Attendevo “Lo schizofrenico della famiglia” di Pietro Barbetta con una certa curiosità, per almeno tre ragioni.
La prima ragione è che da anni Pietro illustrava le idee e raccontava le storie cliniche che ora sono raccolte nel volume. Credo infatti che fra i suoi libri questo sia stato quello che più ha dovuto lottare per arrivare negli scaffali: per via, dice l’autore, di una “tendenza del mercato psi a non parlare di schizofrenia se non in relazione al trend che va di moda: neurotrasmettitori e cervella“. Tributiamo dunque una gioiosa ola all’editore Meltemi, cui va dato atto di averlo voluto nel proprio catalogo.
In un affollato seminario a Milano nel 2007, ad esempio, Barbetta accese il dibattito con la sua idea che la schizofrenia stesse conoscendo una specie di mutazione, dai floridi deliri a cui ci aveva abituati fino a qualche anno fa al minimalismo catatonico dei “sintomi negativi”, che sono il prodotto dei nuovi neurolettici atipici.
Terapeuta familiare nel solco del pensiero sistemico e della complessità, discendente del “Milan Approach” di Luigi Boscolo e Gianfranco Cecchin, Pietro Barbetta ha una sua tendenza a guardare quello che non è così ovvio ma che pure è rilevante: come per esempio il contesto, quello sfondo trascurato che fa parte del “rimosso” dell’“inconscio psichiatrico”.
Detta così pare quasi un’ovvietà; eppure, se è banale dire che nella nostra cultura un raffreddore non è quello di duecento anni fa – perché ad un certo punto della sua storia clinica oggi entra “naturalmente” l’acido acetilsalicilico con i suoi effetti chimici -, non riusciamo a trovare altrettanto evidente che la storia clinica di un caso di schizofrenia non possa prescindere dalla psichiatria e dai suoi effetti chimico relazionali. Rimozione, dice Barbetta, che era ancora più massiccia prima di Bateson, Deleuze e Foucault: come risultato, l’unica spiegazione vera della malattia mentale era quella di tipo medico, individuale, a-contestuale.
Dicevo di tre ragioni per le quali attendevo “Lo schizofrenico”: la seconda è che confidavo che mi chiarisse la direzione che sta prendendo il pensiero di Barbetta sulla diagnosi. Sapevo che da anni stava lavorando sui temi delle categorie diagnostiche (uno dei suoi libri precendenti è il denso “Anoressia e isteria”), e conoscendolo come un esponente di una scuola di pensiero che alla bussola sicura della diagnosi preferisce le vicissitudini dell’ipotizzazione continua, qualcosa del suo percorso continuava a restarmi misteriosa.
Ora vi dico come l’ho capita io.
Una delle “vacche sacre” della psicoterapia (recupero una felice espressione di Lynn Hoffman) è l’idea che non si possa fare un’adeguata terapia senza partire da una diagnosi puntuale. Non voglio insistere sul fatto che questa premessa ricalca pari pari la premessa medica trasportandola meccanicamente (e incautamente) in un altro territorio: ma sul fatto che, nella cura psicologica, questo è uno dei miti più proclamati e insieme più contraddetti (inconsapevolmente, perché poi nella pratica clinica c’è sempre molto di più di quello che ci raccontiamo; oppure deliberatamente, nella separata sede delle conversazioni fra professionisti e nella corrispondenza in mailing list private).
La differenza fra il pensare alla diagnosi come una punteggiatura che contribuisce a costruire la cultura che l’ha generata e il pensarla come conoscenza “esatta” della realtà, ha a che fare con la rimozione del contesto e dell’osservatore.
Nei casi raccontati qui, la diagnosi non è più la necessaria preconoscenza a partire dalla quale inizia il dialogo terapeutico: non sta prima e a monte di quello, ma nella sua cornice. Come nella “Galleria di stampe” di Escher, il contesto entra nella storia e la storia fa da contesto al contesto. Il paziente psichiatrico, conversando col terapeuta sulla diagnosi, ritorna individuo, persona, anziché malato. Partecipa a un salto logico: se lui non è più “dentro” la diagnosi, ma è la diagnosi che sta “dentro” la sua conversazione col terapeuta, non è la patologia che lo governa, ma è lui che la governa dicendola, parlandone, condividendo con i professionisti della salute una competenza e una moral agency.
E la terza ragione? La terza è che Pietro è un irresistibile narratore di storie cliniche. Scommetto che le vicende di Giacobbe, di Gianmaria, di Matteo e Giulietta si avvieranno a diventare piccoli classici della letteratura psicoterapeutica, di quelle storie che illuminano la ricerca di una via pragmatica e clinicamente credibile fra la Scilla dell’universo concentrazionario psichiatrico e la Cariddi del riduzionismo sociologico antipsichiatrico.



















massimo, tre volte grazie
Per la scelta del libro, per l’argomento trattato e per la tua capacità di farci avvicinare al testo.
Trovo interessante questo modo di costruzione della diagnosi, che viene condivisa, se non ho capito male, con il paziente, viene in qualche modo negoziata e contestualizzata all’interno della relazione… diventa “a doppia firma”…
Grazie Massimo! La recensione mi serve molto – come quella di Mario Galzigna al mio “Figure della relazione”, l’intervento di Marcelo Pakman durante la presentazione del mio libro “Anoressia e isteria” o gli interventi di Massimo Recalcati e Daniele Giglioli durante la presentazione di “Figure della relazione” alla libreria Utopia di Milano – mi illumina su quel che ho scritto. Nel mio caso, non è vero che l’autore sa quel che ha scritto. L’autore è abitato da ciò che un suo libro racconta e descrive. Il suo autore “vero” è il lettore nel momento della lettura. Derrida diceva durante una conferenza pubblicata con il titolo “L’orecchio dell’altro”: se chi mi sta leggendo ora è una donna, allora io, in questo preciso momento sono una donna. Che bello questo inconscio, tipicamente batesoniano!
Bisogna distinguere, insomma, una schizofrenia clinica dalla schizofrenia come processo?
Dunque è l’ethos del trascendimento di De Martino, quel processo che crea e garantisce l’inter-soggettività preservando l’umano dalla caduta verso il cosmo meccanico delle cose spossessandolo del corpo e del pensiero. D’altro canto, si può reagire alla natura che diventa d’un tratto minacciosa nella sua vicinanza e inconoscibilità, con progetti teatrali o ipertestuali intesi come reintegrazione culturale e comunicazionale. Bisogna porsi nella metafrattura schizofrenica dell’uomo e della natura, che non sono più una medesima realtà, si pongono l’uno di fronte all’altra, separati artificialmente in soggetto e oggetto, causa ed effetto, medico e paziente. Quindi è fondamentale ricreare la comunione medico\paziente per permettere quella corpo\mente dello schizofrenico, lettore-autore e leggere il linguaggio dello schizofrenico partendo dal presupposto che l’ascolto sia una ‘pratica performativa’ a tutti gli effetti basata su un processo costruttivo che alterna il fare, l’osservare e il ri-fare. Ascoltare il linguaggio dello schizofrenico ci colloca in un ambito di ascolto transmentale e attivo, in cui l’osservatore-ascoltatore partecipa del contesto metaindividuale del paziente? Quindi più che al contenuto bisognerebbe dare peso al com-tenuto. Ma in questo senso ha significato anche il non-detto, come punteggiatura sospensiva e metaforica di un senso che sfugge alla razionalità e per questo più importante per la comprensione del sentire. Quindi al pensiero precostituito delle etichette diagnostiche (DSM IV), l’ascolto dovrebbe avvalersi di un sentire dell’atto del sentire, di un sentiero, complementare e opposto al pensiero.
“L’autore è abitato da ciò che un suo libro racconta e descrive. Il suo autore “vero” è il lettore nel momento della lettura. ”
Rilancio questo spunto di Pietro Barbetta perché in questo momento mi sembra la sintesi… di quanto stiamo scrivendo collettivamente su tutte le finestre di Ibridamenti.
[...] Attendevo “Lo schizofrenico della famiglia” di Pietro Barbetta con una certa curiosità, per almeno tre ragioni. La prima ragione è che… [continua su Ibridamenti la lettura della mia recensione] [...]
…e io raccolgo.
Mi colpisce il fatto che ci sia – batesonianamente – una struttura che connette, in questo discorso.
1) Un paziente porta al terapeuta il suo testo, la storia di un dolore, un delirio, al limite una “insalata di parole”. Di fronte a lui il terapeuta – col suo corredo di lenti e teorie – ascolta e collabora alla costruzione di un senso.
2) Un terapeuta porta al suo paziente la sua insalata di teorie, il suo sistema diagnostico (il suo DSM IV riveduto, o il suo DSM V carpiato), le sue lenti di osservazione della realtà. Di fronte a lui, il paziente ascolta e dà sostanza, “polpa” alle teorie e alle diagnosi con la sua storia e i suoi sintomi.
3) Un autore di libri scrive delle storie, mette sulla carta alcune idee maturate nell’arco di anni di esperienza professionale e di confronto con i colleghi; di fronte a lui il lettore, attraverso le proprie lenti/premesse, fa proprie quelle storie e ne arricchisce il senso, tanto che l’autore gli dice “adesso ho capito cosa volevo dire!”
4) Un tizio (un terapeuta, incidentalmente) ha alcune idee sulla terapia, su Barbetta, sulla schizofrenia e sulla relazione terapeutica. Recensisce il suo libro e questo, con la copertina bianca e tante storie dentro, interroga quelle sue premesse, le contamina e le rende più complesse, magari a volte le modifica.
5) Una compagnia di originali si racconta tutto questo sulla pagina di un blog, dove la voce di uno si affianca a quella dell’altro e la conoscenza che si costruisce è per differenza, processuale, polifonica.
Com’è ipertestuale, la vita.
gran bel commento massimo.
Mi piacerebbe che tu ogni tanto guardassi Ibridamenti, dall’alto… un colpo d’occhio sulla home page, su tutte le finestre, con i loro titoli e i loro articoli…
e in qualche modo li connettessi, li mettessi in connessione.
come un lettore è capace di abitare un libro e “scrivere” il libro dell’autore, così un lettore forse può rintracciare il filo di un pensare collettivo …
grazieeee
non so nulla degli argomenti che qui si tratteranno e ne sono sempre stata lontana perchè astrusi, e in massima parte pe me faticosi
ho letto questo post e sono arrivata in fondo di corsa e mi sembra di aver capito, certo non tutto ma un’idea me la sono fatta!!
quanto hai scritto e che anche Mad riporta
“L’autore è abitato da ciò che un suo libro racconta e descrive. Il suo autore “vero” è il lettore nel momento della lettura. ”
è molto simile a quanto dice Emily Dickinson riferito alla poesia,
grazie
@ mad
grazie!
wow, bella proposta! devo capire come declinarla… magari mi dai una mano anche tu a capire
@ chicca
È che forse stiamo parlando di qualcosa che riguarda trasversalmente terapia, arte e chissà quante altre attività umane. Nel libro di Pietro, accanto a Bateson, Foucault, Deleuze, Nelson Goodman, ci trovi Dostoevskij, i graffitari, i Blues Brothers…
@ massimo
io sto seguendo quello che hai scritto tu
1) Un paziente porta al terapeuta il suo testo, il terapeuta ascolta e collabora alla costruzione di un senso.
2) Un terapeuta porta al suo paziente la sua insalata di teorie,il paziente ascolta e dà sostanza, “polpa” alle teorie e alle diagnosi con la sua storia e i suoi sintomi.
3) Un autore di libri scrive delle storie, il lettore, fa proprie quelle storie e ne arricchisce il senso, tanto che l’autore gli dice “adesso ho capito cosa volevo dire!”
Ho solo aggiunto un punto 4) ai tuoi:
4) Il testo è quello scritto collettivamente su Ibridamenti. Guarda la home page di oggi, da “0 centesimi”, in alto a sinistra fino a “ancora le tecnologie didattiche” in basso a destra. (Osservando anche solo i titoli degli articoli di oggi – che saranno diversi da quelli della prossima settimana – puoi seguire lo svolgersi di un testo che stiamo scrivendo collettivamente)
Tu sei lettore e autore al tempo stesso. Mettiti in ascolto, trova il modo di ritesse le storie che leggi qui, di intuirne le connessioni, e di arricchirne il senso, finché non arrivi a dire “adesso ho capito cosa volevamo dire!”
detta altrimenti:
“L’autore è abitato da ciò che un suo libro racconta e descrive. Il suo autore “vero” è il lettore nel momento della lettura. ”
ok, mi piace!
Mi fa così piacere vedere come crescano le connessioni e le possibilità di pensiero. Mentre discutete su come osservare l’organismo blog e il suo modo di vivere e cresce e mentre io osservo le vostre osservazioni, mi ritrovo immerso in un gioco infinito di specchi che scompone identità e idee, riscrivendo storie passate e copioni futuri. Molto divertente. Mentre tutto ciò avviene, capisco che ciò di cui parliamo lo siamo pure (inter-)agendo realmente (questo “realmente” appare ora così scomodo e pesante!); al tempo stesso, le nostre descrizioni, che si accavallano a livelli sempre più meta- o sempre più profondi, si riverberano nei processi di co-costruzione del reale. Vado a mangiare una pizza e ci ripenso, cercando di chiarire qualche pensiero! P.S.: al di là della mia confusione, vorrei rimanesse le emozioni positive che ho provato leggendo e scrivendo!
Tito come ti capisco
A livello intuitivo è chiaro il tutto: è come dici tu “un gioco infinito di specchi”, un meta-meta discorso su un organismo vivente, un “pensare in rete”, un essere autori-lettori…
Si tratta pian piano di formalizzare queste intuizioni e di trovare un linguaggio “ibrido” che le supporti. Sì: una bella sfida!
Avevo fatto tutta una bella sbrodolata su Emily Dickinson riferendomi alle belle parole di chiccama, ma era tardi, ero stanco e devo avere toccato il tasto sbagliato, fatto sta che il computer si è offeso ed è sparito tutto. Ma la sostanza era: come mai io da “Pain – has an element of blank” (verso della Dickinson, la massima poesia viene da lei) ho capito “Pena – ha un elemento di bianco”, mentre la traduttrice ha scritto “C’è del vuoto nel dolore”. Che bella questa differenza tra significante e significato, no chiccama?
Beh, volevo segnalarvi anche la bella recensione di Michela Carrara su
http://www.eumagazine.it/index.php?option=com_content&task=view&id=64895&Itemid=106
Pietro
@ 14 Pietro Barbetta
Emily Dickinson è il mio massimo piacere in poesia, probabilmente perchè così lontana e diversa da me, ho di lei un verso “I cannot dance upon my toes…” che sento mio, assolutamente mio e che è diventato immagine di me spesso, dove significante e significato quasi si fondono su quelle punte a cui mai io arriverò…ma…
detto questo , il verso che tu citi (ho tradotto a mio significante molte poesie di Emily) sarebbe ben bello poterlo sviscerare nelle sue molteplici possibilità di traduzione … e di significati…
sìì bella la differenza eccome!!
ho l’impressione che lo leggerò questo schizzofrenico…
@ Mad Da un lato bisogna partire dalle pratiche e co-costruire un linguaggio che nasca dal basso, dall’altro questo stesso linguaggio può avvalersi di un dialogo meta, in stile sistemico. Io qualcosa ho provato a fare ultimamente. Ma credo che la cosa migliore sia il confronto di più voci. C’è bisogno di intersoggettivare per rendere reale… (parlerò con Massimo G. per questo, che ne pensi?)
si quelli sono gli step
1) pratiche di rete
2) sperimentazione di percorsi di osservazione e auto-osservazione
4)co-genrazione di un linguaggio condiviso
5) interazioni e meta-discorso sulle interazioni
Massimo G. è una garanzia
e mi fa paicere che su Ibridamenti si possa lavorare a questa idea…
Il fatto è che la co-generazione di un linguaggio condiviso deve nascere sotto il segno dell’impertinenza, del rischio, del vaneggio, della poesia, tentando di decostruire quelle categorie interpretative sorte in seno a vecchi modelli di pensiero e interazione, che rischiano, perpetuandosi nei discorsi, di imprigionare una realtà nascente attraverso stereotipi e affermazioni stereotipiche. Bisogna pensare oltre, pur partendo dal basso.
[...] http://www.ibridamenti.com/recensioni/saggistica/2008/10/lo-schizofrenico-della-famiglia-e-linconsci... [...]
[...] basta fare un giro sul sito dell’editrice. Di recente ho parlato su questo blog (e su Ibridamenti) di “Lo schizofrenico della famiglia” di Pietro Barbetta, ma se penso al catalogo [...]
Domani giovedì 19 febbraio lo presento a Milano, poi il 21 marzo a Oggiono, e il 9 maggio (la data non è ancora certa) a Roma. Oggiono certo la conscete tutti, se volete indicazioni sulle altre due città minori, fatemi sapere.
Pietro
[...] di Bergamo e al Centro Milanese di Terapia della Famiglia, riprendiamo il discorso fatto qui? Nel tuo ultimo libro “Il linguaggi dell’isteria” tu dici che la psicopatologia [...]
[...] di Pietro Barbetta con una certa curiosità, per almeno tre ragioni. La prima ragione è che… [continua su Ibridamenti la lettura della mia recensione] Questa voce è stata pubblicata in Pagine e contrassegnata con cura, Ibridamenti, Pietro [...]