Dialoghi per un amico risanato
Testi di Francesco Terzago, illustrazioni di Igor Verdozzi.
1.
Le uniche parole che mi sono care al cuore
sono quelle che non si scrivono. Dico,
almeno ti restano come il gioco dei coriandoli
di quando eri bambino ché ti vestivi
come un eroe dei romanzi d’appendice
e correvi col tuo spadino a dar fastidio alle piccole.
Lo sapeva bene, Ermanno, tumulato con 145 kg
di carta messa sopra e poi sopra la terra.
Imbalsamato con le pagine di Dostoevskij
e di Donald Richard DeLillo.
A Ermanno il cervello glielo hanno tolto dal naso
con un uncino. E le parti più importanti del corpo,
(fegato, testicoli e pene) sigillate nei canopi.
Ci ridevamo sempre quando diceva
che alla carta degli economici bastano dieci anni
perché sia gialla, gialla e viscida, nemmeno buona
per essere usata al cesso. E allora non ne vale la pena
ci diceva, e noi ridevamo e bevevamo, e il cinese
versava Martini bianco – caldo, non ne vale la pena
di vivere in un mondo come questo.
Se infili la mano sotto al lavabo
trovi sicuro una confezione di shampoo
è lì da dieci anni, e non è cambiata per niente,
in dieci anni che l’hai presa dal discount
non è cambiata di niente. E tu nel frattempo
hai messo qualche capello bianco, ammazzato
quattro pesciolini rossi, fatto fuori un campo
di insalata, uno di soia ([...] fa schifo un campo di soia
una distesa marrone di tentacoli,
la terra parla come un sacco di camole
attira i topi, fa scappare i miei cani […]
Enrico odia i campi di soia, non solo quelli),
e poi, be’, hai buttato giù
qualche migliaio di uova arrivate dalle batterie.
Hai conosciuto una donna dai fianchi larghi
e vi siete detti ti amo ti amo e vi siete sposati
per fare felice qualcuno di odioso, e alla fine
messo al mondo anche un vostro bel figliolo.
E questo imparerà a lavarsi, a leggere
a mangiare, a comprare cose di plastica
e di metallo. Andrà sulla Luna, correrà
in Aston Martin, comprerà cose che resteranno
ai figli che a sua volta metterà nel mondo.
Magari la confezione di shampoo
sarà passata per le mani di tutta questa
marmaglia, sarà diventata uno di quei
Cimeli di Famiglia, comparirà
in un’Araldica del Dopo-Bomba, sarà
una di quelle anticaglie, di quelle dico
che nel futuro sbilenco potranno fruttare
qualcosa, si capisce bene, al monte dei pegni.
2.
Quella vecchia è mezza matta fa l’amico,
e me la indica con un cenno della testa.
Dice che per i morti tutti i semafori sono spenti,
e va avanti così, con la voce – sempre più forte,
fino a quando qualcuno non le dà retta
o scoppia a piangere e tutti si scostano.
La vecchia alla fermata dell’autobus
picchia il suo bastone lungo lo spigolo
del marciapiede, – calze di lana gialle,
gambe stese, carne penzolante,
in mezzo a quelle il bastone a fare toc toc.
…dice che ha scelto bene la sua casa.
E un nero la ascolta e la capisce
e le stringe una mano. Vedi, dice
la vecchia dalle calze gialle: c’è
lo studio del medico al mio stesso pianerottolo
e il cimitero è proprio lì, lo vedo bene
dalla finestra del bagno. E poi dice,
io sono una vecchia donna istruita e vado in chiesa,
nessuno mi frega più, ah, te lo dico, nessuno.
Lo ha proprio alla sinistra del water, il cimitero.
Me lo è venuto a dire l’idraulico, – perché
ci vado tutte le settimane da quella,
per i problemucci che ha quell’appartamento.
Lo ha comprato coi soldi che le hanno dato
per il marito che le hanno messo sotto terra.
Per un carci-qualcosa. E aggiunge,
che per la vecchia è stata una fortuna,
che quello la picchiava. Ma ora lei ha una casa,
e il figlio la va a trovare ogni fine-settimana.
Da quella finestra, la vecchia lo sa benissimo,
ci si vede senza sporgersi le migliori sepolture.
Quelle nella parte più alta della collina,
sotto ai sicomori che nessuno
ha avuto il coraggio di tagliare
perché ci hanno visto la Madonna.
C’è solo da scostare la tendina ricamata,
e qualche bottiglia rossa di olio per il corpo.
Non succede che la vecchia lo faccia
dopo che ha finito di pranzare. Il più delle volte
se ne sta lì a leggere un vecchio libro
che racconta di pirati, un vecchio libro
dove tutti si fanno la guerra per il cuore
di una donna. C’è la voce del televisore,
nell’altra stanza – per tenerle compagnia
la paura – da questa parte – che se scostasse
la tendina ricamata troverebbe il soliloquio del sole.
Il fatto che il teschio di un viso conosciuto
si riconosce solo per una traccia di rimprovero
tra le giunture dei denti.
3.
I libri adesso te li comprano così.
Mettendoteli sulla bilancia
che hanno preso dal macello che è fallito
per la carne dalla Cina e dal Messico.
Prego, metta qui, sì, appenda al gancio.
Ecco. Bravo. Vorrebbero pesare anche te
attaccandoti come uno squalo per le guance
se solo ci potessero guadagnare qualcosa,
la voglia gliela leggi nei gesti delle mani.
Sono stato in Portogallo a pescare squali con mio padre,
i più piccoli gli si toglieva l’amo e il cavo d’acciaio
facendoglieli passare per il lato della bocca
dopo averli storditi con una mazza da 5 kg
dopo averli misurati tenendoli appesi proprio così.
Piangevo perché non volevo che morissero
e dicevo a mio padre che era l’uomo
più cattivo di sempre. Ma ributtati in mare
davano due colpi storti di pinna verso il basso
e la vista non li raggiungeva più.
Vorrebbero misurarti le spalle e la vita
come fanno i sarti, fare due calcoli per capire
la carne che ti potrebbero sfilare via
dalle ossa azzurre come un cappotto,
gli basterebbero lunghi coltelli e qualcuno
di importante che gli dica faccia pure.
Questo è un giorno nuvoloso, luce poca,
farraginosa. Problemi di serotonina,
forse un principio di diabete che viene avanti.
Ho preso quelle banconote stropicciate
e sono andato a bere. L’ora non te la so dire,
inutile chiedere, sono tutte le stesse
in questo periodo dell’anno. Finiti
quegli spiccioli impiastricciati di urina,
ho consumato i sei sette buoni pasto
che l’Università mi passa ogni mese
perché sono volontario. Poi mi sono indebitato
con il barista senegalese e non ho offerto a nessuno
un recioto di Valpolicella o di Soave,
nemmeno un bicchierino di detersivo da cessi
anche se forse lo avrei voluto, per avere qualcuno
a cui volere bene oggi e chiedergli di offrirmi da bere.
***
In realtà non ho fatto niente di tutto questo
eccetto la pesca allo squalo in Algarve,
dove l’oceano fa tutto in grosso come
nei film americani e se sei bambino
ti accovacci per ascoltare meglio
il vento che stropiccia le onde.
E guardi il risucchio della marea
quando rincorre i bagnanti e li attorciglia.
Questa roba è vera, lo giuro sui miei denti.
Come il sogno che aveva mio nonno,
me lo raccontano sempre: avere un ufficio a New York.
Ci è riuscito ti dico. So che è morto cinquantenne
per un infarto, poco più. Morto come un uomo d’affari
che si rispetti. Avrei voluto comunque conoscerlo,
mio padre me ne parla spesso del fatto che gli voleva bene
perché era suo padre. Avrei voluto conoscerlo
per chiedergli come ci si sente a morire in quel modo.





















grazie Francesco, grazie Igor. Mi piace molto “vedere” questi testi che trovo particolari, perché presentificano vissuti. Quoto i disegni di Igor, che hanno davvero qualcosa di speciale …
Grazie a te! – alla fine l’idea era di raccontare qualcosa… Perché in poesia, sembrerà assurdo, ma troppo spesso succede che non si racconti un bel niente. Poi di come ho deciso di scrivere questi testi, – be’, se vuoi se ne parla per mail. D’altra parte
… ma se hai voglia, raccontaci anche qui
Be’, nell’ultimo periodo ho letto molto certi americani, da Corso a Wallace a Carver passando per Frost ecc. senza contare gli italiani – Cattaneo, Fantuzzi, Nove, D’Elia ecc. Il materiale, be’ prendo molti appunti sul cellulare, porzioni dei dialoghi che sento in giro, per strada, al bar, al caffè, sul lavoro, alla fermata dell’autobus, in treno. Riporto tutti questi spunti mischiandoli e tenendo conto del fatto che la cosa che sto facendo è raccontare una ‘storia’.
Complimenti francesco,
mi sono piaciute, soprattutto la prima. è un misto di immagini, narrazione e sensazioni che mi piace molto.
Interessante anche l’ultimo disegno. Marlene Dumas docet!
A.
@Francesco, adesso capisco meglio perché mi è subito piaciuto il tuo testo. Grazie
Non è citata tra i tuoi riferimenti – che purtroppo, ancorato alla cultura scolastica, non conosco neppure – però si sente comunque l’aggancio alla letteratura americana. Alcuni passaggi mi ricordano “L’Antologia di Spoon River”.
Finalmente un poeta che non rifrigge le solite eterne lamentele da giacomino, ma si accosta alla vita con sguardo forte. La lettura è stata feconda, mi ha aperto prospettive fresche, vigorose. Si vede che hai lavorato sodo e ti sei fatta una bella preparazione tecnica e una solida base culturale. Mi è piaciuto anche il tratto deciso delle illustrazioni, che ben si accorda con la natura dei testi. Bravo Francesco, complimenti.
Scusa, c’è stato un errore, frutto di una correzione incompleta, all’inizio del mio messaggio, che invece suona così : “Purtroppo, ancorato alla cultura scolastica, non conosco i tuoi riferimenti. Si sente comunque l’aggancio alla letteratura americana. Alcuni passaggi mi ricordano “L’Antologia di Spoon River” ecc. ecc. ….
Un saluto cordialissimo.
Grazie del parere Luchino, a presto.
Francesco.