Lo “sporco”, da Barthes a Dany Boon

Supercondriaque. Lo sporco, da Barthes a Dany Boon

Supercondriaco – Ridere fa bene alla salute (Supercondriaque, titolo originale francese) è un film del 2014. Ho scelto di parlarne perché è una pellicola dalla effervescente vis comica, perché c’è dichiaratamente “tanta psichiatria”, già nel titolo (anche se con tante approssimazioni nei dialoghi e nelle diagnosi). Infine perché nella pratica quotidiana ho la sensazione (forse del tutto personale e soggettiva) che i casi di rupofobia, anche “sottosoglia”, siano in aumento.

Dany Boon, nome d’arte di Daniel Hamidou (Armentières, 26 giugno 1966), è un comico, attore, regista, sceneggiatore e produttore cinematografico francese, di padre cabilo e di madre francese. Dopo il clamoroso successo di Giù al Nord e quello più contenuto di Niente da dichiarare?, Boon scrive, dirige e interpreta una nuova commedia che conferma il suo senso del contemporaneo e il suo fiuto per il commerciale. Distribuita da Eagle Pictures il 13 marzo 2014 è uscito infatti Supercondriaque, titolo tradotto in italiano come “Supercondriaco”, un funzionale neologismo, per quanto ne sappia il sottoscritto.

La storia: all’alba dei 40 anni, Romain Faubert non è “ancora” sposato e non ha figli. Fotografo per un dizionario medico online, è vittima di timori patologici che segnano la sua vita ormai da tempo. Il suo unico vero amico è il dottor Dimitri Zvenka, suo medico curante.
“Questo film è diventato un modo per esorcizzare le mie manie, riuscendo a far ridere gli altri attraverso me stesso – ha dichiarato Boon –. Il mio film da regista senz’altro più riuscito”. Nel cast anche Alice Pol, Jean-Yves Berteloot e Judith El Zein.

Lo consiglierei? Tutto sommato sì. Perché è sufficientemente divertente, diciamo oltre la media di quello che si trova in giro di questi tempi. Ed è una idea originale ben sceneggiata. Tecnicamente inesatto, come ho detto, forse pure inelegante ma poco importa. Se invece interessasse l’aspetto scientifico e il merito delle “inesattezze”, di seguito ecco qualche definizione e alcune considerazioni.

Abbiamo detto che la supercondria non esiste. L’ipercondria invece è lo stato mentale di colui che, pur presentando dei sintomi di una qualsiasi malattia, ritiene comunque di essere in buona salute. In medicina, e più informalmente nel linguaggio comune, il termine ipocondria (o patofobia) si riferisce ad un disturbo psichico caratterizzato da una preoccupazione eccessiva e infondata di una persona riguardo alla propria salute, con la convinzione che qualsiasi presunto sintomo avvertito dalla persona o una qualsiasi visita medica di routine possa essere segno o rivelare una qualche patologia. Chi soffre di ipocondria viene detto nel linguaggio comune “malato immaginario”.

La rupofobia (dal greco ύπος, rùpos, “sudiciume”) è il timore pervasivo, eccessivo e per lo più ingiustificato dello sporco e della conseguente possibilità di contaminazione. Il soggetto che ne è vittima compie ripetutamente l’atto della pulizia su se stesso (ad esempio il lavaggio continuo delle mani) o sull’ambiente che lo circonda (ad esempio la casa).
Viene annoverato nei disturbi di ansia che rivela, secondo l’interpretazione della psicologia analitica, che non riusciamo a gestire la dimensione ombra (Jung), cioè le parti nascoste di noi; nel rito della pulizia si cercherebbe, pertanto, ipersemplificando, di sbarazzarcene. Secondo altri il problema originario sarebbe legato a tematiche sessuali irrisolte, ma non mi dilungherò sull’argomento in questa sede.

Qualche esperto ritiene che il paradigma della pulizia imposto dai mezzi di comunicazione, dalla letteratura, dalle arti e così via, possa influire sulla diffusione di questa fobia. Altresì è possibile che il fenomeno sia interpretabile come un’esasperazione del fatto che si possa, banalmente, aver paura di rimanere sporchi. È meno infrequente di quel che si pensi: si narra ad esempio che Winston Churchill soffrisse di rupofobia.

A questo punto consentitemi anche una ulteriore digressione. Mezzo secolo fa veniva pubblicato Miti d’oggi, il saggio con cui Roland Barthes analizzava la società di massa degli anni Cinquanta. Sotto la sua lente, gli oggetti della vita quotidiana e dei media diventavano la chiave di lettura per capire il proprio tempo e la società.
Per Barthes, il mito non sta nelle cose in sé, ma nel modo in cui esse vengono comunicate. Il principio della cultura di massa “sta nella capacità di trasformare il culturale in naturale”. Ciò che è stato artificialmente costruito diventa, attraverso la comunicazione di massa, qualcosa che ci appartiene indissolubilmente. Riaprendo le pagine che esaminano la differenza narrativa fra liquidi saponificanti e polveri detersive verrà fuori che laddove i primi vengono pubblicizzati come prodotti eroici che uccidono brutalmente lo sporco, le seconde assumono il ruolo dell’infido agente di polizia che scopre la sporcizia nei meandri più segreti dei tessuti.

Questo apre una riflessione potenzialmente stimolante sull’intreccio contemporaneo tra comunicazione di massa, sociologia, antropologia e psicopatologia.

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