Perché riprendo l’affermazione di un’affermazione? e perché parto da così lontano per arrivare a SL? al benedetto metaversaccio? Reculer pour mieux sauter: il principio della negazione è una regola nota agli attori che cominciano “un’azione partendo dalla direzione opposta a quella verso cui è diretta” e io, in forma mentale attoriale non posso che, e con piacere mi affido, seguire il comportamento a salti del pensiero.
Affermare l’affermazione, o pensare il pensiero, come nella litografia
Dessiner del 1948 di
Maurits Cornelis Escher (1898 – 1972)…
[mentre attendevo il crunching del pensare il pensiero pensavo all'attesa dell'attore che sono nella costruzione del post, e nella spesa dello spettatore che ho nella legatura del testo. ovvero il crunching come visione d'avanzamento dell'informazione. crunching come metafora del critico teatrale che vede la visione spettacolare nel suo farsi. ma non è questo quello che intendo scrivere. semmai questo è lapsus scripturae, deviazione e deriva inconscia rispetto all'azione principale dell'io. esempio anche di salto del pensiero.]
…significa che il rischio del caos incombe e che dobbiamo ammutolire i pre-giudizi. Far pensiero il pensiero, dunque. Il mio modo di stare sul palco mentale e scritturale di un post, post-portamento extra-quotidiano di de-scrivere. Svengo al dunque: il medioevo elettrico di cui siamo spettatori, crisi e depressione critica a parte, ci fa attori di un marcescente digitale sempre più rappresentativo dell’umano che non sappiamo essere in ambito attoriale, e sempre meno avatar. Senza nulla togliere o aggiungere al Rinascimento Virtuale, il Second Theatre non può che essere, lì e ora, medioevale. Se vogliamo parlare di Rinascenza Carolingia Virtuale è meglio. Il Rinascimento è l’avvenire. Per ora si sta prolungando la morte del virtuale. Altro non può essere se il correlativo oggettivo del benedetto metaversaccio rinascimentale è la realtà: allora il secondo pensiero è un pensiero aumentato e l’avatar è la persona che sta dietro. Altra caratterizzazione del metaverso e del social network tout court è la collaboratività: prestabilita, monodirezionale, neo-lineare. Mi sbaglio? Poco importa. Viaggio su onde cerebrali saltuarie. Dunque, con buona pace per gli artisti di Stato Rinascimentale, il Second Theatre non è ancora. Dopo la tecnologia vocale polimicrofonale di Carmelo Bene, ci vorrebbe un non-avatar. Chi può distinguere la danza dal danzatore? si chiede Eugenio Barba in IL CORPO DILATATO e chi l’avatar dall’utenza quotidiana che ne indossa il nickname, la non ancora maschera?
Ovviamente, fottendomene del quotidiano socializzare in rete su cazzate ed eventi archimediali e sullo stato dell’arte disartrica, intendo approcciare la Seconda Attorialità da un punto di vista operativo antropologico. La già vecchia
antropologia teatrale in ambiente digitale premoniva l’idea di un
inconscio elettrico e dilatava il corpo dell’utenze in
mind book. Presumeva che il
prosumer fosse
personaggio elettrico e ora invece e inoltre, nel mio fallimento continuo e imperituro della giacenza non attoriale di
(double)face book e nella sua conculcata libertà artistica (
non censurata ma indifferita) e sottostante al pre-giudizio di cui sopra, di mai sopra, invece e inoltre, dunque, devo fare i calcoli con
organonimo e elettronimo.
Per la verità, se di verità può dirsi, dell’elettronimo s’era già praticata la quiescente dissociazione in dissocial network con i vari leo bloom, ramon, bimodale e gg, vari eteronimi elettrici che sussumono stili di pensiero totalmente differenti tra loro e dall’utenza del sottoscritto. Dunque, tanto per cominciare, o per finire, o per restare nel medium, l’avatar non sono io, l’elettronimo non è mai l’io quotidiano ma la sua dilatazione digitale extra-quotidiana. Altre volte l’elettronimo è il pre-espressivo digitale che prepara il post-acolo, lo spettacolo del post. L’esperimento mentale mette in post il pre-espressivo digitale: l’elettronimo leo bloom monta diverse piattaforme per presentificare il pensiero-in-post.
Energia nello spazio è questo starmene in elencante aporia digitale e in tensione verso la spazialità organonimica. Questo è il punto a cui non sarei voluto arrivare: l’organonimo come dilatazione analogica dell’elettronimo. L’organonimo come utente digitale. Pensare per salti è linkare il corpo per isole buone di teatralità. Allora si avrà l’Umanesimo dell’elettronimo: il lavoro dell’avatar su se stesso. Quando? Non mai, se a realtà corrisponde altra realtà. Semmai fuori della crisi in direzione di una Krisis che eventualizzi la morte dell’Uomo Ego-nomicus. Metavisione dello spettacolo e martirizzazione.
Sul corpo e sulla visione del paradosso, il Medioevo stato e quello attuale Stato, architettato ad assemblare fittizie Rinascenze di botteghino per bene culturale, si è agito il pulpito da cui vilipendere la libertà espressiva della Quaresima e il dissacrante riso del Carnevale. L’avatar tra identità Quaresimale dell’io medioevale e coscienza carnascialesca (si vedano, o anche no, i miei maschere-elettronimi) del sé digitale.
Perché se l’avatar è l’utente, il noi-utente non può che essere del
medioevo elettrico. Va da sé la medioevalmente ancora aperta questione dell’omosessuale e della prostituta, del mendico barbone, della donna violatissima quotidianamente e del bimbo in padronale padronaggio lavorativo o disdicevole altro. Siamo nel secolo maschio che non poteva degenerare in crisi prima di rinascere. Ma non di questo volevo dire, piuttosto della illuminante, invece, rilettura de
Il corpo nel Medioevo (Une histoire du corps au Moyen Age) di
Jacques Le Goff e della
ridisposizione organonimica dell’elettronimo.
Di medioevo elettrico e marcescenza digitale, appunto. Con un combattimento postdigitale tra Medioevo stato e medioevo Stato.

- Pieter Bruegel: Combattimento tra il Carnevale e la Quaresima (1559)
molto interessante, sono temi a me cari. Nel senso che la “scoperta” della differenza tra cosa e segno e perciò la riflessione sulla rappresentazione è molto antica e non certo recente… se si segue, per esempio, la rilettura che Deleuze (Logica del senso) fa del concetto di simulacro in Platone, se ci si mette cioè dalla parte del Sofista nell’omonimo dialogo platonico, già allora si argomenta la validità del simulacro rispetto alla copia.
Se si segue Victor Stoikita, poi, il mito fondatore della validità produttiva del simulacro sarebbe già il mito di Pigmaglione.
La riflessione medievale sullo statuto delle immagini, come dici tu, aveva già detto tutto (o perlomeno tanto) rispetto a quanto possiamo dire oggi. E c’era già stata in età umanistico-rinascimentale una risposta piena e creativa a queste questioni con l’esplosione dell’immaginazione e della costruzione di mondi, nelle diverse arti.
La domanda è: oggi quali sono le risposte possibili?
Aspetto la seconda puntata
Intanto, grazie!
grazie a te mad!
proverò a rispondere nella prossima puntata!
“un combattimento postdigitale tra Medioevo stato e medioevo Stato.”
Bellissimo!
una felice combinazione! è vero!
piacere di conoscerti!
la seconda puntata sul medioevo elettrico e la marcescenza digitale potrete leggerla qui: http://marcominghetti.nova100.ilsole24ore.com/2009/04/medioevo-elettrico-e-marcescenza-digitale-o-riassunto-delle-puntate-successive.html oppure sul mio blog http://www.interassenze.wordpress.com
ciao ciao
g.g.
… poi i piccoli berlusconini che siamo costretti a essere, ci confliggono d’interesse e propaliamo su diverse reti i nostri bisognosi non dire nulla.
ecco che facebook metaforizza la gerarchia di amici. appunto il naturale clientelismo baro/nettiano riaccende la querelle des antiques et des modernes.
ecco. meme virulento e genetico. trabocca nel silenzio sospensivo che precede lo sbieco sguardo e il truce autocensurarsi autoinvischiante nel torto paranoide. amen.