
di Valentina Fonte
Omaggio al prof. Yves Hersant e a Maria Maddalena Mapelli
“Specchio specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame”?
Così recitava con inquieta trepidazione la Regina vanagloriosa di “Biancaneve”, fiaba tra le tante indicative della valenza magica e predittiva dello specchio, che nel locus fiabesco diviene perfino personificazione: si anima, con tanto di voce e, talora, volto umano; inganna e presagisce.
La fiaba, si sa, è la materia prima dell’immaginario che scorre attraverso i tempi e, come filo rosso, unisce culture.
La valenza magica dello specchio è, del resto, di antichissima origine. Si pensi ad Apuleio, accusato di magia per possederne uno, che difende (ed esalta) le virtù dello speculum a confronto con i più consueti strumenti per catturare immagini (“la creta cui manca il vigore, la pietra priva di colore e la pittura senza volume”) e proclama con appassionata convinzione: “Che gran colpa è conoscere la propria immagine? …O ignori che non vi è niente di più bello a vedersi per l’uomo, così com’è fatto, della sua stessa natura?”[1]
Lo specchio si discosta dal ritratto giacché riproduce il movimento, non cristallizza un’unica espressione in pose ieratiche da consegnare all’arte, ma registra e riflette i cambiamenti. È dunque strumento mirabilmente potente, che con istantanea immediatezza restituisce l’immagine di sé, facendosi mezzo di conoscenza per il soggetto che in esso si mostra, si riflette, si “rimanda” a se stesso.
Lo specchio duplica il mondo ma va oltre, e nel mondo include l’osservatore stesso: chi osserva può ora guardarsi, ri-conoscersi. Come sottolinea Hersant, la “riflessione” è ritorno su di sé. Di qui si parte per svelare l’enigma di se stessi, l’enigma dell’identità e della differenza, della verità e dell’illusione.
Lo specchio tradisce la “verità” di sé, ribalta l’immagine che solo “somiglia” al vero; e pure la deforma, giacché mostra anche l’ombra, il non visibile. In questo senso è spietato rivelatore.
Come nel mito di Narciso, chi si avvicina troppo allo specchio può perdersi in esso, può smarrirsi di fronte all’abisso di sé; non per nulla la sua immagine si deforma fino a sfocarsi.
La curiositas di sé viene “punita”, come Dante fa con il “folle volo” di Ulisse, che troppo osa avvicinarsi alla conoscenza e finisce col perdersi.
Lo specchio è a sua volta giudice, osservatore virtuale: Demostene vi passava ore a mimare le sue performance oratorie, esercitandosi fino a trovare la “versione di sé” più convincente; Socrate insegnava attraverso di esso la disciplina e la morale, invitando i suoi allievi a guardarsi assiduamente sì da non macchiarsi col vizio, qualora compiaciuti della propria bellezza, o da rifugiarsi nella virtù, per dissimulare la bruttezza.
Ma oltre la morale classica del “conosci te stesso” c’è l’invito a conoscere l’altro; e così, per meglio identificarlo e interpretarlo, si diffonde l’indagine delle varie immagini del volto, pratica che fu già naturalistica e sofistica e che nel secolo barocco trova la sua massima espressione: dall’Umana fisionomia del mago Della Porta alle “Passioni dell’anima” di Cartesio, prende il volo lo studio attento e analitico dell’espressione dello spirito umano. Come a dire, si sbircia nell’altro, nella sua anima.
Lo specchio è cosa che riflette, che lascia vedere. La saggezza popolare che si rovescia nelle fiabe, nei miti, nei proverbi, è “lo specchio” più immediato di un popolo: vi si riflettono credenze, conoscenze antiche, temi morali, esperienze vissute. Un universo culturale ricchissimo e sfaccettato, che si fa probante ritratto dell’antropologia e della psicologia di una comunità.
Nel genuino di certi detti c’è una verità che permane immutata nel tempo, radicandosi nelle più profonde pieghe dell’animo umano; così “gli occhi sono lo specchio dell’anima”, una finestra che vi guarda dentro e da cui trapela la propria autentica essenza; lo specchio porta sfortuna a chi lo rompe (“7 anni di disgrazia”) in virtù di un sinistro potere; “imprigiona l’anima” nell’immagine riflessa.
Lo specchio è artificiale eppure naturale; l’acqua (“lo specchio d’acqua”) è specchio primigenio, è la superficie riflettente più naturale che esista, è “archetipo” che sta all’origine stessa della riflessione.
Nell’unire verità e apparenza, lo specchio è “doppio” e assume su di sé passioni e proiezioni di chi guarda; lo stato d’animo dell’osservatore non è indipendente dal giudizio e dunque il risultato è sempre ambiguo, è interpretazione, come illustra egregiamente Lebrun nel suo “Espressioni del volto”. Chi dice che il sorriso di un volto sia gioia? E perché non derisione, perché non protervia?
Le certezze della Fisiognomica diventano fragilissime, esili come un profilo.
Lo specchio è ambivalente, è metafora ma anche metodo, strumento ed opera d’arte. Come sostiene Maria Maddalena Mapelli, è “luogo-soglia” che contrappone opposti apparentemente inconciliabili: l’uno al molteplice, il finito all’infinito, il conosciuto all’ignoto, la parte al tutto. E persino il “normale” al “patologico”, per dirla con Canguilhem, giacché fissa la norma rassicurante dei tratti e delle espressioni del viso contrapponendole all’anormale, al deforme, al mostruoso, all’esasperato in cui può venir letta la “patologia”.
Non per nulla l’esasperazione della forma è “smorfia”, un’amplificazione che l’arte non si lascia sfuggire e che addirittura immortala attraverso la caricatura, esorcizzandone il “vizio” a mezzo dell’ironia.
Per Melchior Bonnet Sabine, la storia dello specchio è anche la storia dell’uomo con la propria immagine, con il proprio doppio, è dimensione intima e collettiva. Per alcuni è riflesso del divino, per altri strumento di seduzione o simbolo di menzogna.
Correndo ai giorni nostri, l’ambivalenza del doppio, della doppia faccia, è resa egregiamente dall’arte di Arcimboldo: il suo estro non solo stravolge l’ordine regolato della fisionomia, ma ricrea l’animazione di un volto attraverso oggetti inanimati, fiori o frutti che siano. Le cose, nell’“effetto Arcimboldo” vengono assemblate e ri-viste tanto da rendere un’espressione, la pregnanza di un carattere.
Lo specchio è elemento significante nell’opera di Botero, che trascura le lusinghe del bello e del verosimile, e con le sue figure rotonde e straripanti esce deliberatamente da un’esplicita verosimiglianza per dissacrare ironicamente un mondo creando un universo parallelo di personaggi immediatamente riconoscibili. Laddove lo specchio entra nei suoi dipinti (“La toilette”, “Travestito melanconico”, “La doccia”, “L’atelier”) pare insinuarsi un sentimento di disagio che è quello di chi sbircia dentro il quadro stesso o quello dei personaggi, colti nella loro fragilità e sospesi tra una forte aspirazione all’individualità e un’evidente riduzione a “tipo” universale; o ancora dell’autore che, nel richiamo a certi sommi maestri del Rinascimento, rievoca il contrasto tra ciò che si può realmente rappresentare e ciò che si vorrebbe immaginare.
Dallo specchio si giunge alle…spocchie. E siamo alla boria della tecnocrazia di un presente sempre più prigioniero della techne e dell’immagine, ai pretenziosi tentacoli di una tecnologia informatica che oggi fa perfino “educazione”. Come a dire, la macchina educa e plasma l’uomo, non viceversa. Il trionfo del “virtuale” è rifugio ed evasione dal “reale”, è l’affannosa ricerca di un’identità riconosciuta dall’altro, è pure ri-conoscere l’alterità e accoglierla come dato ineludibile[2]. Del resto, il riconoscimento di sé non può che passare attraverso l’Altro.
La spocchia è la vanteria delicata o grossolana di chi nel villaggio della rete si mostra e si fa rimirare. Il boom dei blog e dei social network non è solo fenomeno modaiolo, è rilevatore di una precisa tendenza, è segno e simbolo. Come un urlo disperato, tradisce l’istanza urgente dell’uomo moderno che anela ad apparire, a raccontarsi (“vivir para contarse”, parafrasando Márquez), a lasciare una traccia di sé; di chi scegliendo e condividendo immagini segnala a gran voce: “Ci sono anch’io, eccomi, esisto. Guardami”.
L’immagine rivela la percezione di sé che si vuole mostrare all’altro e che nel virtuale, ancor più che nello specchio, può essere libera e liberatoria, esagerata e distorta; autenticità come pure falsità, camuffamento, arte del simulare e del dissimulare.
Soprattutto, desiderio di se-ducere.
[1] Apuleio, La magia, a cura di C. Moreschini, Rizzoli Milano 1982, pp. 50-53
[2] Un puntuale approfondimento sul tema è in: Maria Maddalena Mapelli, Umberto Margiotta (a cura di), Dai blog ai social network. Arti della connessione nel virtuale”, Mimesis 2009.


















che bel testo!, grazie Valentina soprattutto per il riferimento ad Apuleio.
Non sono del tutto d’accordo con la tua conclusione, anche se il tuo pensare alla rete (blog e social) come a vetrine in cui mettersi in mostra è indubbiamente vero.
Ma non è solo così. Ci sono tali e tante sperimentazioni che fanno pensare anche ad un uso formativo e creativo di questi luoghi che, come puoi constatare tu stessa (rileggendo il tuo post!) possono essere anche spazi di approfondimento…