Parole del sogno

Parole del sogno

Juliette Binoche in una scena di “Cosmopolis”, David Cronenberg, 2012

“PAROLE DEL SOGNO”: in versi e in prosa

UN AMORE NEMICO DELLA QUIETE

[8 strofe formate ciascuna da 6 endecasillabi sciolti, senza rima]

Questa sera hai profanato le astuzie
di un Narciso che sfugge e mi nasconde.
Esile fiore carico di aromi,
tenera preda di passioni amare:
mi ha soggiogato, nella notte bianca,
la forza della tua fragilità.

Questa sera ho riscoperto l’incanto
di un gioco dissacrante e senza maschere.
Ho ritrovato l’antica speranza
di un amore nemico della quiete:
vigile, temerario, bellicoso,
anche se immerso nell’oblio del mondo.

Questa sera d’autunno, tu lo sai,
la verità che l’anima non vede
ha lacerato regole ed assiomi
di un discorso tenace, persistente,
di una parola sterile e lontana:
spettro vagante, notte senza stelle.

Un Narciso sfuggente e ingannatore
non conosce le trappole, le insidie,
la cruda verità della materia.
Materia sono i pori della carne,
volumi e superfici del tuo volto:
àncore solitarie dentro il nulla.

Un Narciso sfuggente e ingannatore
cerca simboli, stilemi e quadrature:
allucinati abissi dell’assenza,
ove lo spazio non conosce limiti;
matemi scoloriti e senza tempo,
ove il tuo sguardo non avrà dimora.

“L’umida notte ormai cala sul cielo.
Ridono ai sogni le cadenti stelle”.
Virgilio, vate di malinconia,
dammi la forza di restare solo:
solo di fronte al volo dei gabbiani,
là dove la parola sembra polvere.

Tu preferisci questa solitudine,
questo silenzio che non prende nomi:
esso è per te l’assenza di dolore,
ove la pace tempera l’angoscia.
Giochi di stelle, giochi di materia!
Sirene senza voce, inteneritemi!

Aspro, distante ed ebbro di parole,
non so accettare la dissoluzione
trepida e festosa di un’abitudine:
il vizio di nominare l’altro
senza riuscire mai ad ascoltare
la musica assoluta del suo corpo.

 

L’ATTESA. Aspettando l’amata

Tra due poli contrastanti – la fiducia e l’abbandono – si dispone l’attesa. Attendere è un po’ come rivivere, nascere a nuova vita, prolungare il presente oltre le soglie del conosciuto, dello scontato, del prevedibile. Tuttavia l’attesa – viaggio della mente oltre i confini del tempo percepibile – è anche, come tutti i viaggi verso l’ignoto, PAURA DI PERDERSI nel vuoto di una solitudine senza senso e senza ritorno. Attendere l’altro significa mantenere il proprio investimento su di lui senza garanzie, come l’acrobata che volteggia nello spazio senza rete di protezione.
Il malinconico, a cui il futuro è negato e sottratto, non sa attendere. Saper attendere, senza temere la perdita di sè e dell’altro, significa anche essere fuori dalla malinconia: bastare a se stessi, vivere l’altro come presenza e non come rifugio. ESPERIRE L’ATTESA significa non temere il vuoto e la perdita. RIEMPIRE L’ATTESA con rituali di superficie significa essere preda della PAURA.

 

SPECCHI DELLA FINITUDINE

Alba radiosa della trasparenza,
notte crudele della disperanza:
ossimori che traversano l’anima
senza darle mai tregua, né riposo…
siete lo specchio, l’estasi e il tormento
di un’esistenza che rifiuta il tempo,
che persegue l’incanto collettivo –
un bagliore accecante, luminoso –
di un presente assoluto, senza limiti…
Sogno figure della trascendenza:
immagini che possano spezzare
le sequenze crudeli e ineluttabili
della nostra terrena f i n i t u d i n e.

 

RAB: LE RADICI PERDUTE (2000)

Nel luogo delle origini perdute
s’infrangono le trame dell’oblio:
pietre silenti, trasudanti storia,
tombe ignorate, meste e polverose,
tracce dolenti di un esilio amaro.
Brandelli rinnegati di memoria
rivivono nei sogni del ritorno:
lacerti di una pena irredimibile…
Sopra il battello volano i gabbiani
e vola e si spaùra il mio dolore:
strazio del tempo, che non posso vivere.

 

DESERTO (2002)

Dopo gli scontri devastanti e amari
si smorzano i colori dei miei sogni.
Sento rumori e voci nella piazza:
epifanie del vuoto che m’assale
e del deserto che corrode l’anima.
Non ho più visto e non ho più incontrato
il tuo sorriso: cifra di speranza
che scioglie le mie nebbie e i miei furori.
Ho incontrato una cruda solitudine:
mostro tenace, non mi dai respiro…
rabbia fremente, priva di parole…

 

QUESTA INSENSATA TERRA DI NESSUNO (2011)

La veglia, serbatoio del non senso,
spazio espropriato, esangue, inaridito:
tempo del nostro vuoto, del silenzio,
delle emozioni implose e senza nome…
Per quante lune ancora, non lo so,
potrò subire questa morta gora,
questa insensata terra di nessuno
di relazioni neutre, congelate,
che sotterrano i sogni e la memoria?
Lentamente dileguano le immagini,
le trame ed i colori dell’attesa.
Lentamente e silenti si dissolvono
le potenze di un desiderio nomade,
prorompente, plurale, imprevedibile.
Lentamente si dissolve la maschera
dell’io: un lutto amaro, inevitabile,
sospeso tra la morte e la rinascita.

 

A SAINT-GERMAIN, RIGUARDANDO MAGRITTE

Saint Germain non è più quello di un tempo.
Sei qui con me, nel viale del ricordo,
antidoto segreto di ogni perdita.
Sei tu, lo sai, l’Impero delle luci
e i suoi neri g r e l o t s sono l’enigma
di un ossimoro che inquieta: bagliore
imploso, mistero non decifrabile.
………………………………………..
Il tuo silenzio spegne e annichilisce
braci e tumulti di passioni antiche.
………………………………………..
Ma le luci notturne di un’ascesa –
le nostre luci, per riaprire il tempo –
contrastano, splendenti e senza macchia,
il Sole Nero di Malinconia.

 

IL VELENO DELL’ESSERE
(18 settembre 2015)

Una malattia che tocca l’essenza dell’essere e le sue possibilità centrali d’espressione e che si applica a tutta una vita […] Una malattia da cui l’anima è affetta nella sua più profonda realtà e che ne infetta le manifestazioni. Il veleno dell’essere. Una vera paralisi. Una malattia che toglie la parola, il ricordo, che estirpa il pensiero” [Antonin Artaud]

Una malattia che occorre conoscere, sviscerare, mettere in scena, per poterla redimere e guarire. Iniziano qui le cronache di un Io che sprofonda e che si smarrisce. Cronache della caduta, che preludono alle cronache di una possibile risalita. Il buio angoscioso della discesa agli inferi e il chiarore rasserenante di un’ascesa risolutrice: le drammatiche dell’anima – le cronache dell’anima – giocano tutte dentro questo enigmatico contrappunto.
Se ci si allontana, solo per un attimo, dal fluire della vita – dal trascorrere ininterrotto degli avvenimenti, dal tumultuoso intrecciarsi delle azioni umane – emerge sùbito, nitida e terrificante, l’immagine di un soggetto e della sua risibile compattezza. Un profilo di fragilità, di debolezza,di assoluta e irrimediabile caducità.
Non ci conforta la possibile bellezza di ciò che è caduco. Non ci ha mai confortato, non ci ha mai accecato, l’effimero piacere dell’immanenza: la concretezza illusoria, la falsa stabilità di ciò che si vede, si sente, si tocca.
Il soggetto, l’individuo, la persona: questi concetti vuoti, queste maschere arroganti dell’identità, rappresentano lo strumento e il sostegno delle nostre paludate e superficiali certezze.
Sono concetti antichi e ingannatori, dietro i quali solo la nostra ironia, caparbia e battagliera, può farci intravvedere moltitudini, paesaggi, volti, pluralità disseminate e senza nome. Lo specchio della nostra identità ci restituisce un’immagine rifratta, spezzettata, decomposta.
Sento, assieme a Borges, “la fatica dello specchio che non si placa in una sola immagine”. La fatica dipende comunque dalla vana pretesa di rinchiudere il soggetto entro l’alveo rassicurante di una sola immagine. Superare questa fatica, risolverla, significa accettare l’irruzione disordinata del molteplice, rinunciando alla pretesa di addomesticarlo, di piegarlo alla logica ormai logora di un Io coerente e unitario, di un Soggetto sovrano e fondatore. Non so se Borges volesse dire questo. Mi piace pensare che la “fatiga” di cui parla, attribuendola allo specchio, sia quella che discende dall’ostinato e morboso attaccamento all’Uno, all’IDENTICO, ai suoi presunti ed effimeri Nomi, alla sua Storia, il più delle volte angusta e menzognera.
L’incanto polimorfo dell’infanzia sfuma e si dilegua, con il passare degli anni, ed il grande poema di un IO PLURALE, sognato da Borges – “este poema de un yo plural” – rischia continuamente di sfaldarsi nella prosa del mondo, o di annullarsi nella trivialità del quotidiano e delle sue norme. Occorre, oggi, riproporre, riprendere, rilanciare, ricreare il sogno di Borges.

 

UN TOTEM, UN SIMBOLO

C’era una volta una nonna che volle regalare al suo nipotino – mio figlio, ora grande – un babbo natale di lana, fatto con le sue mani. Il bimbo, vuoi perché troppo piccolo, vuoi perché nato da genitori laici, convintamente laici, nulla sapeva della “esistenza” di babbo natale, di tanti babbi natale. Perciò entrò in famiglia con un nome generico, amico, che divenne subito, abbreviato, I C O. Ico divenne ben presto un personaggio familiare importante: tutti – io per primo e soprattutto mio figlio – dialogavamo con lui. Quei dialoghi si protrassero nel tempo. Diventarono imperituri, interminabili. Lo teniamo ancor oggi sul divano del salotto. E a volte, un po’ per celia, un po’ per gioco, un po’ sul serio, parliamo ancora con lui: un totem, un porta-fortuna, un simbolo dell’infanzia, nostra e di mio figlio… Tanti auguri ICO, amICO immaginario di tutti i nostri natali e della nostra casa. Sei tutti noi!

 

HETERONYMOS

Seduto, solo, davanti al computer. Apro la pagina del mio blog. Avevo deciso di presentarmi nella blogosfera, dove ero conosciuto come VALMONT, con il mio nuovo nickname, HETERONYMOS: l’uomo dai tanti nomi, l’uomo dal nome diverso. Un appellativo, dunque, per la blogosfera. Un nome singolare che veicola una presenza plurale. Heteronymos è l’Uno-molti: la personificazione di un ossimoro: un rizoma, come lo pensavano Deleuze e Guattari, e non una radice. Un soggetto che vive nella molteplicità dei suoi registri espressivi, creativi e produttivi. Multum in parvo, come recita l’antico adagio latino: sul piccolo schermo luminoso, a definire quel nome, molti linguaggi, molti vissuti, molte avventure, molte pulsioni…
Heteronymos è il nome di una maschera. Lo so da molto tempo: la fragile identità che cerchiamo di garantire e di raccogliere sotto ogni nostra maschera, “non è che una parodia: il plurale la abita, anime innumerevoli vi si disputano”. Così Michel Foucault, assieme e dopo Nietzsche. Così Foucault, la cui parola, ancor oggi, arricchisce e destabilizza. Le sue genealogie servono a decostruire l’io: l’idolo tarmato tanto inviso a Gadda, il “gran lombardo”. Servono a mettere a fuoco i “sistemi eterogenei” che proliferano “sotto la maschera del nostro io”. Servono a produrre “la dissociazione sistematica della nostra identità”. È possibile inventare, nella rete e nel mondo, itinerari che rendano possibile un uso creativo di questa dissociazione volontaria, consapevole e sistematica. Momenti creativi. Momenti di rottura.
Per scegliere una denominazione adatta al mio blog, ho fatto riferimento ai diversi eteronimi che popolano l’opera di Fernando Pessoa. Heteronymos, dunque: l’Uno che racchiude i Molti. Una sola moltitudine. Uno spazio multicolore. Ricco di parole, di testimonianze, di dati: laddove, come vuole Don De Lillo, “i dati stessi sono pieni di calore e di passione”. Sono “un aspetto dinamico del processo della vita”. Laddove “l’imperativo digitale” definisce “ogni respiro dei miliardi di esseri viventi del pianeta”. Lì c’è “il palpito della biosfera”, e “i nostri corpi e oceani” diventano “integri e conoscibili” (Cosmopolis). Proprio lì, sullo schermo luminoso: accessibili, integri e conoscibili nel momento stesso in cui riesco a utilizzare creativamente il computer, trasformandolo – come scrisse un tempo Sherry Turkle, prima di essere irretita dall’inganno terapeutico – in una MACCHINA PER L’INTIMITÀ, capace di infondere vita all’algoritmo digitale.
Di contro, la miseria e la vacuità dei dibattiti teorici senza fine e delle dispute accademiche sulle differenze o sulla presunta dicotomia tra reale e virtuale…
Seduto, solo, davanti al computer. Con me stesso, con tanti altri, con il mondo.

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