Mario Galzigna rilegge criticamente “Mille piani”, di Deleuze e Guattari [1]

1. Il RIZOMA DI DELEUZE E GUATTARI

È decisivo ciò che accade f u o r i dal perimetro del rizoma, e quindi entro il suo “piano di consistenza”. Assegnare un ruolo fondativo al “fuori” significa necessariamente uscire da ogni strettoia specialistica e riduzionista, evitando il vicolo cieco della trappola disciplinare. Anche per questa ragione Mille piani [MP] – e, più in generale, tutta la filosofia rizomatica – non è accademicamente utilizzabile, anche perché ogni piano, ogni “plateau”, copre un campo problematico più largo di ogni singola disciplina universitaria.

“Rizoma” – il capitolo introduttivo di MP, che leggiamo nella edizione italiana più recente(Orthotes, Napoli-Salerno 2017) – fissa le linee fondamentali dell’analisi: in particolar modo il concetto di AGENCEMENT (qui tradotto con “concatenazione”) e quello di “sistema-radicella” o “radice fascicolata”, visto come SECONDA FIGURA DEL LIBRO (la prima figura del libro è il concetto di “libro-radice” [la radice come “immagine dell’albero-mondo”]). Per Deleuze e Guattari [D&G], non lo si dimentichi, gli “agencements” si danno sempre come “agencements collectifs”, cioè come concatenazioni collettive e come configurazioni della molteplicità…

I concatenamenti collettivi sono, per eccellenza, terreno del NOI: mettono in discussione – con effetti liberatori – la dittatura del principio di causalità e i nefasti riduzionismi che ne derivano.

I concatenamenti legano strettamente, tra di loro, macchine, intese come dimensioni produttive, portatrici di molteplicità, svincolate da qualsiasi dipendenza dall’orizzonte dell’Uno… Per citare gli autori: “Principio di molteplicità: solo quando è effettivamente trattato come sostantivo […] il molteplice non ha più nessun rapporto con l’Uno come soggetto o come oggetto, come realtà naturale o spirituale, come immagine e mondo. Le molteplicità sono rizomatiche e denunciano le pseudo-molteplicità arborescenti […] Una molteplicità non ha né soggetto né oggetto, ma soltanto determinazioni, grandezze, dimensioni che non possono crescere senza che essa cambi natura” (p. 43).
L’antropologia di Pierre Clastres, esposta in un testo capitale (La società contro lo stato), valorizza la visione del mondo dei Guaranì – e più in generale della cultura amerindiana – come momento eminente di una PRESA DI POSIZIONE CONTRO L’UNO, A FAVORE DEL MOLTEPLICE. Il titolo del capitolo 9 del saggio è già eloquente e programmatico (Dell’Uno senza il molteplice) e mette in scena una critica radicale della cultura occidentale, vista come cultura egemonizzata da istanze connesse alla valorizzazione e alla sopravalutazione dell’Uno. La lezione di Clastres viene ripresa e rilanciata d Eduardo Viveiros De Castro, antropologo brasiliano che si rifa esplicitamente alla filosofia rizomatica di Gilles Deleuze (e particolarmente all’Anti-edipo e a Mille piani).

La forza del rizoma e i princìpi del suo funzionamento

La forza del rizoma viene garantita dalla vigenza di quattro princìpi: 1) Principio di connessione 2) Principio di eterogeneità 3) Principio di molteplicità 4) Principio di rottura asignificante, di cui diremo più avanti. Sulla base del terzo principio, forse quello decisivo, il principio di molteplicità non ha più nessun rapporto con l’Uno come soggetto o come oggetto. Nella misura in cui obbedisce a questi quattro princìpi, il libro può diventare momento sovversivo, trasformando la sua natura di libro-parola nella dimensione di libro-evento, e quindi di libro–macchina da guerra: “Il libro-macchina da guerra contro il libro-apparato di Stato”.
Tra i libri (pochi) macchine da guerra e i libri (molti) apparati di stato, una miriade di libri che non hanno la dignità dei primi o l’essenziale “necessità” dei secondi… l’emergenza di questa miriade rende ardua l’impresa di chi vuole scrivere per scardinare gli assetti di potere e di chi vuole (o pretende) di scrivere per confermare lo stato presente delle cose…

Nel rizoma non ci sono punti o posizioni. Nel rizoma non ci sono che linee. E le linee fanno “proliferare l’insieme”. Il numero non è un concetto universale corrispondente ad una determinata “posizione”. E’ una “molteplicità variabile”. Torna ad essere definibile attraverso la “nozione di unità” solo quando, entro la molteplicità stessa, si afferma “una presa di potere da parte del significante o un processo corrispondente di soggettivazione” (p. 44).
“Le molteplicità si definiscono attraverso il fuori”, cioè attraverso la rete di connessioni che connettono il rizoma a ciò che sta fuori dal rizoma. Il rapporto con il fuori è IL PIANO DI CONSISTENZA ( o di esteriorità ) DEL RIZOMA e della molteplicità che lo definisce. “Il piano di consistenza è il fuori di tutte le molteplicità”.
Si afferma – “contro i tagli troppo significanti che separano le strutture o ne traversano una” – il quarto principio che regola la vita del rizoma. “4) – Principio di rottura asignificante”, in base al quale “un rizoma può essere rotto, spezzato in un punto qualsiasi”, ma poi “riprende seguendo questa o quella delle sue linee e seguendo altre linee”. E “vi è rottura nel rizoma ogni volta che le linee segmentarie esplodono in una linea di fuga, ma LA LINEA DI FUGA FA PARTE DEL RIZOMA. E quindi queste linee continuano a rinviare le une alle altre”, entro una catena infinita di rimandi e di connessioni che rendono difficile il coagularsi di un potere attorno a un significante, l’accumulo di “attribuzioni” capaci di ricostituire “un soggetto” e quindi, di conseguenza, “le risorgenze edipiche” e le “concrezioni fasciste”… È così che “i movimenti di deterritorializzazione e i processi di riterritorializzazione”, tra di loro sempre collegati e intrecciati, diventano relativi…
LA VESPA E L’ORCHIDEA: un esempio significativo di questo processo. “L’orchidea si deterritorializza formando un’immagine,, un calco di vespa; ma la vespa si riterritorializza su questa immagine. La vespa nondimeno si deterritorializza, diventando essa stessa un pezzo nell’apparato di riproduzione dell’orchidea; ma allo stesso tempo riterritorializza l’orchidea, trasportandone il polline. LA VESPA E L’ORCHIDEA FANNO RIZOMA IN QUANTO SONO ETEROGENEE”. È questo “un vero divenire”; il “divenire vespa dell’orchidea” “e il “divenire orchidea della vespa”: una “EVOLUZIONE APARALLELA di due esseri che non hanno assolutamente niente a che vedere l’uno con l’altro” (p. 46).

Esempio significativo, si diceva. Molte orchidee, anche in Italia, imitano le femmine di alcune specie di vespa, per attirare i maschi e cospargerli di polline, che gli insetti provvederanno a trasportare su altri fiori. Nessuna orchidea, però, era mai arrivata al punto di attirare i maschi soltanto con l’odore. L’orchidea australiana Chiloglottis trapeziformis, studiata da un gruppo di ricercatori australiani e tedeschi, imita invece alla perfezione il feromone femminile della vespa Neozeleboria cryptoides.
I feromoni sono composti chimici utilizzati da molti insetti per attirare i componenti del sesso opposto, o per tracciare una via che altri componenti della colonia devono seguire per trovare il cibo. Attirata dal profumo, la vespa si posa sull’orchidea e tenta di accoppiarsi con essa, coprendosi di polline. Un viaggio su un altro fiore consente a quest’ultimo di essere impollinato.
Il composto, chiamato dai ricercatori chiloglottone, è mirato specificamente a una sola specie di vespa. I ricercatori, che hanno pubblicato la ricerca sulla rivista scientifica “Science”, fanno notare che in questo “affare” l’unica che ci guadagna è l’orchidea, mentre la vespa perde tempo ed energia per inseguire femmine inesistenti.

Evoluzioni aparallele

Tra Furlanetto ed Etith Piaf, che qui sotto ho linkato assieme, non c’è nessun rapporto diretto; c’è una EVOLUZIONE APARALLELA – per usare il lessico di Mille piani – che riguarda i due (così come c’è evoluzione aparallela tra la vespa e l’orchidea, tra il babbuino e il gatto, tra il libro e il mondo)… Vengono in mente, qui, gli “amori abominevoli” dell’Antichità e del Medioevo, menzionati da un grande scienziato e scrittore citato da D&G (il biologo molecolare e Nobel François Jacob), che menziona “le fusioni di cellule uscite da elementi differenti” che danno luogo a risultati analoghi a quelli dei suddetti amori abominevoli…

Accanto all’evoluzione aparallela (EA) della vespa e dell’orchidea, D&G menzionano l’EA del gatto e del babbuino, del libro e del mondo. Il libro fa rizoma con il mondo: “assicura la deterritorializzazione del mondo” così come “il mondo opera una riterritorializzazione del libro” (p.47).

Fate la carta, non il calco

Riassumendo: 1) Principio di connessione 2) Principio di eterogeneità 3) Principio di molteplicità 4) Principio di rottura significante 5) Principio di cartografia.
Il principio n. 4 realizza una EVOLUZIONE APARALLELA di due esseri assolutamente diversi tra loro. Esempio già citato: quello della vespa e dell’orchidea. Poi si ha il principio 5: Principio di cartografia e di decalcomania.
Il rizoma è CARTA E NON CALCO: “FARE LA CARTA E NON IL CALCO. L’orchidea non riproduce il calco della vespa, fa carta con la vespa all’interno di un rizoma” (p.49). Infatti, “una carta ha molteplici entrate, contrariamente al calco che ritorna sempre allo STESSO”. Il principio di cartografia è estraneo ad ogni idea di asse genetico, così come di struttura profonda. L’asse genetico (e la struttura profonda) sono “principi di calco, riproducibili all’infinito”. E quindi: “dell’asse genetico o della struttura profonda diciamo che sono prima di tutto principi di calco riproducibili all’infinito. Tutta la logica dell’albero è una logica del calco e della riproduzione. Tanto nella linguistica che nella psicoanalisi essa ha per oggetto un inconscio a sua volta rappresentante, cristallizzato in complessi codificati, ripartito su un asse genetico o distribuito in una struttura sintagmatica. Tale logica ha per scopo la descrizione di uno stato di fatto, il riequilibrio di relazioni intersoggettive o l’esplorazione di un inconscio già lì, nascosto nei recessi oscuri della memoria e del linguaggio. Essa consiste nel ricalcare qualche cosa di precostituito, a partire da una struttura che surcodifica o da un asse che regge. L’ALBERO ARTICOLA E GERARCHIZZA I CALCHI, I CALCHI SONO COME LE FOGLIE DELL’ALBERO” (p. 48). Il calco è governato da una logica di riproduzione dello stesso: da una fissità che lo rende refrattario a trasformazioni e a modificazioni. Il calco è il regno della permanenza e della stabilità strutturale: portatore di una “competenza” che esclude ogni sua capacità performativa di moltiplicare i piani di connessione. La permanenza del calco è irriducibile alla performatività della carta.

Perciò “la carta è aperta, è connettibile in tutte le sue dimensioni, smontabile, reversibile, suscettibile di ricevere costantemente modificazioni. Può essere strappata, rovesciata, adattarsi a montaggi di ogni natura, essere messa in cantiere da un individuo, un gruppo, una formazione sociale”. Poco prima avevamo letto: la carta, in quanto operatore di connessione, concorre alla connessione dei campi, allo sblocco dei corpi senza organi, alla loro massima apertura su un PIANO DI CONSISTENZA. “Fa a sua volta parte del rizoma”. La carta rinvia a una “performatività” (capacità di moltiplicare i piani di connessione). Il calco rinvia a una “competenza” (capacità di surcodificare secondo le regole strutturali di un asse genetico). Perciò bisogna sempre ricondurre il permanente al flessibile: “riportare il calco sulla carta”, guadagnando una flessibilità produttiva che le regole strutturali della codificazione non rendono possibile (p. 50).

“Bisogna sempre” – dunque – “riportare il calco sulla carta”… E “reinnestare i calchi sulla carta” significa “rapportare le radici o gli alberi a un rizoma”. E ancora: “Bisognerebbe però sempre ricollocare i vicoli ciechi sulla carta e da lì aprirli sulle linee di fuga possibili”. Ma “sarebbe la stessa cosa per una carta di gruppo: mostrare a quale punto del rizoma si formino dei fenomeni di massificazione, di burocrazia, di leadership, di fascistizzazione, ecc.; “mostrare quali linee sussistano tuttavia, anche sotterranee, continuando a fare oscuramente rizoma”. Le linee di fuga spezzano la rigidità delle matrici genetiche e generative. Le linee di fuga ci danno la possibilità di “rompere le radici”, di operare “nuove connessioni”. Il regno rizomorfo disegnato da D&G ci introduce in un paesaggio frammentato, sconnesso, dominato da una logica contrapposta alla logica dell’albero. “Non dobbiamo più credere agli alberi né alle radici né alle radicelle, ne abbiamo sofferto troppo. Tutta la cultura arborescente è fondata su di essi, dalla biologia alla linguistica” (p. 52). Questa apologia dell’erranza e dello sradicamento porta gli autori a guardare con occhi nuovi paesaggi e città. Città come Amsterdam: “città per nulla radicata, città-rizoma con i suoi canali-steli, dove l’utilità si connette alla più grande follia, nel suo rapporto con una macchina da guerra commerciale”. In questa visione di D&G la follia si configura e si definisce come apoteosi dello sradicamento rizomatico. Il pensiero stesso è rizomatico. Non è arborescente e “il cervello non è una materia radicata né ramificata” (p. 53).

Fate Rizoma: riorganizzate il calco sulla scia della flessibilità che caratterizza la carta

Qui, dentro a questa apoteosi dell’erranza e dello sradicamento, le parole d’ordine di D&G assumono le sembianze di un programma politico: un programma di sovversione e di trasformazione.
Le strutture arborescenti, che non possono spiegare il funzionamento del pensiero, “sono sistemi gerarchici che comportano centri di significanza e di soggettivazione, automi centrali” che funzionano “come memorie organizzate”. E qui D&G citano il filosofo-matematico Jean Petitot, per il quale “ammettere il primato delle strutture gerarchiche significa privilegiare le strutture arborescenti”. Ai sistemi gerarchizzati e centrati, Petitot e Rosentiehl, citati più volte da D&G, oppongono “sistemi acentrati, reticoli di automi compiuti, dove la comunicazione si effettua da un vicino a un vicino qualunque […]”, dove “gli individui sono tutti interscambiabili […] “e il risultato finale globale si sincronizza indipendentemente da un’istanza centrale” (p. 55). Non vi è spazio, in questa concezione, per saperi centrati, per sistemi arborescenti, per saperi e sistemi come la psicoanalisi, che “fonda il proprio potere dittatoriale su una concezione dittatoriale dell’inconscio”. Alla psicoanalisi classica D&G contrappongono LA SCHIZO-ANALISI, LA QUALE, “TRATTANDO L’INCONSCIO COME UN SISTEMA ACENTRATO, cioè come un reticolo macchinico di automi finiti (rizoma)”, ha a che fare – diremo meglio “raggiunge” direttamente – “tutt’altro stato dell’inconscio”. Punto nodale, questo; leggiamo infatti: “la questione non è mai di RIDURRE l’inconscio, di interpretarlo, né di farlo significare seguendo un albero. La questione è di PRODURRE DELL’INCONSCIO e, con esso, nuovi enunciati, altri desideri: IL RIZOMA E’ QUESTA STESSA PRODUZIONE D’INCONSCIO” (p. 56].

Si tratta, insomma, non di interpretare l’inconscio – non di inscriverlo entro una trama di significazioni – ma di produrre dell’inconscio. Fare rizoma significa mettersi nelle condizioni di rendere possibile una “produzione d’inconscio” (p. 56).

Ai sistemi arborescenti, centrati, D&G contrappongono SISTEMI ACENTRATI, “dove la comunicazione si effettua da un vicino a un vicino qualunque, dove gli steli o i canali non preesistono, dove gli individui sono tutti interscambiabili, definendosi solamente per uno stato in un momento dato, di modo che le operazioni locali si coordinano e il risultato finale globale si sincronizza indipendentemente da un’istanza centrale. Entro questo panorama emerge la contrapposizione tra morali e filosofie della trascendenza, care all’Occidente, e morali/filosofie dell’immanenza, care all’Oriente: “il Dio che semina e che falcia in opposizione al Dio che inietta e dissotterra (l’iniettare contro il seminare)”, così che la TRASCENDENZA si configura come “malattia propriamente europea” (p. 57). E qui si impone una sorta di apologia dell’erba, o dell’erbaccia, che “conduce la vita più saggia”. Henry Miller: “La Cina è la cattiva erba nell’aiuola di cavoli dell’umanità. […] L’erbaccia è la Nemesi degli sforzi umani. Tra tutte le esistenze immaginarie che prestiamo alle piante, alle bestie e alle stelle, forse è l’erbaccia che conduce la vita più saggia”. Qui, davvero, il rizoma mette capo ad una poetica. La poetica dell’erba: dell’informe, del rapsodico, dell’asistematico. “Non c’è altra uscita che l’erba. […] L’erba esiste soltanto tra i grandi spazi non coltivati. Colma i vuoti. CRESCE NEL MEZZO e fra le altre cose. Il fiore è bello, il cavolo è utile, il papavero rende folli. Ma l’erba è straripamento, E’ UNA LEZIONE DI MORALE”.

INVERSIONE DI POSIZIONI: ad est si afferma la ricerca arborescente mentre l’Ovest diviene rizomatico, “con i suoi indiani senza ascendenza, il suo limite sempre fuggitivo, le sue frontiere in movimento e spostate”. Si afferma un “meccanismo d’inversione”, per cui “l’America ha invertito le direzioni: ha messo il suo Oriente all’Ovest […]: il suo Ovest è la frangia stessa dell’Est” (p. 58). Le dimensioni contrapposte non vanno ipostatizzate, ma sono sempre in divenire: molteplici e mutevoli. Perciò “IL RIZOMA NON SI LASCIA RIPORTARE NE’ ALL’UNO NE’ AL MOLTEPLICE”. Esso è “costituito soltanto da linee”. Linee di segmentarietà, di stratificazione ma anche linee di fuga o di deterritorializzazione. Tali linee non sono assimilabili a discendenze di tipo arborescente, “che sono soltanto collegamenti localizzabili tra punti e posizioni. All’opposto dell’albero, il rizoma non è oggetto di riproduzione”. Esso “è un’antigenealogia” (p. 61).

“Il rizoma è un sistema acentrato non gerarchico e non significante, senza Generale, senza memoria organizzatrice o automa centrale”.

IMPORTANTE ESTERNAZIONE DI D&G SUL LORO LIBRO, a p. 62: “Scriviamo questo libro come un rizoma. L’abbiamo composto di piani. Gli abbiamo dato una forma circolare, ma era per scherzo. Ogni mattina ci alzavamo, e ciascuno di noi si chiedeva che piano avrebbe preso, scrivendo cinque righe qui, dieci righe altrove. ABBIAMO AVUTO ESPERIENZE ALLUCINATORIE, ABBIAMO VISTO LINEE, come colonne di piccole formiche, lasciare un piano per dirigersi verso un altro” piano. […] “Non conosciamo più né scientificità né ideologia, ma soltanto concatenamenti. E non ci sono che concatenamenti macchinici di desiderio, concatenamenti collettivi di enunciazione”.

Il capitolo introduttivo di Mille piani, “Rizoma”, si conclude con una apologia del mutevole e del molteplice. Infatti, COERENTEMENTE, gli autori affermano: “Ciò che manca è una Nomadologia, il contrario di una storia” (p. 63). E allora “fate rizoma e non radice, non piantate mai. Non seminate, iniettate! Non siate né uno né molteplice, siate delle molteplicità. Fate la linea e mai il punto! La velocità trasforma il punto in linea! Siate rapidi, anche stando sul posto […]. Non suscitate un Generale in voi […]. Fate carte, non foto o disegni. SIATE LA PANTERA ROSA E CHE I VOSTRI AMORI SIANO ANCORA COME LE VESPA E L’ORCHIDEA, IL GATTO E IL BABBUINO […]. Un rizoma non incomincia e non finisce, è sempre nel mezzo, tra le cose, inter-essere, INTERMEZZO. L’albero è la filiazione, ma il rizoma è alleanza, unicamente alleanza. L’albero impone il verbo ‘essere’, ma il rizoma ha per tessuto la congiunzione ‘e… e… e’. In questa congiunzione c’è abbastanza forza per SCUOTERE E SRADICARE IL VERBO ESSERE” (p. 66).

Scuotere e sradicare il verbo essere

Dunque: SCUOTERE E SRADICARE IL VERBO ESSERE. La cifra anti-heideggeriana e anti-platonica di Mille piani appare qui con grande forza e con la massima evidenza. A questa cifra consacriamo il nostro proposito di rileggere criticamente Mille piani.

2. L’UOMO DEI LUPI

PASSIAMO ORA AL CAP. 2 DI MP, DEDICATO ALL’UOMO DEI LUPI [“2.1914. Uno solo o molti lupi?”, pp. 67 e sgg]. Il testo di Freud è del 1914 (OCF, 7, pp. 480-593), ma qui faremo riferimento all’edizione feltrinelliana (2010, seconda edizione), molto ben curata da Mario Ajazzi Mancini.
“L’analisi eseguita direttamente sul bambino nevrotico […] non può essere contenutisticamente molto ricca”, dato che “al bambino si devono suggerire troppe parole e troppi pensieri”, così che “gli strati più profondi della sua psiche resteranno impenetrabili alla coscienza” del terapeuta. Ma “questi limiti non si presentano nell’analisi della malattia infantile mediata dal ricordo dell’adulto”. Se in questa seconda prospettiva (quella adottata da Freud) “si dovranno mettere in conto il travisamento e l’opera di rifinitura a cui sottostà il passato quando lo si guarda retrospettivamente”, nella prima prospettiva – quella dell’analisi “eseguita direttamente sul bambino nevrotico” – i “risultati” sembrano “più convincenti”: anche se, dice Freud, il secondo approccio, l’approccio differito, pare quello di gran lunga più arricchente, più istruttivo [in tedesco ‘lehrreichhere’, p. 52] e più ricco di informazioni. L’approccio diretto, in quanto dotato di maggiore evidenza, convince. Invece l’approccio indiretto, differito, istruisce e arricchisce la conoscenza del singolo caso. La particolare curvatura epistemologica dell’approccio freudiano appare qui del tutto evidente, proprio nella misura in cui la garanzia della profondità della comprensione analitica viene data dal fatto che il superamento delle difficoltà di comprensione dell’altro – cioè di “qualcosa di nuovo” che riguardi l’altro – “richieda molto tempo” (p. 55).
Continua Freud: “Solo in questi casi si ottiene di scendere in quegli strati più profondi e primitivi dello sviluppo dell’anima, dai quali attingere le soluzioni per i problemi posti dalle configurazioni successive. Ci si dice allora che soltanto l’analisi che si è spinta così a fondo merita, a rigore, questo nome” (p. 55).
In casi simili, il “punto di vista del medico […] deve comportarsi con la stessa atemporalità dell’inconscio”. Assoggetato, “una prima volta”, ad essa, dovrà riuscire a superarla progressivamente, cioè a “superare progressivamente l’atemporalità dell’inconscio” (p. 55). “Due fattori”, qui, in “antagonismo” tra loro, ostacolano il buon andamento della terapia: “la sua paura di un’esistenza indipendente” e il suo “attaccamento nei miei confronti”. In questo momento cruciale, segnato da una situazione di stallo, un agìto del terapeuta sblocca la situazione: “gli comunicai – afferma Freud – la decisione di porre una precisa scadenza al trattamento, indipendentemente dai progressi compiuti”. Vista la mia determinazione, “il paziente mi prese sul serio. Sotto la pressione inesorabile del limite di tempo prestabilito, la sua resistenza e la sua fissità nella malattia cedettero e l’analisi fornì, con una rapidità incomparabile, tutto il materiale che permise la risoluzione delle inibizioni e l’annullamento dei sintomi” (p. 57).
Lo sblocco dello stallo terapeutico è dunque strettamente legato all’iniziativa, all’agìto di Freud: un agìto che scandisce “quest’ultima fase del lavoro, in cui la resistenza era temporaneamente scomparsa”. Due primi ostacoli: “la lunghezza del cammino da percorrere in analisi insieme al paziente” e “l’abbondanza del materiale” empirico emergente dalle sedute. Ma l’ostacolo più rilevante è in ogni caso la resistenza originaria del paziente: la “resistenza che si incontra durante il lavoro”. I due primi ostacoli, sopra citati, sono “proporzionali alla resistenza”, a questa resistenza originaria del paziente. Porre un argine alla lunghezza del cammino da percorrere ha voluto dire, nel caso dell’ “Uomo dei lupi” rendere più facile l’abbattimento delle resistenze. Cito d’ora in poi – lo ripeto – l’edizione feltrinelliana di “L’uomo dei lupi” con le iniziali UL, seguìte dalla numerazione delle pagine [UL, 47-287].
L’abbattimento delle resistenze rende possibile l’emergere della storicità del paziente, cioè di Sergej Costantinovič Pankëev, ricco possidente russo che incontra per la prima volta Freud a 24 anni, nel febbraio del 1910.
“La descrizione del /m i l i e u/ del bambino” viene avviata già nell’incipit del capitolo II [UL, 61: “Prospetto del milieu e della storia clinica”].
Un contesto difficile: una madre colpita da “disturbi intestinali”, un padre spesso assente, anche a causa delle sue “crisi depressive”. La malattia della madre è “nota al paziente fin dai primi anni dell’infanzia”, mentre “quella del padre” verrà conosciuta “solo molto più tardi”. Il bambino sente la madre esprimere al medico, mentre lo accompagna alla porta di casa, lamentele che rimangono impresse nella sua mente. Annota Freud: “Non è figlio unico; ha una sorella di due anni più grande, sveglia, dotata e precocemente ‘cattiva’, che gioca un ruolo importante nella sua vita”. Il quadro si popola sùbito di altre presenze, che danno al racconto un respiro collettivo.
Il quadro si popola, si diceva. Infatti, osserva Freud, “i suoi primissimi ricordi risalgono all’epoca in cui lo accudiva una bambinaia”: una ‘nanja’, una tata, “un’anziana popolana priva di cultura, ma instancabilmente affettuosa con lui” (p. 63). La famiglia vive in una “tenuta di campagna”. Durante l’estate si trasferisce in un’altra tenuta (le due tenute sono entrambe vicine alla città). “Parenti stretti soggiornano, spesso per lunghi periodi, nell’una o nell’altra tenuta: FRATELLI DEL PADRE, SORELLE DELLA MADRE CON I LORO BAMBINI, I NONNI MATERNI”. L’estate successiva viene assunta, per accudire i bambini, anche “una governante inglese”: donna “bizzarra, intrattabile, oltretutto dedita al bere”. Al ritorno da uno dei loro viaggi estivi i genitori trovano Sergej cambiato: “Era diventato scontento, irascibile, violento”. Fu il suo periodo di “cattiveria”, motivata, secondo la nonna (che condivideva l’estate con i bambini), da forti dissensi tra l’amatissima nanja e la governante inglese, che “aveva ripetutamente trattato da strega la bambinaia”, suscitando l’astio di Sergej. Al loro ritorno, i genitori allontanano la governante inglese, “senza che nel carattere” divenuto “insopportabile del bambino – [era stato un bimbo dolce, docile e piuttosto calmo] – cambiasse qualcosa”.
In Sergej rimane molto vivo il ricordo di questo periodo di “cattiveria”, quando emergono tratti di “nevrosi ossessiva” con evidenti tonalità zoofobe. LA PAURA DEL LUPO – un lupo rappresentato in un libro illustrato, che la sorella si diverte a fargli vedere – spinge Sergej a “gridare come un pazzo”, poiché teme di essere divorato. Paura del lupo, dunque, ma anche paura di una grande farfalla gialla, che rincorre al fine di catturarla. La paura prevale. Smette l’inseguimento e grida. I coleotteri e i bruchi – che ricordava di aver torturato e tagliato a pezzi – lo intimorivano, e “anche i cavalli lo inquietavano”.
“In quegli anni dell’infanzia” venne attraversato da “una crisi palese di nevrosi ossessiva” (p. 67), accentuata da fissazioni di carattere religioso, connesse alla sua postura devozionale: “prima di addormentarsi doveva pregare a lungo e farsi una serie infinita di segni della croce. La sera, inoltre, era solito fare il giro di tutte le immagini sacre appese nella stanza portandosi dietro una sedia, sulla quale saliva per baciarle devotamente una per una”. A questo “cerimoniale religioso” si accompagnavano “pensieri blasfemi che gli venivano in mente come per ispirazione del demonio. Doveva pensare ‘Dio maiale’ o ‘Dio merda’ ” (p. 69).
“La pubertà del paziente fu caratterizzata da un rapporto non proprio buono col padre, che a quell’epoca fu colto da ripetute crisi di depressione”. Il padre, perciò, non riuscì più a nascondere, come aveva fatto in passato, gli aspetti patologici del proprio carattere: si trattava di un padre che aveva giocato con il figlio; di un padre che era stato – secondo i ricordi di Sergej – molto vicino al figlio, con affetto e tenerezza. Fu “alla fine dell’infanzia” che si verificò un “allontanamento”, poiché “il padre gli preferiva apertamente la sorella, e lui ne soffriva molto”. Al punto che l’attaccamento al padre venne sostituito dalla “paura del padre”. Paura che “più tardi diventò dominante”.

Interrompiamo, ora, la sequenza narrativa, cioè il récit di Freud: una sequenza che riprenderemo in sèguito, dopo aver preso in considerazione il nucleo forte delle annotazioni critiche che D&G hanno sviluppato nel secondo capitolo di MP, dedicato all’Uomo dei Lupi (“1914. Uno solo o molti lupi?”, pp. 67-82).
Comincio citando una folgorante definizione, presente in MP: “La più grande arte dell’inconscio, quest’arte delle molteplicità molecolari” (p. 69). Allora: “l’Uomo dei lupi racconta che ha sognato sei o sette lupi sopra un albero, e ne ha disegnati cinque. In effetti chi ignora che i lupi si muovono in muta? Nessuno, fuorché Freud. Ciò che qualunque bambino sa, Freud non lo sa”.
“Freud ha tentato di affrontare i fenomeni di folla dal punto di vista dell’inconscio, ma non ha visto bene, NON VEDEVA CHE L’INCONSCIO STESSO ERA PRIMA DI TUTTO UNA FOLLA. Era miope e sordo; prendeva la folla per una persona. Gli schizo, invece, hanno occhi acuti e orecchio. Non scambiano gli urti e i rumori della folla per la voce di papà. Una volta Jung sognò ossa e crani. Un osso, un cranio non esistono mai soli. L’ossario è una molteplicità. Ma Freud vuole che questo significhi la morte di /q u a l c u n o/. Jung, sorpreso, gli fece notare che c’erano più crani, non uno solo. Ma Freud continuava” (p. 71).

La folla, secondo D&G, è una molteplicità di massa o di muta: arborescente oppure rizomatica. Perciò da una parte si hanno, nella massa, “molteplicità estensive, divisibili e molari; unificabili, totalizzabili, organizzabili, consce e preconsce”, dall’altra parte si hanno, nella muta, “molteplicità libidinali, inconsce, molecolari, intensive”. Dunque CARATTERI DI MASSA – come li intende ELIAS CANETTI in “Masse e potere”, che D&G utilizzano ampiamente – e CARATTERI DI MUTA.
Caratteri di massa: “grande quantità, divisibilità” ed “eguaglianza dei membri”; “concentrazione”, “sociabilità dell’insieme”, “unicità della direzione gerarchica”, “organizzazione di territorialità” ed “emissione di segni”.
Caratteri di muta: “la piccolezza o la restrizione del numero, la dispersione, le distanze variabili indecomponibili, le metamorfosi qualitative, le ineguaglianze come resti e superamenti, l’impossibilità di una totalizzazione o di una gerarchizzazione fisse, la varietà browniana delle direzioni, la LINEE DI DETERRITORIALIZZAZIONE, la proiezione di particelle” (p. 76).
Ricompare anche qui l’ancoraggio problematico al dualismo rizoma/albero, logica rizomatica/logica arborescente: vera e propria architrave del percorso deleuziano di rilettura critica della nostra modernità filosofica. Un dualismo, come si è già visto, interamente aperto alla possibilità di uno scavo concettuale dentro ognuno dei due termini, solitamente contrapposti: uno scavo concettuale nel regno della permanenza – alla ricerca di una “performatività” capace di potenziare anche una logica di connessione -, ma anche uno scavo concettuale nel regno rizomatico dello sradicamento, alla ricerca di possibili ancoraggi capaci di riproporre momenti di stabilità strutturale: piani di “competenza” giocati, contraddittoriamente, dentro l’orizzonte della molteplicità e della flessibilità. Una teoria del soggetto, che utilizzi queste coordinate, dovrà poggiare, dentro una epistème autenticamente deleuziana, su una sintesi disgiuntiva tra performatività e competenza, che appartengono a “uno stesso CONCATENAMENTO”, che “si esercitano nello stesso CONCATENAMENTO: le mute nelle masse, e inversamente” (p. 77). Scopriamo così, contro ogni ipostasi dualistica precostituita, che “gli alberi hanno linee rizomatiche, ma il rizoma ha punti di arborescenza” (ibidem). E’ così che la schizoanalisi deleuzo-guattariana riavvicina due mondi apparentemente ostili e contrapposti: il mondo della permanenza e il mondo della flessibilità. E’ lecito chiedersi, problematicamente: quale la posta in gioco di questa riconciliazione o, se si preferisce, di questa sintesi disgiuntiva? Interrogativo politico, che la mediazione deleuziana mette ambiguamente in scena…
Nella muta, come osserva Canetti, “ognuno resta solo pur essendo con gli altri”. Come dire: “ognuno fa il proprio gioco e, nello stesso tempo, partecipa alla banda”.
Questa, precisano D&G, è la “posizione schizo”, che significa “essere alla periferia” pur facendo parte della banda.
Del tutto contrapposta è la “posizione paranoica del soggetto di massa”, laddove l’individuo si identifica col gruppo, il gruppo si identifica con il capo, il capo si identifica con il gruppo: il che significa essere catturati nella massa, non restare mai nei margini, nella periferia, nei bordi e situarsi sempre “al centro”.
Viene adombrata, qui – non lo si dice ma lo si sottintende – la posizione leninista, che tanto sangue e tante devastazioni ha prodotto sia dentro i movimenti sia fuori dai movimenti. Quale il senso – anche politico – della mediazione, prospettata da Deleuze, tra posizione schizo e posizione paranoica (e quindi tra flessibilità e permanenza)?

Tornando all’Uomo dei lupi, cioè alla narrazione freudiana della storia di Sergej, osserviamo anche qui slittamenti e metamorfosi emotive che mettono assieme costellazioni psichiche contrapposte: l’ammirazione per il padre e l’attaccamento alla sua figura cedono il posto a una vera e propria “paura del padre”, che ad un certo punto, più tardi, “diventò dominante”.

Attorno agli otto anni, i fenomeni che avevano caratterizzato la sua fase di ‘cattiveria’ scomparvero progressivamente grazie all’azione – “così pensa il malato” – di “maestri ed educatori” che all’epoca presero il posto “delle figure femminili che lo avevano allevato” (p.71). Ma “gli enigmi” da affrontare in analisi rimanevano questi: il cambiamento di carattere del bambino, le sue fobie, le sue perversità, la sua religiosità ossessiva. Ha inizio, nella pagina successiva (p.73), il capitolo III del testo freudiano (“La seduzione e le sue prime conseguenze” [pp. 73-94]).

Poiché il cambiamento di carattere del bambino si era prodotto “durante la permanenza della governante inglese”, fu lei ad essere sospettata come fattore che aveva determinato il suddetto cambiamento. La responsabilità della governante inglese rispetto alla genesi del cambiamento “non era inverosimile”, anche se si trattava non di una certezza, ma di un’ipotesi: di una KONSTRUKTION (per usare un termine del lessico freudiano che compare alla p. 73 e che viene ripetuto subito dopo al plurale [KONSTRUKTIONEN]): “Costruzioni di questo genere possono essere comunicate tranquillamente all’analizzato: anche se sono erronee, non danneggiano l’analisi, e in ogni caso si formulano solo nella prospettiva di riuscire ad avvicinarsi un po’ alla realtà”. E’ la governante inglese, dunque – questa l’ipotesi, questa la costruzione interpretativa – che provoca “il comportamento abnorme del bambino” attraverso “una minaccia diretta nei suoi confronti”: il velo spesso della rimozione copre, nasconde, occulta l’agìto violento e traumatico della governante inglese nei confronti di Sergej, che conserva “DUE RICORDI DI COPERTURA, di per sè incomprensibili, che la riguardavano”.

Freud aveva messo a tema il concetto di “ricordi di copertura” già in uno scritto del 1899 (“Ricordi di copertura”, OCF, 2, pp. 431-453). Cito da questo intervento del 1899: “il concetto dei ‹ricordi di copertura›, quei ricordi cioè che devono la loro validità per la memoria non al proprio contenuto, bensí alla relazione esistente tra esso e un altro contenuto represso”. Due ricordi di copertura, si diceva. Sentiamo Freud: “Una volta, camminando davanti, aveva detto a quelli che la seguivano: ‘Guardate il mio codino’. Un’altra volta, durante una gita, le era volato via il cappello, con grande gioia di fratello e sorella”. Interpreta Freud: “Dato che si trattava di allusioni al complesso di castrazione, la costruzione che fosse stata lei a originare il comportamento abnorme del bambino CON UNA MINACCIA DIRETTA NEI SUOI CONFRONTI non era inverosimile”.

La figura della sorella, in questa storia, occupa una posizione centrale. Maggiore di due anni, intellettualmente precoce, dotata di una “mente acuta e realistica”, amava le scienze ma scriveva anche poesie, molto apprezzate dal padre. Sergej ricordò all’improvviso che la sorella lo aveva indotto a pratiche sessuali. In primavera, quando il padre era assente, “la sorella gli aveva preso in mano il membro, ci aveva giocato e poi, come spiegazione, aveva detto cose incredibili sulla nanja: che la nanja queste cose le faceva con tutti, per esempio con il giardiniere: lo metteva a testa in giù e poi gli afferrava i genitali”. Nelle sue FANTASIE, Sergej “non aveva giocato un ruolo passivo nei confronti della sorella, ma al contrario era stato aggressivo, aveva voluto vedere la sorella nuda, era stato respinto e punito e per questo era andato soggetto a quegli ECCESSI DI RABBIA”, di cui i racconti familiari avevano tanto parlato (UL, p. 75).

La governante inglese svolge un ruolo del tutto secondario nel gioco della seduzione: la sua presenza estiva, motivata dalla necessità di sostituire i genitori – assenti nel periodo estivo – era successiva alle scene della seduzione provocata dalla sorella, che si erano svolte nella primavera precedente. L’ostilità del bambino nei confronti della governante inglese erano motivate dal fatto che questa aveva ingiuriato la bambinaia, la nanja, “trattandola da strega” e seguendo così “le orme della sorella, che per prima aveva raccontato quelle terribili cose sulla nanja”. Freud precisa comunque che “la seduzione a opera della sorella non era certo una fantasia”, ma un episodio credibile, confermato dalla testimonianza resa più tardi da “un cugino, maggiore di lui di oltre dieci anni”, che “gli aveva detto di ricordare molto bene che tipo sfrontato e sensuale fosse stata” la sorella (p. 77). La sorella, “subito dopo i vent’anni, aveva cominciato a cambiare umore, si lagnava di non essere abbastanza bella e alla fine si ritirò da ogni relazione sociale. Venne mandata in viaggio in compagnia di una signora: un’anziana amica di famiglia. “Raccontò al suo ritorno cose del tutto improbabili su maltrattamenti subìti da parte della sua accompagnatrice”. E “durante un secondo viaggio, avvenuto poco dopo, SI AVVELENO’ E MORI’ lontano da casa”, a causa di un’affezione che “corrispondeva a una incipiente DEMENTIA PRAECOX. Era una delle prove della considerevole eredità nevropatica della famiglia” (p. 79). Sergej, stando al racconto del paziente, “quando giunse la notizia della morte della sorella […] provò a stento un leggero dolore”.

E mentre assumeva, deliberatamente, atteggiamenti esteriori consoni alla gravità dell’evento, era in realtà contento di essere diventato il solo erede del patrimonio. Le manifestazioni esteriori del dolore provocato dalla scomparsa della sorella avevano probabilmente subìto una inibizione a causa della perdurante gelosia e a causa della “ingerenza dell’amore incestuoso diventato inconscio. Tuttavia, come raccontò il paziente, “non riuscivo a rassegnarmi all’assenza di un sostituto della mancata esplosione del dolore”. Trovai questo sostituto, afferma Sergej, in una “manifestazione di sentimento” per me incomprensibile. Vediamo.

“Dopo la morte della sorella” raggiunse, con un viaggio, la “regione in cui lei era morta e qui visitò la tomba di un grande poeta che allora era il suo ideale, versandovi sopra calde lacrime”: reazione per lui sorprendente, poiché “dalla morte del poeta venerato erano passate più di due generazioni”. Comprese questo paradosso “solo quando si ricordò che il padre paragonava le poesie della sorella morta a quelle del grande poeta”. Ulteriore indizio per spiegare questo omaggio differito nel tempo al poeta: “un errore che lui aveva commesso nel racconto e che adesso” – dice Freud – “posso svelare”. Svariate volte “aveva dichiarato che la sorella si era sparata e dovette in sèguito rettificare dicendo che si era avvelenata. Il poeta in questione era morto per arma da fuoco, in un duello alla pistola” (p. 83).

La vicenda è molto intricata e il suo resoconto viene notevolmente complicato dalle sfasature temporali presenti nel récit. Si affastellano fattori differenti, difficili da interpretare. “Racconta di aver rinunciato molto presto all’onanismo, dopo il rifiuto e la minaccia della nanja”. E in effetti, in sèguito alla repressione dell’onanismo, la vita sessuale del bambino assunse un carattere sadico-anale. “Diventò un irascibile torturatore e cominciò a soddisfarsi in queso senso su animali e persone. Bersaglio principale era l’amata nanja, che era capace di tormentare fino a farla piangere. Così si vendicava del rifiuto [da lei] subìto e contemporaneamente soddisfaceva il proprio desiderio sessuale nella forma appropriata alla fase regressiva” (p. 87).

Ecco il quadro inquietante degli agìti infantili: “Cominciò a praticare crudeltà su piccoli animali: acchiappava mosche per strappar loro le ali, schiacciava coleotteri; gli piaceva anche fantasticare di picchiare animali grossi, i cavalli, per esempio. Si trattava perciò di azioni interamente attive, sadiche”. Le sue fantasie erano popolate da bambini castigati e picchiati: “in particolare picchiati sul pene”. In altre fantasie vi era “un principino imprigionato in un luogo angusto e picchiato. Il principino era chiaramente lui: QUINDI NELLA FANTASIA IL SADISMO VENIVA APPLICATO ALLA PROPRIA PERSONA E ROVESCIATO IN MASOCHISMO”. Di più: “il particolare che fosse l’organo genitale a ricevere il castigo” ci permette di concludere come “in questa trasformazione avesse già parte UN SENSO DI COLPA RELATIVO ALL’ONANISMO” (p. 89).

In questo quadro entra anche la sua relazione con il padre: esibiva la sua “cattiveria” al fine di “estorcere al padre botte e castigo, per ottenere quel soddisfacimento sessuale masochistico che desiderava”. E’ in tale contesto che emergono “i sintomi di paura” e quelle “modificazioni del carattere” che furono puntualmente rilevate in famiglia.
Si chiude così la terza parte – il cap. III – e inizia la quarta parte di UL: una parte strategica e decisiva (“IV. IL SOGNO E LA SCENA ORIGINARIA”, pp. 94-133).

Difficile riassumere, qui, tutti i passaggi cruciali di UL: Freud cerca di non trascurare nessun dettaglio di questa storia clinica. I lupi vengono percepiti come branco, come insieme composito. Nel récit vengono evidenziate la particolare “attenzione con cui [i lupi] lo guardavano” oltre che la loro “assoluta calma e immobilità” (UL, p. 103).

Occorre cogliere, qui, i motivi portanti che portano Freud a identificare, nel lupo, la figura del padre. Paura del lupo è paura di essere divorato dal lupo, ed è, tout court, paura del padre (“elemento determinante della sua malattia”, p. 101), dimostrata dalla forte “ambivalenza” vissuta da Sergej verso tutti coloro che potevano essere visti come “sostituto del padre” (p. 103).

La “marcata ZOOFOBIA” (p. 101) di Sergej ha, come suo “contenuto nascosto” proprio la “paura infantile del padre”: questo affondo eziologico uccupa interamente la scena. La zoofobia non viene descritta, indagata nella sua fenomenologia specifica: si sa solo che riguarda il mondo animale (i cani, i cavalli, ecc.) e non solo il lupo, o i lupi. La sottolineatura (e l’assoluto predominio) della spiegazione causale esauriscono il campo esplicativo e giustificano, in una certa misura, l’assenza di determinazioni fenomenologiche: quasi che l’animalità, essendo “altro” rispetto ai tratti distintivi della condizione umana, non possa venire spiegata e illustrata nelle sue caratteristiche psicologiche specifiche ed anche, eventualmente, nella sua genesi personale, familiare, sociale (esempio: scarsa dimestichezza, nella vita affettiva del bambino, con il mondo animale, ma soprattutto con la tenerezza e con la fisicità dell’adulto [del padre, della madre, dei loro sostituti, o di soggetti non appartenenti alla costellazione familiare]).

Il cerchio esplicativo è più che mai ristretto. Il lupo “era un sostituto del padre”. Paura del lupo e paura del padre coincidono, non si differenziano. Nessuna differenza tra la distanza, l’estraneità del lupo e la distanza, l’estraneità del padre. E ciò che è distante, lo si sa, è fonte di paura. Distanza, paura, “angoscia”, “timore paralizzante”, laddove la paura del padre si presenta “in forma di fobia del lupo”, anzi dei lupi. La pluralità dei lupi “rimpiazza opportunamente”, senza mediazioni, “la dualità dei genitori”, al punto che tra gli uni e gli altri si instaura una continuità perturbante: e infatti “il professore che insegnava latino” nella classe di Sergej si chiamava Wolf”, cioè Lupo. L’ambivalenza che caratterizzava il rapporto di Sergej con il padre – attrazione e paura – si rifletteva nel suo rapporto con gli insegnanti, per cui “ciascuno dei suoi insegnanti svolse lo stesso ruolo di padre negli ultimi anni della sua infanzia”.

Di questa complessa storia clinica dell’Uomo dei lupi, tratteniamo, qui, un elemento caratterizzante, che ha provocato la posizione polemica di D&G: cioè la curvatura riduzionista di tutta l’analisi (perfetta equivalenza tra paura del padre e paura del lupo). Possiamo ora riprendere MP: tornare a quel secondo capitolo (“1914. UNO SOLO O MOLTI LUPI?”, pp. 67-82) su cui si era soffermata la nostra disamina.

Atteggiamento ambivalente nei confronti di Freud: considerato come fautore di un mortificante riduzionismo edipico (come colui che “non ha visto bene, non vedeva che l’inconscio stesso era prima di tutto una folla. Era miope e sordo; prendeva la folla per una persona. Gli schizo, invece, hanno occhi acuti e orecchio. NON SCAMBIANO GLI URTI E I RUMORI DELLA FOLLA PER LA VOCE DI PAPÁ”[p. 71]); ma al tempo stesso Freud è, per D&G, colui che nel 1915 scrive “pagine straordinarie” sull’inconscio, mettendo in rilievo “la differenza tra nevrosi e psicosi”, laddove l’inconscio stesso si rivela come “arte delle molteplicità molecolari”. Ma Freud, “vicinissimo a scoprire un rizoma” persevera nel suo sforzo di “tornare a semplici radici”, cioè a quelle “unità molari” identificabili con i suoi “temi familiari”, cioè “IL padre, IL pene, LA vagina, LA castrazione”. Questa cancellazione del MOLTEPLICE – a profitto di una presunta sovranità, di un presuno predominio dell’UNO – serve a D&G per valorizzare la prospettiva di Jung: “Una volta Jung sognò ossa e crani. Un osso, un cranio non esistono mai soli. L’ossario è una molteplicità. Ma Freud vuole che questo significhi la morte di /q u a l c u n o/. Jung, sorpreso, gli fece notare che c’erano più crani, non uno solo. Ma Freud continuava…” (p. 71).

Lo scritto freudiano “L’inconscio” (OCF, vol. 8, pp. 49-88), valorizzato e lodato da D&G nel secondo capitolo di MP (“Mille piani”), fu composto tra il 4 e il 23 aprile 1915, con il titolo “Das Unbewusste” e riproposto a più riprese negli anni successivi (1918, 1922, 1924, 1932), per essere infine ripreso in “Gesammelte Werke”, vol. 10, 1946, pp. 264-303. Ci riferiamo, qui – per quanto attiene alle OCF (Opere Complete di Freud) uscite da Boringhieri (vol. 8, cit.) – alla traduzione italiana di Renata Colorni. Nella Premessa al saggio del 1915, Freud, identificando l’inconscio con il materiale rimosso dalla coscienza, chiarisce tuttavia che “il rimosso non esaurisce tutta intera la sfera dell’inconscio”: l’inconscio ha un’estensione più ampia e il materiale rimosso è soltanto “una parte dell’inconscio”; come conoscerla, questa parte? Per conoscerla, “è necessario che il soggetto in analisi superi determinate resistenze”: “le stesse resistenze che in passato hanno respinto dalla coscienza un certo materiale” psichico, “facendolo diventare rimosso” (OCF, vol. 8, p. 49).

Comprendiamo l’alterità – umana, animale, vegetale, inanimata – nella misura in cui “attribuiamo a tutti gli altri soggetti la nostra costituzione e quindi anche la nostra coscienza”. Fortunatamente “la nostra riflessione critica” è attenta nel valutare l’alterità a prescindere da questo processo di identificazione ed è perciò “in dubbio sull’esistenza di una coscienza” simile alla nostra negli umani, nell’animale, nei vegetali, nelle realtà inanimate. Dobbiamo quindi “essere pronti ad ammettere in noi stessi NON SOLO L’ESISTENZA DI UNA SECONDA COSCIENZA, MA ANCHE DI UNA TERZA, DI UNA QUARTA, E FORSE DI UNA SERIE INTERMINABILE DI STATI DI COSCIENZA, TUTTI SCONOSCIUTI A NOI STESSI E GLI UNI RISPETTO AGLI ALTRI” (p. 53 [OCF, 8]). Affiora qui, nel testo freudiano, l’ “arte dell’inconscio” come “arte delle molteplicità molecolari”, laddove Freud pare molto vicino, deleuzianamente, a scoprire un rizoma, senza bisogno di un rinvio fondazionale alle radici.

Nei caratteri di “massa” – e qui D&G riprendono Elias Canetti – prevale l’organizzazione di territorialità. Nei caratteri di “muta” emergono prepotentemente “linee di deterritorializzazione”. Alla “posizione schizo”, che consiste nello stare alla periferia, fa da contraltare “la posizione paranoica del soggetto di massa” (laddove l’individuo si identifica con il gruppo, il gruppo con il capo, il capo con il gruppo). Macchine molari e macchine molecolari scandiscono due tipi di molteplicità: ma non si tratta di contrapporle tra di loro, poiché il CONCATENAMENTO è il medesimo. Le mute stanno nelle masse, le masse stanno nelle mute. “Gli alberi hanno linee rizomatiche, ma il rizoma ha punti di arborescenza” (p. 77).

Il movimento stesso del divenire ha bisogno, per realizzarsi, di una “estensione molare”. E’ così che la “grande macchina burocratica paranoica” kafkiana è resa possibile dalla installazione di “piccole macchine schizo”: “un divenire-cane”, un “divenire-lupo” presenti nel sogno. Non ci sono due molteplicità o due macchine, ma “un unico, uno stesso concatenamento macchinico” capace di produrre “il tutto”. E “su tutto questo, cosa ha da dirci la psicoanalisi? Edipo, null’altro che Edipo, poiché essa non ascolta niente e nessuno. Essa schiaccia tutto, masse e mute, macchine molari e molecolari, molteplicità di ogni genere” (p. 77). Il riduzionismo psicoanalitico soffoca, cancella ed azzera ogni dimensione plurale.

A questo punto, al termine del secondo capitolo di MP, D&G incontrano KAFKA: nome proprio che condensa “concatenamenti macchinici”, libidinali e inconsci, “produttori di enunciati”. Kafka e l’Uomo dei lupi vengono sommati, identificati, intrecciati: “Dicevamo Kafka ma potevamo dire anche l’Uomo dei lupi: una macchina religiosa-militare che Freud assegna alla nevrosi ossessiva; una macchina anale di muta o di divenir-lupo, e anche vespa e farfalla, che Freud assegna al carattere isterico; un apparato edipico […], il motore immobile da ritrovare ovunque […] – tutte quelle cose in cui Freud non vede altro che sostituti, regressioni o derivati d’Edipo. In realtà Freud non vede niente e non comprende niente. Non ha nessuna idea di ciò che è un concatenamento libidinale con tutti i macchinari messi in gioco, tutti gli amori molteplici” (p. 80). D&G, per mettere in evidenza Kafka come sinonimo di una pluralità di concatenamenti macchinici, citano “Sciacalli e Arabi”: un racconto enigmatico di Kafka, che D&G si divertono a interpretare come epifania di una tensione dialettica tra massa e muta, tra Arabi e Sciacalli: cioè tra la “massa organizzata” degli Arabi, massa “armata, estensiva, che ricopre il deserto intero” e la muta degli Sciacalli: “una muta intensa, che continua ad addentrarsi nel deserto, secondo linee di fuga e di deterritorializzazione”. Tra i due livelli, una relazione antagonista, che suscita in D&G un interrogativo cruciale: chi la spunterà, tra i due antagonisti: la territorialità di massa degli Arabi o la deterritorializzazione di muta degli Sciacalli? (p. 80).

L’operazione teorica di D&G si realizza in forma paradossale. Se infatti, conformemente al dettato dell’impianto rizomatico, gli Arabi rappresentano la massa e gli Sciacalli la muta, il racconto di Kafka può anche esserci restituito in chiave freudiano-riduzionista ed edipica, poiché in esso “vi sono enunciati edipici”: “anche se non si capisce nulla”, l’approccio “funziona in ogni caso”, e così “gli Arabi sono chiaramente ricondotti al padre, gli Sciacalli alla madre”. Lo sdoppiamento della postura critica rende plausibile, benché paradossale, una /d o p p i a / l e t t u r a/, un doppio registro interpretativo: compatibile, occorre ribadirlo, con la coabitazione di una territorialità di massa e di una deterritorializzazione di muta.

“Lo spauracchio psicoanalitico” vede “un padre”, vede un cane là dove ci sono lupi, “un individuo addomesticato là dove ci sono molteplicità selvagge”. Gli enunciati edipici selezionati dalla psicoanalisi – pur rinviando, per forza di cose, a un orizzonte di senso di carattere molare – emergono da un concatenameno macchinico inconscio, libidinale, molecolare: un concatenamento capace di produrre “eunciati personali, individuali”, i quali “finalmente” potrebbero parlare a nome del singolo. In questo caso a nome di Sergej. Ma le cose non stanno così, poiché “tutto è deciso fin dall’inizio: l’Uomo dei lupi non potrà mai parlare. Avrà un bel parlare dei lupi, gridare come un lupo, Freud non ascolta neppure, guarda il suo cane e risponde: ‘È papà’. Finché questo funziona, Freud dice che è nevrosi e, quando non funziona più, [dice] che è psicosi” (p. 81). Questa, ora, la geniale e fantasiosa conclusione di D&G: “La guerra sta per arrivare” e “i lupi stanno per diventare bolscevichi”, dal momento che abbandonano il terreno della muta e sposano la logica della massa: della massa che si identifica in un capo proprio quando il capo trova nella massa la sua legittimazione politica. Entro questa prospettiva, l’analitica dei concatenamenti si configura come critica della razionalità politica: paga del suo feticismo della molarità e incapace di accedere ad una microfisica dei poteri costituiti e degli apriori che ne scandisono il funzionamento.

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