Mario Galzigna rilegge criticamente “Mille piani”, di Deleuze e Guattari [2]

3. GEOLOGIA DELLA MORALE

Il Capitolo 3 (“La geologia della morale”, pp. 83-125) estende alla Terra la tensione dialettica tra le due polarità costitutive della nostra situazione materiale, sociale ed esistenziale – la massa e la muta, gli arabi e gli sciacalli –, mettendo a fuoco i caratteri specifici di questa stessa Terra, concepita come Corpo senza organi (CsO), “attraversato da materie instabili non formate”, da flussi, da intensità libere, da singolarità nomadi, da particelle folli o transitorie. Ma i processi di “stratificazione” realizzano movimenti contrari e antagonisti rispetto ai caratteri sopra menzionati: formano materie, imprigionano intensità, fissano singolarità entro “sistemi di risonanza e di ridondanza”; lavorano al fine di costituire “molecole più o meno grandi sul corpo della terra” per poi “far entrare queste” stesse “molecole in insiemi molari” (p. 84).
Le logiche degli strati vengono spiegate dal professor Challenger – nome convenzionale e ironico che sta per D&G – il quale “pretendeva di aver inventato una disciplina, che chiamava con nomi diversi”: rizomatica, stratoanalisi, schizoanalisi, nomadologia, micropolitica, scienza delle molteplicità. Il professor Challenger “non era né geologo, né biologo, neppure linguista, etnologo o psicoanalista, e da molto tempo tutti si erano dimenticati qual era la sua specialità. Infatti, il professor Challenger era doppio e ciò non facilitava le cose, non si sapeva mai chi era”. La doppia articolazione è un carattere proprio di ogni singolo livello, di ogni singolo individuo, di ogni singolo strato (“ogni strato presenta infatti fenomeni costitutivi di doppia articolazione”), tanto che il professor Challenger, come appena detto, era “doppio” e “due volte articolato”. D&G, per rendere più facilmente comprensibile questo singolare statuto, fanno ricorso alla geologia e alle scienze della Terra, dove appare evidente, per l’appunto, la presenza di una doppia articolazione: la prima articolazione è la sedimentazione, che mette assieme “unità di sedimenti ciclici” disposti secondo un ordine statistico (il flysch, cioè una successione di rocce sedimentarie caratterizzata dall’alternanza di arenarie e di scisti); la seconda articolazione è il corrugamento, che garantisce al terreno un assetto stabile, funzionale al “passaggio dai sedimenti alle rocce sedimentarie”.
La doppia articolazione non è riconducibile a un dualismo tra sostanze e forme, dal momento che le sostanze sono materie formate e le forme, a loro volta, implicano un codice, che definisce modi di codificazione e modi di decodificazione. In quanto materie formate, le sostanze sono caratterizzate da una loro specifica territorialità e sviluppano perciò livelli di territorializzazione e di deterritorializzazione. Ogni articolazione funziona, in buona sostanza, sulla base di un determinato codice e sulla base di una territorialità specifica. Le due articolazioni sopra menzionate mettono capo a due differenti regimi di molteplicità: un regime molecolare e ordinato, un regime molare e organizzato. Se con la prima articolazione emergono interazioni sistematiche, con la seconda si producono fenomeni peculiari (centratura, unificazione, totalizzazione, integrazione, gerarchizzazione), che costituiscono una surcodificazione. Tralasciando l’immensa diversità degli strati, ci si ritrova di fronte alla “esistenza di una grande stratificazione organica”. Gli strati vengono definiti da D&G con un’aggettivazione sovrabbondante, se non volutamente criptica ed enigmatica: strati energetici, geologici, psico-chimici [davvero indecifrabile questa stratificazione energetico-geologica che può anche essere psico-chimica! Ma su questo torneremo più avanti. Il professor Challenger, qui, ha voluto divertirsi, giocando sull’oscura vaghezza di alcuni significanti!]. Al tempo stesso, tuttavia, l’analisi degli strati orienta la ricerca di D&G e conosce vertici lirico-espressivi che trasformano la logica degli strati in una poetica degli strati: una strato-poetica – così ci piace chiamarla – che assegna un ruolo chiave, strategico e decisivo, alla scienza geologica, la quale rende comprensibile la “vitalità” e i dinamismi che caratterizzano gli statuti della cosiddetta materia inerte, tradizionalmente concepita in contrapposizione con la materia vivente e con la materia pensante. Il titolo del terzo capitolo di “Mille piani” – La geologia della morale – indica con sufficiente chiarezza la portata di questo rovesciamento, che mette in crisi antiche e collaudate gerarchie epistemologico-disciplinari. La scienza delle cose, e quindi la scienza degli oggetti e della materia – più in generale la Scienza della Terra – si rivela come un concerto di saperi attento ai dinamismi e ai processi di trasformazione. Gli strati – e quindi le superfici di stratificazione, intese come piani di consistenza che collegano strettamente tra di loro livelli distinti e differenziati – rendono familiare, per noi, l’emergenza di molteplicità: molteplicità implicite nel fenomeno costitutivo, prima menzionato, della doppia articolazione, che genera la già ricordata alternanza tra sedimentazione e corrugamento. Suggestivo, entro questa cornice, lo studio geologico dei processi trasformativi – dei metamorfismi – che riguardano le rocce, non a caso denominate, nella manualistica corrente, “rocce metamorfiche” (cfr. ad esempio Livio Trevisan, Introduzione alla geologia, Pacini, Pisa 2005, pp. 132 e sgg.), con tutta l’impressionante varietà fenomenologica delle loro facies metamorfiche. L’analitica descrittiva, supportata, in questo caso, dalle rigorose classificazioni della geologia, occulta e soffoca le sue intensità espressive e le sue valenze poetiche.
Ma la strato-poetica si afferma comunque, a dispetto dei fattori che pretendono di comprimerla: anche perché “Esprimere vuol dire sempre cantare la gloria di Dio. Siccome ogni strato è un giudizio di Dio, a cantare, a esprimersi non sono soltanto le piante e gli animali, le orchidee e le vespe: sono le rocce e anche i fiumi, tutte le cose stratificate della terra” (p. 89).
Tuttavia, entro questa estetica degli strati, dell’espressione e delle molteplicità, si afferma una cifra contrastante: una sorta di furore tassonomico, insistito, compiaciuto, autoreferenziale; un muro di freddezza, opaco e anestetizzante, che finisce per cancellare ogni risonanza emotiva e ogni traccia di una qualche dimensione costituente. La logica degli strati può diventare una strato-poetica, ma soltanto a patto di riscoprire le antiche e nascoste seduzioni di una soggettività costituente: poietica, attiva, aperta sul futuro.
Anche qui si rientra sempre nell’àmbito della doppia articolazione e la distinzione tra le due articolazioni passa attraverso le due variabili della funzione di stratificazione: cioè il contenuto e l’espressione. Tra queste due variabili non c’è mai corrispondenza o conformità, ma soltanto isomorfismo. Al punto che ogni strato contiene “una molteplicità d’articolazioni doppie che attraversano ora l’espressione ora il contenuto”; perciò non va dimenticata la raccomandazione di Hjelmslev, riportata da D&G come manifestazione di un “relativismo generalizzato” e contenuta nel suo libro I fondamenti della teoria del linguaggio (Einaudi, Torino 1968): “I termini piano dell’espressione e piano del contenuto – scrive infatti Hjelmslev (ivi, p. 65) – sono scelti in accordo con nozioni tradizionalmente accettate, e sono arbitrari. La loro definizione funzionale non fornisce nessuna giustificazione per chiamare l’una piuttosto che l’altra di queste entità espressione o contenuto. Esse sono definite soltanto dalla loro reciproca solidarietà, e nessuna di esse può essere identificata altrimenti. Esse sono definite solo in maniera oppositiva e relativa, come funtivi reciprocamente opposti di una medesima funzione”.
L’approccio critico alla logica e alla poetica degli strati viene completato da questa riflessione sull’unità e sulla diversità dello strato: i materiali molecolari, gli elementi sostanziali e i rapporti formali relativi a uno strato possono essere gli stessi, ma questo non implica che rimangano invariate le loro componenti elementari (molecole, sostanze, forme). Per chiarire questa enigmatica coabitazione tra permanenza identitaria dell’insieme e variazione sistematica degli elementi che lo compongono, D&G fanno riferimento ad alcune figure eminenti delle life sciences ottocentesche: soprattutto a Geoffroy Saint-Hilaire e alla sua “grandiosa concezione della stratificazione”, sviluppata in acceso contrasto polemico con il fissista Georges Cuvier. Per rappresentare questo momento storico particolarmente intenso, il prof. Challenger immagina e mette in scena “un dialogo tra morti, particolarmente epistemologico, alla maniera di un teatro di marionette”: abbiamo così Geoffroy, che inaugura la teratologia facendo “appello ai mostri” con la sua dottrina del “piegamento” come matrice di metamorfosi strutturali; abbiamo anche Cuvier, che dà risalto a “tutti i fossili”; abbiamo Baër, con i suoi Embrioni: nemico di Geoffroy e contemporaneo di Darwin; ed abbiamo il suo discepolo Vialleton, che “rincara la dose” sia contro Darwin che contro Geoffroy; quest’ultimo viene considerato “un grande artista del ripiegamento”: un “formidabile artista” che, con la sua teratologia – con la sua dottrina dei Mostri -, “ha già il presentimento di un certo rizoma animale dalle comunicazioni aberranti”, mentre Cuvier lavora su “foto discontinue” e su “calchi fossili”. Il darwinismo – fino al “darwinismo molecolare” (Monod) della biochimica contemporanea – è sempre più orientato verso una “scienza delle molteplicità” e lo strato – in particolar modo lo “strato organico” – è abitato dalla compresenza delle due polarità prima menzionate, contrapposte ma interagenti: l’unità e la diversità (p. 95).
I materiali da cui venivano composti gli strati provenivano dai loro substrati. Tali materiali erano più semplici dei composti stessi degli strati. Per gli elementi e per i composti, tali materiali costituivano un ambiente esterno allo strato, pur non essendo esterni ad esso. Diventavano però anche un interno dello strato: livelli che “appartenevano allo strato”. Ma “questo esterno e questo interno erano relativi, esistendo solo attraverso i loro scambi, quindi mediante lo strato che li metteva in relazione” (p. 96).
Di più: i materiali forniti dai substrati rappresentano, come si diceva, un ambiente esterno, un ambiente organico: cioè il “brodo prebiotico”.
Il brodo prebiotico prende anche il nome di “brodo primitivo”, che costituisce un indispensabile nutrimento: laddove esterno e interno diventano concetti relativi, che individuano una condizione costitutiva dello strato organico. In effetti, sono entrambi suoi aspetti essenziali, ‘’ambedue interni allo strato organico“, e “si scambiano le parti”.
In questa prospettiva, sembra difficile distinguere nettamente – come dimensioni contrapposte – ciò che, rispetto a un’unità data (in questo caso lo strato, organico o non organico), rimane esterno o interno.

Interno / Esterno

Interno/Esterno: “l’uno e l’altro interni allo strato”; questa condizione vale alla stessa maniera in relazione allo strato organico: anche qui “l’interno e l’esterno” sono “ambedue interni allo strato organico” e “si scambiano le parti” (p. 96). La ripetizione espressiva, insistita e riproposta – anche a scapito di una eleganza formale, alla quale D&G sembrano indifferenti – serve a ribadire il medesimo nucleo concettuale di tutto il ragionamento: cioè l’oltrepassamento della dicotomia e l’intercambiabilità dei due termini – interno ed esterno – considerati, solitamente, polari e contrapposti. C’è un bersaglio polemico sotteso a questo superamento di ogni impianto dualistico: l’autonomia, l’indipendenza, la sovranità e la separatezza dell’istanza egoica, cioè la possibilità di farla funzionare come dimensione costituente, produttrice di mondi e creatrice di una molteplicità di piani identitari. Il mito di una soggettività costituente si sgretola contro la barriera dei processi di costituzione, di costruzione e di formazione delle identità soggettive, viste anche nella loro dimensione massificata.
L’interno e l’esterno, si diceva, definiscono posizioni intercambiabili, non contrapposte ma complementari. Tra l’uno e l’altro vi è sempre un limite – una membrana – capace di regolare gli scambi, le relazioni formali e “le distribuzioni interne allo strato”: lo strato contiene così uno schema astratto, cioè una macchina astratta, che costituisce la sua unità intrinseca e l’unità della sua composizione, sempre definita dalla correlazione armonica tra materiali molecolari esterni, elementi sostanziali interni e relazioni formali. Le modalità di funzionamento di tale macchina astratta sono sempre inerenti, per l’appunto, all’unità di composizione di quello che gli autori chiamano livello ( o anello) centrale di uno strato. Nello strato sussistono sempre, comunque, “stati intermedi”, detti anche e p i s t r a t i, che scandiscono “una posizione intermedia tra l’ambiente esterno e l’elemento interno’’ . E’ molto evidente, tutto questo, nello strato organico, “non più separabile da ambienti detti interni, che sono infatti elementi interni rispetto a materiali esterni, ma anche elementi esterni rispetto a sostanze interne’’ (p. 97): uno stesso elemento, in definitiva, gode di un duplice statuto, e può essere interno o esterno, a seconda del contesto di appartenenza. La dissoluzione del soggetto costituente, sopra citata, viene nuovamente ribadita e riproposta, in effetti, in quanto “nuova o seconda relatività dell’interno e dell’esterno”, con una importante variazione tematica: l’ambiente, al di là della sua declinazione antropocentrica, che lo prospetta come ambiente interno, esterno e intermedio, si configura anche come ambiente associato o annesso: sorgente di una differente energia che include i mondi animali, così come sono stati già descritti negli anni trenta da Von Uexküll (cfr. Jakob von Uexküll, Ambienti animali e ambienti umani [1933], Quodlibet, 2013). Queste nuove frammentazioni dell’anello centrale, chiamate parastrati, presuppongono l’esistenza di campi di adiacenza “in forme irriducibili e in ambienti che erano a essi associati” (p. 99). Il proliferare delle forme è reso possibile dal proliferare degli ambienti e “il rapporto della forma con l’ambiente resta decisivo. Dipendendo da un codice autonomo, la forma non può costituirsi se non in un ambiente associato che intreccia in maniera complessa i caratteri energetici, percettivi e attivi’’. Pluralità delle forme e pluralità degli ambienti riguardano sempre insiemi collettivi e molecolari: popolazioni molecolari – e non singole molecole – che ci costringono a pensare sempre in termini di mute e di molteplicità (p. 100). L’individuo può essere codificato nella misura in cui appartiene a una popolazione, che definisce un cambio di scala e quindi il conseguente passaggio da un livello molecolare a un livello molare, “in virtù della sua attitudine a propagarsi nell’ambiente o a crearsi un nuovo ambiente associato nel quale la modificazione” possa diffondersi (p. 99). Un codice, in quanto codice di popolazione, implica sempre un processo essenziale e costitutivo di decodificazione, cioè un plusvalore di codice – definibile nei termini del funzionamento di un rizoma – che ci indica in quale misura questo stesso codice implica un margine di decodificazione, a partire dal quale i parastrati, attraverso necessari collegamenti macchinici, rinviano a delle popolazioni.
Abbiamo dunque epistrati che si accumulano e parastrati che si aggiungono: epistrati e parastrati che caratterizzano la vitalità dinamica della stratosfera, garantita dalla continuità dei processi di quella dimensione che D&G definiscono deterritorializzazione: cioè una potenza perfettamente positiva, in rapporto a ciò che ad essa è esterno; una potenza che inoltre è garante di continui e incessanti movimenti di trasformazione; una potenza nomade (deterritorializzazione nomade [p. 101]), infine, “che possiede i suoi gradi e le sue soglie (epistrati), […] che ha un rovescio, una complementarietà nella riterritorializzazione”. Sempre attiva, qui, la dialettica interno-esterno, grazie alla quale “un organismo deterritorializzato in rapporto all’esterno si riterritorializza necessariamente nei suoi ambienti interni” (p. 101).
La deterritorializzazione (DTR) è un movimento che nasce come movimento relativo ma il suo volgersi verso l’assoluto è cifra immanente a questo stesso movimento relativo (immanenza delle DTR assoluta nella DTR relativa). La cifra ontologica di questo movimento volto verso l’assoluto viene più volte ribadita, con una insistenza monotona, quasi ossessiva, spinta fino al punto di postulare la prevalenza espressiva – relativa cioè alla forma e al contenuto – della dimensione molare, a scapito di una ineliminabile molecolarità della forma e della sostanza. In altri termini, “il contenuto è molecolare”, mentre “l’espressione è molare”. La differenza tra i due livelli è soprattutto relativa all’indice di grandezza, o di scala, e il sistema stratificato viene instaurato dalla comunicazione e dalla risonanza tra questi due ordini indipendenti ma correlati: il molecolare e il molare. Cito alla lettera: “E’ la risonanza, la comunicazione che sopraggiunge tra i due ordini indipendenti, ad instaurare il sistema stratificato, il cui contenuto molecolare ha una forma propria corrispondente alla ripartizione delle masse elementari e all’azione da molecola a molecola, proprio come l’espressione ha una forma che manifesta da sé l’insieme statistico e lo stato d’equilibrio a livello macroscopico. L’espressione è come ‘un’operazione di strutturazione amplificante che fa passare a livello macrofisico le proprietà attive della discontinuità primitivamente microfisica’ ”(p. 105).
Il molare rappresenta l’espressione delle interazioni molecolari microscopiche, e questo accade nello strato geologico, nello strato cristallino e negli strati psicochimici; in questo passaggio dal molecolare al molare, che avviene per “stampo” o per “modulazione”, i componenti elementari cambiano statuto: sono cioè dimensioni fisiche che si trasformano in dimensioni psichiche, assegnando allo strato un profilo fisico-chimico che è anche un profilo psicologico. Lo strato diventa una realtà psicochimica ed è per questo motivo che si parla, nel testo, di “strati psicochimici”. Non a caso troviamo qui un insistito riferimento sia ai dati della biochimica e della biologia molecolare – e in particolar modo ai lavori di Jacques Monod e di François Jacob – sia, aggiungiamo noi, alle fondamentali ricerche portate avanti negli anni settanta da Manfred Eigen attorno all’iperciclo catalitico autoistruttivo. A questo proposito scrivevamo: tutto l’edificio sembra poggiare su una concezione dualistica della materia, di sapore buffoniano; un particolare tipo di molecole – le molecole organiche, nel linguaggio di Buffon – possiede le proprietà dell’autocatalisi. Come è noto, il processo autocatalitico, in particolari condizioni ambientali, rende possibile il passaggio dalla materia inerte alla materia vivente. Questa transizione di stato fa dunque emergere i primi livelli di autoorganizzazione della materia. L’insieme formato dalla combinazione tra acidi nucleici e proteine può essere rappresentato come ciclo chiuso (“iperciclo catalitico autoistruttivo”). L’evoluzione di questo insieme, e quindi “l’evoluzione della vita – scrive Eigen nel 1971 [ricordo qui il suo libro più importante: Eigen-Winkler, Il gioco, Adelphi 1986] – poiché si basa su un principio fisico derivabile, deve essere considerata inevitabile, nonostante che il corso di tutto il processo sia indeterminato” (su questi temi mi permetto di rinviare a: M. Galzigna, Conoscenza e dominio, NovaLogos, Aprilia-Roma 2013, p. 181).
In questo passaggio dal molecolare al molare – dal contenuto molecolare all’espressione molare – si verificano le transizioni di stato già indagate in sede scientifica, che D&G non spiegano e non argomentano, dandole per scontate e per acquisite: il che rende la loro analisi troppo criptica e priva di fondamenti scientifici espliciti e verificabili. La “potenza perfettamente positiva della deterritorializzazione” è in realtà, dentro l’analisi di MP, la vera matrice della “potenza di riproduzione dell’organismo” (p. 108), il quale rimane, comunque e sempre, “più deterritorializzato di un cristallo: solo il deterritorializzato è capace di riprodursi” (p. 109). In definitiva, è l’incessante movimento implicito nei processi di DTR che spiega la transizione di stato e la nascita del vivente. Lo strato è quindi produttore di vita in virtù delle sue proprietà cinetico-trasformative – date come sue qualità assolute e primarie – e non in virtù della sua composizione e strutturazione interna: versante, questo, del tutto chiaro ed esplicitato nell’analisi scientifica sviluppata (per non citare che loro) da Monod, da Jacob e da Eigen: un’analisi – occorre dirlo senza esitazioni – dotata di una maggior concretezza e di una più solida coerenza epistemologica.
Se il contenuto, in forma alloplastica, produce modificazioni del mondo esterno, legato com è, stando alle analisi di Leroi-Gourhan, alla coppia mano-utensile, “la forma di espressione diviene linguistica, cioè opera per simboli comprensibili, trasmissibili e modificabili da fuori. Le cosiddette proprietà dell’uomo – la tecnica e il linguaggio, l’utensile e il simbolo, la mano libera e la laringe flessibile, il gesto e la parola – sono piuttosto proprietà di questa nuova distribuzione, che è difficile far cominciare con l’uomo come fosse un’origine assoluta. A partire dalle analisi di Leroi-Gourhan, si vede come i contenuti si trovano legati alla coppia mano-utensile e le espressioni alla coppia faccia-linguaggio e viso-linguaggio”. La mano libera, al di là del suo statuto di semplice organo, deve essere considerata sia come strumento di codificazione digitale – forma generale del contenuto che si prolunga in utensili – sia come strumento che rende possibile il raggiungimento di “una grande soglia di deterritorializzazione”. La mano libera deterritorializzata dell’uomo si differenzia dalla mano territorializzata – “prensile e locomotrice” – della scimmia: è un potente indicatore della DTR del nostro corpo; allo stesso modo, la bocca è una DTR della faccia e le labbra sono una DTR della bocca. La mano libera e la laringe flessibile – come dire: la tecnica e il linguaggio, il gesto e la parola – sono due dimensioni che sviluppano in maniera concreta e articolata il vincolo fondante della nostra tessitura antropologica, tutta giocata sul nesso tra forma del contenuto e forma dell’espressione (asse portante della linguistica di Hjelmslev). Se il contenuto tecnologico, caratterizzato dalla presenza operativa di una mano-utensile, rinvia a una “Macchina sociale” e a “formazioni di potenza”, l’espressione simbolica, caratterizzata dalla presenza produttiva di una faccia-linguaggio, rinvia a una “Macchina semiotica” e a “regimi di segni” (p. 113). Il dualismo tra formazioni di potenza e regimi di segni indica la presenza, nelle popolazioni umane, di due strati autonomi.

Il testo si interrompe, qui, con un rinvio a Challenger. L’interruzione serve a spezzare l’argomentazione, indicandone in forma paradossale – come di consueto – lo statuto e i limiti: “Challenger voleva andare sempre più veloce. Non era rimasto nessuno, tuttavia continuava. Del resto la sua voce cambiava sempre di più, anche la sua apparenza, c’era qualcosa d’animale in lui quando parlava dell’uomo. Era ancòra qualcosa di inassegnabile, ma Challenger sembrava deterritorializzarsi sul posto” (p. 115).
Anche Challenger sembra soggetto a processi di DTR. Il che rende la sua identità mutevole: sospesa tra la territorialità degli indici, la deterritorializzazione dei simboli e la riterritorializzazione delle icone. Questi segni – indici, simboli e icone – devono essere disseminati su ogni strato dal momento che essi implicano, tutti, assetti di territorialità, movimenti di DTR e di riterritorializzazione. Questo “metodo espansivo”, in base al quale esisterebbe e funzionerebbe un unico sistema di segni che attraversa tutti gli strati, è pericoloso e deve essere negato, anche se si accetta – per indicare il modo in cui un sistema di segni attraversa gli strati – l’esistenza di una chora semiotica che precede ogni processo di simbolizzazione. Questo metodo espansivo, con la sua pretesa di funzionare come traduttore/interprete universale, è pericoloso nella misura in cui “avrebbe preparato o rinforzato l’imperialismo del linguaggio” (p. 115): l’imperialismo del linguaggio su tutti gli strati ma anche l’imperialismo del significante sul linguaggio stesso.
Challenger parla e continua a parlare: “non era rimasto nessuno” ad ascoltarlo; “tuttavia continuava” anche se non c’è più nessuno che lo ascolti; anche se la catena significante-significato viene spezzata proprio dall’assenza di un destinatario del discorso filosofico: un discorso costretto ad accettare il suo destino di isolamento e di solitudine. Il significante è caratterizzato da una costitutiva eccedenza: da una Ridondanza che produce “il suo incredibile dispotismo”; da una costitutiva sovrabbondanza di significati possibili che non dà nessuna garanzia di una felice ed armonica corrispondenza tra contenuti ed espressioni. Una stessa parola rinvia non a una cosa soltanto, ma a più cose possibili: “la forma di contenuto non si riduce a una cosa, ma a uno stato complesso di cose”. Occorre concludere e riassumere, senza temere le trappole e le insidie della semplificazione.
Dunque:
1. “Contenuto ed espressione non sono mai riducibili a significato-significante. E non sono neppure […] riducibili a infrastruttura-sovrastruttura” (p. 119).
2. “Il sistema degli strati non aveva niente a che vedere con significante-significato né con infrastruttura-sovrastruttura né con materia-spirito” (p. 123).

L’isolamento e la solitudine del discorso filosofico vengono caparbiamente ribaditi: “Challenger stava per finire. La sua voce era diventata inudibile, penetrante. Soffocava”. Nessuna illusione circa la possibilità di uscire da un cieco, disperante e irreversibile destino di solitudine…
Infatti “erano ritornati degli ascoltatori, ma erano ombre o roditori”.

4. POSTULATI DELLA LINGUISTICA

Il Capitolo 4 – “20 novembre 1923. Postulati della linguistica” (pp. 127-174) entra subito in medias res con un testo introduttivo (“I. Il linguaggio sarebbe informativo e comunicativo” [pp. 127-141]) che delimita immediatamente il campo problematico.
“L’unità elementare del linguaggio – l’enunciato – è la parola d’ordine”. Un’abominevole facoltà del linguaggio “consiste nell’emettere, ricevere e trasmettere le parole d’ordine. Il linguaggio non è fatto nemmeno per essere creduto, ma per obbedire e far obbedire”. L’attenzione degli autori si focalizza dunque sugli effetti dell’atto linguistico entro il campo sociale che lo include. “Il linguaggio non è la vita, dà ordini alla vita” e “la vita non parla, ascolta e attende”. Entro questa prospettiva, viene ribadita la centralità della parola d’ordine, che “è soltanto una funzione-linguaggio, una funzione coestensiva al linguaggio”. Il discorso indiretto – non il tropo o la metafora – è il linguaggio originario: è cioè “la determinazione originaria che il linguaggio riceve”. Di più: “metafore e metonimie sono semplicemente degli effetti che appartengono al linguaggio solo in quanto presuppongono già il discorso indiretto. Ci sono molte passioni in una passione, e ogni sorta di voci in una voce, tutto un rumore, glossolalia: ecco perché ogni discorso è indiretto e perché la traslazione propria del linguaggio è quella del discorso indiretto” (p. 131).
In questa sezione dell’opera D&G privilegiano l’analisi degli atti interni alla parola. La sfera del parlare viene vista nella sua stretta associazione con la sfera dell’agire, per cui ci si interroga sui “rapporti immanenti degli enunciati con gli atti”: rapporti chiamati presupposti impliciti o non discorsivi degli enunciati stessi. L’analisi di tali rapporti viene sviluppata mettendo a fuoco due registri fondamentali: il registro del performativo e il registro dell’illocutivo. Entrambi questi registri ci portano dentro un’area esterna all’àmbito discorsivo propriamente detto: l’area della pragmatica.
Tra il parlare e l’agire – tra l’enunciato e l’atto – “il rapporto è interno, immanente, ma non c’è identità. Il rapporto è piuttosto di ridondanza”. La parola d’ordine realizza questa implicazione reciproca dell’atto e dell’enunciato; realizza la loro intrinseca appartenenza alla sfera della ridondanza: ridondanza dell’atto e al tempo stesso ridondanza dell’enunciato. “I giornali, le notizie procedono per ridondanza in quanto ci dicono quel che bisogna pensare, tenere a mente, aspettarsi” (pp. 132-133). Ce lo dicono con un linguaggio che “non è informativo, né comunicativo”, ma che procede attraverso la produzione ridondante di parole d’ordine. Ciò che in tale contesto è primario è “la ridondanza della parola d’ordine”, che contiene sia l’informazione che la comunicazione: entrambe rappresentano una sorta di grado zero dell’enunciato, cioè “la condizione minima per la trasmissione delle parole d’ordine” [p. 133]). Si apre, qui, una riflessione critica sulla linguistica, che prende le mosse dalla sottolineatura del “carattere necessariamente sociale dell’enunciazione”. L’enunciato non è mai una dimensione singola, atomica, isolata. Vive sempre dentro un contesto sociale e i suoi stretti legami con tale contesto appaiono evidenti nel momento stesso in cui si riesce a mostrare come esso rinvia – strutturalmente e non accidentalmente – a dei “concatenamenti collettivi” [CC] che vengono svelati attraverso “il valore esemplare del discorso indiretto, e soprattutto del discorso indiretto libero”. I CC garantiscono il carattere sociale dell’enunciato e l’esistenza, sempre e comunque, di atti immanenti al linguaggio: atti intrinseci alla struttura stessa del linguaggio; atti che “fanno ridondanza con gli enunciati o formano parole d’ordine” (p. 134). Viene così stabilito un legame intrinseco – necessario, inevitabile – tra la sfera del parlare e la sfera dell’agire, evitando ogni possibile reificazione del linguaggio che lo separi dalle sue concrete condizioni di possibilità (condizioni sociali, economiche, politiche, antropologiche); evitando, di conseguenza, ogni postura feticistica che lo isoli dalle sue stesse radici materiali, sovente cancellate, rimosse e invisibili.
In ogni enunciazione, esistono atti immanenti al linguaggio che possono essere definiti come l’insieme delle sue trasformazioni incorporee. Per definizione, le trasformazioni incorporee sono del tutto interne all’enunciazione: “variabili d’espressione” immanenti alla lingua, che hanno però la capacità di collegare la lingua con ciò che sta fuori dalla lingua, con un suo difuori: che mettono insomma la lingua – come affermano perentoriamente D&G – “in rapporto con il fuori ma proprio perché sono immanenti alla lingua” (p. 137). Trova spazio, qui, un esempio, riportato da D&G, di come agisce, evolve e si sviluppa una trasformazione incorporea: un esempio menzionato a partire da un testo di Lenin del 1917 (A proposito delle parole d’ordine), dove emergono, nelle masse, in perfetta sequenza logica, un “proletariato direttivo” e una “avanguardia dirigente”: momenti storici scanditi dall’emergenza di parole d’ordine che rappresentano adeguatamente la natura e la “particolarità” di ogni singola tappa del percorso trasformativo. Scrive Lenin: “ogni parola d’ordine deve essere dedotta dalla somma delle particolarità di una situazione politica determinata”. Alla locuzione “somma delle particolarità”, preferiamo – in armonia con il contesto argomentativo da noi ricostruito e riproposto – la locuzione “complesso delle particolarità” (utilizzo, qui, la traduzione canonica di Editori Riuniti, riportata in: Lenin, Opere scelte, Roma, 1965, p. 771): che sta a indicare l’appartenenza delle particolarità a un complesso, per l’appunto, cioè a un insieme unitario e coeso, il quale ben rappresenta la cifra omogenea che caratterizza le trasformazioni incorporee. Ma D&G sembrano ignorare un fatto molto semplice e assolutamente evidente: le tappe del percorso trasformativo (cioè i vari assetti raggiunti da queste trasformazioni incorporee) hanno una loro consistenza materiale, storica ed empirica che non può assolutamente essere appiattita sui registri formali e discorsivi della logica. Ubriacati ed irretiti dalla selva dei segni, D&G – prigionieri di una sorta di imperialismo del significante – appiattiscono l’orizzonte dei significati sull’orizzonte dei segni, fino al punto di smarrire ogni concretezza storica ed empirica, a profitto di un feticismo semeiotico che li allontana sempre più pericolosamente dal mondo dell’esperienza.

Dopo questo breve testo introduttivo, si apre un secondo capitolo (II, Esisterebbe una macchina astratta della lingua, tale da non ricorrere ad alcun fattore ‘estrinseco’, pp. 142-149), che conferma ed accentua la deriva anti-storica ed anti-empirica appena inaugurata.

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