OGNUNO CERCA UN PADRE?

Mario Galzigna
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Marcel Rufo, Chacun cherche un père, Paris 2009

Ognuno cerca un padre?

Togliete il punto di domanda e avrete il titolo dell’ultimo libro di Marcel Rufo (Chacun cherche un père, Anne Carrière, Paris 2009, pp. 236, € 18,50).

Guardate anzitutto il volto dell’autore, che esprime calore, empatia e al tempo stesso determinazione: una fronte molto alta, uno sguardo benevolo e penetrante, un leggero sorriso. Un collega. Un amico. Lo conosco da qualche anno. Personalità coinvolgente e travolgente. I suoi libri sono tutti accessibili, scritti per il pubblico, più che per gli studiosi. Psichiatra di formazione – molto presente alla televisione francese e nei media d’Oltralpe – si è dedicato per moltissimi anni all’adolescenza. Ha diretto, tra il 2004 e il 2007, la Maison des Adolescents, a Parigi. Attualmente, oltre a insegnare pedopsichiatria nella Facoltà medica dell’Università di Marsiglia, dirige, nella stessa città, l’Espace Arthur, servizio di psichiatria del bambino e dell’adolescente.

Ma veniamo al libro: un saggio, certamente, e al tempo stesso una prova di scrittura. Nell’Avant-propos l’autore viene subito allo scoperto. Parlando in prima persona, mette in scena la figura di suo padre. Marcel – marsigliese, homme du midi – è un figlio del popolo, fiero delle sue origini. Il padre vende frutta e legumi al mercato di Tolone. Modesto, umile, discreto, piuttosto silenzioso. “Non alza mai la voce e ha bisogno di poche parole per farsi capire, ma io non contesto mai ciò che dice. Gli obbedisco, per la buona ragione che lui è mio padre e che io lo rispetto”. Un padre modesto, riservato, ma al tempo stesso affidabile e autorevole. “Tra di noi, nessun bisogno di effusioni dimostrative; una rispettosa distanza è per noi sufficiente a riconoscerci l’un l’altro, ognuno al suo posto.”

Solo dopo la morte, il figlio, Marcel, scopre, attraverso la testimonianza di qualche amico, aspetti sconosciuti della personalità paterna: negoziatore abile, commerciante esperto e, durante l’infanzia, anche trasgressivo e ladruncolo. Venuto a conoscenza di alcuni piccoli episodi significativi, l’autore si chiede: “Mio padre, incarnazione dell’autorità e dell’onestà, era dunque stato, da bambino, un ladruncolo nel quale avrei potuto riconoscermi?”

Cito queste pagine perché sta qui, credo, il nucleo generativo del discorso di Rufo sul padre e sulla paternità. Egli fa riferimento, in una delle pochissime note presenti nel libro, al grande psicoanalista Winnicot e alla sua teoria della “madre normalmente devota” (pessima versione italiana, invalsa tra i nostri traduttori, dell’espressione inglese good enough mother, che vuol dire madre sufficientemente buona).

Trasferendo questa caratteristica alla figura paterna, Marcel afferma: il mio è stato un “padre sufficientemente buono”. Che significa? Significa che è stato un padre che il figlio – soprattutto il figlio adolescente – ha potuto vedere anche nei suoi limiti. Un padre lontano, dunque, da ogni pretesa di rappresentare un modello di onnipotenza maschile. Il che ha permesso al figlio, a Marcel, di aprirsi ad altre figure maschili di riferimento, ad altri modelli, ad altri padri complementari, capaci di colmare i vuoti e le défaillances del padre reale. Sentiamo: “Una questione si pone: è mai possibile conoscere il proprio padre? Per parte mia, mi sembra che passiamo la nostra vita a cercarlo e a reinventarlo attraverso altre figure, al solo scopo di renderlo accettabile”.

Quello che ho identificato come nucleo generativo del libro, diventa anche, a parer mio, matrice inequivocabile di alcuni suoi limiti. Tra questi limiti, vedo soprattutto l’ancoraggio dell’autore ad una ripartizione tradizionale, di matrice scopertamente freudiana, dei ruoli materno e paterno. La madre: figura accudente, portatrice di intimità e di tenerezza. Il padre: veicolo di quello che lo stesso Freud definiva il “principio di realtà”: veicolo della legge, della socialità e del mondo. L’autore trascura una dimensione relativamente nuova della paternità, che si è affermata in Occidente soprattutto a partire dagli anni 70 del secolo appena trascorso: penso a quello che non pochi analisti statunitensi hanno definito il caregiving father, il padre tenero e affettuoso che accudisce, che dà le cure: il padre primario, come è stato definito in àmbito psicoanalitico.

Il padre che mi è mancato. Che è mancato a molti, ma che in ogni caso, anche se non si è imposto come figura maggioritaria, è riuscito a proporre un nuovo modello di paternità e, conseguentemente, anche un nuovo modello di coniugalità: una nuova dimensione della coniugalità (o, più semplicemente, del rapporto di coppia) che rende possibile l’emergere del caregiving father: non un padre “sdolcinato”, come è stato scritto dallo psicoanalista junghiano Luigi Zoia – Il gesto di Ettore. Preistoria, storia, attualità e scomparsa del padre, Bollati Boringhieri, 2003 [ http://www.ibs.it/code/9788833914756/zoja-luigi/gesto-ettore-preistoria.html ] – ma una figura forte e al tempo stesso tenera, complementare a quella materna. Una figura che sovverte i luoghi comuni e gli stereotipi dell’identità maschile.

Ho voluto introdurre questa linea divergente, rispetto alle tesi dell’amico Marcel, per offrire ai lettori, in nuce, una dialettica aperta, uno spettro minimo di posizioni differenziate, utile a favorire una discussione.

Chiudo questa nota con una citazione del libro di Rufo, che sintetizza chiaramente il suo orientamento di fondo. Si tratta di un breve passaggio che invitiamo il lettore a leggere, nell’auspicio che il saggio Chacun cherche un père – accattivante, chiaro e accessibile, ancorché rigoroso – venga presto tradotto in Italia:

“Insisto a pensare che per fare e per tirar su un bambino non si è ancora trovato niente di meglio di un padre o di una madre o, più esattamente, di una persona che eserciti la funzione materna e di un’altra persona che eserciti la funzione paterna, poiché queste due funzioni non possono confondersi. La prima è portatrice delle cure di base, della prossimità, della continuità, cioè di qualcosa che ha a che fare con il contenimento e con la spazialità. La seconda, più intermittente e più distanziata, è soprattutto portatrice della nozione di tempo. E’ nella complementarietà di queste due funzioni che per il bambino sarà possibile attingere i punti di riferimento che gli permetteranno di ritrovare se stesso. Insistiamo però sul fatto che il padre, se ha il diritto di defilarsi quando il quotidiano è tranquillo, deve sempre essere presente quando si leva il vento…” [Chacun cherche un père, p.65]

4 Commenti

  1. se però pensiamo all’essere genitori oggi, credo sia importante aprirsi anche ad altre dimensioni. Mi va bene la “tipologia” del padre accudiente – caregiving father - che aiuta a capire come stanno cambiando i rapporti all’interno della coppia genitoriale, ma mi piacerebbe anche che il discorso si aprisse almeno in due direzioni:

    1) le famiglie non sono più da intendersi come “standard”
    , perché ci sono famiglie allargate, ricomposte, monoparentali, aperte, etc. in cui le figure del padre o della madre si “moltiplicano”. Ci sono, inoltre, famiglie, in Europa, in cui i genitori sono omosessuali. Ora mi pare che a fronte di una realtà così composita, un discorso sul padre debba essere più complesso!
    2) Ok, sarò ossessiva, ma è, secondo me, impensabile parlare di genitorialità oggi senza fare riferimento al virtuale e a come i dispositivi del virtuale (dai cellulari ai pc) ridefiniscano interamente il ruolo anche dei genitori. Voglio dire i genitori possono anche essere sempre presenti, affettuosi, attenti, ma se poi… sono assenti proprio quando il bambino si interfaccia con le nuove tecnologie (soprattutto, come avviene oggi, in tenerissima età) lo lasciano solo nell’elaborazione delle modalità con cui rapportarsi ai mondi virtuali…

    Insomma, mancano almeno due importanti capitoli :-)

  2. zauberei scrive:

    Mi interessa il libro, ma sono molto più in sintonia con le obbiezioni di Mario, che comunque sono anche un tantino più aggiornate clinicamente, oltre che essere più lucide politicamente. Ciao Mario! Lo sai che ho discusso la mia tesi in psicologia pochi giorni fa? il tema era psicoanalisi e femminismo, e passava per ovvi motivi da tutti questi argomenti. Ora eviterò di attacare dei plurimi pipponi su tutte le cose che ho in mente – magari rintraccio alcuni vecchi post e li linko qui, qualora interessassero a qualcuno. Ma intanto:
    Quando c’è la lucidità clinica è incredibile come le cose importanti travalichino i pregiudizi culturali: nel 1967 Dicks, psicoanalista relazionale in forze alla Tavistock Clinic pubbblica una roba che in ITalia è nota come “tensioni coniugali” i cui primi capitoli fanno accapponare la pelle in tema di pregiudizi sessisti: siamo ancora nella fase della donna ar focolare e l’omo a cacciare le antilopi ecco. Leggendo quei primi capitoli ti aspetti proprio una debacle di idiozie a seguire.
    Invece – sono passati 40 anni e quello è un libro di una modernità fulminante, proprio in termini di indagine della rappresentazione della coppia. C’è un paio di capitoli in cui si parla dell’importanza fondamentale della “tenerezza” come contatto con il se infantile, e come caratteristica del maschile maturo e flessibile capace di toccare il se dell’altro oltre che proprio e farlo evolvere: dove c’è tenerezza che maschio forte ecco, dove c’è virilità rigida c’è maschio fragile. Questa cosa si incrociava con il concetto di identificazione proiettiva di klein per cui la tenerezza era un viatico con cui far progredire la relazione un mettere nell’altro delle cose buone di se e curarle, contro l’uso nevrotico dell’identificazione proiettiva quella che fa sempre litigare le coppie, e che parte dal mettere nell’altro delle cose cattive di se e farle agire.
    Ho molte cose da dire su questo perchè è come dire il mio campo. Caso mai torno dopo. Maddalena ha ragione a dire che cambiano le famiglie, e vale secondo me più di tutto per uno psicoterapeuta la frase di Mitchell – la necessità di mantenere insieme una convivenza inquieta di epistemologie (cito a memoria) – ma è anche da dire che, di fatto mentre la riflessione sulla madre, sul femminile, è passata da un secolo di stigmatizzazioni e frantumazioni scientifiche e politiche, insomma noi femmine non parlamo d’artro! E gli psicoanalisti neanche, di testi sul maschile e sulla paternità ce ne sono una manciatina, e il dibattito è arretrato: nella cultura c’è un vuoto di riferimento sul maschile, c’è uno scarso pensiero. Qualsiasi tentativo anche se come questo un tantino retrò, è sempre un buon punto di partenza.
    1. Se non si capisce qualcosa ditelo sto ancora un po’ assonnata (Pipikke sta mettendo i denti chi vo capi capisca)
    2. Cerco i miei post in tema e poi li linko, certo solo i più pertinenti.

  3. Mario Galzigna Mario Galzigna scrive:

    @maddalena
    tieni conto che Rufo – come del resto tutti gli “psi” più avvertiti – non parla di padre in termini di identità di genere, ma di funziona paterna. Può essere un’abile mossa per evitare il problema, ma rimane comunque un segnale importante: nel mondo “psi”, anche se con ritardo – ho avuto già modo di dirlo e di scriverlo – sono state tematizzate le diverse configurazioni della funzione paterna. Avrei visto pure io molto favorevolmente uno o due capitoli dedicati ai temi da te sollevati…
    @zauberei
    ciao “dottoressa” Costanza! Complimenti per la tua laurea. Ok su tutto quello che dici. Occorrerebbe capire il perchè di questa arretratezza, di questo ritardo del mondo “psi” sulle problematiche inerenti l’identità maschile: sulle nuove configurazioni, insomma, di questa identità. Indagare su questo “perché” significa anche mettere a fuoco, sul piano antropologico e sociologico, gli assetti della comunità “psi”. Una messa a fuoco che dovrebbe essere necessariamente “critica”.

  4. Giuliana Sorella scrive:

    Credo cheil tema della paternità non susciti, oggi come oggi, grande interesse. Un tema con scarso appeal, vorrei dire…
    Mi chiedo se questo scarso appeal non sia anch’esso legato al declino della figura paterna…

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