“Guernica” o della visione della morte in atto

chiccama
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“Guernica” può dirsi l’unico quadro storico del nostro secolo, non perché rappresenta un fatto storico, ma perché è un fatto storico. Così dice Giulio Carlo Argan ne “L’ Arte Moderna” edito da Sansoni:

«E’ il primo, deciso intervento della cultura nella lotta politica: alla reazione, che si esprime distruggendo, la cultura democratica risponde per mano di Picasso,  creando un capolavoro. Da quel momento, Picasso in testa, gli intellettuali eserciteranno una più forte ma purtroppo inutile pressione sui governi democratici per deciderli, finalmente, a difendere la democrazia. Non è esagerato affermare che, nel nostro secolo ed in rapporto ad una problematica storico-politica, Guernìca ha la stessa importanza che aveva avuto, in rapporto alla problematica storico-religiosa del Cinquecento, il Giudìzio Universale della Sistina: l’opera con cui Michelangiolo era intervenuto con l’autorità del genio nel problema più scottante del tempo, sostenendo la tesi cattolica della responsabilità contro la tesi protestante della predestinazione. Nell’opera, ormai matura, di Picasso, Guernìca segna una svolta non meno  radicale di quella segnata, trent’anni prima, da “Les demoiselles d’Avignon”, e nello stesso tempo, come per un impulso a parlare a tutti nei modi più piani e diretti, quasi inconsapevolmente rievoca l’apocalittica Guerre del Doganiere Rousseau».

A mio avviso Picasso ha una visione lucida della situazione, l’eccidio di Guernica non è  un episodio della guerra civile spagnola, ma è l’annuncio di una tragedia di incredibili dimensioni, in questo senso è vero: Picasso non descrive o raffigura l’evento, come aveva fatto Delacroix nella Strage di Scio e nemmeno ricorre ad elementi oratori, drammatici, patetici; non supera cioè la realtà storica trasformandola in una visione simbolica o allegorica, non mira a denunciare un misfatto ed a suscitare sdegno e pietà ma vuole con forza  rendere presente il misfatto nella coscienza del mondo civile, costringendolo a sentirsi corresponsabile, a reagire ed in questo è la sua straordinaria grandezza.

Il quadro non deve rappresentare o significare ma deve sviluppare una forza di suggestione; e la forza non deve scaturire dal soggetto o dal contenuto (che tutti conoscono, è la cronaca del giorno), ma dalla forma.

Così dice ancora Argan:

«La forma è l’espressione più alta della civiltà occidentale, erede della cultura classica; la crisi della forma è il segno della crisi della civiltà. In Guernica non c’è colore: solo nero, bianco, grigio. E’ escluso che Picasso si sia servito del monocromato per dare al quadro una tonalità cupa, tragica: tutto è chiaro, le linee disegnano con precisione i piani destinati a colmarsi di colore, ma il colore non c’è, è andato via. E’ escluso che il monocromato serva ad accentuare l’effetto plastico-volumetrico: il rilievo non c’è, è andato via. ll colore e il rilievo sono due qualità con cui la natura si da alla percezione sensoria, si fa conoscere. Eliminare il colore e il rilievo è tagliare il rapporto dell’uomo col mondo: tagliandolo, non c’è più la natura o la vita. Nel quadro c’è, invece, la morte; e non è rappresentata con le sembianze della natura o della vita, perché quella morte non è il termine naturale della vita, è il contrario».

Sembra non difficile verificare, di ogni elemento del quadro, l’ambivalenza realistica e simbolica: così nelle figure, nella cui morte violenta si rivela la violenza degli aggressori, come nelle cose (il lume a petrolio, la lampadina elettrica, la fiamma dell’incendio, il toro). Il simbolo, per la sua stessa paurosa fissità, è morte; passare dalla realtà al simbolo è passare dalla vita alla morte,  uccidendo i cittadini di Guernica gli aviatori tedeschi hanno deliberatamente, freddamente stroncata la vita, come natura e come storia.

Ora ogni cittadino del mondo è obbligato a scegliere, non si può volere insieme la civiltà e il nazismo come non si può volere insieme la vita e la morte. L’Europa non è più la libertà e la pace, ma la violenza e la  guerra: durante l’occupazione tedesca di Parigi, ad alcuni critici tedeschi che gli parleranno di “Guernica” Picasso risponderà amaramente:

«Non l’ho fatta io, l’avete fatta voi!»

Certamente la visione di Guernica è la visione della morte in atto, Picasso non assiste al fatto con terrore e pietà, come ci racconta Aristotele, ma è dentro il fatto non commemora o commisera le vittime, è tra le vittime.

Il ritmo è crescente, il caduto che stringe nel pugno la spada spezzata, il  nitrito lacerante del cavallo ferito a morte, tuttavia all’ordine classico si sovrappone una scomposizione formale di tipo decisamente cubista; un linguaggio, dunque, nettamente moderno, che Picasso stesso aveva creato trent’anni prima, come nel “Les demoiselles d’Avignon”.

Per la prima volta un quadro non rappresentava uno spazio in cui accadeva qualcosa, ma era uno spazio in cui qualcosa stava accadendo e disintegrava il linguaggio tradizionale della pittura, così con Guernica fa esplodere il linguaggio cubista, che era ancora un linguaggio fatto per un diverso che ora non è più possibile.

Sul tema della strage freddamente ordinata ed attuata, Picasso tornerà, più esplicitamente forse, ma con minore incisività, nel 1951, con “Massacro in Corea”. Per Picasso quella dell’artista  non è una normale funzione, ma una straordinaria missione storica, il suo dovere non è di preservare l’arte dai pericoli di una cronaca agitata, ma di gettarla nella mischia, dato che nella mischia è  in gioco anche la sua sopravvivenza.

Chicca

10 Commenti

  1. Oyrad Oyrad scrive:

    Grazie Chicca per questo tuo ottimo primo contributo! :-)
    Lascio commentare gli altri ospiti, utenti, visitatori, etc… poi metterò un paio di link utili…

  2. chiccama chiccama scrive:

    Oyard, ma sei velocissmo nel pubblicare, grazie!!!

    ci tenevo a precisare che non mi ritengo un critico d’arte, nè tantomeno un “conoscitore” profondo di questa splendida attività degli uomini.
    Ho soltanto sviluppato nel tempo, vuoi per ragioni di “bottega”, vuoi per puro piacere personale, un amore grandissimo in particolare per la pittura, la scultura e l’architettura.
    Ma poichè il mio approccio è stato per la maggior parte “amoroso”, non posseggo quella severità e estraneità di giudizio che appartiene agli studiosi seri. Molto spesso mi muovo “a pelle”, scoprendo o riscoprendo conoscenze o “nozioni” apprese sui libri”,
    per cui tutto quanto scrivo è opinabile, è solo il mio pensare.

  3. Monty scrive:

    Guernica è il più celebre quadro del secolo. E, ciò, per alcuni grazie alla “sponsorizzazione” da parte delle sinistre, a cominciare dai liberals occidentali: la tela picassiana ebbe una sala tutta per sé al Metropolitan Museum di New York e vide milioni di “pellegrini” sfilare in un religioso silenzio. Si arriva al grottesco di interpretazioni come quella – un esempio a caso tra mille – della pur pregevole enciclopedia Rizzoli-Larousse che alla tela dedica oltre venti, fitte righe, nelle quali si dice, tra l’altro: “Motivo centrale, l’angoscia della testa del cavallo che sovrasta il duro lastricato dei cadaveri: in alto, a sinistra, l’antico simbolo della violenza, il Minotauro”. Ora, il presunto “Minotauro” altro non è che il toro che uccise Joselito; e il cavallo è quello del picadòr, sventrato nell’arena dallo stesso animale. Una storia, dunque, di tauromachìa, dove la “protesta civile”, la “passione politica” non c’entrano nulla, se non, forse, in qualche particolare SIETE d’accordo?

  4. chiccama chiccama scrive:

    @@Monty

    mi sembra di leggere il pezzo apparso sul il Giornale.it dal titolo “La verità su Guernica, un «segreto» da storici”, che si basa su di un libro “Spain: The Vital Years” di Luis Bolin, che è stato il capo dell’uffico stampa di Franco il dittatore spagnolo, ma questo il giornale non lo dice.

    Picasso di certo quando avvenne il bombardamento su Guernica, era impegnato alla realizzazione di un’opera che rappresentasse la Spagna all’Esposizione Universale di Parigi del 1937 e il terribile episodio, di cui non è stato testimone diretto,( ma che ha appreso probabilmente daall’articolo pubblicato il 28 aprile 1937 scritto dall’inviato del The Times, George Steer), lo spinse a realizzare il quadro, di notevoli dimensioni “metri 3,5 x 8″ che fu realizzato in appena due mesi, e fu preceduto da un’intensa fase di studio, testimoniata da ben 45 schizzi preparatori.
    dipinge è vero anche un toro (che con la guerra ha poco a che vedere) e un cavallo, oltre a simulare nel suo quadro simboli della cristianità del suo popolo ed in particolare quello basco, il toro, il cavallo, la donna con il bambino che sono elementi che riconducono ad una cultura, non ad un solo avvenimento che l’ha caratterizzata, pertanto si può capire la frase di Picasso che ad alcuni critici tedeschi che gli parleranno di “Guemica” Picasso risponderà amaramente:
    «Non l’ho fatta io, l’avete fatta voi!»
    potrebbe essere interessante consultare:
    Russell Frank, 1981, El Guernica de Picasso, Editora Nacional, Madrid.
    oppure
    Arnheim Rudolf, 1964, Genesi di un dipinto, Feltrinelli, Milano.
    e una miriade di altri libri, si avrebbero punti di vista diversi e comunque sempre interessanti

    io non ero lì e non so se avesse usato schizzi già preesistenti, so però che credere a quanto dice Luis Bolin, mi riesce molto difficile!
    chicca

  5. “L’unico quadro storico del nostro secolo, non perché rappresenta un fatto storico, ma perché è un fatto storico [...] Picasso non assiste al fatto con terrore e pietà, come ci racconta Aristotele, ma è dentro il fatto non commemora o commisera le vittime, è tra le vittime.”

    So che è del tutto improprio dal punto di vista storico, ma chicca, leggendo il tuo post, e quello di Daniele su 0 centesimi, mi è venuta in mente questa altra immagine, ideata dalla provincia di Caserta:

    Il volto di Saviano, il giovane scrittore minacciato di morte dalla Camorra, è composto da mille foto di cittadini che con la loro presenza nell’immagine vogliono resistere contro la violenza.
    E’ una foto che non muove a compassione, ma che segna in qualche modo la “storia”, che si fa atto collettivo.

    Credo anche che immagini così forti, come quella di Guernica, proprio perché non solo solo “estetiche” ma sono atti che incidono sul reale, possano alimentare la presa di distanza da parte di chi non la pensa allo stesso modo, come, per tornare a Guernica, l’opinione espressa nel commento di Monty.
    E’ il prezzo che paga un’immagine che si fa politica, che si fa storia, che entra come evento nel nostro quotidiano.

  6. chiccama chiccama scrive:

    @@Mad
    molto interessante quanto scrivi

    Credo anche che immagini così forti, come quella di Guernica, proprio perché non solo solo “estetiche” ma sono atti che incidono sul reale, possano alimentare la presa di distanza da parte di chi non la pensa allo stesso modo, come, per tornare a Guernica, l’opinione espressa nel commento di Monty.

    e credo proprio che sia così perchè fra l’altro il commento di

    @@Monty

    è copiato paro paro da un articolo dell’avvenire on line del 08 aprile 2007, che si trova qui:
    GUERRA CIVILE: GUERNICA
    e che riporta a sua volta un intervento raccolto nel volume “Le cose della vita” di Vittorio Messori
    e Vittorio Messori diciamo che è un giornalista cattolico che evidentemente ha anche idee politiche ben precise

  7. bimodale scrive:

    io non cerco, trovo. diceva picasso, e qui mi sembra trovi il modo di produrre un avvenimento, fallo accadere senza rappresentare. in questo ha influenzato un altro grande genio della comunicazione: Carmelo Bene. mia piace l’idea del simbolo (sim-ballein, unire) che tu collochi sub specie diaboli, Il simbolo, per la sua stessa paurosa fissità, è morte: capovolgi, ed è bello, il senso di simbolo. umberto galimberti, nel suo “Il corpo”, oppone la composizione simbolica e ambivalente alla logica disgiuntiva e quindi diabolica (dia-ballein) di ogni Significante supremo che riporta ogni differenza al significante dell’Oro, del Padre, del Fallo, eccetera. allo stesso modo tu opponi il simbolo alla morte. non lui, loro, i tedeschi l’avevano fatta quell’opera. è in queste frasi che vedo il ruolo dell’artista ‘passivo’ nei confronti di una società lacerata e di un mondo frantumato. mi viene da pensare a saviano, quel libro lo abbiamo scritto noi, e anche loro, i brutti camorristi. penso anche un’altra cosa, e un po’ mi amareggia, perché è così difficile avere il coraggio di opporsi a ciò che non è bello. perché all’agonia lenta e dolorosa di questi anni, non si oppone una morte simbolica?

    un abbraccio, chicca.

  8. Oyrad Oyrad scrive:

    Il cavallo è un “ricordo” del “Trionfo della Morte” di Palazzo Abatellis a Palermo. La testa di donna con i capelli tesi al vento sono una citazione della “Strage degli innocenti” di Guido Reni (se non ricordo male è a Bologna). Il personaggio che solleva le mani è una citazione della “Fucilazione” di Goya.
    E anche se il valore simbolico etc. di “Guernica” fosse stato sponsorizzato dalle sinistre… chissenefrega?!? Che piaccia o no è un simbolo comunque positivo… forse tra un secolo non sapremo più che farcene e potremo gettarlo tranquillamente in qualche discarica (dove del resto sono già andate a buttarsi “le sinistre”)… ma per adesso è un simbolo contemporaneo tutt’ ora operante e importante.

  9. Antonio Lo Giudice Antonio Lo Giudice scrive:

    Quando ho la febbre alta mi è sempre sembrato di essere in mezzo a quel quadro… non è una bella esperienza!
    Comunque complimenti, per l’articolo e per il tuo avatar (foto decisamente sensuale!).

  10. chiccama chiccama scrive:

    @Antonio
    ma grazie,
    mi diverte molto giocare con la mia immagine allo specchio:)))

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