Rovine e costruzione del trauma

Rovine e costruzione del trauma - Palmira

a Pietro Barbetta

in quell’edificio di oltre settecentomila metri cubi
c’erano corridoi e scale privi di sbocchi,
nonché ambienti e saloni sprovvisti di porte,
dove nessuno mai potrà entrare
e il cui vuoto circondato da muri rappresenta
l’intimo segreto di ogni violenza sanzionata.

W.G. Sebald, Austerlitz

Ora il cerchio sembra chiudersi – nuovamente. Persino i caschi blu dell’arte a proteggere architetture, opere d’arte, rovine archeologiche. E prima che a proteggere e oltre la stessa protezione, a trasformare le rovine in reliquie. Secolarizzazione del sacro, sacralizzazione del secolo. Ma la secolarizzazione è tale soltanto se mantiene la possibilità che essa ridiventi sacra. Non sarebbe il caso di aprire anziché invertire questo girotondo fra sacro e secolare in cui alla fine si cade sempre tutti giù per terra? Giro per costruire e difendere l’identità che diventa raggiro per l’attacco e la distruzione del nemico. Rovine che ridiventano reliquie: un altro modo per avere la licenza di colpire legittimamente il nemico in nome della difesa delle cose che testimonierebbero la civiltà. Un modo per non proteggere tutta l’umanità, cioè tutti gli umani e tutto ciò che è umano incluse le rovine, ma per intervenire separando dentro l’umano: i corpi umani dall’ambiente umano, l’ambiente umano dai manufatti lasciati dagli umani, certi umani da altri umani e così via. A tale scopo ora abbiamo anche i soldati per le opere d’arte come abbiamo detto. Storici dell’arte e archeologi in uniforme o uniformi di archeologi e storici dell’arte… Forse tutto ciò è simile al farsesco spettacolo dei centurioni che oggi troviamo al Colosseo a far finta di difendere un posto per gladiatori e futuri martiri da sbranare: il destino delle truppe ONU alla difesa dei siti archeologici si risolverà nella fotografia di rito dei politici che amano farsi ritrarre su palcoscenici con templi, colonne, piramidi o croci – spettacolo per propaganda alla quale non seguirà niente. O quasi niente. Che cos’è questo quasi? È l’espressione della costruzione (ideologica) della minaccia, dove ogni azione si pone come reazione a reazione a reazione… L’intero processo serve proprio continuamente a rivoltare sull’altro la responsabilità di aver innescato il processo stesso fino a dissimulare che un’azione originaria propriamente tale non c’è mai stata – che non c’è responsabilità che non sia imputabile se non a quello che sembra l’ultimo da accusare in ordine di tempo. Anche chi dice di difendersi, spesso sta molto più probabilmente dissimulando e giustificando un attacco.
Ci sono diverse forme di difesa. Alcune di queste passano attraverso la prevenzione dell’offesa cioè dell’azione che vorrebbe provocare una reazione. Ma la difesa prima dell’attacco è un attacco – simbolico, provocatorio quanto si vuole, ma pur sempre un attacco. Non tutte le città che hanno costruito mura di difesa sono state poi attaccate. Per cosa sono state allora costruite quelle mura se non per minacciare una reazione a un’azione mai venuta? Per istigare con la loro stessa presenza un attacco? Per prevenire al di là della previsione? Non c’è protezione che non diventi offerta di violenza distruttrice ogni qualvolta essa si ponga come separazione, identificazione di una porzione di umanità che debba essere difesa a danno di un’altra. In tal senso, opere architettoniche, siti archeologici andrebbero protetti assecondando la loro natura di con-esseri umani. Invece, proteggere l’umanità ritagliandone porzioni speciali in una situazione nella quale da tempo proprio la guerra non riconosce più neanche la differenza tra militari e civili significa perpetuare la logica del capro espiatorio in una modalità uguale e contraria a quella nella quale tradizionalmente essa è descritta: immolare la vittima per creare, costruire o rinsaldare la comunità. Modalità che agendo per mezzo della protezione totemica e reliquiaria dei siti artistici e archeologici salva ideologicamente l’umano o meglio, l’umanitario, lasciando così più giustificato l’eventuale perire effettivo della popolazione. Farsi passare per vittime per giustificare l’azione carnefice. Dall’ingiustizia delle vittime all’ideologia del vittimismo che oggi alimenta un’indotta e inesausta fame di sicurezza a ogni costo, a ogni sacrificio per la popolazione. È quasi ridondante dire che quella popolazione può anche non coincidere con il popolo dell’arte e dell’archeologia che officia opere e reliquie della religione della civiltà – spesso per disinteressarsene meglio.

(da Rovine. Estetica e politica della distruzione, in corso di pubblicazione)

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