Nella memoria degli afflitti

[Questa recensione a Planctus di Laura Liberale (Meridiano Zero, 2015) è apparsa ne L’Indice dei libri del mese, Aprile 2016, XXXIII-4, p. 23. CB]

Terza parte di un trittico sulla morte composto da Tanatoparty (Meridiano Zero, 2009) e Madreferro (Perdisa, 2011), Planctus di Laura Liberale affronta il superamento del lutto da parte di alcuni pazienti di un improvvisato psicodrammatista. Attraverso varie attività che prevedono la messa in scena dell’evento luttuoso, la sua ripetizione, l’evocazione dei fantasmi che popolano la memoria degli afflitti, Liberale ci accompagna in un viaggio – non solo figurato: i protagonisti viaggiano effettivamente in automobile verso una misteriosa meta – nella sofferenza reale e immaginata, imposta o autoimposta, svelando verità che riguardano ognuno di noi e in cui ogni lettore si identificherà. Il rapporto con la madre, con il disagio psichico, con la morte di un congiunto, con la separazione, sono tematiche universali che scaturiscono da quest’opera corale. Non mancano rabbia e commozione, tuttavia ironia, sarcasmo e momenti di genuina comicità sono preponderanti.

Ognuno dei ventitré capitoli di Planctus – tranne quello, brevissimo, conclusivo – è suddiviso in sottosezioni dedicate esplicitamente ai singoli personaggi: la Gotica, il Sopravvissuto, la Maliarda, la Vulnerata. Quattro persone di età e percorsi di vita molto diversi fra loro e apparentemente incompatibili. Altre sottosezioni sono intitolate a questioni tecniche – ad esempio: Principi educativi della relazione con il paziente che muore – dove però Liberale non si esercita nella saggistica, ma stupisce il lettore mantenendo la forma narrativa e passando a raccontare altro, qualcosa di apparentemente irrelato alla trama del romanzo, eppure in realtà connesso ad essa, in quanto tratta le ragioni più intime per cui la voce narrante, un addetto alle pubbliche relazioni recentemente licenziato, si reinventa come psicodrammatista. L’elemento autobiografico irrompe nella finzione senza tuttavia creare un effetto straniante, ma fondendosi nella trama in modo del tutto naturale. Siamo quindi davanti a un oggetto narrativo, un sottotipo del romanzo che ibrida la finzione con altri generi.

Liberale aveva già trattato del suo lutto nella silloge poetica dedicata alla morte del padre Ballabile terreo (Edizioni d’If, 2011). Come gli altri due romanzi, anche in quest’ultima prova narrativa, e in particolare l’inserto autobiografico, riverbera l’esperienza poetica di Liberale, nella brevità del dettato, nella lingua evocativa e fortemente connotata, nell’utilizzo di preziosismi, di termini rari o di prestiti dal linguaggio scientifico. Vere e proprie poesie sono i componimenti incastonati nel capitolo XVI, la seconda delle quali definita pseudoversi dalla stessa autrice, o il suo “personale adattamento dell’Edda poetica”, che, come noto, è un testo allitterante e disadorno, lasciando intendere che la vicenda di Roberto (il Sopravvissuto) è di natura mitica, e riprendendo motivi legati all’origine del dolore dell’uomo. Emergono inoltre in quest’opera – come nelle precedenti – le conoscenze di filosofia indiana, disciplina in cui l’autrice si è specializzata.

Plactus di Laura Liberale occupa un posto importante nella produzione letteraria italiana contemporanea per la perfezione della lingua, la sapienza narrativa e l’universalità dei temi che vi si incontrano.  Di sicuro lascia il lettore con la sensazione di avere affrontato un testo complesso e insolito, e con l’auspicio che a questa autrice venga dedicata in un futuro prossimo l’attenzione critica di cui è degna. (Claudia Boscolo)

Laura Liberale, Planctus, 158 pp., 10 €, Meridiano Zero, Bologna 2015

Planctus copertina

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