http://melpunk.splinder.com/post/18755945/Ibridamneti%3A+la+nuova+casa
ciao francesca, complimenti per questo tuo pezzo di presentazione che ha del poetico, ti do il mio in bocca al lupo per questa tua nuova collaborazione, e ti dico che io non sono un amante dei graffiti, perlomeno finora, ma leggendo la tua nota viene voglia di capire di più, di soffermarsi. io sono uno di quelli che per la strada tira dritto, ma su tutto. talmente concentrato su se stesso e i propri pensieri che raramente vengo catturato da qualcosa; sì, l’essere umano, ma non i muri e i palazzi, non l’architettura. e sì, anch’io mi sono messo a fotografare (davvero da pochissimo) e ho scoperto che la fotografia distrae da se stessi e ti mette maggiormente in comunicazione con l’esterno, così che anche a me capita di “scattare appunti”. ti seguirò con vera curiosità e il “solito” affetto. ciao!
Carissima, come mi chiedevi ti dò i link allo street museum
video: http://www.youtube.com/watch?v=He6HWPJDkB4
Bello. Interessante, anche l’aspetto di “tag”, che è la firma del writer. Spesso quando non si ha nulla da firmare, perchè non si è disegnato nulla, si scrive semplicemente quel nome indecifrabile che è la tag. In un mondo dove tutto è firmato dai potenti (abiti costosi, decreti legge, cibi) qualcuno firma il paesaggio urbano, che del resto ci appartiene. Di solito non ci sono tag sui monumenti, sulle opere d’arte, chi le fa è considerato “vandalo” dalla stessa comunità dei writer. Forse, azzardo, nel caso dell’opera d’arte non ci sono dubbi sull’appartenenza al singolo e alla collettività. Mentre sul resto della città…
Mah… io non sono propriamente un fan dei graffiti: alcuni mi piacciono, altri no. Dipende moltissimo dal contesto in cui sono inseriti – almeno a mio parere. Chissà… magari questa rubrica potrà farmi cambiare idea…
Mi chiedo di quale spazio si riapproprino i graffittari che usano per tele, vetri e carrozzerie di mezzi pubblici. ieri dal treno non vedevo nemmeno il nome delle fermate….
pareti di immobili di prestigio, chiese… non credo che siano luoghi di cui riappropriarsi, perche’ sono già proprietà di qualcuno e privi di brand.
il costo del ripulire tutto ciò è a carico del cittadino, e non lo trovo giusto. Aree degradate, sottopassi di stazioni non sono certo bei posti e, forse, potrebbero essere dati in uso a questi particolari comunicatori (il cui linguaggio è comprensibile solo all’autore però). ma in tal caso suggerirei una soluzione come quella adottata in una stazione di Firenze: affiggere alle pareti, avvitandoli, pannelli intercambiabilli che, una volta interamente dipinti, possano essere sostituiti con dei nuovi. Si ottiene il molteplice risultato di ripulire ad un costo contenuto pareti e muri senza ritinteggiare, fornire i graffittari di nuove aree “vergini” ed avere materiale per un’eventuale mostra grazie ai pannelli dipinti rimossi….
Farei le dovute distinzioni tra chi scrive “chiara ti amo” sui portici di un centro storico medioevale e chi invece tenta di ridare colore alla grigia periferia… Meditate gente, meditate…
per me la street art è vita, non l’immaginario di una vita che vorremmo o l’ipocrisia profonda della vita che tentiamo di costrirci per essere “in”
la street art è vita, è racconto, è dolore, disperazione, allegria , è immagine che diventa migrante, che trasporta pensieri ed emozioni
***L’immaginazione nel mondo post-elettronico ha abbandonato i territori tipici in cui ha sempre abitato, come, ad esempio, quelli dell’arte, del mito e del rito, per entrare a far parte del lavoro quotidiano della gente comune in molte società*** (Arjun Appadurai, Modernità in polvere , 2001).***
se ci si guarda attorno sui muri di New York si ha la netta percezione di come i graffiti rappresentino una immaginazione collettiva e migrante, capace di coinvolgere interi gruppi e mescolarsi insieme attraverso l’uso di una creatività visiva straordinaria
mi viene da pensare che siamo molto bravi a decantare i graffiti sulle pareti di rocce di popolazioni indigene e guardiamo con occhio “non benevolo” i graffiti del nostro millenio
ho visto sul muro che divide in due la terra di Palestina dipinto il dolore, la disperazione, la tragedia di un popolo, che tutte le mattine viene camcellata e poi ridisegnata in un rincorrersi di emozioni
questa è narrazione, a volte primitiva, a volte violenta, a volte fastidiosa e allora decidiamo di chiudere gli occhi e di guadare altrove
Se non un museo, una piccola galleria di pittogrammi murari l’ho raccolta in un seminario dello scorso anno per pedagogia sperimentale e bergamo, messo portalino wp, sguinzagliate le studentesse con macchinette, e in un mese si sono raccolte 1700 immagini dei muri cittadini, titolo originale Leggere Bergamo sui muri, dopo aver trovato l’immagine logo del portale ribattezzato GMP, acronimo significato in un primo tempo come gruppo mappatura pittogrammi, e in seguito, lasciato attivo il portale e distribuita ai writers nel frattempo conosciuti l’account utente, si è trasformato in gioiosa mappatura pittogrammi. Ora langue sperduto in rete da qualche mese.
Eccolo
http://www.faberlab.net/seminario/
Recentemente a Bergamo si è verificato un caso di persecuzione di giovani trovati con stencil e bomboletta. Dipingevano mani rosse. La forza pubblica ha contato tutte le mani rosse spruzzate sui muri, tante, ed ora si trovano sotto rischio di dover pagare centinaia di migliaia di euri.
http://manirosse.noblogs.org/
Coscienzisamente ho firmato la loro petizione.
ciao
enrico.
@@kasparhauser
lode a te davvero!
sono andata subito a curiosare e mi ci sono persa, ci sono “segni” molto interessanti, mi sembra di vedere con prevalenza di scritte, ma devo vedere meglio…
adesso sto leggendo tutto, son curiosa come le “suocere”:))
Io sono davvero pro-street art…perchè a mio parere è una forma d’arte a tutti gli effetti. Perchè perseguire, condannare, tappare le ali a chi esprime ciò che ha dentro con la propria arte. Nessuno perseguita chi presenta in una qualche galleria una sua opera (che poi altro non è che una tela con un taglio al centro…queste però sono opere). Allora…siamo un paese democratico, con la libertà d’espressione…e che diamine…facciamo esprimere questi ragazzi (purchè non arrechino danni che non si possono non redarguire…per diverse ragioni che tutti sappiamo). Io credo che l’iniziativa di Tim Tribù (Street Museum) di realizzare il primo museo User Generated che contenga la Street Art presente in Italia..è davvero da elogiare. Per chi non la conosciesse già è un’iniziativa volta a render partecipi gli abitanti dello stivale…alla realizzazione di questo museo on the road…fotografando le opere ed inserendole in questo museo on-line. Davvero originale e molto PRO-WRITERS!! Voi che ne pensate??
francesca
riporto qui uno spezzone di conversazione altrove condotto
ma sì, in fondo i graffiti sono un atto prima che un atto creativo. sono una dichiarazione, anche una dichiarazione di fruibilità dello spazio urbano. sono una presa di possesso. in fondo le tag che di per sè sono cose un po’ noiose e poco creative sono un segnare il territorio. contemporaneamente sono delle macchie di colore, dei geroglifici che quindi assumono un potere “ornamentale”