Stefano Valenti: Rosso nella notte bianca

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Manca il verde nel romanzo di Stefano Valenti, valtellinese alla seconda prova narrativa dopo il fortunato esordio con La fabbrica del panico (Feltrinelli editore), che gli è valso il premio Campiello opera prima nel 2014, il premio Volponi e il premio città di Bergamo.
Il verde della speranza non trova spazio in questo libro, che raccoglie in un crescendo di malinconia e disperazione l’essenza di destini trasfigurati dall’ingiustizia divina e terrena.
Siamo in Valtellina nel 1994. Ulisse Bonfanti, torna nel paese natio dopo una vita passata in fabbrica in Valsusa. Torna e uccide con una picconata in testa l’uomo che 50 anni prima consegnò ai repubblichini la sorella. Si apre così la prima stanza del libro e a ritroso ci trasporta di peso nella storia italiana: la montagna, la lotta partigiana, il dopoguerra e l’alienazione in fabbrica, il folle credo in un Dio che tutto sa, in Stalin e nel partito, e infine la desolante constatazione del fallimento: la rivoluzione non è avvenuta, i fascisti sono ancora al potere, la troia Italia. Il νοστος di Ulisse è un apatico ritorno e un atto dovuto agli unici amori della sua vita, la madre Giuditta e la sorella Nerina.

E così Nerina, vedi, siamo finiti in fabbrica che è diverso da fare il contadino, che la Guerra ha cambiato tutto e noi ci siamo trovati che non avevamo un mestiere, un posto, che su nei monti non potevamo restare con quello che era accaduto, e nemici da tutte le parti. Eppure Nerina, dovevamo andarci coi ribelli, anche se ho avuto il pentimento tutta la vita che se non andavo nei monti coi ribelli tu forse eri ancora viva, Nerina mia.

Giuditta la speranza non la vive mai: prima è donna contadina, bestia da soma e produttrice di figli, quindi è donna di fabbrica, sottopagata e sfruttata. Entrambe le condizioni sono miserabili, ma Giuditta non tornerebbe mai indietro. Nella tendenza generale alla lode spassionata ai tempi andati, il suo accanimento contro lo schifo e la fatica immane della vita contadina di montagna ci costringe ad andare a fondo.

La fabbrica che è un carcere. E così, in cambio del salario, abbiamo accettato la fabbrica, dannazione della miseria, dannazione di tutte le dannazioni.

Il colore non detto che ci ossessiona nell’arco di tutta la lettura è quello nero dei fascisti e del male, della miseria e della fame, dei vortici della mente che risucchiano i protagonisti. Nero che diventa grigio nell’indifferenza per le storie dei singoli, così come grigie sono la rassegnazione e l’apatia dei personaggi costretti a subire gli invasori e i delatori prima, quindi la vergogna, e ancora l’umiliazione della fabbrica. Grigia l’indifferenza verso i crimini fascisti.

Sei stanze narrative, dove la prosa di Valenti avanza con un ritmo nervino che costringe ad una lettura ad alta voce per comprenderne il tormento.
È una scrittura pregevole, rara, impegnata e catartica che stimola il lettore all’importante compito del ricordo. Valenti stesso ci suggerisce dove cercare: Revelli, Rigoni Stern, Fenoglio, Del Boca, Fortini…

Stefano Valenti, Rosso nella notte bianca, Feltrinelli editore (2016)

letto e commentato per La Piccola Libreria da Edoardo Bertotti Franchi, studente di filosofia, Università di Padova

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