
Titolo: Emigranti digitali. Origini e futuro della società dell’informazione dal 3000 a.C. al 2025 d.C.
Autore: Gianpiero Lotito
Edizione: Bruno Mondadori, 2008
Collana: Comunicare
Costo: 12,50 euro
Nel blog da cui provengo, mi sono per caso imbattuta in un libro il cui titolo mi ha subito incuriosito. I commenti dell’autore, Gianpiero Lotito, mi hanno poi convinto a leggerlo. Il libro è quello che vedete in foto qui sopra, fresco fresco di stampa.
Ma chi sono gli Emigranti digitali?
Nel 2001 in un articolo dal titolo Digital Natives, Digital Immigrants Marc Prensky, esperto di tecnologie digitali, introduce il termine Immigranti digitali in aggiunta a quello di Nativi digitali usato già da altri per indicare la generazione nata dopo l’avvento di tecnologie come il pc, internet e il cellulare. Se nel significato comune, immigranti sono quelle persone che si stabiliscono in un nuovo paese, allo stesso modo gli Immigranti digitali di Prensky sono coloro che hanno costruito le nuove tecnologie o vi si sono trovati nel mezzo già da adulti.
Gianpiero Lotito ha voluto ampliare ulteriormente questa distinzione aggiungendo il termine Emigranti digitali con un significato più sottile e distinto da quello di Immigranti digitali. Lo spunto è originato dalla grande migrazione del XIX secolo in cui molti Europei sono emigrati in America alla ricerca di nuove ricchezze.
Emigrante è dunque colui che lascia il proprio paese per andare a vivere in un altro (Cambridge Learner’s Dictionary), così per Lotito siamo tutti Emigranti digitali noi che abbiamo costruito le nuove tecnologie o vi siamo attivamente e spontaneamente entrati facendole evolvere. Mentre gli Immigranti digitali sono coloro che, sempre nati prima delle nuove tecnologie, le utilizzano perché vi sono costretti.
Io direi proprio di essere emigrante a tutti gli effetti. La mia generazione è fatta di emigranti, immigranti e ignoranti digitali. Probabilmente l’ultima categoria è quella più abbondante..
Non posso dire di aver visto la nascita di internet, ma sicuramente l’ho visto crescere e in 10 anni è cambiato tantissimo. Non invidio i Nativi. Loro si sono trovati già le cose fatte, così forse sapranno usare benissimo un cellulare e giocano con il mouse nella culla, ma non sono capaci di vederli veramente come li vediamo noi che prima non li avevamo.
Voi cosa siete?


















“Per chi voglia partecipare alla discussione sul volume di Gianpiero Lotito, riporto gli interventi che, oltre a quello già linkato da Barbara su Ibrid@menti, l’autore ha lasciato sul nostro blog (l’elenco degli argomenti segue un ordine esclusivamente cronologico)”.
Non conosco il libro di Lotito. Vado subito al punto: la metafora dell’emigrazione significa abbandonare un luogo, quello delle proprie radici e essere trasportati in un “mondo nuovo” (dall’Europa all’America). Vuol dire che alla mattina mi alzo e non vedo più quello che mi circondava prima. Il paesaggio che mi circonda è fisicamente “altro” rispetto al precedente. E c’è un “oceano” di distanza “fisica” dal “vecchio mondo”.
Ecco è un metafora che mi sta un pò “stretta” se penso di non essere certo “nativa” rispetto al digitale, ma non mi sento nemmeno emigrante. Io leggo una continuità forte tra la mia cultura di non nativa e la cultura digitale. Non credo insomma che la distanza che mi separa da mia figlia, lei sì nativa digitale, sia “oceanica” né quella che mi separa da mia madre, che non ha mai aperto un pc, sia altrettanto “oceanica”.
Ma prometto che ci penso con più calma…
Se posso permettermi di intervenire, mi sembra utile l’osservazione di Maddalena per rafforzare un concetto. L’emigrante in questo caso è “digitale”. Nulla di fisico si modifica (per fortuna): distanze, rapporti con il proprio ambiente e con la famiglia ecc. E tantomeno si modificano i rapporti personali o culturali (però solo all’interno del proprio “ambiente”. La comunicazione con l’esterno è cambiata totalmente). Cambia in modo estremo il rapporto con il mondo “non fisico”, dove sta avvenendo la migrazione, cominciata circa venti anni fa a livello di massa. Chi lavorava già a metà degli anni ottanta (e anche dopo…) comunicava con il fax per essere più veloce possibile. E doveva cercare la cabina del telefono più vicina per telefonare se non era in casa o in ufficio. E via discorrendo. La distanza vera è nella comprensione di quello che sta accadendo. Il libro comincia con una frase di mia madre: “A me piacciono le cose che lasciano un segno. Per questo i computer non li capisco e non mi piacciono”. Non lasciano un segno (fisico) e quindi non li capisco. E’ questa la “distanza oceanica” con le generazioni precedenti. Nessun altra. Sui nativi il discorso è un altro, ma non voglio rubare adesso troppo spazio. Magari ci torno più avanti.
Giampiero mi ha battuta sul tempo, ma vi invio ugualmente il mio modesto parere sull’argomento.
Vedi, Maddalena, a me l’immagine dell’emigrante sembra efficace, anzi credo che probabilmente riesce a dare proprio quella connotazione positiva che io, difendendo la mia categoria, intendo darle.
In fondo l’emigrante, entrando nel nuovo mondo, porta con sé le tradizioni, le esperienze, i ricordi, gli affetti della sua terra e si fa traît d’union con questa, attraverso l’invio di lettere, messaggi, notizie, regali, coi quali aggiorna i suoi conterranei selle novità che il nuovo mondo offre; in questo modo l’emigrante diventa addirittura il protagonista principale di quella globalizzazione che solo in un secondo tempo avverrà grazie alle nuove tecnologie.
Tu certo non sei tanto diversa da tua madre né da tua figlia: vi legano radici comuni, una educazione che, tramandandosi, ha subito il necessario mutamento dei tempi, pur mantenendosi costante nelle linee essenziali; eppure non si può dire che, almeno esteriormente (ma siamo sicuri che nella sostanza non sia la stessa cosa?) l’atteggiamento di tua figlia nei confronti del mondo sia identico a quello che aveva tua madre alla sua età. C’è stata una inevitabile evoluzione e tu le hai permesso, attraverso la tua mediazione, di non essere oggi una disadattata.
In fondo noi oggi, proprio come gli emigranti dei tempi andati, riusciamo ad usare i nuovi mezzi con una consapevolezza diversa dai “nativi digitali” che, dandoli per scontati, probabilmente non ne sanno apprezzare i pregi reali, né riescono a piegarli ad un uso che solo chi li ha visti nascere riesce a sperimentare.
E’ quanto dimostrano le ultime ricerche sul rapporto tra i giovani e il web ed io stessa noto, tra noi e i nativi digitali, delle differenze sostanziali nell’uso della rete; non trovi anche tu che, in effetti, sia diverso, tra noi e loro, l’approccio alle nuove tecnologie?
E dev’essere realmente così se oggi si sente l’esigenza di insegnare ai nativi digitali un uso più corretto e proficuo delle nuove tecnologie.
Gianpiero è molto utile il tuo intervento e sei più che benvenuto, ritieniti pure a casa tua
Credo che la questione che poni sia di grande importanza, sia fondativa rispetto a tutto quello di cui si sta discutendo su Ibridamenti, perciò ti rilancio delle questioni perché vorrei capire meglio.
Qual è il confine che poni tra “fisico” e “virtuale”?
Di quale segno stiamo parlando?
Cosa vuol dire “lasciare un segno” nell’espressione che usa tua madre?
@ Rosamaria,
scusami, scrivevo il mio commento mentre tu scrivevi il tuo e ti leggo solo ora…
Molto interessanti le tue puntualizzazioni soprattutto sulla consapevolezza, certo. Chi “vive” le fasi di apssaggio tra una tecnologia e l’altra è testimone del cambiamento più di chi non vive la fase del passaggio.
Se ripassi, potresti ampliare meglio questo tuo passaggio?
“E dev’essere realmente così se oggi si sente l’esigenza di insegnare ai nativi digitali un uso più corretto e proficuo delle nuove tecnologie.”
Certo, Maddalena, eccomi qua.
Riguardo all’approccio dei giovani alle nuove tecnologie, nel commento linkato sul mio precedente intervento dicevo: “Per i nativi digitali, invece, il discorso è diverso. Per loro la rete è [...] il mezzo che permette di ottenere tutto col minimo sforzo. Così comprano, vendono, leggono, traducono, riassumono, ma, puntando al risparmio del tempo e delle energie e non potendo contare su solide basi culturali, ottengono spesso risultati disastrosi. Avete mai provato, come fanno spesso spesso i nostri ragazzi, a riassumere un brano con la funzione automatica di Word? E’ allucinante! Lo stesso dicasi per la traduzione automatica, utile a capire il senso di un documento, ma poco adatta ad una versione corretta e lineare dello stesso. [...] Ed è questo il pericolo più grande a mio avviso: non usare la rete ma essere la rete. [...] I nativi no, hanno imparato a digitare (ancor) prima di riuscire a tenere in mano una penna, a registrare prima ancora che a prendere appunti, ad ascoltare prima che a leggere (la rete permette anche questo, perchè non approfittarne?). [...] Oggi i libri rappresentano una “inutile” zavorra che appesantisce gli zaini: [...] molto meglio usare l’i-pod, leggero, maneggevole, poco ingombrante, e scaricare podcoast istruttivi, e-book, musica, giochi, immagini, da ascoltare, vedere, fare, mentre si è a scuola, con amici, in metropolitana; poco male se l’incomunicabilità aumenta, il linguaggio si impoverisce, i rapporti si inaridiscono…”
Mi pare evidente che, stando così le cose, si debba intervenire tempestivamente per rieducare ad un uso più corretto della rete. E’ quanto evidenziano, per esempio, la vostra Maddalena Mapelli, che auspica “la costruzione nelle nuove generazioni, ma non solo, di una cittadinanza digitale capace di utilizzare il web in modo consapevole”, e Mario Agati, che si chiede: “Non sarà il caso che i non nativi digitali insegnino ai nativi digitali cosa vuol dire essere nativi digitali?”.
sì, Rosamaria, io preferisco che sia un nativo digitale a insegnarmi delle cose. Partire dalle sue pratiche, cercare di capirle, di farle mie, e con quegli strumenti e attraverso quegli strumenti, iniziare un dialogo proficuo e per forza di cose più “orizzontale” rispetto a quello cui siamo normalmente abituati.
E che forse ci sono delle vie di mezzo più percorribili…
In questo credo di avere molto da imparare, e pochissimo da insegnare. Anzi credo non si possa proprio parlare di “insegnare”, si tratta forse di accettare una sfida più complessa: abitare negli stessi nuovi “territori”, reiventandosi le modalità di interagire, di collaborare e di creare insieme.
E’ assieme ai nativi che cresce la mia consapevolezza di abitare i nuovi territori: nelle interazioni con loro, attraverso i loro strumenti e le loro pratiche. Altrimenti sto solo, ancora una volta, cercando di non farmi carico delle innovazioni, del lato cioè positivo e creativo che c’è in ogni nuova frontiera che si abbatte (sia essa un nuovo strumento per prendere appunti e/o un nuovo modo per “costruire” la propria tesi di laurea).
Ma so anche che è un pensiero un pò “estremo”
No, Maddalena, al contrario indichi non solo una delle vie percorribili, bensì proprio la più efficace, sebbene quella più impegnativa, ossia quella che, partendo dalla comunità di pratica, permette tanto la crescita del discente, quanto quella del tutor/docente, attraverso la co-costruzione di una conoscenza situata condivisa.
E’ quanto ho avuto modo di evidenziare in un mio commento , di cui ti riporto i brani che mi sembrano più attinenti alla tua osservazione:
Oggi mi sono imbattuta in una copia di Knowing Knowledge (www.knowingknowledge.com), nel quale ho letto che Diana e James Oblinger (2004), in Educating the Net Generation, affermano che gli apprendenti di oggi sono differenti. Secondo loro, le principali caratteristiche della Net Generation sono: avere competenze digitali, essere costantemente connessi, essere sociali, essere impegnati, essere visuali. Presentano anche l’esempio di Eric, un ragazzo. Cito:
Eric potrebbe essere uno dei/delle miei/mie studenti/esse che frequentano la scuola media. Lo scorso anno scolastico avevo molte ore settimanali. Ero la quinta supplente di inglese che cambiavano nel corso di pochi mesi e le classi si mostravano demotivate e poco inclini ad accettarmi. Ho deciso di utilizzare il laboratorio di informatica e di introdurre un’attività con un Wiki. Un po’ per provare, che cosa si poteva fare con uno strumento Wiki con ragazzi/e di quella fascia d’età, un po’ per rendere le lezioni più vicine alle esigenze della “Net Generation”
Avevo già utilizzato alcuni Wiki a scopo didattico con apprendenti adulti. Esattamente con due gruppi, in due diversi corsi di formazione. Il risultato era stato un po’ deludente. Infatti, la maggior parte del tempo l’avevamo trascorsa a spiegare lo strumento. Questi apprendenti adulti, trovavano il Wiki uno strumento interessante. Ma soltanto alcuni, una minima parte, lo utilizzavano per lo scopo proposto. Gli altri si erano accontentati di conoscere il tool.
Con gli studenti e le studentesse di scuola media il risultato è stato completamente diverso. Abbiamo iniziato subito a utilizzare un Wiki, senza soffermarci troppo a spiegarne le funzionalità.
Dopo 15 minuti, tutti i gruppi lo utilizzavano. L’approccio allo strumento è stato molto semplice e immediato. Ci siamo potuti concentrare sui contenuti.
Del resto la maggior parte di questi ragazzi/e tiene un blog personale aggiornato e utilizza YouTube.
Quest’anno ho ragazzi/e di prima media e probabilmente lavoreremo con un Blog e un Wiki. Leggendo questi vostri commenti mi sono venute molte idee da provare…vorrei, come dice Maddalena, collaborare creativamente con loro…come fare in pratica? Ci sto pensando…
Ben scritto, Maddalena, il tuo n.8.
Vuol dire ascoltare, educare, partire dalle pre-comprensioni, abitare mondi, praticare linguaggi, ri-giocare la realtà nelle narrazioni. Le basi dell’apprendimento significativo, conosciute da ogni insegnante di buon senso.
E’ anche vero che i nativi sono selvaggi.
Arrivano a scuola che sanno già parlare e scrivere, ma provvedendo alfabetizzazione secondaria possiamo donar loro grammatiche in grado di rendere i loro linguaggi più potenti e raffinati.
Arrivano a scuola già immersi dentro paesaggi mediatici, sono fruitori e creatori, usano cellulari web e psp. Una attenta grammatica situazionale (ambienti di crescita connessi) potrebbe poi aiutarli a sviluppare consapevolezza delle dinamiche abitative, a destreggiarsi criticamente tra le fonti informative, a padroneggiare eticamente la costruzione delle Rappresentazioni del Sé nel mondo digitale.
Chiaramente non sto parlando di patenti del computer o di addestramenti operativi.
@ maddalena
. Provo a farlo in modo sintetico. Se non è chiaro dimmelo. 1)
). Se non è sufficientemente chiaro dimmelo (e ditemelo).
… mmazza e che domande alle quali rispondere a mezzanotte
Qual è il confine che poni tra “fisico” e “virtuale”? Per farla breve direi che fisico è tutto ciò che non ha bisogno di un intermediatore tecnologico (il cellulare lo è, per esempio, tant’è vero che il confine tra conoscenza virtuale e fisica di una persona è molto spesso delimitato dalla conoscenza online e poi al cellulare delle persone e il successivo incontro, per usare un esempio tra i più banali).
2)
Di quale segno stiamo parlando? Anche qui, per essere concisi, del “segno” della memoria. Come ho cercato di spiegare nel libro, il “paradosso della carta” è che la forma di memoria più “permanente” che conosciamo oggi per descrivere una storia di Internet rimane la carta.
3)
Cosa vuol dire “lasciare un segno” nell’espressione che usa tua madre? Vuol dire appunto lasciare una traccia utilizzabile anche da chi non sa usare un computer, o che possa essere ripresa o letta o rielaborata senza utilizzarlo. Un “segno fisico” come la scrittura, il disegno e tante altre cose. Senza fare osservazioni
sulla cosa in sè (ovviamente se ne potrebbero fare tante, come il fatto che con una stampante il segno virtuale diventa fisico) quello che è importante sottolineare è la percezione che intere generazioni hanno delle tecnologie digitali come qualcosa di misterioso, labile e impalpabile. E noi stessi non abbiamo raggiunto la sicurezza che non lo siano per il momento. Nel libro porto tanti esempi, tenendo però sempre conto che da venti anni lavoro perché questo mondo diventi permanente. Il problema della potenziale labilità delle informazioni digitali però esiste, e non è ancora risolto “fisicamente” (non esistono cioè tecnologie “fisiche” come computer o supporti che siano in grado di garantire la durata della carta nei secoli). E’ stato però risolto “virtualmente”, poiché gli standard di formato e le tecnologie di codifica dell’informazione possono essere oggi giudicate di lunghissima durata. Purtroppo la spiegazione di tutto ciò è molto lunga (per questo ho pensato di scriverci un libro…
Aggiungo alcune cose. Trovo molto interessanti le osservazioni di Giuliana, Rosamaria e Giorgio. C’è un’attenzione encomiabile alle problematiche che il confronto con queste generazioni mette in gioco. Non bisogna però cadere nell’errore di pensare che le nostre regole possano essere una scuola per loro. Nascono diversi. Bisogna capire questo, ma non perché siano “animali” da osservare. Semplicemente perché il loro “ambiente” (il termine inglese “environment” rende bene l’idea) cognitivo è estremamente differente dal nostro. Anche qui gli esempi potrebbero essere tanti. Ne faccio solo un paio. Pensate a chi è stato adolescente negli anni settanta e doveva combattere con un’identità fisica fatta di condizione sociale evidente (il modo in cui ci si vestiva era già spesso rivelatore), di un aspetto fisico non eludibile (dai brufoli alla statura), di una provenienza geografica che spesso si rivelava un handicap (ah, viene dalla provincia…) ecc. Questi ragazzi invece sono cresciuti con l’idea che ci si possa costruire un’identità “su misura”, fatta più di “quello che vorremmo essere” che di “quello che siamo”. E questo è possibile grazie alle tecnologie. E non serve a tanto discutere se è giusto o no. E’ così. Anche i nostri genitori hanno accettato cambiamenti per loro impossibili in un primo momento (la convivenza tra ragazzi e ragazze dai 18 anni in poi, la “verginità” persa prima del matrimonio eludendo ogni forma di ipocrisia sociale, solo per citarne due delle più banali). Negli anni settanta e ottanta se conoscevi al mare un ragazzo o una ragazza che vivevano lontano per comunicare usavi le cartoline, le lettere e le telefonate rubate durante l’assenza dei genitori, e comunque erano comunicazioni sporadiche, brevi e lontane nel tempo. Oggi puoi sentire il tuo amico/amica lontano/a per ore al giorno con messenger o in chat o via sms ecc. Non possiamo pensare di trasferire a questi ragazzi il nostro pensiero e le nostre categorie, pena diventare dinosauri. Dobbiamo trovare il modo di “accompagnarli” capendo che ogni loro comportamento, quando entra in gioco l’intermediatore tecnologico è sconvolgentemente lontano da noi. E’ comunque un argomento da riprendere. Aspetto qualche vostro pensiero.
@ Giuliana
raccontaci tutto quello che farai… e se lo ritieni opportuno, usa pure anche Ibridamenti se vuoi “mettere in rete” quello che pensano i tuoi allievi, con il nostro tema di fondo: inventare un nuovo modo per formare le giovani generazioni. Se hai una prima media, sanno già cos’è un grafico, beH se ci regalassero un pò di dati su “chi siamo” “cosa leggiamo” “cosa pensiamo della scuola” sarebbe un buon inizio di discussione, non credi (e di pratica collaborativa. E’ importante che per ovvie ragioni di privacy non si dica dove insegni a meno ché il tutto non rientri in un progetto del tuo istituto e non ci sia l’autorizzazione dei genitori a pubblicare i nomi dei ragazzi.
@giorgio jannis
sì, più che di “apprendimento significativo”, parlerei di “relazione formativa”. Come diceva Rosamaria al #9: abitare luoghi comuni in cui ci si mette in situazione di “ricerca”, in cui si “co-costruiscono”, a partire dalle pratiche collaborative, percorsi che approdano a conoscenze condivise.
@ Gianpiero
mmazza, mi hai pure risposto :-))) e adesso?
Se continuiamo così mi sa che alla fine basta “copia-incollare” e c’abbiamo un nuovo libro pronto ;-)))
1)
Qual è il confine che poni tra “fisico” e “virtuale”? Tu scrivi: “Per farla breve direi che fisico è tutto ciò che non ha bisogno di un intermediatore tecnologico.”
Ottimo spunto, e qui iniziano, dal mio punto di vista, alcuni snodi: anche la scrittura è una tecnologia (Walter Ong, Orality and Literacy , etc.)?
Semplifico: rispetto ad una civiltà basata sull’oralità… tutto è “tecnologia”: il salto verso l’uso di Facebook, o verso l’uso di un ipertesto, o verso l’uso di un libro, o verso l’uso appunto della scrittura … ma anche molto più semplicemente verso l’uso di qualsiasi nuova “tecnologia” (la pietra che leviga, la fusione dei metalli, la lavastoviglie… ok l’ho fatta un pò rapida, ma ci siamo capiti).
Il problema forse diventa: qual è il confine tra fisico e virtuale, a seconda della tecnologia che sto usando?
e di qui credo possano poi essere colte le distinzioni che poni in ordine alla memoria, intesa come ciò che resta, ciò ha ha consistenza e peso materiale, come un supporto cartaceo.
Anche se appunto la “memoria” per secoli, nella cultura occidentale, è stata “orale”, affidata non al testo scritto, ma alla mente: pensa alla grande tradizione delle arti mnemotecniche, che erano sì strumenti per i retori e gli oratori, ma che divengono anche modelli per “pensare per immagini”, sistemi filosofici complessi.
“Google”, il mio personale archivio mnemonico digitale, è davvero così distante da me? Qual è il confine tra fisico e virtuale, in questo caso?
E trovo più che interessante il tema: come rendere meno labile il digitale. Come evitare lo spaesamento cognitivo di chi – non nativo – fa fatica a vivere l’immaterialità e la non consistenza del digitale…
E sì, a questo punto capisco meglio cone sia importante distinguere tra immigranti ed emigranti…
Ok, leggerò il tuo libro
Maddalena, innanzitutto grazie per il pensiero finale. Tocchi una serie di questioni alle quali ho cercato di dare risposte e spiegazioni nel libro (che ovviamente potrebbero non soddisfarti o trovarti d’accordo) provenienti da venti anni di esperienza nell’applicazione – lavorando anche a molti progetti internazionali – delle tecnologie digitali al mondo editoriale e della comunicazione, che è il mio background tecnologico storico. Ci sono alcune pietre angolari su cui ho cercato di costruire il mio discorso. Una di queste tocca proprio l’argomento sollevato dalla tua domanda. L’alfabeto è una tecnologia. La carta è una tecnologia. Il computer è una tecnologia. Differenti. Uno è il linguaggio di trasmissione delle informazioni (poco importa se poi è trasformato in bit). La carta è un intermediatore fisico, un “mezzo di trasporto” dell’informazione codificata attraverso l’alfabeto, che trasmette le informazioni per via “fisica”. Il terzo, il computer, è come la carta, ma trasmette le informazioni per via “immateriale”. Il vero nocciolo della questione non è il mezzo di trasporto (carta o computer) ma avere una tecnologia (l’alfabeto, accompagnato dalla scrittura) capaci di passare da “mezzo di trasporto” a “mezzo di trasporto” senza farci perdere l’informazione fondamentale, l’informazione che il mezzo contiene e veicola. Quindi, per essere più esatto nel rispondere alla tua domanda riformulerei la mia risposta in: “fisico è tutto ciò che non ha bisogno di un intermediatore digitale”. E qui mi fermo se no vi faccio addormentare
Ma perché, una persona fisica non viene interpretata? Una persona online non viene interpretata?
Se interpreto un fatto fisico, uso appunto codici di decodifica (volendo, intermediatori digitali, a patto che digitali sia riferito a *digit* e quindi all’idea di un codice arbitrario, contrapposto a “analogico” e quindi motivato).
L’Enciclopedia, le grammatiche linguistiche e situazionali storicamente sedimentate nella mia cultura mi guidano nella decodifica dell’atto-degno-di-menzione.
La stessa cosa avviene per l’attribuzione di senso agli eventi mediatici: vanno aggiunte le grammatiche specifiche del media che sto fruendo, giornale o tv o web.
Molte di queste nostre competenze in lettura, purtroppo, sono implicite in noi, mai problematizzate, mai descritte in un metalinguaggio se non in modo ingenuo (penso ad esempio agli schemi interpretativi di un ragazzino che segue appassionatamente un telefilm, e comprende per immedesimazione o confronto posture esistenziali e dinamiche affettive proprie della sua età).
Se vedo fumo, penso all’incendio e scappo.
Se sono stato educato ad associare il suono di una sirena con il fuoco, penso all’incendio e scappo.
In entrambi i casi compio azioni semiotiche, interpreto segni indifferentemente “naturali” o “manufatti”, maneggio codici.
Poi ho cognizione dell’evento, e adotto un comportamento: la stessa cognizione, lo stesso comportamento, indifferentemente dal segno iniziale.
Quindi si capisce che è necessario oggi aggiornare i codici e diffonderli, a partire dalla scuola.
Partendo dalle grammatiche dagli strumenti di comunicazione, perché anche in una foto l’inquadratura è scelta, manipolazione, negoziazione di senso, e ogni media ritaglia la situazione e i flussi secondo le proprie peculiarità, per arrivare a cittadini (abitanti) in grado comunque di esporsi a flussi informativi plurimi e a dare espressione di sé e delle proprie idee, magari in una socialità ricca e calda, biodigitale.
Tra immigrazione e emigrazione, a me interessa la migrazione culturale epocale che tutto il consorzio umano sta compiendo, verso un mondo connesso. Le etichette poi rappresentano solo un punto di vista, talvolta localmente utile, sulla direzione del movimento, oppure sull’età di coloro che si son trovati il web addosso senza averlo visto arrivare.
Poi ci sono informatici che non sanno abitare in rete, oppure settantenni perfettamente sintonizzati sul nuovo ritmo della socialità, oppure quindicenni raffinati registi dei propri allestimenti identitari in rete.
Non ho tempo per rispondere in modo più articolato a Giorgio, cosa che farò appena posso verso sera (sono all’estero per lavoro e sto seguendo nella pausa pranzo i vostri commenti che trovo decisamente stimolanti). Non è un problema di “etichette”. La differenza tra chi “subisce” la tecnologia e vi si adegua (gli “immigranti”), chi la vive in modo inconsapevole e per questo la utilizza al massimo (i “nativi”) e chi la vive come una necessità di evoluzione delle proprie capacità comunicative e tecnologiche (gli “emigranti” appunto, che proprio per questo non hanno età o professione precostituita) è sostanziale. Ed è un pretesto (almeno per me lo è stato) per raccontare una storia che è molto più complessa della semplice storia digitale, ed è fatta dalla storia della comunicazione, dei trasporti, dell’editoria, della stampa, della proprietà intellettuale, dei media, delle tecnologie non solo digitali, e da tanti altri elementi (culturali, tecnologici e, perché no, storici) che hanno portato alla nascita di una società che per la prima volta rende immateriali la maggior parte delle sue attività e, tra le tante altre cose, deve porsi il problema di come farà a conservare in modo adeguato tutto quello che ha prodotto prima e tutto quello che produrrà in modo immateriale. Un problema culturale, inter-generazionale, sociale: non dimentichiamo la massa di “inadatti” che questo flusso potrebbe produrre, anche in situazioni lavorative oggi normali. Io l’ho visto accadere nel mondo editoriale, nel quale in pochi anni (meno di dieci) professionalità consolidate da decenni come minimo sono state sconvolte o cancellate. Questo è il problema vero, non etichette o studi che hanno solo il compito (comunque utilissimo) di segmentare abitudini o comportamenti ecc.
@Maddalena mi organizzo per “inventare un nuovo modo per formare le giovani generazioni”
@ romaguido
il problema è che se metti dei commenti con dei link, vanno con tutta probabilità nello spam e vengono fermati da WP. Perciò si deve portare pazienza finché o io o Giovanni nonc e ne accorgiamo
@ giuliana
grande. Conta pure sugli ibridi, se hai bisogno di qualsiasi cosa
Grazie, Maddalena, avevo pensato a tutto, tranne che a questa eventualità. Ed ho continuato a provare in tutti i modi, così come faccio sempre in questi casi (sarà una caratteristica dei nativi o dei non nativi?).
Ora provvedete voi a mandare l’ultimo inviato? Come se non bastasse ho cambiato man mano le versioni.
Chiedo scusa se involontariamente vi ho “infestato” il sito.
[...] di prima media e probabilmente lavoreremo con un Blog e un Wiki. Leggendo alcuni commenti a un post mi sono venute molte idee da provare…vorrei collaborare creativamente con loro…come fare in [...]
Finisco la mia risposta a Giorgio. Il problema dell’interpretazione non è un problema della tecnologia ma dell’uomo. La tecnologia non può interpretare, perché è stupida. Il Web semantico è una bella chimera da inseguire, ma senza l’uomo che sostiene la macchina, questa non può interpretare nulla. La tecnologia digitale non è quindi un “traduttore” capace di interpretare, ma un intermediatore che connette due entità fisiche, o un’entità fisica a una virtuale (una persona e un sito, per esempio). E’ un disintermediatore nel momento in cui semplifica, per esempio, l’accesso a una determinata informazione rilasciata da un mediatore digitale più complesso. Intermediatore e non traduttore. Connessione e non interpretazione. Ricerca full text (al limite con l’aiuto dei linguaggi naturali) e non semantica vera. Sono limiti, ma non necessariamente, poiché per diventare veramente digitali dobbiamo abbandonare un bel po’ dei nostri pensieri pregressi. E’ un mondo nuovo, con regole nuove. Più belle, più brutte, più intelligenti o più stupide non importa. Sono nuove. E non capendole o respingendole si rischia solo di rimanerne fuori. Può essere questo un vantaggio?
Quando dico “non capendole” intendo dire “non volendole capire”, “non accettandole” per metterle in discussione. Mi sono accorto che poteva dar luogo a interpretazioni diverse.
Inserisco nella discussione alcuni interventi di Giorgia Costiniti, Simona Dalla Gatta, Luca Iaconisi, Barbara e la sottoscritta sul blog dei tutor on line riguardo a:
Emigranti, immigrati, nativi: qui e qui
REALE (fisico?) e VIRTUALE:
qui (dal # 10 al #17) e qui (dal # 13 al # 18)
I nostri sono semplici flash naif da fruitori della rete curiosi di capire; sarebbe molto interessante invece conoscere il parere di Giorgio Jannis in merito al (presunto?) dualismo tra reale e virtuale.
IMPORTANTE!
Mi accorgo solo ora di aver erroneamente attribuito a Maddalena la frase con cui Patrizia Appari invita a collaborare per la sua rubrica “Mettiamoci in rete”; sono davvero mortificata per il lapsus.
P.S.
@ Barbara: ci mancano le tue incursioni a razzo da uccellino dell’orologio a cucù; quando ti fai viva?
Riprendo una citazione della madre di Gianpiero Lotito, che a sua volta l’aveva citata (gulp!): “A me piacciono le cose che lasciano un segno. Per questo i computer non li capisco e non mi piacciono”. Credo ci sia un equivoco di fondo, molto radicato nella cultura occidentale (per ragioni di brevità scindo con l’accetta Occidente e Oriente, cosa grossolana). L’equivoco è quello di considerare certe porzioni del reale più consistenti di altre, quindi più presenti e tangibili. A queste ultime si assegna lo statuto di cose fisiche, esistenti e in grado di lasciare un segno. Se questa prospettiva è utile ogni giorno nel 90 per cento dei casi e forse più, quando si problematizza un argomento rischia di rivelarsi fuorviante. Ma qui il discorso si farebbe molto. Partiamo però dalla pratica e dai vissuti: i computer (feticcio per indicare il web, simbolo della comunicazione reticolare e interconnessa) provocano segni forti e chiari, per chi intende ascoltarli. Persino emozioni e sentimenti, anche densi e perturbanti…