Un rito collettivo: l’ostensione del corpo di Sant’Antonio.
Intervista a Mario Galzigna, a cura di Donatella Vetuli: “il Gazzettino”, 16 febbraio 2010
qui l’articolo pubblicato su il Gazzettino:
L’esposizione di un corpo, seppure appartenuto a un uomo definito santo, rimanda alla finitezza terrena, alla corruttibilità della carne, alla morte. Come mettere in relazione i due aspetti, quello che si riferisce alla resurrezione, all’eternità, invocato dalla Chiesa, e quello prettamente legato alla dimensione corporea? Sono speculari?
Lo statuto del corpo, nell’ambito della spiritualità cristiana, è complesso. Non è mai univoco, e si fonda su una pluralità di registri. Vi è anzitutto un corpo etico: concepito, cioè, come terreno, come componente essenziale di un percorso di edificazione, come punto di partenza – immanente e non trascendente – di ogni itinerario cristiano, di ogni itinerario capace di congiungere l’uomo a Dio. Non lo si dimentichi: l’itinerarium mentis in deum, messo a fuoco, in un’opera omonima del 1259, dal grande francescano San Bonaventura, prende le mosse da una prima fase, da un primo gradino, in cui l’impronta del Creatore viene ritrovata proprio nella materialità del mondo, nella materialità e nella corporeità delle creature. I corpi delle creature, in questa prospettiva, sono dunque vestigium, orma, traccia di Dio. L’ostensione del corpo di un santo, delle sue reliquie, dei suoi resti, rappresenta un atto rituale rivolto alla collettività dei credenti: un atto capace di trasfigurare la finitezza corporea, rendendola veicolo di infinità e di trascendenza. Questa ritualistica collettiva assegna dunque al corpo – nel nostro caso alle reliquie corporee di un santo – uno statuto particolare, un significato simbolico privilegiato: ponte tra il contingente e l’assoluto, tra il finito e l’infinito, tra l’uomo e il suo Dio. Dimensione largamente presente, questa, lungo tutta la storia della cultura cristiana. Si pensi, ad esempio, alla pittura rinascimentale di ispirazione cristiana: mi viene in mente Amor sacro e Amor profano, del grande Tiziano, dove il corpo nudo di una donna, che affianca un corpo riccamente vestito e addobbato, rappresenta l’Amor sacro, cioè un rinvio alla trascendenza. Sacralità del corpo dunque, nella cruda materialità della sua costituzione, nella scarna nudità delle sue forme… un corpo etico, dicevo prima, che diventa la premessa indispensabile di quello che vorrei chiamare un corpo metafisico…
2) Esporre al pubblico resti umani ha qualcosa in sè di scandaloso, quasi una violazione del corpo stesso. Ma nel caso di un santo diventa evento straordinario. Qual è il suo pensiero?
Sarebbe necessario, qui, entro le coordinate di un’antropologia comparata, un confronto con altre culture: cioè con il modo in cui altre culture hanno costruito tecniche, procedure e rituali per garantire al corpo un certo livello di presenza oltre la morte, dopo la morte. Un esempio: le tecniche dell’imbalsamazione, diffuse nell’Antico Egitto, tra gli Inca, nel Perù, su su, fino ai corpi imbalsamati dei crociati, fino all’imbalsamazione del corpo di Lenin. Il corpo presentificato dopo la morte corrisponde all’esigenza di assicurare perennità, diffusione e permanenza alle grandi figure della storia, civile e religiosa, trasformate in oggetto di culto. Un carattere essenziale di queste “esposizioni”, di queste “ostensioni”, è la loro appartenenza ad una ritualità collettiva. Un discorso, questo, valido soprattutto per le ostensioni che appartengono organicamente al culto dei santi. Come ha scritto Peter Brown, uno dei grandi storici del cristianesimo e della tarda antichità, “una reliquia non acclamata, semplicemente non è una reliquia”.
3) La Chiesa mostra il corpo dei suoi santi. Oggi quello di sant’Antonio, ieri quello di padre Pio. Fra poco verrà esposta la sacra sindone. Al di là della tradizione cattolica e dell’ aspetto devozionale, cosa significa esporre i segni della passione?
Qualche utile richiamo. Come ha mostrato la più recente e qualificata ricerca storica, la venerazione dei santi e il culto delle reliquie sono stati fenomeni tipici delle prime società cristiane, assenti nell’antico mondo pagano. Il santo, per la “plebe di Dio”, nasce come “personaggio dell’invisibile”, dotato di una forte e pregnante fisicità oltre che di una potenza stabilizzatrice sul terreno sociale e comunitario (si veda P. Brown, Il culto dei santi, Einaudi 2002). Le reliquie possono essere resti, o frammenti di resti corporei (reliquie originarie) oppure oggetti entrati in contatto diretto con quei resti (reliquie per contatto). La scoperta e la traslazione delle reliquie, a partire dal IV secolo d.C., è stata un fenomeno socialmente e politicamente rilevante: ha scandito nuove solidarietà, nuove stabilizzazioni e nuove aggregazioni, ma soprattutto ha reso possibile – un discorso, questo, che vale anche per il presente – la percezione del corpo del santo come corpo eterno, come corpo che non obbedisce alle leggi del tempo, come corpo metafisico, come corpo potente, capace quindi di produrre miracoli e prodigi. La reliquia, proprio perché staccata dal corpo, si emancipa dall’associazione diretta con la morte fisica. Come scriveva un protocristiano, Vittricio di Rouen, ogni frammento del corpo di un santo è “legato indissolubilmente a tutta l’eternità”. L’ostensione del frammento, di un frammento staccato dell’intero corpo, sopprime la morte e abolisce il tempo. Questo spiega, forse, la lunga durata e la grande estensione di questi fenomeni di devozione di massa che accompagnano sempre la scoperta e l’ostensione delle reliquie.
4) L’ostensione può rischiare di essere interpretata come “ostentazione”? E del resto, come si spiega il clamore sollevato da questi avvenimenti?
Spero di aver risposto alla seconda parte della sua domanda. Per quanto riguarda la prima parte, non credo che l’ostensione possa essere interpretata come “ostentazione”. Il fenomeno ha connotazioni molto chiare, sotto il profilo religioso, ma anche sociologico e antropologico. Una religiosità di massa tanto estesa e tanto duratura, deve essere, oltre che rispettata, analizzata e capìta: anche da chi non è credente o da chi professa fedi diverse.
MARIO GALZIGNA
Storico della scienza ed epistemologo (Università Ca’ Foscari di Venezia)
galzigna@unive.it

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La solita storia
: questo intervento/intervista ha trovato qualche commento su FaceBook, da parte di lettori che conoscono bene Ibridamenti. Sarà necessario, prima o poi, capire questo fenomeno, che io definirei un impoverimento comunicativo indotto dai social network: un impoverimento che spesso penalizza proprio i blog, anche quelli più frequentati…
Qui – grazie, Maddalena! – è stata riportata l’intervista rilasciata a “il Gazzettino” (unica differenza: nel quotidiano, per ragioni di spazio, sono saltate le ultime cinque righe e il riferimento al grande libro di Peter Brown (Il culto dei santi. Credo che sia importante occuparsi di fenomeni di grande portata (in questo caso: rituali collettivi che coinvolgono migliaia di persone) a prescindere dalle proprie, personali opzioni e/o scelte in campo religioso. Questi fenomeni di massa interessano me, laico, non credente, proprio nella misura in cui hanno bisogno, per essere capìti, di una sensibilità e di una cultura orientate anche da discipline come la storia, l’antropologia, la filosofia, la psicologia…
(Mario Galzigna)
Mario ti ho risposto su Facebook ;-)))
Riporto qui la risposta che ho dato a un commento di Laura Antichi uscito su FB:
Cerco di rispondere, con un po’ di affanno [troppo convulsi i tempi e i ritmi comunicativi su FB! :-)]. Il mio intervento non aveva nessuna ambizione “valutativa”. L’attenzione filosofica e psico-antropologica ai fenomeni di massa e ai rituali collettivi non deve mai farci dimenticare le “pratiche di sottomissione” (cito l’intelligente osservazione di Laura Antichi) che questi stessi fenomeni implicano, presuppongono e/o producono. In armonia con una linea di analisi e di pensiero che va da Michel Foucault a Paul Veyne e a Peter Brown, è importante, ad esempio, analizzare il tema della COERCIZIONE RELIGIOSA (e dell”INTERAZIONE TRA COERCIZIONE E PERSUASIONE), già evidente nella società protocristiana e tardo antica (IV e V secolo d.C.: l’età in cui si afferma il culto dei santi e delle “reliquie”)… L’attenzione alla sinergia tra persuasione e coercizione può essere molto utile, credo, per affrontare il problema del rapporto tra soggetti, verità e potere anche in età contemporanea e post-moderna.
Doverosa premessa: non sono uno studioso, nè un esperto, nè, tantomeno, un praticante. Perciò la mia è una semplicissima opinione. Dell’articolo, assai interessante, rilevo con piacere l’intenzione del taglio di approfondimento e di una visione così aperta e sensibile. Da tempo sono lontano dalle Gerarchie Ecclesiali (non dalla Chiesa, che nella sua funzione Sociale, di strada è encomiabile) e dalla ritualità di una Religione a cui ho dato, prima per tradizione poi per scelta, molti anni della mia vita. Questa mio allontanamento è anche dovuto ad espressioni pubbliche come quelle di cui si parla. Resto, però, dell’idea che l’aspetto antropologico e sociale di tali avvenimenti è di notevole rilevanza, al di là dei propri convincimenti. Uno sguardo allargato e coscienziosamente equilibrato non può che portare ad una unione di intenti che contribuisce a migliorare un rapporto tra scienza e fede: essenziale per un Mondo così complesso e disgregato come quello in cui viviamo.
@Daniele.
Grazie Daniele, per il tuo commento/testimonianza. Lo “sguardo allargato” che tu condividi potrebbe, credo, diventare molto pregnante e significativo, per tutti noi (lettori, utenti, eccetera), se arricchito, appunto, da una nostra testimonianza: e quindi da una nostra capacità di metterci in gioco, con tutto il peso e il rilievo connessi al nostro personale coinvolgimento nei fenomeni di cui siamo spettatori. Spettatori partecipi, direbbero certi antropologi, capaci di mettere assieme, come voleva un grande storico e sociologo tedesco – Norbert Elias -, coinvolgimento e distacco…
A proposito di questi fenomeni di religiosità collettiva, sarebbe interessante ragionare attorno al complesso rapporto tra fede e superstizione: e quindi attorno al ruolo dell’immagine, su cui ha giustamente richiamato l’attenzione Maddalena, in un commento a questo post pubblicato su FB. Sono convinto, ragionando anche entro l’ottica della psicologia sociale, che tra fede e superstizione sia davvero difficile stabilire confini certi e definitivi. Ma il problema riguarda anche, da vicino, la teologia e la psicologia individuale…
Caro Mario,
di ossa stiamo parlando più che di corpo. L’immortalità delle ossa ,almeno nell’immaginario, la loro resistenza al tempo è forse il simbolo più ambiguo di caducità (memento mori) e permanenza(pur sempre memento che dura per secoli). Ma soprattutto le ossa non puzzano,che la puzza è segno principe della degradazione morale e fisica. Da medico la morte, o meglio, il morire lo senti davvero addosso assistendo una persona con un arto in gangrena avanzata che non di fronte a uno scheletro appeso per il collo in superbo ortostatismo tra le pareti bianche di un ambulatorio. Il corpo del santo è sterile nell’asettica ostensione, è il resto rimasto della decadenza della carne (da qui lo stupore di Alesa nel sentire la puzza dello starec Zosima trapassato da poco).L’odore di santità si manifesta nella sua assenza. Forse che la teologia negativa parta proprio dal corpo? D’altronde pure “Il Libro delle facce”, nato su carta nei College statunitensi con quelle faccine cimiteriali ben ordinate di studenti che furono, sarà forse interpretato da futuri antropologi come la prima reliquia “prêt-à-porter” tra-passata in digitale nell’epoca di internet.
Effettivamente su FaceBook il corpo spicca per la sua assenza.
un abbraccio
michele
Grazie Michele, per questo intervento. Un intervento che fa pensare. Voglio “sedimentarlo”, in attesa di future interazioni.
Bye
Mario
Grazie Michele.
Comincio a pensarci. Non avevo mai pensato alla mia immagine sul profilo di Facebook in questi termini… anzi ho sempre forse pensato il contrario, che Facebook, ci affascina proprio per il fatto che riattiva, nel virtuale, i poteri delle immagini, così a lungo osteggiati e rimossi dalla cultura occidentale…
Anch’io chiedo tempo