La poesia e l’assenza

Edward Hopper, sole-in-una-stanza-vuota-1963

In Microcosmi, Claudio Magris parla della poesia come «testimonianza dell’assenza» e credo proprio che lo scrittore triestino sia riuscito a cogliere uno degli aspetti cruciali di questo genere letterario, uno degli aspetti insiti nella natura stessa della poesia.

Si può pensare all’assenza nei termini canonici di mancanza e, magari, di malinconia per quella mancanza. La poesia è mossa da affetti intensi e il dolore intimo, inteso come perdita di qualcosa di importante (la perdita può essere cosciente o meno) è certamente il principale di questi. La poesia romantica o ermetica, solo per fare un esempio, è piena di esempi significativi in tal senso.

Ma si può pensare all’assenza anche in altri modi. Soffermandosi ad esempio sul rilievo degli spazi bianchi che in poesia servono a scandire meglio il ritmo delle parole e che costituiscono delle assenze tipografiche nel foglio; agli enjambements, che spezzano la frase lasciando il lettore per un attimo sospeso alla ricerca di un appiglio sonoro o semantico; o alla brevità di alcuni componimenti (o alla loro oscurità), con cui il poeta tralascia di dire tutto, si concentra solo su qualcosa ma sottintende molto altro. E forse proprio l’aspetto della non completezza del discorso poetico, del fatto che il lettore è spinto a interpretare e colmare parzialmente con la propria immaginazione quanto detto dal poeta, costituisce l’aspetto che più differenzia la poesia dalla prosa.

In poesia si spezza la logica sequenziale del dire – che descrive, che narra, che cerca di spiegare secondo una logica – e se ne impone un’altra che va per salti o per condensazione di immagini, un dettato evocativo che ha più a che fare con l’inconscio. Riprendendo un’argomentazione di Borges da L’invenzione della poesia, la poesia potrebbe essere paragonata a una fotografia che mette a fuoco solo un elemento del quadro trascurandone molti altri – che rimarranno sfuocati, sullo sfondo oppure nemmeno ripresi – i quali tuttavia potrebbero essere altrettanto importanti nel delineare il senso complessivo che l’autore dello scatto voleva dare alla rappresentazione visiva. Proprio per queste caratteristiche, in poesia si rendono necessari accorgimenti stilistici differenti rispetto al dire della prosa: le varie figure foniche e semantiche, una diversa strutturazione della sintassi, l’uso intensivo di metafore e analogie, un uso altamente soggettivo del lessico ecc.

Ma è possibile forse intendere la poesia anche come un tentativo, da parte del poeta, di superare quest’assenza “strutturale”, un tentativo di elaborare un significato sapendo che non è definitivo («bada a non presumere», recita il verso di una poesia di Primo Levi sul «mestiere» dello scrivere versi). Il lavoro poetico inteso quindi come lavoro mentale per superare temporaneamente il vuoto, il disordine o l’impossibilità di giungere razionalmente ad una spiegazione accettabile della realtà interna ed esterna all’uomo (autore o lettore che sia). Un lavoro quindi che, se così inteso, non avrebbe solo un fine estetico ma anche etico e di valorizzazione della complessità dell’essere umano, inteso come un coacervo intricatissimo di razionalità e irrazionalità che devono integrarsi (o condensarsi, come appunto nelle analogie e nelle metafore) per generare qualcosa di ulteriore, di più soddisfacente e vitale per il soggetto.

In sostanza di ridare, anche se solo per il breve giro di pochi versi, l’uomo a sé stesso, alla sua profondità.

 

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