Mario Galzigna (a cura di), “Parole alate”, di Michel Foucault

Mario Galzigna (a cura di), “Parole alate”, di Michel Foucault

MICHEL FOUCAULT
PAROLE ALATE
Traduzione di Mario Galzigna
[Testi ricavati dalla trasmissione radiofonica “Le corps et ses doubles” del 28 gennaio 1963: pubblicati in una Plaquette, edita in 500 esemplari da Manuella Éditions e dalla Association pour le Centre Michel Foucault, marzo 2013. Il titolo – “Parole alate” – è nostro. Nostri sono anche i sottotitoli]

IL LINGUAGGIO, IL CORPO

I Greci dicevano che le parole hanno le ali. Noi sappiamo, da parte nostra, che il linguaggio non ha affatto un’esistenza rapida ed eterna. Sappiamo che nasce a pelo dei nostri gesti, che abita in sordina la nostra pelle e le nostre ossa, che non si libera mai completamente da questa caverna sonora che noi siamo. Tutti questi segni: è stata certamente necessaria la prodigiosa attenzione di Freud perché si capisca che si trattava, con tali segni, di un linguaggio e forse, prima della psicoanalisi, i rapporti tra follia e ragione sono forse stati come una sorta di dialogo tra sordi: un dialogo muto, violento, senza parole.

IL DOPPIO

Il doppio, quest’altra anima che affianca la mia, quest’altro corpo collocato lungo il mio. In certe civiltà, esso veicola la ragionevole speranza della sopravvivenza. Il doppio, presso gli Egiziani, il doppio, egualmente presente in certe popolazioni melanesiane, è quest’anima che mi garantisce che dopo la mia vita ce ne sarà certamente un’altra, oppure vi sarà almeno una sorta di prolungamento. E questo doppio, questo grande doppio d’ombra rassicura. Nella nostra cultura, al contrario, e credo vi sia qui una differenza importante, a meno, certo, che non si tratti di una sola ed unica figura con due aspetti contrapposti, infine, non lo so, il doppio, nella nostra civiltà, è collegato ad un’angoscia panica dell’annientamento. È collegato alla certezza folgorante che si sia privati di se stessi, al tempo stesso della propria ragione attraverso la follia e della propria vita attraverso una morte imminente. Il dubbio non rinchiude, non suggella l’essere moltiplicandolo. Al contrario, lo vampirizza. Ne aspira il midollo e il sangue. Rende sottile il suo nucleo di individualità chiusa e, in una qualche maniera, non lascia più, alla superficie delle cose, che il guscio vuoto e agitato, il guscio dell’altro: voglio dire, il guscio del primo, dell’uno, che in questo incantesimo – attraverso questo curioso processo, questo curioso sdoppiamento – è divenuto l’altro dell’altro.

IL DUBBIO, LA MORTE

In effetti, se la presenza del doppio è fatale, e se ci parla con insistenza e ostinazione della morte, l’esperienza opposta non è meno carica di angoscia. Parlo dell’esperienza per cui il mio corpo ha perso le sue eco naturali, le dolci e rassicuranti risposte che egli fornisce a se stesso; parlo dell’esperienza che lo ritrae nero sopra una pagina chiara, o brillante sullo sfondo di uno specchio. È l’orrore di non avere né ombra né riflesso, di essere ridotto ad un’esistenza assolutamente bianca, opaca, divenuta porosa e come svuotata della propria sostanza. È lo spavento di essere alleggerito dal peso della mia ombra interna, da questa dolce e torbida pelliccia che mi sdoppia, dentro e fuori da me stesso.

IL CORPO RADDOPPIATO

Lei vede quanto sia in fondo fragile la posizione del nostro corpo sulla terra. Un po’ troppo d’ombra ed eccoci raddoppiati, messi sùbito di fronte a noi stessi […]. E poi, con un po’ meno d’ombra, eccoci mangiati dal nostro doppio, cacciati da noi stessi: la morte ha preso il nostro posto, come se il corpo, questa realtà così indubitabile per noi, questa realtà che resiste spesso al nostro volere, non avesse di fatto che un’esistenza straordinariamente precaria. Siamo sospesi alla nostra propria ombra, come se questo corpo unico, il nostro, fosse assai difficile da mantenere nella sua identità; come se fosse sempre pronto a sfuggire a sé stesso ed a moltiplicarsi come una mostruosa spugna. Guardate, ad esempio: si crede proprio che sia difficile vedere il proprio corpo, dato che si è presi all’interno di questa piccola cellula: si è catturati nel proprio corpo ed i nostri occhi sono ben incastrati nella testa e in fondo non si vede mai direttamente, in ogni caso, né la propria schiena, né le proprie parti laterali, né l’interno del proprio cranio.

E tuttavia deve ben esserci un occhio immaginario, un occhio onnipotente, fantastico, capace di scorrere lungo il nostro corpo e di ridestarsi, a volte, a contatto con la meravigliosa flora dei suoi organi: sopra il loro stelo bianco e rosso, sopra la loro schiuma. Ed è così che di fronte a quest’occhio onnipotente il corpo si sparpaglia come fosse immerso in uno smisurato acquario. Il corpo, allora, non è più che una sorta di grande fiore spezzettato: non più quella calda presenza di me a me stesso, laddove trovo alloggio, laddove mi addormento, in una sorta di giardino inquietante, coperto di brina, nel quale spingono in silenzio cristalli sapienti sotto uno sguardo sporco, sottile e lontano come un’aquila: uno sguardo che è al tempo stesso angelico e letale; e il miracolo, il miracolo assoluto, si produce, ed allora l’occhio può vedere se stesso. Può vedersi egli stesso, fuori da lui stesso, come una piccola sfera brillante, come un gioiello perduto.

QUANDO IL NOSTRO CORPO COMINCIA A DISSOCIARSI E A FRANTUMARSI

Tuttavia, attraverso una curiosa reciprocità, in qualche modo attraverso un castigo, da quando il nostro corpo comincia a dissociarsi e a frantumarsi, dal momento in cui il nostro corpo non abita più realmente il mondo, ebbene, il mondo si altera profondamente anch’esso. Diventa rigido e morto: una sorta di visione ghiacciata e metallica. Ed è forse, in fondo, per il fatto che il mondo sul quale abbiamo l’aria di essere – il mondo che sembra circondarci, sovrastarci, con il suo peso e con la pesantezza che gli è propria – ebbene, forse questo stesso mondo deve la sua pesantezza, il suo calore, la sua vita solo al fatto di essere abitato da un corpo ben vivo: un corpo che sembra trovare in lui il suo alloggio, ma che in fondo lo assilla, lo anima interamente, gli dà la sua direzione, il suo profilo, tracciando in esso cammini familiari e dominando così la formidabile inquietudine che potrebbe nascere da un mondo non dominato. Affinché il mondo sia qualcosa di diverso da un groviglio inestricabile, qualcosa di diverso da un gomitolo di aghi interamente girato contro di noi, bisogna non solo che il nostro corpo lo abiti, ma che ne governi le fila costituendo il suo assoluto riferimento.

L’ALTRO ME STESSO: IL MIO DOPPIO FRATERNO

Ma se questo corpo che è il mio lo percepisco un po’ troppo pesante, esso si sdoppia e prolifera come una grande pianta velenosa. Questo corrosivo linguaggio del mio corpo come riuscire – se non a farlo tacere del tutto – almeno a placarlo? Come mantenerlo in quel silenzio calmo, controllato, articolato che di solito sorregge i miei gesti e dà alle mie espressioni la felicità che posso loro riconoscere? Certamente, per far tacere questo linguaggio del corpo, vi è il sogno meraviglioso e delirante di quest’altro me stesso che potrei avere di fronte e con il quale potrei scambiare il mio linguaggio fondamentale. Quest’altro me stesso che avrei di fronte, che poi sarei io, è il sogno del doppio fraterno ed amante: è il sogno della tenerezza senza tregua dei corpi identici. Ma si sa bene come questo sogno, in fondo, parli soltanto, anch’esso, della morte. Un mondo in cui si sarebbe davvero molto vicini e distanti da sè per poter rimanere sempre con se stessi. Ebbene: è un mondo che da molto tempo ha subìto l’incanto della morte.

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