Il RIZOMA di Deleuze & Guattari. Per una introduzione a una rilettura critica di “Mille piani”.

Rizoma - Deleuze e Guattari

È decisivo ciò che accade fuori dal perimetro del rizoma, e quindi entro il suo “piano di consistenza”. Assegnare un ruolo fondativo al “fuori” significa necessariamente uscire da ogni strettoia specialistica e riduzionista, evitando il vicolo cieco della trappola disciplinare. Anche per questa ragione Mille piani [MP] – e, più in generale, tutta la filosofia rizomatica – non è accademicamente utilizzabile, anche perché ogni piano, ogni “plateau”, copre un campo problematico più largo di ogni singola disciplina universitaria.

“Rizoma” – il capitolo introduttivo di MP, che leggiamo nella edizione italiana più recente (Orthotes, Napoli-Salerno 2017) – fissa le linee fondamentali dell’analisi: in particolar modo il concetto di AGENCEMENT (qui tradotto con “concatenazione”) e quello di “sistema-radicella” o “radice fascicolata”, visto come SECONDA FIGURA DEL LIBRO (la prima figura del libro è il concetto di “libro-radice” [la radice come “immagine dell’albero-mondo”]). Per Deleuze e Guattari [D&G], non lo si dimentichi, gli “agencements” si danno sempre come “agencements collectifs”, cioè come concatenazioni collettive e come configurazioni della molteplicità…

I concatenamenti collettivi sono, per eccellenza, terreno del NOI: mettono in discussione – con effetti liberatori – la dittatura del principio di causalità e i nefasti riduzionismi che ne derivano.

I concatenamenti legano strettamente, tra di loro, macchine, intese come dimensioni produttive, portatrici di molteplicità, svincolate da qualsiasi dipendenza dall’orizzonte dell’Uno… Per citare gli autori: “Principio di molteplicità: solo quando è effettivamente trattato come sostantivo […] il molteplice non ha più nessun rapporto con l’Uno come soggetto o come oggetto, come realtà naturale o spirituale, come immagine e mondo. Le molteplicità sono rizomatiche e denunciano le pseudo-molteplicità arborescenti […] Una molteplicità non ha né soggetto né oggetto, ma soltanto determinazioni, grandezze, dimensioni che non possono crescere senza che essa cambi natura” (p. 43).
L’antropologia di Pierre Clastres, esposta in un testo capitale (La società contro lo stato), valorizza la visione del mondo dei Guaranì – e più in generale della cultura amerindiana – come momento eminente di una PRESA DI POSIZIONE CONTRO L’UNO, A FAVORE DEL MOLTEPLICE. Il titolo del capitolo 9 del saggio è già eloquente e programmatico (Dell’Uno senza il molteplice) e mette in scena una critica radicale della cultura occidentale, vista come cultura egemonizzata da istanze connesse alla valorizzazione e alla sopravalutazione dell’Uno. La lezione di Clastres viene ripresa e rilanciata d Eduardo Viveiros De Castro, antropologo brasiliano che si rifa esplicitamente alla filosofia rizomatica di Gilles Deleuze (e particolarmente all’Anti-edipo e a Mille piani).

La forza del rizoma e i princìpi del suo funzionamento

La forza del rizoma viene garantita dalla vigenza di quattro princìpi: 1) Principio di connessione 2) Principio di eterogeneità 3) Principio di molteplicità 4) Principio di rottura asignificante, di cui diremo più avanti. Sulla base del terzo principio, forse quello decisivo, il principio di molteplicità non ha più nessun rapporto con l’Uno come soggetto o come oggetto. Nella misura in cui obbedisce a questi quattro princìpi, il libro può diventare momento sovversivo, trasformando la sua natura di libro-parola nella dimensione di libro-evento, e quindi di libro–macchina da guerra: “Il libro-macchina da guerra contro il libro-apparato di Stato”.
Tra i libri (pochi) macchine da guerra e i libri (molti) apparati di stato, una miriade di libri che non hanno la dignità dei primi o l’essenziale “necessità” dei secondi… l’emergenza di questa miriade rende ardua l’impresa di chi vuole scrivere per scardinare gli assetti di potere e di chi vuole (o pretende) di scrivere per confermare lo stato presente delle cose…

Nel rizoma non ci sono punti o posizioni. Nel rizoma non ci sono che linee. E le linee fanno “proliferare l’insieme”. Il numero non è un concetto universale corrispondente ad una determinata “posizione”. È una “molteplicità variabile”. Torna ad essere definibile attraverso la “nozione di unità” solo quando, entro la molteplicità stessa, si afferma “una presa di potere da parte del significante o un processo corrispondente di soggettivazione” (p. 44).
“Le molteplicità si definiscono attraverso il fuori”, cioè attraverso la rete di connessioni che connettono il rizoma a ciò che sta fuori dal rizoma. Il rapporto con il fuori è IL PIANO DI CONSISTENZA (o di esteriorità ) DEL RIZOMA e della molteplicità che lo definisce. “Il piano di consistenza è il fuori di tutte le molteplicità”.
Si afferma – “contro i tagli troppo significanti che separano le strutture o ne traversano una” – il quarto principio che regola la vita del rizoma. “4) – Principio di rottura asignificante”, in base al quale “un rizoma può essere rotto, spezzato in un punto qualsiasi”, ma poi “riprende seguendo questa o quella delle sue linee e seguendo altre linee”. E “vi è rottura nel rizoma ogni volta che le linee segmentarie esplodono in una linea di fuga, ma LA LINEA DI FUGA FA PARTE DEL RIZOMA. E quindi queste linee continuano a rinviare le une alle altre”, entro una catena infinita di rimandi e di connessioni che rendono difficile il coagularsi di un potere attorno a un significante, l’accumulo di “attribuzioni” capaci di ricostituire “un soggetto” e quindi, di conseguenza, “le risorgenze edipiche” e le “concrezioni fasciste”… E’ così che “i movimenti di deterritorializzazione e i processi di riterritorializzazione”, tra di loro sempre collegati e intrecciati, diventano relativi…
LA VESPA E L’ORCHIDEA: un esempio significativo di questo processo. “L’orchidea si deterritorializza formando un’immagine,, un calco di vespa; ma la vespa si riterritorializza su questa immagine. La vespa nondimeno si deterritorializza, diventando essa stessa un pezzo nell’apparato di riproduzione dell’orchidea; ma allo stesso tempo riterritorializza l’orchidea, trasportandone il polline. LA VESPA E L’ORCHIDEA FANNO RIZOMA IN QUANTO SONO ETEROGENEE”. È questo “un vero divenire”; il “divenire vespa dell’orchidea” e il “divenire orchidea della vespa”: una “EVOLUZIONE APARALLELA di due esseri che non hanno assolutamente niente a che vedere l’uno con l’altro” (p. 46).

Esempio significativo, si diceva. Molte orchidee, anche in Italia, imitano le femmine di alcune specie di vespa, per attirare i maschi e cospargerli di polline, che gli insetti provvederanno a trasportare su altri fiori. Nessuna orchidea, però, era mai arrivata al punto di attirare i maschi soltanto con l’odore. L’orchidea australiana Chiloglottis trapeziformis, studiata da un gruppo di ricercatori australiani e tedeschi, imita invece alla perfezione il feromone femminile della vespa Neozeleboria cryptoides.
I feromoni sono composti chimici utilizzati da molti insetti per attirare i componenti del sesso opposto, o per tracciare una via che altri componenti della colonia devono seguire per trovare il cibo. Attirata dal profumo, la vespa si posa sull’orchidea e tenta di accoppiarsi con essa, coprendosi di polline. Un viaggio su un altro fiore consente a quest’ultimo di essere impollinato.
Il composto, chiamato dai ricercatori chiloglottone, è mirato specificamente a una sola specie di vespa. I ricercatori, che hanno pubblicato la ricerca sulla rivista scientifica “Science”, fanno notare che in questo “affare” l’unica che ci guadagna è l’orchidea, mentre la vespa perde tempo ed energia per inseguire femmine inesistenti.

Evoluzioni aparallele

Tra Furlanetto ed Etith Piaf, che qui sotto ho linkato assieme, non c’è nessun rapporto diretto; c’è una EVOLUZIONE APARALLELA – per usare il lessico di Mille piani – che riguarda i due (così come c’è evoluzione aparallela tra la vespa e l’orchidea, tra il babbuino e il gatto, tra il libro e il mondo)… Vengono in mente, qui, gli “amori abominevoli” dell’Antichità e del Medioevo, menzionati da un grande scienziato e scrittore citato da D&G (il biologo molecolare e Nobel François Jacob), che menziona “le fusioni di cellule uscite da elementi differenti” che danno luogo a risultati analoghi a quelli dei suddetti amori abominevoli…

Accanto all’evoluzione aparallela (EA) della vespa e dell’orchidea, D&G menzionano l’EA del gatto e del babbuino, del libro e del mondo. Il libro fa rizoma con il mondo: “assicura la deterritorializzazione del mondo” così come “il mondo opera una riterritorializzazione del libro” (p.47).

Fate la carta, non il calco

Riassumendo: 1) Principio di connessione 2) Principio di eterogeneità 3) Principio di molteplicità 4) Principio di rottura significante 5) Principio di cartografia.
Il principio n. 4 realizza una EVOLUZIONE APARALLELA di due esseri assolutamente diversi tra loro. Esempio già citato: quello della vespa e dell’orchidea. Poi si ha il principio 5: Principio di cartografia e di decalcomania.
Il rizoma è CARTA E NON CALCO: “FARE LA CARTA E NON IL CALCO. L’orchidea non riproduce il calco della vespa, fa carta con la vespa all’interno di un rizoma” (p. 49). Infatti, “una carta ha molteplici entrate, contrariamente al calco che ritorna sempre allo STESSO”. Il principio di cartografia è estraneo ad ogni idea di asse genetico, così come di struttura profonda. L’asse genetico (e la struttura profonda) sono “principi di calco, riproducibili all’infinito”. E quindi: “dell’asse genetico o della struttura profonda diciamo che sono prima di tutto principi di calco riproducibili all’infinito. Tutta la logica dell’albero è una logica del calco e della riproduzione. Tanto nella linguistica che nella psicoanalisi essa ha per oggetto un inconscio a sua volta rappresentante, cristallizzato in complessi codificati, ripartito su un asse genetico o distribuito in una struttura sintagmatica. Tale logica ha per scopo la descrizione di uno stato di fatto, il riequilibrio di relazioni intersoggettive o l’esplorazione di un inconscio già lì, nascosto nei recessi oscuri della memoria e del linguaggio. Essa consiste nel ricalcare qualche cosa di precostituito, a partire da una struttura che surcodifica o da un asse che regge. L’ALBERO ARTICOLA E GERARCHIZZA I CALCHI, I CALCHI SONO COME LE FOGLIE DELL’ALBERO” (p. 48). Il calco è governato da una logica di riproduzione dello stesso: da una fissità che lo rende refrattario a trasformazioni e a modificazioni. Il calco è il regno della permanenza e della stabilità strutturale: portatore di una “competenza” che esclude ogni sua capacità performativa di moltiplicare i piani di connessione. La permanenza del calco è irriducibile alla performatività della carta.

Perciò “la carta è aperta, è connettibile in tutte le sue dimensioni, smontabile, reversibile, suscettibile di ricevere costantemente modificazioni. Può essere strappata, rovesciata, adattarsi a montaggi di ogni natura, essere messa in cantiere da un individuo, un gruppo, una formazione sociale”. Poco prima avevamo letto: la carta, in quanto operatore di connessione, concorre alla connessione dei campi, allo sblocco dei corpi senza organi, alla loro massima apertura su un PIANO DI CONSISTENZA. “Fa a sua volta parte del rizoma”. La carta rinvia a una “performatività” (capacità di moltiplicare i piani di connessione). Il calco rinvia a una “competenza” (capacità di surcodificare secondo le regole strutturali di un asse genetico). Perciò bisogna sempre ricondurre il permanente al flessibile: “riportare il calco sulla carta”, guadagnando una flessibilità produttiva che le regole strutturali della codificazione non rendono possibile (p. 50).

“Bisogna sempre” – dunque – “riportare il calco sulla carta”… E “reinnestare i calchi sulla carta” significa “rapportare le radici o gli alberi a un rizoma”. E ancora: “Bisognerebbe però sempre ricollocare i vicoli ciechi sulla carta e da lì aprirli sulle linee di fuga possibili”. Ma “sarebbe la stessa cosa per una carta di gruppo: mostrare a quale punto del rizoma si formino dei fenomeni di massificazione, di burocrazia, di leadership, di fascistizzazione, ecc.; “mostrare quali linee sussistano tuttavia, anche sotterranee, continuando a fare oscuramente rizoma”. Le linee di fuga spezzano la rigidità delle matrici genetiche e generative. Le linee di fuga ci danno la possibilità di “rompere le radici”, di operare “nuove connessioni”. Il regno rizomorfo disegnato da D&G ci introduce in un paesaggio frammentato, sconnesso, dominato da una logica contrapposta alla logica dell’albero. “Non dobbiamo più credere agli alberi né alle radici né alle radicelle, ne abbiamo sofferto troppo. Tutta la cultura arborescente è fondata su di essi, dalla biologia alla linguistica” (p. 52). Questa apologia dell’erranza e dello sradicamento porta gli autori a guardare con occhi nuovi paesaggi e città. Città come Amsterdam: “città per nulla radicata, città-rizoma con i suoi canali-steli, dove l’utilità si connette alla più grande follia, nel suo rapporto con una macchina da guerra commerciale”. In questa visione di D&G la follia si configura e si definisce come apoteosi dello sradicamento rizomatico. Il pensiero stesso è rizomatico. Non è arborescente e “il cervello non è una materia radicata né ramificata” (p. 53).

Fate Rizoma: riorganizzate il calco sulla scia della flessibilità che caratterizza la carta

Qui, dentro a questa apoteosi dell’erranza e dello sradicamento, le parole d’ordine di D&G assumono le sembianze di un programma politico: un programma di sovversione e di trasformazione.
Le strutture arborescenti, che non possono spiegare il funzionamento del pensiero, “sono sistemi gerarchici che comportano centri di significanza e di soggettivazione, automi centrali” che funzionano “come memorie organizzate”. E qui D&G citano il filosofo-matematico Jean Petitot, per il quale “ammettere il primato delle strutture gerarchiche significa privilegiare le strutture arborescenti”. Ai sistemi gerarchizzati e centrati, Petitot e Rosentiehl, citati più volte da D&G, oppongono “sistemi acentrati, reticoli di automi compiuti, dove la comunicazione si effettua da un vicino a un vicino qualunque […]”, dove “gli individui sono tutti interscambiabili […] “e il risultato finale globale si sincronizza indipendentemente da un’istanza centrale” (p. 55). Non vi è spazio, in questa concezione, per saperi centrati, per sistemi arborescenti, per saperi e sistemi come la psicoanalisi, che “fonda il proprio potere dittatoriale su una concezione dittatoriale dell’inconscio”. Alla psicoanalisi classica D&G contrappongono LA SCHIZO-ANALISI, LA QUALE, “TRATTANDO L’INCONSCIO COME UN SISTEMA ACENTRATO, cioè come un reticolo macchinico di automi finiti (rizoma)”, ha a che fare – diremo meglio “raggiunge” direttamente – “tutt’altro stato dell’inconscio”. Punto nodale, questo; leggiamo infatti: “la questione non è mai di RIDURRE l’inconscio, di interpretarlo, né di farlo significare seguendo un albero. La questione è di PRODURRE DELL’INCONSCIO e, con esso, nuovi enunciati, altri desideri: IL RIZOMA E’ QUESTA STESSA PRODUZIONE D’INCONSCIO” (p. 56].

Si tratta, insomma, non di interpretare l’inconscio – non di inscriverlo entro una trama di significazioni – ma di produrre dell’inconscio. Fare rizoma significa mettersi nelle condizioni di rendere possibile una “produzione d’inconscio” (p. 56).

Ai sistemi arborescenti, centrati, D&G contrappongono SISTEMI ACENTRATI, “dove la comunicazione si effettua da un vicino a un vicino qualunque, dove gli steli o i canali non preesistono, dove gli individui sono tutti interscambiabili, definendosi solamente per uno stato in un momento dato, di modo che le operazioni locali si coordinano e il risultato finale globale si sincronizza indipendentemente da un’istanza centrale. Entro questo panorama emerge la contrapposizione tra morali e filosofie della trascendenza, care all’Occidente, e morali/filosofie dell’immanenza, care all’Oriente: “il Dio che semina e che falcia in opposizione al Dio che inietta e dissotterra (l’iniettare contro il seminare)”, così che la TRASCENDENZA si configura come “malattia propriamente europea” (p. 57). E qui si impone una sorta di apologia dell’erba, o dell’erbaccia, che “conduce la vita più saggia”. Henry Miller: “La Cina è la cattiva erba nell’aiuola di cavoli dell’umanità. […] L’erbaccia è la Nemesi degli sforzi umani. Tra tutte le esistenze immaginarie che prestiamo alle piante, alle bestie e alle stelle, forse è l’erbaccia che conduce la vita più saggia”. Qui, davvero, il rizoma mette capo ad una poetica. La poetica dell’erba: dell’informe, del rapsodico, dell’asistematico. “Non c’è altra uscita che l’erba. […] L’erba esiste soltanto tra i grandi spazi non coltivati. Colma i vuoti. CRESCE NEL MEZZO e fra le altre cose. Il fiore è bello, il cavolo è utile, il papavero rende folli. Ma l’erba è straripamento, E’ UNA LEZIONE DI MORALE”.

INVERSIONE DI POSIZIONI: ad est si afferma la ricerca arborescente mentre l’Ovest diviene rizomatico, “con i suoi indiani senza ascendenza, il suo limite sempre fuggitivo, le sue frontiere in movimento e spostate”. Si afferma un “meccanismo d’inversione”, per cui “l’America ha invertito le direzioni: ha messo il suo Oriente all’Ovest […]: il suo Ovest è la frangia stessa dell’Est” (p. 58). Le dimensioni contrapposte non vanno ipostatizzate, ma sono sempre in divenire: molteplici e mutevoli. Perciò “IL RIZOMA NON SI LASCIA RIPORTARE NE’ ALL’UNO NE’ AL MOLTEPLICE”. Esso è “costituito soltanto da linee”. Linee di segmentarietà, di stratificazione ma anche linee di fuga o di deterritorializzazione. Tali linee non sono assimilabili a discendenze di tipo arborescente, “che sono soltanto collegamenti localizzabili tra punti e posizioni. All’opposto dell’albero, il rizoma non è oggetto di riproduzione”. Esso “è un’antigenealogia” (p. 61).

“Il rizoma è un sistema acentrato non gerarchico e non significante, senza Generale, senza memoria organizzatrice o automa centrale”.

IMPORTANTE ESTERNAZIONE DI D&G SUL LORO LIBRO, a p. 62: “Scriviamo questo libro come un rizoma. L’abbiamo composto di piani. Gli abbiamo dato una forma circolare, ma era per scherzo. Ogni mattina ci alzavamo, e ciascuno di noi si chiedeva che piano avrebbe preso, scrivendo cinque righe qui, dieci righe altrove. ABBIAMO AVUTO ESPERIENZE ALLUCINATORIE, ABBIAMO VISTO LINEE, come colonne di piccole formiche, lasciare un piano per dirigersi verso un altro” piano. […] “Non conosciamo più né scientificità né ideologia, ma soltanto concatenamenti. E non ci sono che concatenamenti macchinici di desiderio, concatenamenti collettivi di enunciazione”.

Il capitolo introduttivo di Mille piani, “Rizoma”, si conclude con una apologia del mutevole e del molteplice. Infatti, COERENTEMENTE, gli autori affermano: “Ciò che manca è una Nomadologia, il contrario di una storia” (p. 63). E allora “fate rizoma e non radice, non piantate mai. Non seminate, iniettate! Non siate né uno né molteplice, siate delle molteplicità. Fate la linea e mai il punto! La velocità trasforma il punto in linea! Siate rapidi, anche stando sul posto […]. Non suscitate un Generale in voi […]. Fate carte, non foto o disegni. SIATE LA PANTERA ROSA E CHE I VOSTRI AMORI SIANO ANCORA COME LE VESPA E L’ORCHIDEA, IL GATTO E IL BABBUINO […]. Un rizoma non incomincia e non finisce, è sempre nel mezzo, tra le cose, inter-essere, INTERMEZZO. L’albero è la filiazione, ma il rizoma è alleanza, unicamente alleanza. L’albero impone il verbo ‘essere’, ma il rizoma ha per tessuto la congiunzione ‘e… e… e’. In questa congiunzione c’è abbastanza forza per SCUOTERE E SRADICARE IL VERBO ESSERE” (p. 66).

Scuotere e sradicare il verbo essere

Dunque: SCUOTERE E SRADICARE IL VERBO ESSERE. La cifra anti-heideggeriana e anti-platonica di Mille piani appare qui con grande forza e con la massima evidenza. A questa cifra consacriamo il nostro proposito di rileggere criticamente Mille piani.

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