l’occhio del treno di Franz Krauspenhaar
L’occhio del treno è una foto scattata da un treno in corsa, e vedo il volto di Franz riflesso sul finestrino.
E’ un autoritratto: l’autore della foto è Franz Krauspenhaar che impugna la sua Pentax Optio M40. Credo sia una foto recente.
Questa foto è la mia immagine del libro Era mio padre.
E’ un’immagine che mi piace condividere su Ibridamenti come proposta di recensione specchio. (*)
La mia immagine riflessa del libro di Franz, è dunque questa foto, una foto rubata all’autore, ed è un’immagine con tutta probabilità diversa da quella di un altro lettore: ognuno di noi riflette in modo differente.
Qual è il presupposto per costruire questo tipo di immagine?
Il testo scritto è dato come luogo della verità, è pensato come il riflesso vero di un autore/narratore, nel momento in cui crea quel testo, e come riflesso vero di un lettore/narratore nel momento in cui lo legge e, a suo modo, lo riscrive.
Era mio padre è, per me, questa foto.
Il treno in corsa + un viaggio di sola andata + la fotografia autoritratto.
Sono tre metafore, matrici vive e sofferenti, di un testo che per 280 pagine di scrittura, tanto faticosa quanto intensa, modula incessantemente il motivo dell’assenza/presenza. L’assenza del padre - morto quando l’autore/narratore aveva 29 anni - è l’assenza da presentificare, il viaggio in treno è quello da ripercorrere, ed è un viaggio di sola andata. L’assenza - il padre - è quella di una persona che è parte di me. Treno + viaggio + me stesso.
10 “Morì in Svizzera di colpo, alla stazione di Zug (che in tedesco vuol dire “treno”)”
19 “Sì questo libro è un salvataggio estremo. Un mio bisogno che spero attivi altri bisogni. Uno specchio in cui spero possano rispecchiarsi in tanti”
69 Stazione centrale di Milano “Mi sento di nuovo spaventosamente solo, in questa stazione centrale, crocevia di dolori sentimentali”
81 La foto austriaca: l’autore/narratore Franz racconta di averla scattata al padre: “Era il 1974. .. mi dà in consegna la sua macchina fotografica… e ci sono anch’io benché non mi si veda, perché la foto che ritrae lui è anche me”
129 “Sto scrivendo di mio padre ma io intervengo di continuo col personaggio di me stesso, a inchiostro spiegato [..] Questo libro è anche un diario di me stesso”
Come fa la scrittura a dire di una presenza in assenza di?
Attraverso un’estenuante modulazione di tutte le possibili forme della presentificazione: il seppellimento dei ricordi dolorosi diventa riaffiorare dei ricordi. E riaffiorano a ondate: l’immaginario li cerca nelle radici, nelle somiglianze con il nonno paterno - mai conosciuto peraltro - negli oggetti che restano - la scrivania - nell’ossessivo ricordo di momenti di intima vicinanza - che macchina è? - nei racconti, nei gesti, negli altri ancora vivi, nella foto, la foto austriaca, nei sogni.
E, ancora più faticoso, la scrittura rincorre la presenza del padre che non c’è più, nel “come me” e nel “diverso da me”, cioè nel presentificare un’assenza attraverso ciò che resta in me stesso. La lotta (p.45) lo accomuna al padre, mentre le donne, l’amore , il lavoro e i figli ne segnano i momenti di differenziazione. Tutto torna, nel testo, generato dalla stessa ripetitiva e dolorosa matrice: modulare l’assenza attraverso la presenza. Persino la scrittura stessa così “presente”, così “specchio”, ad un certo punto, scompare nel nulla: l’autore/narratore perde il libro (p.55) che sta scrivendo, il testo sparisce dal pc, lo deve chiedere agli amici cui lo aveva, in parte, fatto leggere. E ricomincia l’inseguimento. E’ una presenza assenza che rievoca gli altri lutti (il fratello, la separazione dalla donna amata) e che contesta, dal di dentro, lo stesso testo che si sta generando: di qui, conseguenti e fortemente intrecciate alla narrazione, le frequenti pause di meta-narrazione con una voce esterna che sfida il narratore, e al tempo stesso lo incoraggia a continuare il suo viaggio.
E’ un viaggio che torna, alla fine, al punto di partenza, a quel treno in corsa, all’ultimo viaggio di sola andata. E la scrittura, ancora una volta, risale sullo stesso treno:
279 “Posso salutarti adesso, lasciarti andare sul serio, l’ora è giunta”
L’epilogo provvisorio rinnova il paradosso: è il saluto ad una figura ora sì presentificata dal lavoro della scrittura. Ed è il saluto a chi non c’è più. Il dire ancora una volta l’assenza.
Era mio padre è un libro che ha cambiato il mio modo di leggere un testo letterario. Per la prima volta in modo molto netto, ho percepito quale può essere il valore “connettivo” di un testo scritto, e sto inziando a intuire quali legami rispecchiamenti profondi la scrittura possa attivare.
Grazie Franz !
Hanno scritto sullo stesso libro in rete:
Stefano Gallerani, Francesca Mazzucato, Paola Castagna, Mauro Baldrati, Giorgio Morale, Pasquale Vitagliano, Gianluca Mercadante, Francesco Marotta,
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(*) Cos’è una recensione specchio?
Pensate ad uno specchio piano. Immaginate di vedervi un’ unica immagine-riflessa. Solo che quell’unica immagine riflessa è stata costruita come luogo d’incontro tra l’autore/narratore e il lettore/narratore. Sembra difficile, ma è semplice: l’immagine riflessa di cui parliamo è un’immagine capace di rappresentare lo stesso testo scritto fruito contemporaneamente dall’autore e dal lettore. La difficoltà sta casomai nel come costruirla. Ma nel momento in cui la si trova, vi assicuro, è quella: non può che essere quella.

















credo di non aver capito bene…
ognuno può percepire un’immagine di questo libro… e trasmetterla e collegarla con quella degli altri lettori…ma è un’immagine da trarre direttamente dal libro…oppure anche indirettamente dalle discussioni che si fanno in rete e dalle relative immagini?
so che è una domanda idiota… ma ti prego di perdonarmi e di chiarirmi se puoi…
non è una domanda idiota, red, è “la domanda giusta” perché ci ho pensato un sacco alla questione e l’ho risolta così… cerco di dirla in modo chiaro
Cos’è un libro scritto? E’ finzione. L’autore anche se parla di sé, crea personaggi.
Cos’è un’immagine riflessa in uno specchio piano? E’ una finzione: non c’è nella realtà, è virtuale. E’ una finzione… se mi tolgo da davanti allo specchio non c’è più…
Quindi: la scrittura è lo specchio (immagini riflesse virtuali) di un autore.
E io lettore? Pure per me lettore, il testo che leggo è finzione, è virtuale, è immagine riflessa anche di me (io mi porto tutti i miei vissuti nel testo che leggo, e lo “rifletto” in modo differente da te…)
Ultimo passaggio: è possibile immaginare un punto di incontro tra autore e lettore? Sììì, se riesco a creare una comune immagine in cui si riflette sia la scrittura del testo che la lettura del testo..
Perciò pensa ad un libro che hai letto e “dal di dentro” di quel testo, cerca di far emergere un’immagine: è la tua immagine riflessa… di quel libro
concludo, red.
L’immagine va costruita anche attraverso interazioni in rete e/o di persona con l’autore. Questo percorso è complesso perché è importante che l’autore non ti faccia perdere il tuo percorso…
Su questo testo ho interagito con Franz in rete (Facebook soprattutto) ma in modo più indiretto che diretto… poi l’ho conosciuto di persona (a Milano, due ore, qualche giorno fa) e abbiamo parlato di fotografia… mi ha detto che aveva scattato delle foto da un treno.
Gli ho chiesto se me le regalava e me ne ha mandate due via mail, e una è quella che vedi: la mia immagine riflessa del suo libro…
grazie.
ora è un po’ più chiaro.
[...] Era mio padre - recensione specchio [...]
Carissima Mad,
è una delle recensioni (termine che trovo riduttivo per questo testo), che piu’ mi ha preso e sulla quale ho molto riflettuto, perchè sono le sensazioni che io ho provato facendo esperimenti con frammenti di specchi, ne avevo anche già parlato, fotografando dentro agli specchi e fuori di essi contemporaneamente, ottenendo immagine, riflesso dell’immagine, deformazione dell’immagine
ma non pensavo che si potesse applicare anche alla lettura di un libro!
avevo pensato che si potesse applicare per leggere “arte”, ma non libri
mi piace moltissimo, proprio perchè lo specchio è anche uno dei miei tormentoni
purtroppo non ho letto il libro, ho letto soltanto alcuni pezzi di Franz sul Web e ha una dimensione di scrittura particolare che mi incuriosisce, ma che devo conoscere meglio!!
dimenticavo l’immagine
non riesco ad inserirla..
ma credevo di avere fatto tutto giusto”
E’ una lettura molto interessante che scardina l’idea di un percorso generativo diretto tra autore e lettore; anche se quando dici “immagine” credo ti riferisca ad un insieme di “risonanze” metaforiche che tu, in questo caso, hai ridotto ad un’immagine fisica, hai sintetizzato in una fotografia. Il viaggio, il treno, il volto… La fotografia è un appunto di tutto questo? Ma se questa immagine media tra (connette) le persone (e non i simulacri nel testo di autore e lettore), e se la stessa può essere in alcuni casi condivisa tra i lettori, in cosa si differenzia da quel che ogni libro deposita nel nostro profondo, da quel che il libro lascia al lettore, da ciò che resta dopo la lettura? Non è, voglio dire, quella quintessenza che un libro (se è un libro) ci lascia? Altrimenti in cosa consiste questa “mediazione”?
Spero si trovi il tempo e il modo di approfondire questo discorso sullo specchio applicato ad un nuovo modello di “critica letteraria”. Anche se, mi par di capire, non è quello che hai voluto dire. Forse lungi dalla “critica letteraria”, questa vuol essere una “lettura letteraria”…
Ciao Maddalena, mi ha colpito molto ciò che hai scritto. Forse perché mi piace viaggiare in treno e leggere mentre sono in viaggio. Voglio provare anch’io a fare come dici…
@ chicca
hai ragione forse bisognerebbe chiamarla in un altro modo, non recensione-specchio…

immagine-specchio?
non so
ecco la tua immagine, basta cliccare sopra per vederla in dimensione originale
@ Mad
grazie di aver aggiunto la foto
va benissimo anche recensione - specchio, soltanto io trovavo e trovo riduttivo il termine recensione, perchè quello che hai scritto va oltre , ma non saprei cosa suggerirti, mi piacerebbe di piu’ (può essere una sciocchezza …ma ) recensione a specchio …
@ Daniele
sì perfetto, ti cito :”Forse lungi dalla “critica letteraria”, questa vuol essere una “lettura letteraria”…”
Una lettura che connette, per la precisione.
E’ la scrittura che genera le metafore o le metafore che generano, a loro volta, il testo scritto? Forse la scrittura è un processo complesso, difficilmente modellizzabile e forse le “funzioni” autore/narratore sono spesso semplificatorie, forse non rendono la complessità del processo. Perciò è davvero difficile che due lettori “leali” (quelli che si leggono realmente i libri e cercano di restituire alla scrittura il suo essere espressione vera e significativa in quel momento per quell’autore) possano leggere lo stesso libro nello stesso identico modo.
Credo sia più onesto dire che ogni lettore attento, ricostruirà dall’interno di quel testo, un suo tessuto narrativo, e che se riuscirà a farlo, arriverà al cuore di quel testo scritto.
L’immagine riflessa di cui parlo è esito di due percorsi finzionali: quello dell’autore da un lato e quello del lettore dall’altro. L’immagine riflessa di cui parlo perciò è a rigor di logica l’intero libro scritto, tutto l’insieme delle parole dalla prima all’ultima. E’ il luogo appunto in cui si incontrano lettore e autore.
Se un lettore riesce (non è facile ma si può fare) a costruire un’immagine che sostituisca l’intero libro, può connettersi con molta più immediatezza ad un altro lettore che ne abbia costruita un’altra, una sua, dello stesso libro.
La costruzione di quell’immagine è un processo complesso: il testo va riletto, lasciato sedimentare, torna in mente, va interagito magari in modo indiretto con l’autore, finché in qualche modo si fa immagine.
Non è solo una metafora: quante immagini possono esserci della metafora “il viaggio della vita”? E’ un’immagine che riesca a dire tutto un libro, e dev’essere un’immagine in qualche modo condivisa sia dall’autore che dal lettore…
@ chicca
recensione a specchio… sì forse.
@ giuliana, aspetto l’esito di un tuo percorso, allora.
Premetto che non ho letto il libro, e quindi riferendomi alle parole di Mad, mi vengono in mente due diverse considerazioni
Come entra lo specchio parlando di “Era mio padre” /1
mentre leggevo la tua ‘recensione’, Mad, avevo ancora negli occhi il mondo ripercorso ieri viaggiando da Vicenza a Milano e ritorno, in treno, e in particolare il film che adoro vedere perdendo la cognizione del tempo, che viene proiettato sul finestrino, come fosse uno schermo improvvisato.
Il film parla di un mondo ‘esterno’ al treno: la campagna, le zone industriali, i quartieri adiacenti alla periferia delle citta’ lungo il percorso, e poi i il farsi giorno e il farsi notte, i fenomeni meteorologici e la loro influenza su quelle formichine che sembriamo dal treno.
E poi parla anche di un mondo ‘interno’ al treno, i passeggeri che si alternano nella cornice dello scompartimento, le loro placide attivita’, le facce durante le conversazioni, le espressioni mentre ascoltano la musica, o leggono un libro, e mentre si ristorano mangiando qualcosa.
E infine parla di un mondo ‘intimo’, la mia faccia riflessa, che rivela espressioni di me che in fondo non conosco, e che si piega per effetto dei pensieri che invece conosco, che mi racconta i cambiamenti esteriori che spesso mi sorprendono.
Sullo schermo del finestrino queste storie sono contemporaneamente presenti, ed e’ la mia mente che ora si focalizza su una, ora sull’altra, dipanando quella intrecciatissima matassa. Il finestrino-specchio diventa un racconto diverso dalla realta’ che rappresenta, e per leggerlo devi mentalmente concentrarti sulla rappresentazione e non sulla realta’, altrimenti non vedresti il riflesso, ma vedresti fuori. La storia di quel film e’ espressione anche di me che lo sto guardando.
Infine ci sono dialoghi nello scompartimento che avvengono, muti, attraverso il finestrino-specchio. Accade che due passeggeri, di cui uno io ma non necessariamente, incrociano il loro sguardo sul finestrino, si rivelano attenzione, curiosita’ o forse semplicemente l’impaccio per un incontro casuale. Ma non ci si puo’ sottrarre, la posizione nello scompartimento e’ quella, il viaggio e’ lungo. Quindi un discorso finisce per svilupparsi, senza parole, con sommesse emozioni, ma solo di rado chiuso dall’indifferenza.
E cosi’ il finestrino-specchio e’ proprio come dici tu, Mad, un luogo di incontro, tra rappresentazioni di realta’ che scorrono velocemente o che entrano in contatto casualmente e ci restano per ore. E questa rappresentazione, oltre che virtuale rispetto alla realta’ che rappresenta, e’ anche virtuale perche’ generata da un nostro processo mentale. E quest’ultimo puo’ essere perfino poco consapevole, quasi onirico, considerata l’indolenza provocata dal dondolio del vagone.
In questo senso un libro e’ proprio come un finestrino-specchio: vi sono proiettati il mondo ‘interno’ alla storia, e quindi probabilmente alla vita dell’autore, e anche il mondo ‘esterno’ del lettore. E cio’ che il lettore legge non puo’ che dipendere dalla disponibilita’ con cui sgombra la testa durante la lettura. Se poi il libro e’ scritto in modo tale che il libro-specchio possa raccogliere piu’ storie contemporaneamente, e proporle intrecciate al lettore (io questo non posso ancora da dirlo di questo libro, non avendolo letto), allora il paragone col finestrino-specchio del treno e’ formidabile.
grazie Gino, ho proprio fatto bene ad usare anche la “tua” categoria, “lo specchio di Ibridamenti”.
Questo tuo intenso commento mi dà la possibilità di focalizzare ancora meglio quell’immagine, quella che intuitivamente so che è la mia immagine riflessa del libro di Franz.
questo tuo passaggio in particolare:
“E cosi’ il finestrino-specchio e’ proprio come dici tu, Mad, un luogo di incontro, tra rappresentazioni di realta’ che scorrono velocemente o che entrano in contatto casualmente e ci restano per ore. E questa rappresentazione, oltre che virtuale rispetto alla realta’ che rappresenta, e’ anche virtuale perche’ generata da un nostro processo mentale. E quest’ultimo puo’ essere perfino poco consapevole, quasi onirico, considerata l’indolenza provocata dal dandolio del vagone.”
L’intreccio nel testo di Franz è dato dal sovrapporsi di piani temporali diversi continuamente rielaborati dalla scrittura che diviene lo specchio-finestrino attraverso il quale si rielabora il lutto, si cerca cioè di dare “presenza” ad un’assenza. E lo si fa, a volte, ad occhi socchiusi, abbandonandosi al dondolio, al rumore di fondo, di un treno in corsa che ha la consistenza di un sogno.
Ciao Mad. Ricordo che ho avuto modo di conoscerti virtualmente in un tuo post sulla questione di come rappresentarsi allo specchio. Ricordo, ancora, che il mio primo post riguardava proprio questo problema. Il blog è uno specchio! L’immagine sembra la stessa ma poi ti vedono in forma opposta e speculare. Medesima forma ma diversa sostanza. Del resto la cosa non appare diversa con altri supporti come, appunto, la fotografia. Spesso, nell’apice delle mie elucubrazioni, mi chiedo se una foto allo specchio ridimensioni la virtualità equiparandola alla realtà…insomma come la “negazione di una negazione”. Bel post che fa “riflettere” (bè la parola ci sta tutta
) tanto. Saluti virtuali, Antonello
interessante Antonello quanto dici.
La parte interessante di una foto, è il suo negativo
Certo: l’immagine impressa nella pellicola è capovolta come quella che percepiamo noi, in prima battuta, quando osserviamo qualcosa.
La differenza tra una foto e un’immagine allo specchio è che la prima, come oggetto in sé è reale, mentre la seconda è virtuale.
In un certo senso, sì, lo specchio virtualizza la foto e ce ne restituisce un’immagine nuovamente rovesciata ma virtuale come quella del mio volto riflesso sullo stesso specchio. Né più né meno.
Ed ecco l’altra considerazione:
Come entra lo specchio parlando di “Era mio padre” /2
L’altro specchio di “Era mio padre” e’ quello generazionale: il figlio si rispecchia nel padre e viceversa. In questo caso il padre non c’e’ piu’, ma sappiamo che finche’ ha vissuto anche lui si scrutava e si confrontava col figlio.
“Le colpe dei padri ricadono sui figli”: nel rapporto padre-figlio e’ tutto un gioco di eredita’ da tramandare e di colpe da riscattare. Il figlio che “vive” per affermare la propria identita’ ha un riferimento su cui contare, da cui allontanarsi. Tutto questo si traduce nel gesto-specchio, nel comportamento-specchio, nel pensiero-specchio che rappresenta al tempo stesso una manifestazione del figlio e un retaggio del padre.
La conoscenza del proprio genitore e’ un passo indispensabile nel lungo percorso che porta alla conoscenza e consapevolezza di se’ stessi. E se il padre non si presta al confronto, o se e’ mancato, cosa resta se non riconoscere nelle proprie espressioni corporali e intellettuali le sue tracce ? La coscienza-specchio.
Poi c’e’ il tema della capacita’ di lasciare un segno, di partecipare ad una trasformazione sociale, di segnare il solco di una storia personale. Storie che si ripetono, storie che nascono da una linea spezzata e terminano con una linea spezzata. Progetti che rimangono incompiuti, imprese che vanno timonate in nuovi mari e tempeste. In tutto questo la personalita’ del figlio e’ la lente che riflette l’azione del padre in una nuova parentesi temporale. La persona-specchio.
Infine c’e’ qualcosa che lega l’uomo alla sua perpetuazione attraverso i propri figli. Un’immagine che si fa permanente, capace di superare ogni naturale evanescenza. I figli portano questo peso, finche’ non saranno essi stessi padri. Attraversare lo specchio significa ritrovare un nuovo mondo, simmetrico rispetto a quello originale, e quindi simile ma diverso. La linea di continuita’ e il punto di rottura. La vita-specchio.
Mi viene in mente il recente film con Tom Hanks, di Sam Mendes, dal titolo “Era mio padre“, appunto (titolo originario “Road to perdition”). In quella storia il figlio, ancora bambino, rimane coinvolto per colpa della sua stessa curiosita’, nei loschi traffici di mafia del padre, un killer al soldo di un padrino. Il suo destino e’ segnato: sara’ braccato dai rivali che lo voglio uccidere, e dovra’ chiedere protezione alla stessa cosca che ha ingaggiato il padre, e quindi nel tempo non potra’ che diventare un killer come il padre. Ma il padre vede in questo bambino se’ stesso riflesso, e da li’ inizia una catarsi che rivoluzionera’ la vita di tutt’e due, padre e figlio, uno l’immagine rovesciata dell’altro. Nel film Tom Hanks rompera’ lo specchio, e questo lo impegnera’ in modo drammatico.
Negli specchi generazionali, la rottura dello specchio ha un valore positivo, quasi sempre, per quanto grave possa essere. E forse proprio per quello.
sì Gino, mi serve molto questo tuo ultimo intervento perché rende l’idea della complessità della questione.
I piani che stiamo cercando di modellizzare sono:
1) la scrittura specchio: luogo d’incontro tra autore/narratore e lettore/narratore
2) la scrittura specchio di altri specchi: la scrittura che ha per oggetto il rapporto padre-figlio è perciò luogo di incontro dei riflessi dell’autore+i riflessi del lettore + i riflessi generati dagli specchi contenuti nel testo
3) la scrittura specchio di altri specchi che si fa immagine riflessa condivisa.
O sbaglio?
Avvincente davvero questa discussione, generata dall’originalissima
recensione di Maddalena.
Ora vi leggo/rileggo tutti, e poi cercherò di dire qualcosa (anche perchè ho sempre considerato molto importante questa problematica della relazione padre-figlio: mette in gioco - ben oltre gli occhiali, spesso scontati, dell’approccio psicoanalitico [maternocentrico] - la questione dell’identità maschile)…
Bye
Mario Galzigna
caro mario, il rapporto madre-figli e’ giustamente valutato come particolarmente importante (anche perche’ nel senso comune e’ quasi sempre il ‘bene’), ma il rapporto padre-figlio e’ erroneamente sottovalutato, e anche poco esplorato, considerato quanto e’ complesso e variegato (puo’ risultare tanto il ‘bene’ quanto il ‘male’).
a proposito dell’idea di mad, non e’ forse lo specchio il luogo dell’ibridamento per eccellenza, in cui la realta’ e il virtuale si fondono fino a rappresentare una nuova entita’, con un proprio distinto registro narrativo (piani sequenza che si sovrappongono, fotografie sotto luci artificiali, testi che cullano pensieri nel dormiveglia, …), un proprio distinto ruolo nell’organizzazione del reale e del virtuale (esaminatore, estensore, ricercatore, …), una propria distinta presenza (lo prendo in mano, lo faccio ruotare, lo posso incrinare) ?
Sarebbe solo distrazione, ci dice mad, credere che queste proprieta’ si possano attribuire solo ad un materiale freddo e inerte che ha proprieta’ riflettenti, e non anche a certi libri, come a certi film, certe foto, certi blog…
UNA POETICA DEL DOLORE
Un grazie a Maddalena, che mi ha consigliato di leggere questo libro. Qualche osservazione, ora, a partire dalla sua recensione-specchio e dalla citazione di un passaggio significativo e pregnante del libro di Franz, laddove l’autore si rivolge direttamente al lettore: “Voglio che vedi cosa c’è sotto la terra che calpesti, voglio che senta che sto parlando anche di te, perchè un padre l’hai avuto anche tu, forse lo hai ancora. Voglio regalarti uno sguardo molteplice, un occhio febbrile sulle cose. Devi affondare con me e con lui“. Ed ancora: “Sì, questo libro è un salvataggio estremo. Un mio bisogno che spero attiri altri bisognosi. Uno specchio in cui spero possano rispecchiarsi in tanti“. Questo lirismo - questo, che vorrei definire un lirismo della condivisione empatica - si fa sempre più incalzante: ti coinvolge, ti avvolge, ti stravolge. “Ti prenderò a schiaffoni. Voglio che soffri con me, che patisci con me. Voglio che senti scorrere il mio sangue su di te. Ti procurerò le mie stesse ferite, sentirai lo spasmo sulla tua pelle squarciata. Ansimerai della mia stessa ansia” (pp. 38-39). Centrale, qui, il motivo del lutto - la morte di un padre - e le ferite della perdita. Ma la messa in scena del lutto, in questo libro fatto “con le viscere e col sangue“, è attraversata da quello che vorrei definire un ottimismo vitalissimo e quasi nascosto: l’idea che il dolore sia comunicabile, sia uno strumento che ti connette agli altri, sia un potente mediatore affettivo ed emozionale. La poetica del dolore - il lirismo della perdita - diventa così il modo in cui, attraverso una scrittura concepita come ‘e s p e r i e n z a e s t r e m a’ (p. 211), l’autore si presenta al lettore, crudamente e senza infingimenti, con tutto il suo “disperato bisogno di amore assoluto” (p. 210). Il libro di Franz ha rinnovato in me sensazioni preziose, affinità segrete, empatie dolorose e creative: cioè dimensioni psicologiche che si sono già attivate in presenza di altre manifestazioni letterarie (o esistenziali), tutte le volte in cui un grido di dolore mi ha trascinato, attraversato, coinvolto. Tutte le volte in cui, per dirla con Susan Sontag, l’epifania di una “coscienza in extremis” ha prodotto in me quella che Franz chiama - sobriamente ma efficacemente - una “giusta partecipazione” (p. 19). Susan Sontag parlò di “coscienza in extremis” commentando, in un testo folgorante e indimenticabile, Antonin Artaud. Non si può usare, diceva, interpretare, decodificare Artaud. Si può solo immergersi nei vissuti che la sua poetica del dolore suscita. Si può solo essere bruciati e folgorati da Artaud. Non si può interpretarlo. Vorrei dire la stessa cosa a proposito del libro di Franz. Sottolineando, ancora, come sia l’autore stesso a spingerci lungo questa strada: una strada poco adatta alle esegesi paludate, accademiche, neutralizzanti. Una strada, nel senso letterale e comune della parola: un luogo in cui camminare, possibilmente assieme, senza timore di perdersi…
Concludo provvisoriamente. Un libro come questo, ne sono certo - un libro radicale, autentico, “vero” - continuerà a lavorarmi dentro… La lettura è davvero, in casi come questo, un processo interminabile.
un grande grazie a mario per la sua analisi, che mi ha dato ancor più coraggio e mi ha fatto ancor più capire che questo libro è stato necessario. un critico, pur apprezzando il libro, si è detto scettico, nella sua recensione, sull’utilità del libro, quasi denunziando questo mio desiderio (pio?)come soprattutto ingenuo. non usa questo termine, ma è questo che vuole dire. un’analisi come quella di maddalena e poi di mario mi conforta molto. non credo nella letteratura “usa e getta”, nella letteratura-artificio. un libro,anche di fiction, ti deve “attraversare”, altrimenti io, sinceramente, farei altro.
ciao a tutti!