Persona e Psiche: Da Phersu a Facebook

Immagine tratta da Adbusters Magazine, rivista canadese di critica sociale e della comunicazione

 

“La facciata di una casa non appartiene a chi ci abita, ma a chi la guarda”, recita un detto orientale: possiamo disporre dell’esterno della nostra casa meno che dell’interno. L’opinione degli altri ci condiziona su quello che noi mostriamo di noi stessi e questo conflitto ha occupato uno spazio centrale in psicologia ed in particolare nel pensiero junghiano.

La parola “persona”, con cui si indica un individuo, deriva dal latino persona, il nome della maschera teatrale che nell’antica Roma indicava l’attore della commedia: la maschera serviva a connotare il ruolo del personaggio al primo apparire in scena, agevolando così la comprensione da parte del pubblico: il militare spaccone, il padre di famiglia, la figlia da marito, il ricco mercante… tutti dovevano essere immediatamente riconducibili a un tipo ben definito della vita quotidiana.

Jung ha indicato con il nome della maschera romana la modalità con cui noi ci presentiamo agli altri. Analogamente a quanto avveniva nella comoedia, a ogni nuovo incontro la Persona di ciascuno di noi viene classificata e giudicata con un colpo d’occhio, spesso definitivo.

La Persona è la vivente carta d’identità di cui ognuno è portatore nel tessuto sociale. Come una vera maschera. Ma i ruoli che regolano la vita sociale sono, secondo la psicologia junghiana, altrettante maschere prodotte dall’inconscio collettivo, manifestazioni archetipiche che nei tratti essenziali restano immutate nelle culture di ogni tempo. Fatto che conferisce alla Persona un enorme potere: come non si può indossare una maschera senza venirne condizionati, così alla lunga la Persona modifica la natura intima di chi la porta. Da qui la drammatica tensione fra Anima e Persona, fra soggetto e collettività, fra essere e apparire” (da “La maschera inevitabile. Attualità dell’archetipo della maschera” di Bruno Meroni).

Phersu, le origini

Nelle pitture etrusche di alcune tombe di Tarquinia, e forse anche di Chiusi, tra varie scene sportive e giochi funebri, è raffigurato un personaggio mascherato denominato phersu (phersu in etrusco voleva dire maschera, il nome si evince dalla chiara iscrizione apposta in due casi accanto al personaggio), da cui deriva l’italiano “persona”.

Sul phersu sono state avanzate varie ipotesi interpretative allo stato prive di riscontro oggettivo. Alcuni, come Giovanni Semerano, vi hanno visto una divinità, un demone infernale in qualche modo collegato con la morte; altri, come Massimo Pallottino, più semplicemente, un attore, una maschera. In effetti la circostanza che il phersu, oltre che nella gara mortale sopra descritta, sia rappresentato anche in contesti del tutto non cruenti e segnatamente in scene di corsa e di danza farebbe propendere per una caratterizzazione generica del personaggio.
I glottologi comunque ritengono che dalla parola etrusca phersu, nel senso di “maschera“, derivi la parola latina “persona” nel suo significato originario di maschera teatrale. Vi sono invece forti dubbi che la parola etrusca sia, a sua volta, un adattamento del greco prosopon (volto, maschera).

A ben vedere, con Anima e Persona Jung indica proprio la polarità che racchiude una drammatica tensione, quella dell’essere se stessi secondo la realtà dell’anima e quella dell’adeguarsi all’ambiente sociale.

Gli scritti pioneristici di Carl Gustav Jung

La persona, secondo Jung, è la faccia sociale che l’individuo presenta al mondo: «un tipo di maschera, disegnato da un lato per creare una precisa impressione sugli altri, e dall’altro per nascondere la vera natura dell’individuo»[1]. È, quindi, la funzione dell’ego che si trova tra l’esperienza di un individuo come individuo e la società, e come tale ci permette di interagire con il mondo; durante la crescita, lo sviluppo di una persona sociale flessibile è una parte vitale dell’adattamento, e della preparazione, alla vita adulta nel mondo sociale esterno. Tuttavia, l’ego non è che una piccola parte del più ampio . Di conseguenza, la persona ci costringe a interagire con il mondo in maniera parziale, lasciando vari aspetti del non riconosciuti.

La Persona come segmento della psiche collettiva

Credo sia utile e opportuno in questa sede rileggere le intuizioni di Jung. Riporto quindi alcune righe significative tratte da “Due testi di psicologia analitica”, pubblicato da Bollati Boringhieri (Opere, Vol. 7, 1993).

“Affronteremo ora un problema che è atto a generare grande confusione se viene trascurato. Ho detto (..) che, con l’analisi dell’inconscio personale, vengono per prima cosa annessi alla coscienza contenuti personali, e ho proposto di chiamare inconscio personale questi contenuti che sono stati rimossi ma che sono capaci di divenir coscienti. Ho poi mostrato come con l’annessione degli stati ancor più profondi dell’inconscio, che propongo di chiamare inconscio collettivo, avviene un ampliamento della personalità che conduce allo stato di “somiglianza con Dio”. Questo stato è raggiunto mediante la semplice prosecuzione del lavoro analitico, in virtù del quale noi anzitutto riconduciamo parti rimosse della personalità alla coscienza. Mediante la prosecuzione dell’analisi noi annettiamo alla coscienza personale alcune proprietà fondamentali, generali e impersonali dell’umanità, provocando appunto quell’ampliamento di cui abbiamo già parlato, che in certo modo va considerato come una sgradevole conseguenza dell’analisi”.

La personalità cosciente (Persona) è dunque un segmento più o meno arbitrario della psiche collettiva. Questa, a mio modesto avviso, è l’intuizione più significativa di Jung. Essa si distingue per due proprietà: di essere a priori inconscia delle proprietà umane fondamentali e universali, e di avere rimosso più o meno arbitrariamente tutta una serie di elementi psichici o caratterologici che avrebbero benissimo potuto essere coscienti, al fine di giungere appunto a quel segmento della psiche collettiva che chiamiamo Persona.

Jung scrive poi in questo successivo passaggio fondamentale:

“Il termine è veramente appropriato, giacché in origine Persona era la maschera che portava l’attore e che indicava la parte da lui rappresentata. Se infatti vogliamo arrischiarci a distinguere  esattamente quale parte del materiale psichico va riguardata come personale e quale come impersonale, ci troviamo subito in un gravissimo imbarazzo, perché anche del contenuto della Persona dobbiamo dire, tutto sommato, quanto dicemmo dell’inconscio collettivo; cioè, che è collettivo. Solo perché la Persona è un segmento più o meno accidentale o arbitrario della psiche collettiva, possiamo cadere nell’errore di considerarla, anche in toto, come qualcosa d’individuale; ma, come dice il nome, essa è solo una maschera della psiche collettiva, una maschera che simula l’individualità, che fa credere agli altri che chi la porta sia individuale (ed egli stesso vi crede), mentre non si tratta che di una parte rappresentata in teatro, nella quale parla la psiche collettiva. Se analizziamo la Persona, stacchiamo la maschera e scopriamo che ciò che pareva individuale è, in fondo, collettivo. Riconduciamo così il “piccolo Dio del mondo” alla sua origine, al Dio universale, che personifica appunto la psiche collettiva. Alla fine ci avvediamo con stupore che la Persona non era che la maschera della psiche collettiva. Tutto sommato, la Persona non è nulla di “reale”. È un compromesso tra l’individuo e la società su “ciò che uno appare”. L’individuo prende un nome, acquista un titolo, svolge una funzione ed è questa o quella cosa. Sicuramente tutto ciò è reale, ma in rapporto all’individualità del soggetto in questione è come una realtà secondaria, un mero compromesso, a cui talvolta altri partecipano ancor più di lui. La magia del nome e altri piccoli privilegi “magici”, come un titolo o cose del genere, procurano il prestigio necessario a dar vita a questo compromesso. Ma sarebbe ingiusto fermarsi a questo punto, senza riconoscere in pari tempo che nella caratteristica scelta e definizione della Persona è già insito qualcosa d’individuale e che, nonostante l’esclusiva identità della coscienza dell’Io con la Persona, il Sé inconscio, la vera e propria individualità, è sempre presente e si fa notare, se non direttamente, almeno indirettamente.

È importante notare come, sebbene la coscienza dell’Io si identifichi inizialmente con la Persona, cioè con quella figura di compromesso sotto la quale ciascuno appare di fronte alla collettività, il (vero) Sé inconscio non può venire totalmente rimosso. La sua influenza si manifesterà anzitutto nella particolare natura delle varie manifestazioni contrastanti e compensatorie dell’inconscio. È questa la potenziale fonte di disagio che può nel tempo emergere in un continuum che va dalla lieve nevrosi ad un serio disturbo di asse primo.

Persona e la psicologia dei nuovi media

L’avvento dei “nuovi media”[2] ha verosimilmente modificato il rapporto con la realtà delle generazioni che sono entrate o stanno entrando nel “mondo degli adulti” del nuovo millennio, variamente definite come millennials, nativi digitali, net generation, generazione Y, thumb generation o iGeneration, al punto forse da determinare una vera e propria mutazione socio-antropologica rispetto al passato.

Si stima che l’utilizzo di internet oggi coinvolga oltre 3 miliardi di individui[3], vale a dire oltre la metà della popolazione mondiale, di cui oltre 900 milioni sono utenti di Facebook[4], mentre Twitter ha superato i 300 milioni di utenti [5]. Si tratta di una forza dirompente di soggetti, segnati dalla pervasività della cosiddetta “cultura digitale”[6], abituati a ricevere informazioni “alla massima velocità” e a gestire più processi in parallelo[7]. Ciò avviene in un contesto di continuo cambiamento (un contesto “liquido”, direbbe Bauman [8]), caratterizzato per un verso dalla convergenza tra piattaforme tecnologiche diverse che creano un ambiente comunicativo integrato, senza soluzioni di continuità tra “online” e “offline”[9], e per un altro verso dalla diffusione di culture partecipative, caratterizzate dal crescente protagonismo degli utenti [10] e dalla possibilità di nuove forme di espressività giovanile.

Non sorprende, perciò, che il rapporto delle giovani generazioni con i nuovi media sia oggetto di crescente attenzione: il tema è spesso occasione di vivaci dibattiti e confronti. In generale, la discussione tende a polarizzarsi in opposti estremi: da un lato, lo scetticismo digitale di chi vede nella rete un sostituto della relazione, un surrogato “virtuale” della realtà quotidiana, uno spazio ambiguo, segnato dal trionfo della mediocrità e della comunicazione inautentica; dall’altro lato, l’entusiastica adesione all’idea della rete come “piazza virtuale”, società orizzontale animata dalla logica del dono e dello scambio alla pari, ove ciascuno ha diritto di parola.

Più in particolare sembra utile evidenziare come la suddetta mutazione socio-antropologica verosimilmente influenzi la modulazione delle funzioni dell’ego di ciascun individuo (inteso in senso freudiano), e soprattutto la declinazione di quella funzione-ruolo che in psicologia si definisce persona.

C’è un discreto consenso sul fatto che la cultura moderna, che per molti aspetti aiuta il processo d’individuazione, per altri enfatizza oltremodo l’importanza della persona, creando superficialità e aspettative non realistiche. In questo, i social media agiscono al servizio dell’ego, il quale interagisce con essi come estensione dei modi in cui negozia ogni giorno con il mondo per ottenere riconoscimento, talvolta a spese del più autentico e complesso (esattamente quello che postulava Jung). Infatti, il cerca un riconoscimento da parte degli altri che sia pieno, onesto, autentico e non giudicante; l’ego, invece, che tende a mantenere schemi familiari, ricerca un riconoscimento condizionato da  aspettative e desideri[11]. I social network sovente contribuiscono in allo sviluppo di un falso senso di autostima basato sull’approvazione degli altri fino ad alimentare il “falso se/persona” di winnicotiana memoria. Cambia, di conseguenza, anche il rapporto dell’ego con l’ombra, che finisce per contenere gli aspetti del sconosciuti o negati; proprio questi aspetti negati vengono poi facilmente proiettati sugli altri (come, per esempio, nel caso del cyber-bullismo).

Facebook e Twitter puntano sulla persona in maniera molto forte, ci richiedono di mostrarci con indosso le nostre maschere sociali.

Discrasie

Come si potrebbe gestire praticamente una situazione in cui sullo stesso social network compaiono sia tua madre che il tuo capo, vale a dire due individui che richiedono una persona completamente diversa per ciascuno, contemporaneamente [12]? Fortunatamente, si potrebbe rispondere, esistono le impostazioni di privacy di Facebook, e sicuramente un modo molto semplice per mostrare le personae che vogliamo alle persone giuste è, appunto, imparare a settarle bene. Tuttavia queste impostazioni sono piuttosto rigide, ed è quasi impossibile settarle adeguatamente. Forse, però, questa condizione non è “colpa” della tecnologia, ma piuttosto della complessità delle nostre vite relazionali, composte di continue negoziazioni complesse, sottili e praticamente automatiche che la tecnologia non è in grado di compiere, o, meglio, semplicemente non compie.

La farraginosità dei social network rende, di conseguenza, farraginoso anche il passaggio tra un aspetto e l’altro di noi. È ovvio che la questione non riguarda soltanto la difficoltà a gestire una tale rigidità, ma se e in quale misura questa farraginosità, questa mancanza di fluidità dei social network potrebbe rendere anche noi stessi poco fluidi, riflettendosi sullo sviluppo delle nostre personae. Come scrisse, infatti, Mario Jacoby, «[u]n forte ego si relaziona al mondo esterno attraverso una persona flessibile; l’identificazione con una persona specifica (dottore, studioso, artista eccetera) inibisce lo sviluppo psicologico»[13].

Questo è evidente, per esempio, nei casi in cui la pubblicazione di un aggiornamento di status su Facebook provoca uno stato di ansia o un senso di colpa nell’utente se c’è la possibilità che esso venga letto da un gruppo sociale a cui egli ha riservato solo alcune parti di sé, e che quindi non lo conosce da altri punti di vista.

Infatti, noi non abbiamo una sola persona, o un solo falso sé, come scrivono alcuni autori: noi ne abbiamo un’intera serie per le diverse occasioni. I social network in generale forzano infatti queste possibilità, finendo per limitare l’espressione dei nostri multipli modi di essere. Una situazione che la psicologa e sociologa del MIT Sherry Turkle definisce, mutuando il termine coniato dal sociologo David Reisman di sé etero-diretto, “iper-etero-direzione” [14]. Ciò significa che noi sviluppiamo una persona con l’intenzione inconscia che essa sia innanzitutto piacevole per gli altri. La questione è che molte persone potrebbero non rendersene conto mentre condividono i propri status, e questo pericolo è tanto più grande per i più giovani, cioè i nativi digitali.

«Dal punto di vista dei nativi digitali – ci insegnano Palfrey e Gasser – non esiste una cesura tra identità online e identità offline, o identità sociale e identità personale. Poiché queste forme d’identità esistono simultaneamente e sono strettamente legate le une alle altre, i nativi digitali non distinguono quasi mai tra le versioni di sé stessi online e offline»[15]. Se al concetto di “identità” usato da Palfrey e Gasser sostituiamo quello di ego, troviamo che gli ego “online” e “offline” non sono altro che aspetti del .

Tuttavia, bisogna anche chiedersi se questo fatto non potrebbe aiutare in qualche modo, al contrario, il processo d’individuazione di cui ci parla Jung[16], descrivendolo come «un processo in qualche modo doloroso, ma necessario per essere veri verso il sé autentico». Ci sono, infatti, prove che suggeriscono che i social media potrebbero aiutare i teenager timidi a sviluppare abilità sociali; per esempio, secondo lo psicologo dell’Università statale della California Larry Rosen[17], «[l]’anonimato può aiutarli a essere più a loro agio e rilassati. I social media possono aiutarli anche a sviluppare abilità empatiche, al momento che le persone mostrano empatia virtuale che possono quindi trasformare in empatia nella vita reale».

Ma c’è anche l’altra faccia della medaglia, in cui i social media forniscono alla nostra ombra il travestimento perfetto, come si è verificato nei molti casi di cyber-bullismo saliti recentemente agli onori della cronaca. Tale attività permette, infatti, di dare il via libera al nostro lato ombra, con la garanzia di mantenere una persona intatta. L’ironia della sorte è che, se a livello pubblico la tolleranza del razzismo o del sessismo diminuisce, a livello privato l’ombra si riversa nei siti. Al di là delle ferite profonde causate alle vittime in questi casi, si potrebbe anche considerare la mancanza di autenticità sottostante, dal momento che la maggior parte delle persone ha abbastanza consapevolezza per non esprimere apertamente questi punti di vista, ma tuttavia si sente libera di esprimere queste opinioni su internet. Questo comportamento è un chiaro esempio di come noi proiettiamo la nostra rabbia, o la mancanza di potere, sugli altri. Secondo Cary Cooper [18], «la rabbia contro gli stranieri ha generalmente radici vicino a casa. Non puoi prendertela con il tuo capo perché il lavoro è insicuro. Non puoi prendertela con tua moglie perché è una donna potente, ed è questo il vero pericolo dei social media. Tu puoi sfogare la tua bile su qualcuno che non è il vero destinatario». Potrebbe essere bene che la tecnologia, combinata con la mancanza d’interazione fisica, ci fornisce lo spazio che ci autorizza a vedere gli altri come immagini sociali dis-incorporate, piuttosto che come persone reali. Per cui finiremmo per non riconoscere nemmeno che stiamo proiettando parti di noi sugli altri: se ne potrebbe concludere, come afferma provocatoriamente lo scrittore Pino Corrias, che noi, «la benestante moltitudine del Pianeta […], non ha assolutamente nulla da dire, ma lo dice almeno una dozzina di volte al giorno. […] La forma, che in Facebook diventa sostanza, illude chi digita i messaggi che stia per davvero comunicando qualcosa a qualcuno, ma non è quasi mai vero. Il più delle volte sta solo facendo a sé stesso il resoconto millimetrico della propria solitudine. E sta usando gli altri come pretesto»[19]. Siamo di nuovo al punto di partenza.

Per concludere, io credo che uno dei problemi inerenti ai social media è che essi nutrono la nostra predilezione per ultra-identificarci con la persona, il che crea una dose di mancanza di autenticità sottostante. Molta energia viene spesa per creare e mantenere una persona, allontanando il focus dalle nostre esperienze emotive, che poi sovente ri-emergono ad esempio (ma non solo) tramite la proiezione sugli altri.

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Note:

[1] Carl Gustav Jung, Two essays on analytical psichology, London 1953, p. 190.

[2] Sorta di “etichetta ombrello” che raccoglie tutti i media che nascono dalla convergenza tra tecnologie comunicative (cellulare/smartphone, web e social network) e linguaggio digitale e che sono caratterizzati dalla presenza di dimensioni, più o meno accentuate, di interattività, ipertestualità e multimedialità e ripensati in quanto luoghi di condivisione di contenuti, emozioni, interessi, progetti.

[3] http://www.internetworldstats.com/stats.htm

[4] http://www.internetworldstats.com/facebook.htm

[5] http://www.statista.com/statistics/282087/number-of-monthly-active-twitter-users/

[6] Fabris G.P. (2008). Societing. Milano: Egea.

[7] Prensky M. (2001a). Digital Natives. Digital Immigrants. On the Horizon (MCB University Press), 9, 5: 1-6, cit. in Qualizza.

[8] Bauman Z. La società individualizzata. Come cambia la nostra esperienza, Bologna, il Mulino, 2002.

[9] Mascheroni G. (2010). Reti sociali e connettività ubiqua. In: Pasquali F., Scifo B. e Vittadini N., a cura di, Crossmedia cultures. Giovani e pratiche di consumo digitali (pp. 45-62). Milano: Vita e Pensiero.

[10] Jenkins H. (2006a). Convergence culture: where old and new media collide. New York: New York University Press; Boaretto A., Noci G. e Pini F.M. (2007). Marketing reloaded. Leve e strumenti per la co-creazione di esperienze multicanale. Milano: Il sole 24 ore

[11] Social Media, the ego, and the self, Aaron Balick, January 2, 2012, http://www.mindswork.co.uk/wpblog/social-media-the-ego-and-the-self/

[12] The persona, the false self, and the social network: who are you on Facebook?, Aaron Balick, January 14, 2012, http://www.mindswork.co.uk/wpblog/the-persona-the-false-self-and-the-social-network-why-it%E2%80%99s-so-difficult-to-have-your-best-mate-your-mother-and-your-boss-on-facebook/

[13] Mario Jacoby, The analytic encounter, Canad 1984, p. 118.

[14] Turkle, S. (2011). Alone Together: why we expect more from technology and less from each other. New York: Basic Books, pp. 176-177.

[15] Palfrey, J. And Gasser U. (2008). Born Digital; understanding the first generation of digital natives. New York: Basic Books. p. 20.

[16] Jung, C.G. (1995) Memories, Dreams and Reflections, London: Harper Collins. 92, 93.

[17] Rosen, L. D. (2012) www.huffingtonpost.com

[18] Cooper, C. (2012) Torment of Trial by Troll, Sunday Times – News Review, 25 March. pp 2, 3 http://www.thesundaytimes.co.uk/sto/newsreview/features/article1001263.ece

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