Pietre, lapidi, lapidazioni

Gustave Dorè, lapidazione di santo Stefano

Gustave Doré, “Lapidazione di santo Stefano”, 1866 (particolare)

 

…per chi tira su i muri e allo stesso tempo è il capo di una comunità
dev’essere terribile veder crollare il mondo che hai edificato pietra dopo pietra.
Soprattutto se quelle stesse pietre sono diventate lapidi.
Mariano Maugeri, Il Sole 24 ore, 28 agosto 2016

 

La lapide è la pietra tombale. Ma lapidare non è seppellire, bensì uccidere ritualmente a colpi di pietra. Una morte data collettivamente si dissimula simultaneamente sotto un cumulo di pietre sul corpo ucciso. Un cumulo che acquisisce già le forme regolari di un tumulo. La lapide è una pietra squadrata che eventualmente accoglie un’iscrizione, un monumento funebre. Essa non è più tanto una mera documentazione dell’accaduto, ma già una narrazione di esso. Forse la lapidazione come metodo di esecuzione è stato utilizzato sin da tempo immemorabile e in diverse culture proprio perché permette simultaneamente di trasformare l’uccisione in una sepoltura, in una monumentalizzazione. La lapidazione, mentre essa è effettuata, mostra che si sta già operando a raccontare un’uccisione e, però anche a giustificare e eventualmente a dissimulare certi aspetti dell’uccisione stessa. Nel caso della lapidazione il primo aspetto da giustificare è che la pietra non è stata scagliata per uccidere, ma per permettere una comprensione, una giustificazione della morte – eventualmente anche per una celebrazione monumentale di essa.

Come ci mostrano molti miti tragici, il sacrificio di qualcuno diventa sovente la sua sacralizzazione. La sacralizzazione può riguardare il sacrificare stesso, nel senso che il sacrificio sacrifica anche se stesso. Come scrive Malamoud illustrando l’inno vedico della Lode delle pietre «l’esecuzione, nel senso di uccisione, del sacrificio equivale all’esecuzione, non soltanto della vittima, ma dello stesso atto sacrificale» (Charles Malamoud, La danza delle pietre. Studi sulla scena sacrificale dell’antica India, trad. it. di Roberto Donatoni, Alelphi, Milano, 2005, p. 256). La lapidazione e soprattutto ciò che si fa restare di essa, la lapide, è in tal senso, analoga all’operazione del mito tragico che è anzitutto rendere accettabile plausibile e giustificata una narrazione dell’accaduto – di quella che è stata eventualmente l’uccisione originaria.

Se prendiamo in considerazione la parola “immolare” vediamo in atto la stessa ambivalenza reciproca che osserviamo in “lapidare”. Immolare equivale a uccidere, ma nella parola in sé considerata si evince soltanto l’atto fatto compiere alla “mole”, alla pietra: qualcosa o qualcuno che finisce, contro, dentro o sotto una pietra. Simili cose, ma in senso reciproco, possono dirsi della parola “immortalare”. Essa contiene in se stessa la morte, ma nel significato indica una monumentalizzazione: l’immanenza di ciò che muore per la permanenza di ciò che resta. La dissimulazione dell’uccisione sembra cooriginarsi all’atto dell’uccisione come si evince anche già sul piano delle parole che designano il sacrificio.
Il rito e il mito che seguono il sacrificio sono ulteriori specificazioni di quella dissimulazione. E tuttavia, sia nel mito sia nel rito tale dissimulazione permette anche di conservare delle tracce che svelano l’uccisione. Su questo è interessante ancora ciò che Malamoud scrive a proposito dell’officiante il rito durante la recitazione della Lode delle pietre: «prima che cominci la sua recitazione, uno degli officianti seduti si alza, lo saluta, va verso di lui e gli porge il turbante. Il grāvastut se lo avvolge intorno alla testa, ma in maniera tale che gli scenda sugli occhi, coprendoli completamente. È dunque così bendato e accecato, ma con il viso rivolto verso i sassi e gli steli di soma, che pronuncia il suo panegirico. […A]ppare chiaro che con questo gesto si rende platealmente visibile la volontà di non guardare l’immolazione che sta per compiersi. Mentre il grāvastut con gli occhi bendati esegue la sua recitazione, egli esibisce la propria dissimulazione, proclama e nel medesimo tempo nega la violenza di cui è il non-spettatore, il non-testimone (nello stesso modo in cui la proclama la nega […])».

«Le parole sono pietre» – secondo un noto adagio – nella misura in cui si vuole che le pietre siano già parole, che la lapidazione sia già anche la costruzione della lapide e la dissimulazione della responsabilità di chi compie l’uccisione, il sacrificio. In tal senso è istruttiva la prima strofa della Lode delle pietre analizzata e tradotta da Malamoud. Essa recita: «Che essi comincino a parlare, affinché anche noi cominciamo a parlare. Per questi sassi parlanti, dite la parola mentre voi, o massi, o monti, insieme, presto, portate a Indra il vostro rumore ritmato, [voi che siete] carichi di soma!».
Altrettanto e forse più significativo riguardo la sostituzione di chi parla (della mano che officia e scaglia le pietre) con che cosa parla è questo verso della seconda strofa che recita: «Si sono attivati, questi sassi ben operanti: per [effetto de] loro buon operare, sono riusciti a gustare l’offerta prima ancora dell’Invocatore». Molto acute sono le considerazioni di Malamoud su questa strofa e soprattutto quelle riguardanti la successione dei tempi verbali fra presente e passato aoristo di questi versi. Secondo Malamoud, l’oscillazione temporale dei verbi è fatta per «mostrare che non occorre affrontare l’istante dell’inizio», o meglio – aggiunge chi qui scrive – per attribuire l’inizio alle pietre stesse, per deresponsabilizzare chi eventualmente le ha fatte parlare scagliandole.


 
Da Rovine e reliquie. Estetica e politica della distruzione (in corso di pubblicazione).
In margine al terremoto che ha colpito l’Italia centrale.
Dedicato a Fabio Benincasa.

 

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