Net generation o Nativi digitali?

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Giuliana in un suo commento al precedente articolo sugli Emigranti digitali parla di Net generation:

“Oggi mi sono imbattuta in una copia di Knowing Knowledge (www.knowingknowledge.com), nel quale ho letto che Diana e James Oblinger (2004), in Educating the Net Generation, affermano che gli apprendenti di oggi sono differenti. Secondo loro, le principali caratteristiche della Net Generation sono: avere competenze digitali, essere costantemente connessi, essere sociali, essere impegnati, essere visuali.”

Io non sono ‘apprendente di oggi’, ma se devo basarmi sulle caratteristiche citate nell’articolo allora mi devo sentire chiamata in causa come parte della Net Generation. Sono costantemente connessa e uso internet per socializzare e comunicare.

Eppure la definizione nell’articolo citato da Giuliana sembrava voler usare quel termine per caratterizzare solamente le ultime generazioni, per definire quali metodi di apprendimento applicare su di loro rispetto alle generazioni precedenti. Da questo punto di vista il termine usato mi sembra improprio rispetto a ‘nativi digitali’. Anche gli emigranti digitali fanno parte della Net Generation, generazione della rete. O no?


P.S. Rosamaria rieccomi qua! ero temporaneamente in visita su un altro pianeta :-P

17 Commenti

  1. Giorgio Jannis scrive:

    Ottimo.
    Così archiviamo come obsolete definizioni basate sia su presunti spostamenti fisici (migrazioni) sia su presunti spostamenti temporali (generazionali), ché poi alla fine ci innamoriamo dei modelli e non traguardiamo più verso l’oggetto del conoscere.

    Molto più interessante, assodato il cambiamento antropotecnosocioculturale degli ultimi trent’anni, ragionare sul futuro, e riflettere sulle competenze digitali e sulle nuove forme di socialità.
    Per approfondire, segnalo un articolo su Apogeonline riguardo il lavoro di Calvani sulla misurazione delle competenze digitali (io ne parlo qui), e un intervista a Kurzweil, dove potete aspettarvi cose visionarie e futuribili.

  2. Il libro che citavo (Educating the Net Generation) è disponibile on-line per il download da qui: http://www.educause.edu/educatingthenetgen/5989

    Con “Net Generation learners” gli autori, nell’introduzione, affermano che intendono gli apprendenti nati a partire dagli anni Ottanta.

  3. Mau Messenger scrive:

    A proposito di “Net generation” e /o “nativi digitali”, mi sembra che al di là delle definizioni più o meno pertinenti, ci si possa ritrovare su alcune caratteristiche dei ragazzi, che rappresentano una decisa novità nell’apprendimento e nei comportamenti.
    E che sono state efficacemente (mi riferisco per ultimo alle prime pagine del testo “Valeria Baudo, Come cambiano i servizi bibliotecari per ragazzi, 2008 Editrice Bibliografica, Milano”) riassunte così:
    1) ragazzi che si dedicano contemporaneamente a più di un’attività (multitasking);
    2) ragazzi sempre connessi (anche grazie ai dispositivi mobili),
    3) ragazzi che sono abituati (e quindi preferiscono) ad un’informazione visiva a quella scritta;
    4)Che si scambiano informazioni con i coetanei (piuttosto che con gli adulti);
    5) che generalmente apprendono “by doing” (come per i videogiochi).
    Che queste modalità siano in possesso anche di adulti (appunto immigranti in questo nuovo mondo)non toglie nulla alla radicalità della trasformazione in atto, rispetto alla quale la scuola, l’università devono aggiornare rapidamente strumenti e metodologie. E in questo sforzo da compiere tutti insieme, può essere utile prendere atto che esistono nativi ed immigranti e cercare una pratica di integrazione tra i due gruppi.
    Mau Messenger

  4. Melba scrive:

    Il multitasking è una delle caratteristiche che trovo più distintive delle generazioni digitali. Noi lo possiamo fare, ma non siamo altrettanto abili. Sono di quelle capacità per le quali il cervello deve essere allenato fin da giovane.

    Per gli altri punti:
    3) io direi che preferiscono un’informazione scritta a quella orale, non tanto visiva. Si parla meno, si scrive di più.

    4) si scambiano informazioni con i coetanei piuttosto che con gli adulti?
    Non l’ho capita. Quando mai è stato diverso?

    5) apprendono ‘by doing’
    A me sembra che siano più le modalità di formazione che si stanno orientando versa questa direzione e non possono che trovare risultati favorevoli. E’ naturale, non è distintivo. Tutti impariamo meglio facendo, quello che impariamo in prima persona entra a fare parte del nostro bagaglio di esperienze.

  5. post molto interessante. Ci torno con più calma. Intanto grazie a Giuliana che continua a proporci spunti di riflessione.

  6. A volte l’oggetto del contendere sembra essere la definizione o la sistematizzazione del fenomeno. Credo che chiunque abbia scritto sull’argomento si sia posto di più il problema di innescare una riflessione sul cambiamento e sul futuro, soprattutto se ha lavorato su questo futuro quando, rispetto a oggi, era “il passato”. Dal modo in cui discutete credo che quell’obiettivo sia stato raggiunto, indipendentemente da quale libro sia stato letto, quale definizione sia stata sposata o dal fatto che la posizione sia di curiosità, riflessione, scetticismo o negazione del fenomeno. In questo momento sto scrivendo dalla Silicon Valley, dove mi trovo per ragioni di lavoro. Basterebbe semplicemente passeggiare per una giornata qui per vedere quali sono i problemi da affrontare nel nostro paese e per la nostra generazione. E quale può essere il gap che una istruzione non “allo stato dell’arte” potrebbe creare nelle generazioni che stanno per crescere (io sono lucano e so quanta fatica mi è costata riuscire ad avere un inglese “comprensibile” per poter lavorare in queste situazioni, proprio perché quando studiavo a Potenza la conoscenza della lingua inglese non era esattamente tra le priorità…). E la cosa che mi piace di più nel seguire il vostro lavoro è vedere persone che, pur non avendo a disposizione il background e i mezzi che (ahimè) in altre situazioni lontane sono stati e sono accessibili, si danno da fare per costruire un futuro migliore di quello che darebbe l’inerzia delle cose… Credo anche che un elemento importante in quello che sto leggendo in molti interventi qui e in altri blog tenuti dalle persone che qui scrivono sia quello della ricerca della semplicità. Le tecnologie semplificano la vita e sono semplici in sè. Chi ha bisogno di paroloni, giudica, usa frasi complicate e concetti che capisce solo lui non ha molto di tecnologico… Spero che il vostro lavoro duri ancora a lungo e sia sempre più efficace. Complimenti davvero per il vostro impegno. Come sempre, appena posso vi leggo.

  7. FERMI TUTTI :-) FACCIAMO IL PUNTO prima di procedere OLTRE

    Cerco di ritessere i fili della discussione finora svolta, a partire dal post precedente e dalle indicazioni emerse anche in altre “finestre” di Ibridamenti.

    Si parlava già, come ha anche ricordato Giorgio Jannis, della sperimentazione di Calvani a Firenze il quale coglie un punto di non-ritorno perché libera le “competenze digitali” dalla gabbia troppo stretta delle sole “competenze tecno-tecnologiche” e cerca di “misurarle” a partire anche da altre prospettive. Rileggiamo Calvani che scrive qui:

    “Ci siamo anche resi conto che negli ultimi anni il concetto di Digital Literacy (o Competence, come noi preferiamo) si è progressivamente spostato dagli aspetti più eminentemente tecnici, verso elementi di più alto valore cognitivo, che includono soprattutto abilità relative al trattamento e alla valutazione delle informazioni e, in definitiva, dell’essere negli ambienti di rete . Alla fine, abbiamo preferito sintetizzare con “competenza digitale”, certamente per il richiamo a questo termine nelle raccomandazioni europee, ma anche perché il termine competenza si sta sempre più affermando nel lessico educativo.”

    Di qui la definizione proposta da Calvani di competenze digitali:

    “Una definizione semplice, ma esaustiva potrebbe essere la seguente: la competenza digitale consiste nel saper esplorare e affrontare in modo flessibile situazioni tecnologiche nuove, nel saper analizzare selezionare e valutare criticamente dati e informazioni, nel sapersi avvalere del potenziale delle tecnologie per la rappresentazione e soluzione di problemi e per la costruzione condivisa e collaborativa della conoscenza, mantenendo la consapevolezza della responsabilità personale, del confine tra sé e gli altri e del rispetto dei diritti/doveri reciproci.

    Quanto riporta Giuliana mi sembra ponga già un primo nodo (però Giuliana ti pregherei di verificare bene se quanto sto scrivendo risponde effettivamente al testo da te citato nel post visto che lo stai leggendo in mood più approfondito di me)

    “Oggi mi sono imbattuta in una copia di Knowing Knowledge (www.knowingknowledge.com), nel quale ho letto che Diana e James Oblinger (2004), in Educating the Net Generation, affermano che gli apprendenti di oggi sono differenti. Secondo loro, le principali caratteristiche della Net Generation sono: avere competenze digitali, essere costantemente connessi, essere sociali, essere impegnati, essere visuali.

    A me il problema sembra questo:

    Diana e James Oblinger (2004) sostengono che la generazione dei 20, 25enni di oggi – la net-generation – possiede già le competenze digitali di cui parla Calvani. [Da discutere ci sarebbe il capitolo del "visuale" (anche se De Kerckhove nell'intervento alla Bicocca, la settimana scorsa, spostava ulteriormente la questione al "tattile" e perciò di una nuova ridefinizione dei confini tra mente/corpo)]

    In questo senso credo possano tornare utili le riflessioni di Gianpiero Lotito e di tutti coloro che hanno lavorato anche dal punto di vista sociologico alla questione, che ci chiede – al di là delle etichette – di porre attenzione alla fase di passaggio tra generazioni.

    Non è infatti la stessa cosa possedere già delle competenze digitali o non possederle e dover perciò essere formati in questa direzione.

    (Per rispondere anche @Melba)

    Se è vero questo, saremmo difronte a quello che molti individuano come uno scarto notevole rispetto alle generazioni precedenti: in quanto le competenze “dell’essere connessi”(dimensione questa ormai connaturata alla nostra identità di abitante-in-rete) verrebbero trasferite dai più “giovani” ai più “vecchi” rivoluzionando il tradizionale modello formativo.

  8. aggiungo il riferimento a quanto scrive @Mau

    (Valeria Baudo, Come cambiano i servizi bibliotecari per ragazzi, 2008 Editrice Bibliografica, Milano)

    che sarebbe appunto in linea con quanto sostenuto sulla net-generation.

    (che resti tra noi, … non so se avete figli adolescenti… ma è così…, i ragazzi che sono connessi – il punto magari è che alcuni non lo sono – in giovanissima età hanno già sperimentato la dimensione identitaria dell’essere in relazione con gli altri attraverso canali e ambienti percorsi e vissuti contemporaneamente. Esemplifico: mia figlia che ha 11 anni, un blog e partecipa a dei siti social per ragazzi, vive la dimensione-in-rete, sperimentando tutte le situazioni di conflitto e/o gioco e/o creatività e/o difficioltà di comprensione o ambientazione che incontra – ma al tempo stesso ne parla con le sue amiche al telefono… oppure si mettono in 3/4 davanti allo stesso pc e condividono assieme l’esperienza virtuale, scambiandosi le password dei loro account e rielaborando in discorsi tra di loro tutto quello che “succede loro” in rete)

  9. @Maddalena, torno al testo citato e verifico :)

  10. Melba scrive:

    La definizione serve ad illustrare il concetto. Nel termine Net generation io vedo qualcosa di più ampio di ciò che vi è incluso per definizione. Se mi nominate un tavolo, immagino un tavolo con (di default) 4 gambe e un piano, non immagino un tavolo come oggetto nato dopo il tot-esimo secolo.

    Quello di ‘competenze digitali’ è un termine interessante che mi trova piuttosto d’accordo.
    Ma come può una definizione così restrittiva (non tutti abbiamo la capacità critica nel valutare dati e informazioni o abilità nel problem solving) entrare a far parte di un concetto ampio come la Net generation? non entrerebbe nemmeno in quella di Nativi digitali per la verità.

    In qualche recente studio citato da Rosamaria, se non ricordo male, emergeva che molti dei giovani di oggi usano solo alcune delle tecnologie disponibili e sempre le stesse.
    Che competenze digitali possono mai acquisire nell’uso abitudinario degli stessi mezzi?

  11. Giorgio Jannis scrive:

    C’è una generazione che si è presa tra capo e collo, nei suoi quindici anni, l’apparizione esplosiva delle tv private e del pc, nel 1980. La cultura e la socialità sono di colpo diventate molto più digitali e mediatiche, si è passati al postindustriale della miniaturizzazione, dell’invisibile, dell’informazione, fino all’apparire del web, quale forma finalmente visibile delle relazioni umane e degli oggetti culturali/memi da sempre pensati raffigurati narrati nella cultura umana.

    La scrittura, le copisterie di manoscritti, la stampa, le biblioteche, il sistema editoriale dei quotidiani dal ‘700, il cinema e la radio e la tv, sono solo approssimazioni verso la futura epoca della Società digitale, dove tutto lo scibile e tutti i nostri flussi di lifestreaming in tempo reale saranno permanentemente disponibili al feedback di mille contatti sociali.

    Il calderone delle civiltà, la semiosfera tutta ribollirà molto più velocemente, perché sotto brucia la fiamma della Rete, che permette scambi molto più rapidi ed efficienti (multimediali e molti-a-molti) tra i soggetti e moltiplica la stessa velocità con cui nominiamo il mondo, e infatti ci troviamo in epoche di progresso esponenziale, e solo dieci anni fa la maggior parte di noi era appena entrata in possesso di un cellulare e di un pc connesso – strumenti di abitanza digitali, e questa discussione su Ibridamenti sarebbe sembrata almeno esoterica.

    Quelli con più di quarant’anni, dinanzi al Diluvio, si sono apprestati a costruire l’Arca digitale, per traghettare cose e persone, la cultura tutta, nella nuova Epoca. I contenitori dello scibile (1.0) e della socialità (2.0). Hanno esplorato senza mappe, dapprima cercando di riproporre il noto anche nei nuovi Luoghi web, e poi scoprendo le peculiarità delle grammatiche del nuovo media, nuove ecologie.
    Ibridamenti stessa è un arca, come contenitore di pensieri meta- che provano a costruire conoscenza condivisa riguardo quest’epoca di passaggio, e quindi ibrida, tra Cultura gutemberghiana e Cultura digitale.

    All’arrivo del web serio a metà Novanta, nell’entrare nel mondo del lavoro, gli allora venticinquenni trovavano una novità da coltivare perché presenta notevoli vantaggi pratici, e possiede una sua etica di fondo (reti paritetiche e aperte, usenet-galateo, gpl-gnu-opensource, copyleft, etc.) che si rivela l’unica sensata per costruire questo mondo-specchio che è il web, dentro cui andiamo perfino ad abitare.

    Poi sono arrivati quelli che sono nati dentro società caratterizzate da flussi mediatici continui, ventiquattr’ore al giorno.
    Il mondo sarà loro. Noi verremo studiati, da qualche facoltà universitaria nel 2045, come i traghettatori, questa stessa discussione che qui stiamo intessendo verrà ripescata da un server dimenticato (molto Gibson, qui) e agli occhi di un ricercatore costituirà una fonte preziosa per sapere come tra mille voci diverse abbia preso forma il suo presente.
    Per trials & errors, stiamo storicamente costruendo la società del futuro.

    Conseguenze: la misurazione delle competenze digitali, in ottica di formazione alla cittadinanza digitale, va compiuta in quinta elementare, per avere garanzie di una certa comprensione del fenomeno dentro le teste dei ragazzini e delle ragazzine delle medie, anche in chiave critica e consapevole delle implicazioni sociali.
    Poi per tutte le medie sarebbero da approfondire grammatiche dell’espressività personale, testo audio musicale grafico video e luoghi di pubblicazione, dimodoché al raggiungimento della maggior età tutti e ciascuno siano in grado di sintonizzarsi al mondo, sapendo come procurarsi informazioni e come partecipare alla pubblica opinione.

  12. Rispondo alla domanda di Maddalena.

    Mi sono presa un po’ di tempo e ho riletto alcune parti del testo citato.

    Diana Oblinger e James Oblinger sono i curatori dell’opera; nell’introduzione affermano che il loro è un testo destinato principalmente agli educatori che hanno a che fare con la “net generation”.

    Anche la suddivisione delle generazioni che viene fatta è interessante, la riporto:

    _Baby Boomer nati dal 1946 al 1964
    _ X Generation: nati dal 1965 al 1980
    _Net Generation: nati dal 1981

    Ho tradotto velocemente alcune parti del testo introduttivo e, da queste, mi sembra chiaro che la “Net Generation” è già in possesso di quelle competenze digitali di cui ci chiedevamo sopra.

    è stato grazie ai nostri figli che abbiamo potuto acquisire conoscenze tecnologiche. Persino il nostro figlio meno incline alla tecnologia, ci potrebbe insegnare molte cose su come gestire grafici e immagini. Possiede una “digital literacy” di gran lunga superiore alla nostra. Abbiamo sentito parlare i nostri figli di apprendimento esperienziale. Ognuno dei ragazzi ha riferito del fatto che c’è bisogno di fare esperienza per apprendere. All’inizio credevamo che questa loro convinzione fosse dovuta a tutte quelle ore passate a giocare con il LEGO quando erano più piccoli. Ore crediamo che si tratti di qualcosa di molto più significativo. Grazie a loro abbiamo potuto capire molte cose. Ciò che credevamo fosse frutto dell’impazienza è, al contrario, ciò che loro considerano immediatezza-le risposte che ci si aspetta devono essere veloci. La lista potrebbe continuare e continuare […]
    Se la “Net Generation” tiene in gran considerazione il valore dell’apprendimento esperienziale, il lavoro di squadra, e i network sociali, quali saranno le implicazioni per l’apprendimento e, in generale, per l’ambiente di apprendimento? […]
    Dal momento che questa è un’area di esplorazione attiva, abbiamo scelto di rendere i nostri pensieri disponibili in formato elettronico e non soltanto cartaceo.
    Nel sito web ci sono ulteriori esempi, video e materiali che arricchiscono il testo. Vi preghiamo di condividere con noi la vostra opinione al riguardo.

    Il sito web citato: http://www.educause.edu/educatingthenetgen/5989

  13. grazie Giuliana.
    Appena ho un sec seguo di sicuro il link per vedere il tutto. Direi allora che si tratterà di tener presente questo scarto e comunque di tener presente questo interrogativo:

    La net-generation possiede già competenze digitali tali da rendere obsoleti ambienti di apprendimento che non siano fortementi segnati dalle caratteristiche del web 2.0.?

  14. Tito Sartori scrive:

    Lascio un graffio. Lavorando molto nelle scuole e vedendo migliaia di studenti, mi sono accorto di un dato che ancora non posso quantificare ma che mi pare comunque rilevante. Una buona parte degli studenti che vanno dai 15 ai 19 anni non sanno cos’è il web 2.0, non ne usano le risorse, non amano internet e tantomeno i computer; anzi, quasi con una presa di posizione, dicono di non voler avere nulla a che fare con i cpu. Avanzo l’ipotesi che questa fetta di popolazione rifletta in parte un certo atteggiamento antagonista ereditato da generazioni meno giovani e in parte la noia di alcuni corsi di informatica che si concentrano sulle nozioni tecniche inutili anziché sulle potenzialità degli strumenti. Sarebbe bello però avere qualche dato quantitativo alla mano…

  15. cristianmazz scrive:

    ciao, sono assolutamente d’accordo con te melba, beh si certo se dividiamo per fascia di età forse otteniamo delle risposte chiare.
    Ma a parer mio considero la questione in una visione complessiva ancora come Network Society, in cui i questo frangente collochiamo knowledg society ecc.

  16. Melba scrive:

    Per rispondere a Tito è interessante la sua osservazione diretta, ma è in contraddizione con i dati ISTAT per il 2007 che invece evidenziano come proprio quella classe di età, tra i 15 e i 19 anni siano utenti di internet (ben l’80%!!).

    Per cristianmazz..si ok la divisione per fasce di età può forse farsi capire nel parlare di Netgeneration, X generation, ecc. Ma penso che crei anche un bel po’ di confusione quando si esagera.

    • Alzata scrive:

      concordo con Tito

      sono una bibliotecaria scolastica, ormai vecchietta, che frequenta i social network da almeno 5 anni dai forum, my space, a second life e facebook, aNobii.
      ci lavoro, mi aggiorno, molto mi diverto.
      mi occupo di didattica della biblioteca con adolesscenti.

      la mia esperienza (è quella con studenti di un istituto tecnico commerciale di una grande città) è analoga a quella di Tito

      Non mi stupisco tanto del fatto che non si entusiasmino all’idea che io proponga di pubblicare su youtube o sul sito della bibloteca quello che fanno o che mon abbiano voluto pubblicare on line il giornalino scolastico,
      mi stupisce scoprire la loro ignoranza nell’uso della mail, o della pubblicazione in un forum.

      usano molto la connessione per la chat, che ha soppiantato la mail, scaricano con grande abilità film e musica e una quantità di informazioni, senza grande sapienza e consapevolezza.

      nel tentativo di insegnare loro un po’ di information litercy, facciamo, a volte delle gare, chi trova prima una informazione. vinco sempre io, che poi non sono una lippa.

      andrò a vedere i dati istat, per verificare che cosa intendono con “utenti di internet

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