Un altro Facebook è possibile – forme di resistenza/1

Collettivomensa L'immaginazione al Dovere
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Fare paura ad un social network si può ma è difficile, molto difficile. L’unica forza di cui veramente dispone, sembra strano a dirlo, siamo noi. Noi ovvero la quantità di iscritti che possiede e il tempo che gli iscritti rimangono collegati. Questi sono i due fattori che gli permettono di vendere pubblicità e gli unici su cui sarebbe possibile ricattarlo. Come? Boicottandolo. Minacciando l’autocancellazione di massa (anche solo il 10% degli utenti attivi equivarrebbe a più di un milione di persone in meno) o la riduzione di accessi e del tempo di connessione. Tutto questo gli farebbe perdere pubblicità e i suoi bilanci tornerebbero in rosso. Forse solo allora potrebbe ascoltare le nostre richieste. Ma perché farlo? Perché silenziosamente Facebook come altri luoghi sono diventati dei posti in cui trascorriamo del tempo (molto tempo in alcuni casi), in cui compiamo delle azioni, ci informiamo, parliamo, relazioniamo, e in linea generale ed astratta viviamo. Niente di meno di una società, della quale siamo parte integrante per alcune ore al giorno, senza accorgerci concretamente di vivere in quella società, con un determinato sistema, e un determinato apparato di regole non tassative decise dall’alto e applicate secondo un’interpretazione arbitraria di persone che non sappiamo neanche come si chiamano. Regole sulle quali nessuno dei milioni e milioni di iscritti ha voce in capitolo. Una società nella quale qualcuno può oscurare una pagina o cancellare un profilo senza darcene conto.
Potremmo paragonarla a un regime solo perché è una categoria che ci viene più facile immaginare, ma in realtà è più complicata, perchè più sottili sono le logiche di marketing che la governano.

Questa è la mia storia, ma non è solo la storia mia, anzi, per questo ve la racconto, partendo dall’inizio.
Io, come è appena successo a Ibrid@menti (leggi qui) sono stato bannato da Facebook e da altri social. La prima volta fu su Netlog e lì accadde per ragioni, diciamo, politiche. Il rispetto della netiquette su Netlog funzionava grazie ad una base capillare di moderatori che erano per la maggior parte utenti di vecchia data del sito, e avevano dimostrato nel tempo di mantenere una buona condotta e di “saper fare la spia” quando necessario. Successe che alcuni utenti iniziarono a segnalare ai moderatori le foto di un gruppetto di ragazzi (sui quattordicianni) che postavano insieme alle foto della loro squadra del cuore quelle del duce col braccio teso commentandole con messaggi poco simpatici, tali da rientrare a pieno titolo in quella che la Costituzione definirebbe “apologia del fascismo”. Visto che c’era pure una legge dello Stato, le foto furono subito rimosse e gli utenti recidivi cancellati, ma fino ad un certo punto. Tant’è che dopo alcuni giorni si ripresentarono con nomi ed identità diverse e iniziarono a segnalare a destra ma soprattutto a manca qualsiasi foto, post, o video che avesse minimamente a che fare con la politica. Tra le persone prese di mira ci fui io ed altri che esponevano nelle proprie pagine simboli comunisti o anarchici. I moderatori non ci pensarono due volte e fecero fuori pure noi, stavolta senza molti riferimenti legislativi a dargli legittimità.
La cosa, come potete immaginare, mi bruciò un pochetto, ripensando a tutto il tempo impiegato nell’aggiungere amici e nello scrivere post che con un semplice click erano stati cancellati dalla rete per volontà di un moderatore che interpretava arbitrariamente le regole del sito.

Non mi persi d’animo e mi registrai nuovamente, ma per un solo scopo: modificare la netiquette del sito, cioè riuscire ad apportare modifiche alla regole del sito (tra cui i motivi per cancellare un account), attraverso la consultazione democratica dei membri di Netlog. Ovviamente nessuno degli amministratori mi avrebbe mai risposto se a minacciarlo fossi stato solo io, così mi proposi come obiettivo quello estendere la protesta almeno al 20% degli iscritti. Netlog all’epoca (2007) era una community più modesta di Facebook non tanto per il numero di iscritti ma per gli accessi giornalieri. Così creai e diffusi a più non posso un gruppo i cui iscritti chiedevano l’approvazione di tre punti (riguardanti l’eliminazione di account e la censura dei blog per motivi tassativi e non per l’arbitrarietà insindacabile dei moderatori) da inserire all’interno della netiquette pena la loro autocancellazione. Se fossimi arrivati a raggiungere veramente il 20% degli iscritti vi potrei dire se l’idea funzionava o meno ma così non fu. Infatti non appena creavo un gruppo o una pagina sull’argomento questo veniva sistematicamente oscurato e i contenuti bloccati. Questo ad esempio è quello che è rimasto di una pagina con svariate migliaia di iscritti.

Pensai allora che l’unico metodo era far partire l’iniziativa dal di fuori, cioè da spazi pseudo-neutri come blog o siti esterni, ma lasciai perdere perché ricevevo critiche dagli stessi membri di Netlog per cui mi stavo battendo (!), che rispondevano ai miei appelli dicendomi che loro stavano lì per passare il tempo, per conoscere amici e guardare le foto delle ragazzine e che quindi non gliene importava niente di arrivare a poter influire sulle decisioni degli amministratori del sito. Oppure che la netiquette di ogni sito è quel qualcosa che accetti nel momento stesso in cui ti iscrivi a quel determinato sito e quindi se io non fossi stato d’accordo non mi ci sarei dovuto iscrivere a priori. Spiegavano che era come se io avessi firmato un contratto con il sito e poi dopo averlo stipulato avessi iniziato a fare pressioni per poter modificare i termini di quel contratto. In effetti era proprio così. Accolsi tutte le obiezioni legittime e me ne andai da un’altra parte, anche perché Netlog (chi c’è stato lo sa) è un ottimo luogo in cui disilludersi completamente del futuro dell’umanità.

Quando poi, dopo due anni, una cosa simile mi successe anche su Facebook, capii che le cose diventavano un tantino più complesse. In due parole su Fb gestivo la pagina profilo di Frigidaire, una rivista con la quale collaboro, che mi aveva chiesto di creargli e gestirgli un account. Oltre ad una pagina fan, che ancora sopravvive, esisteva una pagina profilo chiamata Frigidaire Magazine. Dopo pochi mesi e quasi un migliaio di amici, mi viene cancellata, ora so, perché il nome e il cognome non si riferivano ad una persona fisica. Ricreata subito dopo, è durata fino ad oggi sul filo del rasoio con il nome di Frigidaire Rivista, forse perché “Rivista” assomiglia di più ad un cognome rispetto a “Magazine”, questo solo i moderatori possono saperlo. Ma il fatto non è questo, né è un avvenimento particolarmente eclatante, di casi veri di censura ce ne sono un’infinità, per citarne uno su un milione.
Il fatto é che stavolta l’obiezione “io mi sono iscritto, quindi io decido di rispettare queste regole” sembra un po’ meno legittima. Perché Facebook è molto di più. Non stare su Facebook significa priviarsi dell’accesso diretto ad un’enorme quantità d’informazioni e soprattutto perché Facebook vuole essere esso stesso molto di più, tentando di inglobare dentro di sé tutti i servizi che può offrire la rete. Fb non vuole che i suoi utenti escano dal suo sito, perciò offre la possibilità di fare quasi qualsiasi cosa rimanendo collegati ad esso: come ad esempio seguire i blog con networked blogs oppure trovare informazioni e fare microricerche attraverso l’ultimissima novità di trovare pagine di ogni tipo (create dagli amministratori di Fb copincollando le voci di Wikipedia). Eliminarsi da Fb significa precludersi delle possibilità che nessun altro social può offrire. E poi dopo Fb? Ci si dovrebbe cancellare da You Tube e dai siti di posta elettronica e non utilizzare più Google. Insomma tutti quelli che non accettano questo tipo di sistema, che esprime delle potenzialità di censura assolute, il computer non dovrebbero proprio accenderlo. Perché è vero su internet puoi scrivere e dire quasi qualsiasi cosa, ma affinché questa cosa possa circolare c’è bisogno del passa parola e questo deve passare da lì: da Facebook, da You Tube, da Google e se una cosa non va bene a loro (come tante pagine su Fb o video su YT non gli sono andati bene in questi anni, a loro o ai paesi dai quali dipendono per tutta una serie di compromessi), loro hanno la possibilità di non farla esistere, se non nei meandri più lontani dei risultati del più remoto motore di ricerca.

Per questo mi pare che una società democratica debba essere ospitata su un social network democratico (o tali debba crearne) e debba avere la possibilità di partecipare alla stesura di una netiquette democratica, senza possibilità di nascondere dietro false regole la possibilità infinita di censurare. Un modo per realizzare questo, a mio avviso c’è, ed è ricattarli sull’ unica forza di cui dispongono: noi. Un altro Facebook è possibile, più possibile di un altro mondo sicuramente, ma non sia mai fosse giusto iniziare dalla piccole cose.

Sacha Biazzo (Collettivomensa L’immaginazione al Dovere)

Link utili: Facebook disattiva l’account di Ibridamenti http://www.ibridamenti.com/prima-pagina/2010/05/facebook-disattiva-laccount-di-ibridamenti-ripartiamo-da/

6 Commenti

  1. Valerio scrive:

    Da quello che scrivi si evince che vorresti fossero usati 2 pesi 2 misure!Secondo me sei un pò di parte….

  2. pippo scrive:

    quel che ne penso:

    purtroppo quando ti dicono che iscrivendoti a quello o questo social network hai dato il tuo consenso alle norme che lo regolano hanno ragione, volendo è la risposta definitiva che tappa la bocca a qualsiasi lamentela o denuncia d’ingiustizia. Tu parli di democrazie ma internet non è statale, gli stati possono tutelare alcuni aspetti e garantire le libertà di circolazione dell’informazione ma in questo caso bisogna avere fiducia negli stati e nel loro applicare le leggi. È interessante notare come in ogni caso gli stati possano legiferare a riguardo, nonostante, a mio avviso, la cosa non dovrebbe riguardarli, e l’applicazione di vecchie norme della nostra costituzione (compresa l’apologia al fascismo) si rivela inopportuna e obsoleta e da spazio, come nel tuo caso, alla legittimazione di altri forme di censura (io, piuttosto, preferisco vedere i nazisti dell’illinois sfilare per strada, così almeno so chi sono). Considerando inoltre che internet è per definizione il media globale, possiamo aspettarci da parte delle burocrazie statali un lento adeguarsi a questo sistema o reagire in modo da sopprimere la bellezza del mezzo internet le cui potenzialità non sono ancora ben chiare(e sta proprio qui la bellezza!).
    In più è normale che si presenti il problema, mi sto ripetendo scusa, dell’applicazione delle norme statali su un mezzo che prescinde dai confini territoriali (che figata) e robe antiche come la SIAE riescano ad interferire sulla circolazione delle informazione (il caso pirate bay in italia).
    Facebook è stata inventata da un privato, è un mezzo che riflette alcuni aspetti della socialità ma continua ad essere cmq proprietà di un privato che per far soldi può decidere senza chiedere permesso a nessuno quel che vuole sia o non sia lecito fare della sua invenzione. Per questo non ha nulla a che fare con la democrazia.
    Quello che si può sperare è che le belle teste del mondo riescano a creare un socialnetwork libero, fatto dal basso, open source come si vuol dire, un Linux di facebook insomma.
    Rimane il problema che un social network è figo e funziona se ci sono tanti iscritti, FB è molto popolare e ne parlano, nel bene e nel male, i giornali e le televisioni che, forse, ne hanno sostenuto la diffusione. Di sicuro un FB opensource riuscirebbe con più difficoltà a diffondersi (anzi, è molto probabile che ne esistano già ma che non ne siamo a conoscenza!).
    Però non sono un esperto è questo è uno di quei casi in cui vorrei essere un avvocato ingegnere informatico hacker piuttosto che un cretino!
    E comunque ci sarebbero ancora circa 543654 aspetti di questo argomento che andrebbero presi meglio in considerazione!

    • sacha scrive:

      Sì.

      Dunque chiarisco un po’ quello che volevo dire, per capirlo meglio anche io. Quello che auspicavo io era una rivoluzione dall’interno. Che poteva arrivare nel migliore dei casi ad una autogestione del social, o più facilmente a cambiare la netiquette inserendo regole tassative e non liberamente interpretabili, attraverso metodi simili al boicottaggio.
      Io dico di considerare il social non come un prodotto di un privato, ma come una cosa nostra, un bene della collettività. Perchè il valore di quel social (che sì è privato) è dato da noi (che siamo una collettività), siamo noi che gli diamo la ricchezza (economica ) di cui beneficia. Un social network open source sarebbe fichissimo, ma rimarrebbe di nicchia e per questo non avrebbe le stesse potenzialità.
      Ora il social network ce l’abbiamo, ma l’abbiamo fatto noi, noi che ci siamo iscritti, e per questo possiamo rivoluzionarlo dall’interno. O influenzando le scelte del potere che lo sorregge, o destituendo direttamente il potere*. Abbiamo il sacrosanto diritto di farlo. Bisogna riuscire però a guardare la cosa sotto un altro punto di vista, più astratto, ma allo stesso tempo più pertinente alla realtà. Riuscire ad applicare alla rete dei principi che vengono dal passato o anche dal presente ma che hanno sempre riguardato categorie e strutture e sistemi a cui si era abituati.
      Bisogna uccidere il re. Rivoluzione francese. Lotta di classe. I principi che erano alla base di queste cose bisognerebbe riuscirle a tradurre nella resistenza nella rete. Inventando sicuramente dei nuovi metodi di lotta e di resistenza. Ma sui principi non c’è poi tanto da inventare, quelli sono. E non sia mai la soluzione fosse l’intervento dello Stato: mai mai mai sia. Quando interviene lo Stato lo fa solo per il suo interesse. Lo Stato non dovrebbe metterci proprio mano. Anche nelle cose giuste fa solo danni:
      http://www.sublogic.org/centura-sito-pedofilo-e-idiozia-di-stato/

      *Tutti questi termini sono da prendere tra virgolette, è logico: stiamo parlando di una community su internet (!), però ci aiutano ad intendere di cosa stiamo parlando: perchè altrimenti dire “moderatori”, “amministratori”, “netiquette” non denotano realmente quello che sono da un punto di vista politico, così come “missione di pace” e “guerra”.

  3. pippo scrive:

    ok, quello a cui miri è una sorta di esproprio di faceb da parte degli utenti, una minaccia di boicottaggio potrebbe sicuramente attirare l’attenzione di Mr Zuck. ma credo che non lo preoccuperebbe più di tanto. il problema della gente è l’abitudine, molte persone sono zoppe su internet e sono sbarcati su facebù buttati da altri. poi ci si sono trovati a loro agio. facebù sembra una cosa molto intima, con le foto dei tuoi amici, tutti i conoscenti, vecchi compagni di scuola e menate varie, un inesperto non si sente in pericolo su fb…
    la gente è dura, ho sentito alcuni dire non mi va facebook intendendo dire non mi va internet (cioè, non si parla di capirci di html, si parla di sapere cos’è internet e sapere cos’è facebù). E opppure anche solo il fatto che nonostante il fiorire di piccoli siti d’informazione l’autoregolezza sia rimasta principalmente alle vecchie testate online, il sito TGcom è tra i più cliccati, queste cose mi fanno disperare.

    A parer mio cmq la cosa migliore sarebbe un socialnetwork opensource, gli ingegneri informatici hackers etc lavorino alla struttura e noialtri parolieri si diffonde il verbo… chettedevodì.

    Bisogna approfittare di buchi legislativi tipo quella di
    http://it.wikipedia.org/wiki/Principato_di_Sealand… accorparsi ad organizzazioni tipo autistici.org etc.

    Questi sono bei casi di resistenza online però non ti nascondo il mio pessimismo nello sperare di ottenere qualcosa di grosso anche perché per ora sono nel pieno dell’adorazione del mezzo internet e delle sue potenzialità rivoluzionarie per questo sono pronto a difenderlo con tutte le mie forze. O che sono disfattista o che non mi hanno ancora coinvolto in forme di censura..

    o che me ne vado in india e in cina

  4. gianluca garrapa scrive:

    gran bel pezzo, sacha. io credo che sia etico e necessario sovvertire e scandalizzare, oggi più che mai, on line e off line. che ne pensi?

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