Marco Nicastro, una poesia che nasce dal corpo

Marco Nicastro, una poesia che nasce dal corpo

Nota a Marco Nicastro, Visioni e introspezioni, Ladolfi editore, 2017, pp.64, € 10.

di Vannina Fonte-Basso

Leggere un poeta per conoscere l’uomo, la sua interiorità, la sua visione del mondo, il suo tessuto di esperienze… questo ed altro può restituirci un testo poetico.

Un avvicinamento che avviene in molti modi, lacci che catturano e portano all’interno di una realtà trasfigurata, coinvolgente ed amichevole: illuminata, per riprendere un termine (luce) che troviamo più volte nei versi del poeta in questione.

La struttura del libro, diviso in sezioni, conferma la cura che l’autore dedica all’opera. Sono scelte brevi premesse ad ognuna di esse, scelte pensate, strettamente unite al fluire dei versi che seguiranno.  Alcuni versi di Vincenzo Cardarelli, posti all’inizio del volume, sembrano enunciare un compito – «La speranza è nell’opera» – ed una convinzione, «sono un cinico che ha fede in quello che fa».

In questo testo mi ha colpito, ad una prima lettura, il suono, la musicalità del verso; poi le parole, la ricerca e la scelta di queste, un processo in sintonia con il sentire più profondo; un esito cercato, voluto da chi di letture e ricordi di poeti ha filtrato un’essenza, utile per il suo linguaggio e il suo verso.  Colpiscono la delicatezza, l’eleganza, ma anche un’efficace durezza con cui vengono comunicati contenuti diversi; sempre, un registro comunicativo che, anche quando cambia, riesce ad avvicinarsi alla verità, trascinato da temi e vissuti diversi (a volte lievi, a volte ostici, a volte dolorosi).

L’uso della lingua si impone all’attenzione: c’è la ricerca di termini che è sopratutto ricerca di una comunicazione che liberi le parole dal significato che possono avere in altri contesti e dicano così dell’altro.  Lo ritroviamo, quest’uso del linguaggio, quando lo sguardo del poeta coglie immagini, scorci di natura, che emergono con tratto deciso. Qualche volta ciò avviene attraverso l’uso di termini comuni, che nella costruzione del verso si elevano per completare, magari nella sintetica enunciazione finale, la “rilucente” immagine iniziale. Ad esempio nella bellissima e breve poesia che apre la sezione I (Suggestioni liriche):

“Ci fu silenzio / poi una nuvola.. / Un sole pigro cadde sull’asfalto. / Cedette il nostro tempo /inutilmente.” (p. 11)

La ritroviamo, questa intenzione, anche nelle ultime poesie della stessa sezione. Così deve essere, così viene detto ad esempio in Poesia (II):

La poesia sia essenziale / l’immagine riluca per un attimo / come il verso vincente dell’atleta. / La frase si stenda sul bianco / piana o accidentata / esprima senza accademia il tormento / o la gloria del momento / Rifugga la poesia la parola svuotata, / nasca dal corpo / si tramuti in vibrazione. / La poesia sia il ferro / battuto dell’essere /sostanza rovente capace / di prendere la forma / del suo contenitore“. (p. 15)

Più che suono si può forse parlare di sonorità. La ritroviamo sempre, nei componimenti brevi, ma anche in quelli più lunghi dove c’è spesso un andamento del pensiero che si conclude nei versi finali che ricordano i distici: sintetici, conclusivi, affermativi.

La seconda sezione, Sicilia ed altri paesaggi (in premessa un aforisma di Gesualdo Bufalino tratto da Il benpensante) è davvero un’immersione in una natura parlante, che racconta un esterno, una bellezza piena, ricca di luce, di profumi e di rumore.

Ti espandi / rigoglioso di vita / e cresci pieno di speranza / alberello d’arancio. / E’ facile perdersi / nel verde carnoso del tuo fogliame, / c’è in esso l’opulenza di un’isola / amata dalla luce. I tuoi frutti acquosi / morbidi solo di zucchero / tramontano sulla terra  scura / sfiorata dalle piogge. / Forse siamo della stessa natura / vite essenziali che chiedono / un ritaglio di spazio in cui prosperare. / Come i germogli / che ostinati si fanno spazio /  tra le basole e l’asfalto“. (p. 19)

Racconta una bellezza competa, sensuale, che basta a se stessa: sedimento che accompagna nel percorso di vita, traccia che non è nostalgico ricordo, ma qualcosa che è parte dal profondo del proprio essere. Questa è una poesia che nasce “dal corpo”.

Terra mia amata, / quando tu ti mostri / quando io ti vedo / così innamorata / nei tuoi alberi forti / nei tuoi campi persi nel sole / nel tuo cielo così azzurro /-com’è pieno quest’azzurro, com’è pieno!- / di inatteso amore / traboccano i miei occhi” (p. 22)

C’è un mondo dove la natura, nella sua trasfigurazione poetica, può essere solo osservata: come nella poesia dedicata a Umberto Saba, dove il passero protagonista (come non ricordare Catullo?) ruba la scena, si impone come parte di mondo la cui pregnante esistenza non ha bisogno di nulla. Anche l’occhio del poeta è in questo caso, saggiamente, esterno.

Ma c’è anche un paesaggio più grigio, i colori del nord – una Venezia quieta – e il freddo, la solitudine dell’inverno.

Tra cieli di ghiaccio / e grumi di grigio / sembriamo più soli. / Di ogni ricordo / non resta che questo / sentore di legna bruciata. / Cade una foglia / sul morbido campo / di giallo striato” (p. 25).

Si tratta di versi sciolti, tendenzialmente liberi da stretti vincoli metrici, con un linguaggio piano ma con un’armonia interna legata alla composizione delle strofe, che seguono l’occhio e il pensiero.

La terza sezione s’intitola Tu.

Non c’è una premessa qui, né versi o autori di riferimento. Leggendo si può forse comprendere il perché. Queste poesie raccontano un’intimità che vuole presentarsi nella sua particolarità, legata a un vissuto che non deve appoggiarsi a nient’altro che a quello che è stato. Possono parlare i componimenti, le suggestioni, le sensazioni, gli accostamenti che riportano ancora alla musica e che amplificano, attraverso le metafore, la pregnanza del sentire:

Non c’è in te / un posto che non sia amore. / Come un morbido plettro / il tuo sorriso morde le mie corde.” (p. 33)

Tu sei qui / nel mio planare distratto sul reale / palpito di vita che rischiara / sole che ascende / nel limpido inverno / sul lato ombroso della montagna.” (p. 37)

Ma vi sono anche componimenti più lunghi, c’è anche la complessità,  il misurare con la totalità del proprio essere, con l’inquietudine che non si può allontanare la forza di questo «incantamento»:

“[…] Poter credere sempre / a questo incantamento: / per noi baluardo d’infanzia / nel deserto barriera.” (p. 34)

Nella poesia che dà inizio alla sezione l’argomentare si serve allora di un fluire di versi che riprendono i termini in cui la figura amorosa viene rappresentata (sole, albero che ripara) attraverso l’uso di figure retoriche, metafore, similitudini, per poi sviluppare un’indagine che va in profondità:

Vorrei stringerti adesso / per lenire il calvario della mente. / Immagino che tu sia un sole /o un albero che mi ripara / con la sua morbida ombra“. (p. 31)

Ricorre, esplicita, in più di una poesia, la parola amore; un oggetto, nucleo segreto, pianeta nascosto tra le sue lune, di cui si possono descrivere solo gli effetti, come una rassicurante fusionalità:

L’amore è questa calma / fusione dei nostri corpi / il ritmo del tuo respiro che scende / nel profondo e m’azzera. / Ritmo di me, ritmo del tuo respiro / (e oceani e onde di calore…). / Siamo due / in un corpo solo.” (p. 35)

Si diceva del corpo: la fisicità, suggestiva, è rappresentata attraverso la scelta e l’accostamento di termini, molto semplici a volte, e la descrizione ha l ‘efficacia e la forza di una rappresentazione degli aspetti  tangibili. Questa sezione, pur mantenendo una continuità con l’espressione poetica che si ritrova negli altri componimenti, appare separata, a sé stante; quasi un’area di sospensione del conflitto interiore, di quell’inquietudine esistenziale che accompagna il percorso espressivo e conoscitivo del poeta. In questi due componimenti, ma anche in altri, c’è spesso una conclusione creata con due lapidari versi sintetici che ricordano, nella loro essenzialità e senza bisogno del rispetto della metrica certi distici classici.

Nella sezione Visioni e introspezioni torna l’esergo in apertura: la guida qui è Rimbaud, l’aspirazione espressa nella frase scelta – «Voleva vedere la verità, l’ora del desiderio e della soddisfazione essenziali» – rimanda al concetto di “verità”, una verità che riporti ad un contatto pieno con l’esperienza. Queste ultime belle poesie, ripropongono un’amarezza, una fatica, un dubbio che erode fragili sicurezze.

È cenere il sorriso che mi dai / la vita che mi infondi. / È cenere quanto ho provato / il concitato movimento / verso una meta, / la fede / la stessa angoscia di esistere.” (p. 41)

È una poesia che va oltre l’amara introspezione.  Una parola, cenere, sintetizza la descrizione non tanto di uno stato d’animo, ma di qualcosa che è anche fuori dal sé, un rapporto con il mondo e la ricerca di un senso. E’ una ricerca che si ritrova in altri componimenti della sezione che si presenta con un andamento quasi argomentativo con poesie che, brevi o più lunghe, appaiono legate tra loro.

Possono essere pensieri, espressi brevemente, in modo incisivo, come le prime due: sintetiche, simboliche,  ma nel contempo prive di oscurità.

Parola, senso. / Attitudine alla vita, / silenzio e attesa / di un’intuizione / di un gergo che incida. // Parola, senso. / Incoerente andare, / sentiero vergine / di sogni di promesse, / direzione multipla / che finisce nel vuoto.” ( p.42)

[…]

Stretti tra abissi / dentro e fuori di noi / ci aggrappiamo a un unico appiglio / muro di rimozione / sottrazione di senso / nella solitudine muta.” ( p. 43)

O componimenti che dicono di più, individuano un disagio, esprimono una consapevolezza: è l’ andamento della vita, quel  «sabba quotidiano»  a cui si vorrebbe sfuggire. Vi è un ritmo, quasi una coazione, che alludono a un mondo che obbliga a cercare spiragli. E impone un dover essere, esplicitato ad esempio in Propositi per il nuovo millennio:

Sii tu capace d’estirparti dal gregge / e degno d’individuarti / quale essere unico nel mondo: / è vizio capitale la rinuncia / all’unicità di forma e di visione. / Nel mondo che si muove indifferente / percorri il tuo calvario fino in fondo / all’introspezione apri la tua mente / guida incosciente del tuo destino”. ( p. 49)

E’ un panorama inquietante, guardato da lontano. Il poeta osserva “la scena odiosa del mondo”, quel mondo fuori, dentro di sé. Tutti i limiti sono sentiti, osservati, detti: il non senso, l’inutilità del fare, i dubbi, la ricerca di appigli, con efficaci allusioni (il «nitido vetro» della poesia Tremolio, che ritroviamo nella sezione seguente, nella bellissima poesia Il gioco del vetro) ma anche con esplicite affermazioni. Poesie da leggere con attenzione, attraverso dettagli i frammenti si ricompongono e comunicano un vissuto e una visione coerente che sembra cercare, come detto nella premessa, una verità, che non può essere consolatoria.

L’ultima sezione è Uomo del mio tempo. Il richiamo è a Quasimodo, non solo per il titolo, come l’autore ricorda nella sua nota conclusiva. L’esordio è denso, la comunicazione essenziale, un’immagine si impone:

“Scricchiola la breccia battuta dal sole / come me sotto al cingolo del tempo. / S’alza impetuoso lo scirocco / nel cielo nascono nubi d’acciaio. / In apatia io m’involvo / lontano dal mondo m’accascio. / Correre distruggere ma per cosa? / Arduo è stare / non muoversi.” ( p. 55)

C’è sempre un interrogarsi che non vuole filtri, accomodamenti. Gli oggetti cambiano, ma il soggetto è unico, è l’uomo, entità astratta, natura umana, che acquista concretezza e che  viene svelato nell’immersione del vissuto. Accidia, inutilità del fare, il sonno «che ti inchioda oltre la voce del dovere». Descrizione, appunto, dei limiti della condizione umana. Con un verseggiare sintetico, denso: sono versi che hanno colore.  Anche qui versi sciolti, brani di poesia che dicono con brevità l’intuizione, la consapevolezza, il pensiero, o talvolta un argomentare che riporta una scena più ampia, che colloca il soggetto in un contesto concreto.

Sono legate, queste ultime due sezioni. Una riflessione disincantata, un rapporto con parola, la parola poetica, che è interno, connesso al vissuto esistenziale, in un certo senso lo riflette. Ma come già accennato non mancano aperture, spiragli: in particolare colpisce questa poesia.

Dimensione che non si conosce / luce che sonda luoghi oscuri /e brucia sterpi rovi / i grovigli assurdi del pensiero. / Lascia che avanzi / cedi alla sua forza. / Essa brucia ogni cosa / ma non acceca se l’accogli / se le fai spazio”. ( p.59)

Non si può certo parlare di fiducia illuministica nella ragione, nel solo pensiero. Sembra piuttosto una fiducia in quel sapere intuitivo dei greci – il sapere del pathos – che può emergere in stati in cui la ragione non domina: il sonno ed il sogno, l’errare dei pensieri. E’ la conoscenza improvvisa, «intuizione che unifica il frammento». Come messo in versi nella precedente sezione:

“In mille inizi si disperde / la mia presenza / frangersi di me /contro il tempo da me stesso creato. / Erro con i miei pensieri / nell’attesa deragliante di te / intuizione che unifica il frammento / trapasso inatteso ad una morbida quiete.” ( p. 48)

Ogni componimento sarebbe da scandagliare, proprio per la densità espressiva e di contenuto,  complesso, forse non sempre trasparente, ma certamente non oscuro.

Uomo del mio tempo termina con la poesia Uomini e la ripetizione pare enfatizzare il limite, i limiti. In quest’ultima parte, le poesie diventano racconto, con premesse, pause, divagazioni, conclusioni. Con una voce che ora si alza, ora sembra stanca, ora si quieta quando osserva la natura, ora grida: un racconto che ci si aspetta continui. Anche in queste ultime due sezioni, come nella prima, vi sono termini ricorrenti che sarebbe interessante analizzare (ogni lettore lo può fare) per coglierne i significati sottesi ed il forte valore simbolico. Vetro o cenere, ad esempio, oltre a tempo, un termine che ricorre in numerosi componimenti, declinato nei diversi significati: ma qui, a mio avviso, il simbolico non prevale.

Molte cose si potrebbero dire, trovare continuità, sintonie con altri mondi poetici, altre scelte comunicative, legate a temporalità lontane, a contesti diversi, ma che rimandano a un qualche cosa che unisce sempre le voci poetiche. Al di là dello stile, degli espedienti linguistici che ognuno adatta alla sua specifica voce. I componimenti di questa raccolta –  immersioni in sfaccettature che rimandano allo stesso nucleo, la condizione umana – si misurano anche con la specificità di quello che questo significa in questa nostra temporalità.

Non si può non pensare proprio a Rimbaud, alla sua lucida, anche se allusiva, simbolica, contaminata dalla ricchezza di pensiero che porta ad audaci accostamenti, descrizione della modernità, nella pienezza delle sue contraddizioni: città, rottura di ogni possibile armonia, alienazione. Prefigurazione di uno sviluppo in cui il fare, pur consapevole, voluto, fatica a trovare un senso.  Rimbaud è scelto dall’autore quasi come una “lieve guida” e c’è un riferimento a Quasimodo ma anche ad altri (penso a quei luoghi assolati, ad esempio, che ritroviamo spesso in Montale).

Ci si potrebbe chiedere qui quanto sia interiorizzato il percorso poetico che da Rimbaud, amato dall’autore, arriva attraverso le diverse correnti poetiche  fino a noi; quanto siamo solo ad un  passo dall’esperienza poetica di certi surrealisti, o di un Paul Celan e la sua ricerca della “parola vera”. Ho pensato a Celan, perché proprio in lui si ritrova la parola cenere, così carica di significato. Certo il termine in Celan non può che far parte di quel “linguaggio del dolore” in cui ogni parola riporta alla ferita dell’olocausto ebraico e lo costringerà ad un percorso che lo avvicinerà sempre più, “al silenzio assoluto causato dall’ammutolire della parola, diventata criptica”, come nota nell’esordio del suo bellissimo saggio sul poeta Hans Georg  Gadamer. Eppure il poeta di cui non si può non  riconoscere l’”oscurità” è quello che afferma, in un sofferto discorso preparato in occasione di un premio a lui conferito, nel 1960, che il “poema tende a un Altro, esso ne ha bisogno, ha bisogno di un interlocutore. Lo va cercando; e vi si dedica”.

Ci troviamo di fronte ad un poeta, Marco Nicastro, che con grande originalità affronta tematiche con le quali la poesia e i poeti si misurano da sempre: con il suo bagaglio di esperienza, il suo specifico sapere che trapela in numerosi componimenti, con il suo radicamento, compreso, ma non dominato, nella propria contemporaneità.  Si potrebbe analizzare il suo verso, restituendo il lavoro della sua tecnica, delle scelte fatte. Ma queste emergono semplicemente dalla lettura: immagini, suoni, ripetizioni che ricorrono in modo “facile”, senza che questo nulla tolga allo spessore dei versi e dei contenuti.

Un poeta che preferiamo invece leggere, con l’attenzione dovuta, pensando a quello che la poesia può essere (sempre Celan!): “Un messaggio in bottiglia gettato in mare con la speranza …che esso possa approdare un giorno chissà dove, ad una terra, forse alla terra del cuore”.

 

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