Le voci, fra teoria e fatti clinici

Voci - G.L. Bernini, beata Ludovica Albertoni

G.L. Bernini, L’estasi della beata Ludovica Albertoni, San Francesco a Ripa – Roma

ABSTRACT: Voci e visioni sono fenomeni che contrassegnano la psicosi? La comparsa di questi fatti clinici, indipendentemente dalla struttura clinica, indica l’emergere di un discorso semi-alienato. A volte si tratta di una forma di apparizione del simbolico nel reale, quando il significante paterno risulta azzerato; in altre situazioni è l’incontro con un evento traumatico, con un’esperienza di eccessivo godimento sessuale oppure con una dimensione di solitudine a costituirne fattori spesso predisponenti.

Ferro e Riefolo lettori di Jean-Claude Maleval

Raccolgo volentieri l’invito di Francesco Bollorino a commentare i contributi dei noti colleghi Filippo Maria Ferro e Giuseppe Riefolo i quali pubblicarono, per i tipi di Borla, un denso e bel libro dal titolo Isteria e campo della dissociazione 1. Questo lavoro aveva anche il pregio di rinfrescare la memoria dei lettori italiani circa una parte dell’opera di Jean-Claude Maleval, psicoanalista membro della Ecole de la Cause Freudienne e professore emerito di Psicologia clinica all’Università di Rennes 2, nel Nord-Ovest della Francia, in Bretagna. Già dal titolo, si può evincere come questa pubblicazione vada a rievocare un celebre, corposo e datato volume di Maleval, dedicato al suo analista Jacques Lacan: Folies hysteriques et psychoses dissociatives 2.
Nella nostra lingua, sono stati tradotti soltanto pochi fra i numerosi lavori di Maleval e principalmente si tratta di brevi articoli su svariati campi della psicopatologia: autismo, sindrome di rapimento da parte degli extraterrestri, così diffusa negli Stati Uniti, e appunto follia isterica.
Ho avuto il piacere di curare, per una collana diretta da Massimo Recalcati, l’unico libro italiano dello stesso Maleval 3. Esso include parte del suo celebre testo sulle follie isteriche e quasi tutto il suo volume sulla diagnosi differenziale fra isterie che eccedono il campo delle conversioni corporee più classiche e psicosi con la loro specifica scala dei deliri 4.

Voci e visioni: segno di follia?

“Con l’avvento del discorso della psichiatria, nel XIX secolo, il soggetto che sente delle voci o che ha visioni è sospettato di follia”5. Quanto veniva in precedenza attribuito al campo del sovrannaturale, a messaggi e apparizioni di levatura spirituale, viene rubricato dalla scienza e dalla clinica psichiatrica nel novero della follia. Si tratta di una serie di dispositivi, di un modo di normare il campo della percezione che sottrae la follia alla condizione di minorità mentale o alla sua confusione con la devianza deliquenziale. Liberando la follia dalle catene della reclusione, i vari Pinel, Esquirol, Falret – per nominare storici alienisti parigini – la incasellano tuttavia in schemi ortodossi con precisi criteri di classificazione nosografica. Ecco il peso della parola del medico nell’inquadrare ciascun essere umano in un preciso scomparto diagnostico.
Chiunque osi mettere in discussione tale attribuzione al campo della psicopatologia di fenomeni come la percezione di voci o la comparsa di visioni viene tacciato di eresia. La voce che diviene udibile e lo sguardo che diviene visibile sarebbero attestazioni incontrovertibili della follia psicotica.
Tuttavia, la clinica dimostra come, in numerosi pazienti del tutto privi di segni deliranti tanto da proseguire nelle proprie attività con efficacia e desiderio, si presentino voci e apparizioni. Già l’attenzione di Freud “fu attratta dall’occasionale comparsa di autentiche allucinazioni in pazienti, certamente non psicotici. […] Forse un carattere universale e finora non sufficientemente apprezzato dell’allucinazione è che in essa ritorna qualcosa che è stato vissuto in tempi remoti e poi è stato dimenticato, qualcosa che il bambino ha visto o udito in un’epoca in cui quasi non sapeva ancora parlare e che ora si impone alla coscienza, probabilmente deformato o spostato in virtù di quelle forze che si oppongono a questo ritorno”6. Questo avviene sovente in soggetti nei quali la centralità della sessualità, della pulsione e del desiderio risulta davvero indiscutibile. Come considerare il desiderio nella psicosi là dove il desiderio stesso, a rigore, sarebbe forcluso da strutture cliniche non edipiche?
Freud riporta il celebre commento di Charcot, nel corso del suo stage all’Ospedale Salpetriere di Parigi, a una sua affermazione circa il palesarsi di fatti che smentiscono la teoria: “La teoria va bene ma ciò non impedisce l’esistenza”7 dei fatti.
Per oltre un secolo, dopo i lavori classici sulle allucinazioni di Brierre de Boismont, il quale sosteneva che “la parola allucinazione, che utilizziamo in mancanza di un’altra migliore, non è in questo caso un sintomo di follia, ma il risultato dell’ultimo stadio dell’attenzione”8, quasi nessun clinico si permetteva di contestare l’incontrovertibile segno clinico della psicopatologia costituito inconfutabilmente dalla percezione di voci. Ci sono voluti recenti lavori dei clinici olandesi Romme ed Escher per riscattare le voci e il linguaggio dal campo della follia 9.
Anche fra gli psicoanalisti, vi sono tuttora posizioni di colleghi eminenti che disgiungono, in taluni casi, voci e visioni dalla psicosi. Bollas è fra questi: “Non è corretto dire che, poiché il paziente ha allucinazioni uditive, non può distinguere fra fantasia e realtà e presenta un disturbo del pensiero deve essere uno schizofrenico. L’isterico può produrre questi sintomi”10.

La xenopatia

In effetti, già il giovane Lacan, ai tempi della sua celebre tesi di specializzazione in psichiatria, metteva in guardia dinanzi al diffondersi di una tendenza a diagnosticare ed etichettare nel novero della psicopatologia ogni manifestazione percepita dalla coscienza di un essere umano come non propriamente padroneggiata e creata dalla coscienza stessa. “Le recenti teorie sulla psicosi allucinatoria cronica hanno esteso smisuratamente il campo dell’allucinazione, cercando di farvi rientrare tutti i fenomeni percepiti dalla coscienza come xenopatici. Si riscontra così una vera e propria regressione rispetto ad analisi precedenti, di qualità clinica e intellettuale superiore; ne risulta inevitabilmente una discordanza fra teoria e fatti clinici. In numerosi lavori i tedeschi hanno insistito sulla critica rigorosa a cui bisogna sottoporre la diagnosi del fenomeno allucinatorio”11.
Il termine xenopatìa viene coniato dallo psichiatra francese Paul Guiraud, il quale operò anche per molti anni all’Ospedale di Sainte Anne, a Parigi, per un certo periodo di tempo insieme a Henri Claude, uno dei maestri di Lacan come Clérambault. Proprio a Sainte Anne, Lacan studiò il caso Aimée, sul quale imperniò la suddetta tesi di specializzazione. Ivi, fino a età avanzata, Lacan svolgeva le sue celebri presentazioni di malati, pratica clinica tipica della psichiatria francese, rivolta a un numero ristretto di psichiatri. Ricordo che Carlo Viganò mi raccontava di avervi partecipato in una occasione, su invito dello stesso Lacan.
Guiraud fu un clinico di una certa rilevanza e divenne uno dei maestri del noto psichiatra parigino Henry Ey, sostenitore dell’organodinamismo.
Dal 1990, a Paul Guiraud è intitolato uno dei più grandi Ospedali psichiatrici francesi, ubicato a pochi chilometri da Parigi, a Villejuif, dove egli lavorò per diversi anni; a oggi, vi opera anche la collega Giorgia Tiscini, formatasi a Roma. Guiraud rimase uno dei punti di riferimento in psichiatria dello stesso Lacan.
Xenopatìa è una parola che accosta xenos (straniero, estraneo) e pathos (malattia) in un modo che fa riecheggiare la xenofobia, parola detta frequentemente nel linguaggio comune, a proposito del timore delle popolazioni straniere e dei migranti.
Sinonimo di xenopatia è il termine sindrome di influenzamento per cui il soggetto umano non riesce a riconoscersi padrone delle proprie parole, delle proprie azioni, dei propri movimenti che qualcuno o qualcosa influenzerebbero fino ad imporglielo risolutamente. Xenopatia sta a indicare l’impressione di essere influenzati da qualcosa che agisce esteriormente. Celebre in questi termini è la macchina influenzatrice descritta da Tausk.
Ecco una definizione del termine, in uno scritto di un Guiraud non più giovanissimo: “Gli stati timici, le rappresentazioni, le tendenze all’azione che sopraggiungono nel corso dell’attività psichica sono sperimentati dall’uomo normale come provenienti naturalmente dalla sua individualità psichica. In certi casi patologici questi stessi stati non sono riconosciuti come personali e sono attribuiti dal soggetto a un’influenza esteriore; sono sperimentati come xenopatici12.
Due termini di questa citazione fanno immediatamente problema: persona e individualità. Persona vuol dire maschera, come nell’antico teatro greco ed etrusco in cui l’attore faceva risuonare le sue parole attraverso (per-sona). Del resto, la filosofia di Platone ben prima della psicoanalisi ha dimostrato quanto l’essere umano sia diviso anziché essere un individuo indiviso. È diviso nel mito dell’androgino descritto fra le storiche pagine del Simposio. È diviso fra conscio, preconscio e inconscio, fra io e inconscio, fra Io, Es e Super-Io, fra varie istanze dell’economia psichica.
Clèrambault ebbe l’indubbio pregio di mettere in risalto un certo meccanicismo dell’organizzazione linguistica umana a proposito del suo celebre concetto di automatismo mentale nel quale un posto di spicco va riservato al fenomeno dell’eco del pensiero. In questi casi, il soggetto si percepisce spiato nella sua sfera più intima mentre il proprio pensiero viene raddoppiato da una continua emissione sonora parallela che va a sonorizzarne il pensiero stesso. Fenomeni di questo tipo sono ricorrenti nelle psicosi in fase di sostanziale compenso così come echi interiori, giochi sillabici, percezioni di rumori nella testa, di fruscii, di bisbiglii, di mormorii. Si dimostrano compatibili con il perdurare dell’attività lavorativa, di amicizie e di legami affettivi e familiari. In questi casi, l’eco del pensiero rimane “anideico”, ovvero non origina idee deliranti o idee suicidarie.
Questi casi pongono talvolta, a ragione, il problema di una diagnosi differenziale non semplice da dipanare, fra psicosi non delirante e grave nevrosi ossessiva.

Il transfert

Dopo la sistematizzazione nosografica operata da Kraepelin, quasi tutti gli episodi clinici bizzarri vengono riposti dalla psichiatria nel cassetto della psicosi e, in special modo, della schizofrenia. La distinzione antecedente fra petite hystérie, di cui l’emblema sta nel caso freudiano di Dora, e grande hystérie si è evoluta, per quest’ultima, “per l’assenza di conversione somatica e la prevalenza di disturbi comportamentali e allucinatorio-deliranti, verso il campo delle schizofrenie e dei disturbi di personalità”13.
Dal campo della “tentacolare schizofrenia”14 si discosta talvolta il fenomeno clinico dell’allucinazione visiva che tende a coesistere con la diagnosi, peraltro sempre più rara, di isteria. Analogamente molti clinici concordano circa il fatto che occasionali, episodiche, esperienze allucinatorie siano reperibili, sempre nell’ambito dei disturbi isterici o istrionici nelle forme di allucinazioni tattili, cinestesiche oppure olfattive. Celebre a quest’ultimo proposito quanto riferito da Freud circa il caso Dora: quest’ultima si svegliava percependo “odore di fumo” ed egli situava questa dispercezione come qualcosa da situare nel transfert oltre che in riferimento al padre e al Sig. K. “Se riunisco tutti gli indizi che rendono plausibile una traslazione su di me (dato che anch’io fumo), giungo a credere che un giorno durante la seduta probabilmente le fosse venuto in mente di desiderare un bacio da me”15.
Non a caso, molti di questi episodi si situano come nuovi nel transfert. Esplodono in seduta. Cosa distingue una scompensazione psicotica da un vacillamento nevrotico? Nella nevrosi queste dispercezioni tendono a indicare di solito il seguito di un dialogo immaginario con qualche personaggio: personaggio amato, odiato, detestato; oggetto di rabbia, rancore, risentimento; oggetto di intenso desiderio libidico.
In fondo, questo ci indica una via di lettura di tali situazioni, anche nella quotidianità non clinica. Si tratta di vedere se questi fenomeni sono volti a mantenere un legame di fantasia con qualcuno cui è rivolto il transfert, cioè l’amore: padre, madre, fidanzato, docente, amico.
Lo statuto di relazione immaginaria si coglie facilmente nelle illusioni visive là dove il campo della realtà viene percepito modificato, distorto, trasformato sulla base del proprio mondo immaginario.
Tanto per fenomeni visivi quanto per quelli olfattivi quanto ancora per quelli acustici e uditivi, essi tendono a emergere quando, per un transfert in senso lato quale può essere l’esperienza dell’innamoramento, quella fondamentale organizzazione dell’inconscio e dell’immaginario che la psicoanalisi chiama fantasma, fantasia inconscia fondamentale, giunge a vacillare. Cosa può farlo vacillare più di un incontro transferale, d’amore, d’odio o di desiderio?

La clinica psicoanalitica non è quella psichiatrica

La clinica psichiatrica tende a situare questi fenomeni in riferimento alla distinzione del campo delle allucinazioni francamente psicotiche da quello di illusioni, pseudoallucinazioni e allucinosi compatibili con la nevrosi e ritrovabili persino al di fuori di qualunque stato psicopatologico.
Le illusioni si baserebbero su qualcosa di reale che viene deformato in modo tale da dare una forma diversa: un rumore sembra una voce, una certa immagine del campo percettivo visivo viene trasformata in una figura d’altro tipo, specialmente in condizioni di visibilità precaria (quando si viene abbagliati o in penombra) o con figure ambigue, nel caso delle pareidolie. Si tratta, in estrema sintesi, di una proiezione immaginaria su un muro effettivamente presente che funge da specchio della propria immagine corporea, nei fenomeni di tipo visivo, e del proprio dialogo interiore, in quello di tipo verbale.
Le pseudoallucinazioni avrebbero come caratteristica cruciale l’assenza di sensorialità e, per questo, vengono spesso descritte come voci o vocine prive di suono, spesso portatrici di parole insensate; le si battezzano anche con il nome di allucinazioni psichiche onde sottolineare la localizzazione interiore di questa produzione che tende a rimanere nel campo dell’immaginazione propria senza venire effettivamente attribuita ad Altro. Alcuni colleghi che svolsero l’analisi di controllo (più comunemente detta supervisione) con Lacan, hanno riferito l’utilizzo del termine “allucinazioni psichiche” da parte dello stesso Lacan in tale sede.
Le allucinosi sarebbero eventi dalla stessa sensorialità delle allucinazioni ma con una precisa linea di demarcazione basata sull’atteggiamento critico del soggetto dinanzi a tali fenomeni. Alla realtà di queste voci o visioni non crede e li vive senza la connotazione affettiva drammatica che caratterizza, invece, l’allucinazione in quanto esperienza profondamente intima. Ne sono un esempio le eidolie allucinosiche descritte da Henry Ey. Ne formano un altro modello le allucinosi degli alcolisti in fase di delirium tremens. Ricordo un paziente, verosimilmente nevrotico. ricoverato in Ospedale per disintossicarsi dalla dipendenza da bevande inebrianti, il quale mi riferì, una volta ricominciati i colloqui clinici, di come vedesse le lenzuola trasformarsi in serpenti ma senza credere davvero che questi serpenti esistessero. Non parlava di queste dispercezioni, riconosciute come propria immaginazione, con le infermiere dell’Ospedale per il timore di venire trasferito nel Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura.
La clinica psicoanalitica, senza misconoscere affatto queste importanti differenze di livello rappresentativo, è tuttavia un’altra clinica, con una coloritura diversa, volta a situare tali accadimenti in una più ampia caratterizzazione soggettiva che vada a cogliere la singolarità di ciascun paziente. Ognuno va rispettato e considerato tanto nella sua irriducibile singolarità quanto per ciò che le voci intendono dire in un consesso relazionale. Le voci si presentano supportando i messaggi dell’inconscio: inconscio che è strutturato come un linguaggio. Per Lacan, infatti, “il linguaggio è la condizione dell’inconscio”16.
Il linguaggio si organizza attraverso significante e significato per come, con Saussure, la linguistica moderna lo ha studiato 17. Nel fondativo atto umano della parola, vi è: selezione del materiale linguistico; combinazione dei termini volta a concatenarli; esecuzione dell’atto nella performance di parola. Il linguista ginevrino, padre della linguistica moderna, poneva il significante come luogo di differenza e di giustapposizione con altri significanti. Basso implica non alto; altruistico vuol dire non egoistico; ricco si contrappone a povero; il bene è l’opposto del male.
Jakobson è molto preciso nell’ammettere un debito simbolico nei confronti dello stesso Freud quando ci spiega come la metafora implichi la sostituzione di un significante con un altro signficante, per similarità, come avviene comunemente nella poesia mentre la metonimia lo slittamento da un significante a un altro per contiguità come avviene nella prosa. “La concorrenza fra i procedimenti metonimico e metaforico è evidente in ogni processo simbolico, sia intrasubiettivo, sia sociale. Così in uno studio sulla struttura dei sogni, il problema fondamentale è quello di sapere se i simboli e le sequenze temporali sono fondati sulla contiguità (spostamento metonimico e condensazione sinedocchica di Freud) o sulla similarità (identificazione e simbolismo di Freud)”18.

Clinica differenziale delle voci

Dato che le voci sono un effetto della strutturazione linguistica, significante dell’inconscio, come differenziarne le rivelazioni nella clinica distinguendo le effettive allucinazioni dalle xenopatie di diversa e svariata caratura ? Conviene divaricare il percipiens e il perceptum. La clnica psichiatrica ha la consuetudine di interrogare il percipiens (cioè il paziente) circa lo statuto del perceptum. Chiede al paziente che percepisce qualcosa sotto quali specie si presenti l’elemento percepito quasi rendendolo responsabile di tale percezione definita dagli alienisti classici una percezione senza oggetto, per distinguerla dall’illusione. Questo “perceptum senza oggetto”19 si impone, in realtà, al paziente che la subisce. L’allucinazione rivela, così, la struttura umana in quanto l’essere umano non governa il campo della percezione né il campo del linguaggio. L’allucinazione è da leggere come una percezione senza soggetto poiché il soggetto è annichilito da un campo, quello dell’Altro del linguaggio che lo emancipa e lo schiaccia. “Ogni allucinazione verbale è certo prodotta da una emancipazione del significante; ma quest’ultima può suscitare ben altri fenomeni, di cui alcuni molto difficili da differenziare da autentiche allucinazioni”20. Nella psicosi che si scompensa, alle voci, ci si crede davvero. I pazienti psicotici ne sono convinti. “Nella psicosi, alle voci, tutto è qui, essi ci credono. Non solo ci credono, ma credono loro”21. Questo non implica necessariamente credere all’esistenza di quanto percepito, non implica ognora essere convinti della realtà dei messaggi portati dalle voci per quanto il “sentimento di realtà sia la caratteristica fondamentale del fenomeno elementare”22, del fenomeno di base della psicosi sul quale si può innescare o meno la tendenza delirante. Credere alle voci implica per il soggetto credere, con “certezza che la cosa lo riguarda. Questa certezza è radicale”23. Il soggetto non è attivo nella percezione e questo sovverte il campo della fenomenologia ingenua della percezione stessa che domanda al paziente di rendere conto delle proprie allucinazioni. L’indagine psichiatrica punta a sapere se le voci sono situate nella testa del paziente oppure nel mondo esterno, se si tratta di un sussurrio oppure di grida violente e voci sbraitate con malevolenza. Si è sedimentata, nella psichiatria francese, la convenzione del termine “sindrome SVP” dalle iniziali dei termini gravemente ingiuriosi Salope, Vache, Putain.
Le voci specifiche della psicosi sono sovente impositive, tanto che il soggetto fatica a sottrarsi agli imperativi che esse comandano. Sono dotate in molti casi di una sonorità “squillante”, piena di virulenza, “grave”, talora accostabile a urla bestiali. Il loro contenuto ha spesso delle caratteristiche ingiuriose, di insulto, che rendono chi le percepisce frequentemente oggetto del godimento sessuale dell’Altro oppure del rifiuto dell’Altro.
Tuttavia, Maleval precisa che “non si può escludere l’ingiuria dai contenuti possibili delle xenopatie verbali: i diavoli di Sorella Giovanna degli Angeli erano capaci di dirle il più gran male per straziarla”24. Lo abbiamo rilevato anche nella nostra pratica clinica là dove queste voci, comunque riconosciute come proprie (fantasie, dispercezioni, immaginazioni) anziché venire realmente attribuite a qualcos’altro né a qualcun altro, indicano nella nevrosi un conflitto sulla sessualità. Omosessualità, scarsa femminilità o virilità, pratiche erotiche devianti dai canoni più accettabili moralmente, giudizio critico circa la propria vita intima nel senso di donna dai facili costumi emergono palesemente dalle associazioni che il soggetto nevrotico, tanto sul versante isterico quanto su quello ossessivo, porta comunemente rispetto alle voci che le portano. “Monica è assalita da voci: in modo più accessuale e meno costante, la insultano e la chiamano puttana. E tuttavia si presenta pesantemente colpevolizzata e angosciata dalla voce”25. Non conoscendo il caso di Monica, mi rimetto a quanto scrivono i colleghi. Colpa e angoscia sono a ogni modo elementi cruciali, non così comuni nelle psicosi, che mi portano ad avvalorare ulteriormente la costruzione clinica proposta da Ferro e Riefolo.
Nella nevrosi ossessiva, queste voci tradiscono palesemente il conflitto fra due tendenze opposte, in una dimensione di ambivalenza. Ne è un esempio eclatante il caso princeps freudiano quanto a tale problematica clinica, rintracciabile nel resoconto dell’analisi dell’Uomo dei Topi il quale, non senza una certa gravità, intende pregare in forma morigerata salvo venire sconcertato da una particella verbale che sovverte la sua volontà. Freud scrive che, contemporaneamente alla sua religiosità si era fabbricato preghiere che a poco a poco gli presero fino a un’ora e mezzo in quanto, nelle sue formule, si introducevano paroline che ne capovolgevano l’intenzione. Nel corso dell’orazione, stava pronunciando la frase: “Dio lo protegga”. Malauguratamente, “proruppe improvvisamente dall’inconscio un non ostile che si inserì nella frase , ed egli si rese conto che stava per pronunciare una maledizione”. La preghiera venne dunque deformata in un “Dio non lo protegga”26, in un’espressione di ostilità e aggressività tanto da determinare nell’Uomo dei Topi il senso di colpa.
Le voci nevrotiche si presentano, in effetti, spesso sotto le specie di interdizioni, divieti e rimproveri su uno sfondo di angoscia più o meno intensa, di vergogna e di colpevolezza solitamente abbastanza chiare per il soggetto stesso. Meno insistenti, poco invasive, supportate da sonorità soffuse, tenui, talora attutite. Giungono in genere come nitide, esplicite, benauguranti oppure come metaforiche, nell’isteria.
Le voci arrivano quale automatismo di ripetizione, quale coazione a ripetere di qualcosa che il soggetto teme e lo preoccupa, nella nevrosi ossessiva. Si tratta sovente di una sorta di rimemorazione di qualcosa di davvero udito: udito poco prima oppure ascoltato nell’infanzia, registrato e sedimentato nell’inconscio. Nella nevrosi ossessiva, comunemente, abbiamo a che fare con rappresentazioni deformate attraverso certi spostamenti di lettere e di sillabe. Compito dell’analista è, dunque, quello di tradurre tali voci interiori di stampo ossessivo che ne compongono il pensiero comparse come insensate. Abbiamo presente diversi pazienti ossessivi le cui voci portate in seduta sembrano, di primo acchito, insensate ma sono facilmente riportabili a tematiche capitali come la sessualità, la morte, la Legge scomponendole oppure aggiungendovi con l’interpretazione una lettera o una sillaba mancante. “I pensieri ossessivi subiscono una deformazione analoga a quella subita dai pensieri onirici prima di divenire contenuto manifesto del sogno”27. L’inconscio è in effetti strutturato come una catena signficante inconscia che si presenta come automatismo di ripetizione (Wiederholungszwang, per citare letteralmente Freud). Questo ci ricorda quanto aveva colto lo stesso Clèrambault con il suo automatismo mentale in grado di disvelare la struttura del linguaggio, in fondo per ogni essere umano.
Nella nevrosi, assistiamo a frequenti scambi immaginari fra il soggetto e le proprie voci. Dialoghi con i genitori, tanto più quando essi sono venuti a mancare; dialoghi con amici, figli, amanti, colleghi, rivali. Conversazioni frutto degli incontri che compongono l’esistenza umana. Il soggetto stesso tende a esperire tali voci come al limite fra realtà e fantasia, fra rappresentazione e xenopatia in una sorta di spazio intermedio, di un’area transizionale così ben studiata da Winnicott 28.
Le voci della psicosi tendono a presentarsi come una catena significante spezzata. Per questo affondano il soggetto nella perplessità più assoluta. Il fenomeno si dispiega fra l’incertezza destabilizzante circa il cosa vogliano dire le voci stesse e la certezza assoluta di essere designato da qualcuno o da qualcosa; questo senza che si arrivi sempre, se non vi è un franco percorso delirante, a una rigorosa identificazione della fonte dalla quale proverrebbe il messaggio oscuro. Identificare con sicurezza l’emittente delle voci, percepite come reali, con suono reale, con timbro acuto (televisione, radio, altoparlante, Dio, Satana, angeli, ecc.) fa parte di uno sforzo delirante, già di tipo francamente paranoico oppure situabile nel campo dell’erotomania. In questi termini, ricordo un paziente da me incontrato in un’istituzione pubblica ove operavo una dozzina di anni or sono il qual girava per la città e, in special modo, sui mezzi pubblici avendo sempre a portata di mano il proprio vocabolario onde leggere il significato dei signficanti che gli venivano condotti dalle voci e gli apparivano sovente del tutto indecifrabili. Questa perplessità gli rendeva impossibile costruire un discorso a partire dalle voci che gli si imponevano. Il linguaggio è del tutto presente nei casi di psicosi i quali stentano molto, però, a inserirsi in un discorso come sistema di dispositivi e di linee socialmente condivise. Per questo, con Lacan, tendiamo a situare questi soggetti come disinseriti dal discorso quale forma del legame sociale: essi sono nel linguaggio ma non nel discorso. Da qui “il fuori-discorso della psicosi”29.

Messaggi interrotti e neo-codice in Schreber

Un immane emblema delle voci, nella psicosi, in una forma eclatante è quello del Presidente Schreber il quale, a differenza dell’Uomo dei Topi, non si rende conto di quanto pronuncia al punto che urlare e ruggire sono fenomeni che si impongono a lui. Ancor più palese è il non rendersi conto di come, in qualche modo, sia lui stesso a produrre le voci quando le attribuisce ai raggi divini, alla sfera del sovrasensibile o ancora alla divisione di Dio fra un dio superiore e uno inferiore. Quest’ultimo gli parla dicendogli frammenti di frasi, parti di una più ampia catena discorsiva che qui risulta spezzata. “Le voci provenienti dal dio inferiore finiscono per così dire in una specie di idiozia neutrale (per esempio si dice continuamente «Davide e Salomone», «insalata e ravanelli», «mucchietti di farina» e così via)30”. Queste voci, i raggi divini, descrivono benissimo cosa sia la catena significante spezzata se rimangono incomplete e allusive come “una frase sciocca”, quando vi è una pausa nella sua frenetica attività di pensiero detta “il pensiero di non pensare a nulla”. Schreber si trova indotto a completare tali frasi interrotte subendo il fenomeno clinico della coazione a pensare nella quale si affresca in modo paradigmatico quanto l’inconscio sia organizzato dall’automatismo di ripetizione. Eccone una dimostrazione mirabile: «Adesso costui dovrebbe… (intendi: pensare o dire) io voglio rassegnarmi a essere un imbecille». Le voci attribuite, con fermezza, da Schreber, al dio inferiore trasmettono una parte di un messaggio; questo fenomeno di messaggio si rivela incompleto e incomprensibile e, dopo i puntini di sospensione, egli è costretto a integrarle con propri pensieri o parole. Eccone ancora una seconda forma: «Ma certo per quanto tempo ancora… (intendi: la Sua difesa contro la potenza dei raggi avrà successo»31. In questa seconda citazione si coglie meravigliosamente lo sforzo difensivo di Schreber, in tutto il suo tormento, per difendersi dall’imposizione di frasi parziali i cui messaggi risultano enigmatici, vuoti di senso ma non privi della certezza che siano densi di importanza per lo stesso Schreber. Ancor più limpido questo fatto clinico appare quando Schreber cita 6 esempi di frasi spezzate che percepisce. “Così da anni sento ogni giorno […] frammenti di locuzioni una volta espresse completamente. Voglio aggiungere nei seguenti esempi 1-6 ogni volta la continuazione che in passato veniva effettivamente pronunciata, ma oggi viene tralasciata e per così dire abbandonata ai miei nervi perché la completino”. I nervi del malato subiscono l’obbligo di completare tali proposizioni. Le riportiamo testualmente:
1. «Adesso io mi voglio… rassegnare al fatto di essere idiota»
2. «Lei infatti deve… essere rappresentato come negatore di Dio, dedito a eccessi voluttuosi»
3. «Questa cosa me la voglio… considerare un momento»
4. «Adesso però dovrebbe… essere ben cotto, l’arrosto di maiale»
5. «Ma questo era davvero troppo… per la concezione delle anime»
6. «Adesso ci manca… il pensiero principale, cioè: noi, i raggi, non abbiamo pensieri»32.
A questi fenomeni di messaggi interrotti, si affiancano i fenomeni di codice. Sono costituiti da un neo-codice, da neologismi e da espressioni idiomatiche in tedesco antico. Senza stancarci di ribadirlo, Schreber è certo che siano effettivamente messaggi reali, emessi dall’Altro.
Una paziente percepiva la presenza di alcuni familiari morti. Anziché dialogare con loro, nella propria fantasia – fatto non raro nei nevrotici che si immaginano di comunicare con persone care morte, magari al cimitero, traendone insegnamenti del tutto basati su una propria saggezza – ella asseriva di parlarci al telefono. Poiché le frasi che sentiva erano interrotte, inevase, sosteneva fosse dovuto al fatto che “cadeva la linea”.
Se il significante parla nel reale, viene percepito realmente, viene inteso con il sentimento di realtà che lo contraddistingue, con l’attribuzione all’Altro di quanto pronunciato è, secondo Lacan, per un difetto fondamentale nella catena significante stessa, nell’ordine simbolico. Ci sono i significanti inconsci in qualunque caso di psicosi ma un significante speciale è assente nell’inconscio del soggetto psicotico: il significante essere padre. Trovandosi, per qualche motivo, in una posizione simbolica di stampo paterno oppure incontrando una figura paterna che gli si contrappone, il significante, il linguaggio si mette a parlargli in un’accezione del tutto reale. Gli parla realmente, dandogli il sentimento di realtà di queste voci.

Il discorso semi-alienato

Come affermato sopra, la clinica psicoanalitica, senza misconoscere affatto la diversità di certi casi rispetto ad altri, senza appiattire le nevrosi sulle psicosi, punta a cogliere la singolarità di ciascun caso. Ognuno va rispettato e considerato tanto nella sua irriducibile singolarità quanto per ciò che le voci intendono dire in un consesso relazionale. Per questo, “se ci interessasse sapere se si tratta di una sensazione o una percezione, di un’appercezione o un’interpretazione, insomma se ci fermiamo al rapporto elementare con la realtà, nel registro scolastico accademico, affidandoci a una teoria della conoscenza manifestamente incompleta, perderemmo, di queste cose, tutto il valore. […] Di conseguenza, il cercare di sapere se una parola è udita o non udita non è forse la cosa più interessante”33.
La tesi principale che sosteniamo sta nel considerare l’apparizione di voci e visioni, quando vi è una struttura clinica nevrotica, come l’emergere di un discorso semi-alienato.
Diverse situazioni giungono talvolta a sovvertire l’individuo facendolo apparire: fra queste, la già citata esperienza di godimento anzitutto quella sessuale ma anche quella di un orrore indicibile come avviene dinanzi a traumi drammatici. Un esempio, non estremo, di questo godimento, inteso come impasto di piacere e dispiacere doloroso, sta nel racconto che il celebre capitano incontrato dal suddetto Uomo dei Topi gli fa del supplizio al quale, in Oriente, sottoponevano i condannati. Quando, in seduta da Freud, egli narra come al condannato venissero introdotti dei topi nell’ano, il padre della psicoanalisi ha modo di scorgere “sul volto del paziente un’espressione singolarmente composita, che può spiegare soltanto come orrore di un proprio piacere a lui stesso ignoto”34. Tutto sommato in linea con questo, le ragazze e donne isteriche che si trovano a vivere scenari erotici traumatizzanti, come spesso avviene quando incontrano partner maschili dai tratti perversi molto coloriti, tanto da valicare una soglia, da superare un limite, sono fra coloro da cui ascoltiamo non di rado aneddoti circa l’apparizione di occhi che le fissano, di voci criticanti e di figure specifiche della mistica senza una precedente intensa religiosità.
Un altro tipo di condizione di deprivazione dei legami umani come quella della reiterata solitudine si dimostra, nella clinica, particolarmente predisponente all’insorgenza di tali fenomeni in soggetti molto probabilmente nevrotici. Non è un caso che diverse cronache riferiscano esperienze simil-allucinatorie negli astronauti in orbita intorno al nostro pianeta oppure nel corso delle missioni di allunaggio. Lacan ne parla riferendosi alla situazione di un Robinson Crusoe, naufrago su un’isola deserta, così come a quella di coloro che si perdono in montagna, ambiente meno umanizzato. “Cosa succede quando il soggetto umano vive da solo? Che cosa diventa il discorso latente? In capo a due o tre anni di solitudine, cosa diventa l’ordine di vocalizzazione? Potete anche chiedervi che cosa diventino le vocalizzazioni per una persona che si perde in montagna. […] Quello che avviene, e cioè la mobilitazione sensibile del mondo esterno può darci l’idea di quel versante di un discorso semi-alienato che è perpetuamente pronto ad affiorare. L’esistenza permanente di questo discorso può essere considerata come analoga a quello che succede nell’alienato – i fenomeni di verbalizzazione in Schreber non fanno insomma altro che accentuarla”35.
Vi è un illusorio animarsi del mondo esterno, del campo della percezione che risulta non di rado deformato, trasformato in fenomeni sicuramente situabili più nel campo dell’illusione, della pseudoallucinazione, della xenopatia nevrotica che delle conclamate allucinazioni psicotiche. Abbiamo a che fare con un incremento dell’immaginario, riconosciuto come proprio, invece che con il significante apparso nel reale. Di solito, il soggetto nevrotico, dinanzi a queste voci, a questi echi immaginari, riesce a instaurare un collegamento con il proprio mondo fantastico e con una catena associativa.
Il criterio, comune nella valutazione psichiatrica, circa il situarsi delle voci all’interno o all’esterno della mente, dentro o fuori, per cui sarebbe ossessivo quanto avviene all’interno e psicotico quanto si manifesta all’esterno, pur degno di venire tenuto in considerazione, si rivela inadeguato. Anche per questo, abbiamo dato il nome InOut all’Associazione di Promozione Sociale che abbiamo fondato quasi due anni or sono, onde stigmatizzare una prospettiva topologica quanto al significante. Il linguaggio viene dall’Altro poiché il bimbo ascolta il linguaggio genitoriale, familiare, ambientale prima di giungere al fondamentale atto di parola. Lacan era chiaro su questo, quando si riferiva all’oggetto voce quale oggetto pulsionale da aggiungere ai più noti oggetto orale, anale e fallico. “Si tratta ora per noi di sapere dove si inserisca quest’oggetto in quanto separato e a quale ambito collegarlo: non già nell’opposizione interno-esterno di cui percepite bene tutta l’insufficienza qui, ma nel riferimento all’Altro”36.
Il vacillare del fantasma, nella sua funzione di protezione, oltre che in quella di organizzazione del desiderio fa emergere un’immaginarizzazione della voce. Voce come oggetto pulsionale in quanto prossimo a un godimento reale.
In questi termini, il meccanismo all’origine delle voci isteriche, si dimostra comunque il ritorno del rimosso per quanto esso avvenga con una configurazione diversa da quanto si estrinseca in un sintomo di conversione corporeo. Nella conversione, il significante rimosso ritorna nella forma metaforica del sintomo con un cambiamento di piano dalla mente all’organo implicato (fra gli altri esempi, la paralisi della dita di una mano sarà adatta a condensare il ritorno di un desiderio sessuale in cui le dita sono bloccate nell’atto masturbatorio e raffigurano l’organo maschile). Nel ritorno della voce, ancor più lampante sarà il riaffiorare del significante rimosso, in un modo analizzabile per quanto non sempre apertamente attingibile per il paziente.
Nell’isteria, la voce, pur nella dissociazione, mantiene la relazione libidica oggettuale. “Siamo in presenza di una soluzione all’ordine edipico: vi è uno stato di scissione che induce una prima dissociazione finalizzata al mantenimento dell’oggetto”37. Nella psicosi, vi è ritiro della libido su di sé oppure vi è un mantenimento della libido in una forma meramente relativa all’immagine che fa dallo specchiarsi vestito da donna di uno Schreber ai moderni casi di onanismo in webcam o dinanzi a filmati di tipo pornografico. Queste ultime pratiche sono davvero diffuse oggigiorno a livello transclinico ma, nei casi di psicosi, si incistano sino a divenire esclusive.
Se l’isteria, in momenti folli, può giungere ad attribuire la voce all’Altro, l’attribuzione della voce rimane del tutto soggettiva nella nevrosi ossessiva. Si tratta di voci interiori – termine che va distinto da interno – nelle quali si cataloga un prosieguo della catena significante propria della tendenza ossessiva a intrattenersi fra sé e sé; il soggetto si rende conto di crearsele egli stesso, ne è consapevole.
L’isteria presenta una “destrutturazione dell’immagine del corpo”, dovuta a una rappresentazione del proprio corpo frammentata: la depersonalizzazione, nella quale la paziente si vede dall’alto, come se l’anima si staccasse dal proprio corpo, ne esibisce la forma forse più clamorosa. Si collegano, così, dunque, “importanti disturbi della rappresentazione del corpo e della percezione del mondo”38. Non per nulla, questi avvenimenti capitano non di rado ad analizzanti sul divano poiché il trattamento vis-à-vis rassicura e disangoscia mentre l’assenza di questo rispecchiamento amplifica il valore del linguaggio ed espone ai vacillamenti di un’immagine corporea poco delineata. In effetti, nell’isteria, la percezione di voci riflette la frammentazione dell’immagine inconscia del corpo: i frammenti del proprio corpo si rivedono nei frammenti di discorso portati dalle voci, come in uno specchio. In questo, si tratta di fenomeni che presentano un’attinenza, sottolineata da molti clinici, fra la fuga del senso isterica e la disgregazione del linguaggio di matrice schizofrenica.
Nella nevrosi ossessiva, l’immagine del corpo si dimostra più solida e le voci si presentano come un richiamo, come un monito: sono impregnate di senso di colpa. Anche in questi casi, l’analisi del contenuto delle voci non è sempre immediatamente operabile in quanto le voci costituiscono deformazioni e spostamenti della propria ambivalenza, delle proprie ricorrenti preoccupazioni e dell’eccessiva attenzione conferita all’ordine simbolico e al campo del linguaggio quali modi di difesa dal reale del godimento e della vita.

 
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Note:

1) F. M. Ferro – G. Riefolo, Isteria e campo della dissociazione, Borla, Roma, 2006.

2) J.C. Maleval, Folies hystériques et psychoses dissociatives, Payot, Parigi, 1981.

3) J. C. Maleval, Isteria e follia. Logica del delirio come tentativo di guarigione, Bruno Mondadori, Milano, 2011.

4) J. C. Maleval, Logique du délire, Masson, Parigi, 2000.

5) J. C. Maleval, Isteria e follia. op. cit., p. 110.

6) S. Freud, Costruzioni nell’analisi in Opere, Bollati Boringhieri, Torino ,Volume 11, p. 550.

7) S. Freud, Estratti dalle note alla traduzione delle “Lezioni del martedì” di Charcot in Opere,, Volume 1, nota di p. 157.

8) A. J. F. Brierre de Boismont, Des hallucinations, Baillère, Parigi, p. 6.

9) M. Romme – S. Escher, Dare un senso alle voci, Nicomp, Firenze, 2011.

10) C. Bollas, Isteria, Raffaello Cortina, Milano, 2001, p. 229.

11) J. Lacan, Della psicosi paranoica nei suoi rapporti con la personalità, Einaudi, Torino, 1980, p. 114.

12) P. Guiraud, Psychiatrie génerale, Le Francois, Parigi, 1950, p. 548.

13) F. M. Ferro – G. Riefolo, Isteria e campo della dissociazione, cit., p. 19.

14) J. C. Maleval, Folies hystériques et psychoses dissociatives, cit.

15) S. Freud, Frammento di un’analisi di isteria (Caso clinico di Dora) in Opere, Volume 4, Bollati Boringhieri, Torino, 1989, pp. 360-361.

16) J. Lacan, Prefazione a una tesi in “Altri scritti”, Einaudi, Torino, 2013, p. 395.

17) F. De Saussure, Corso di linguistica generale,

18) R. Jakobson, Saggi di linguistica generale, Feltrinelli, Milano, 1966, p. 44.

19) J. Lacan, Una questione preliminare a ogni possibile trattamento della psicosi in Scritti, Volume 2, Einaudi, Torino, 1974, p. 528.

20) J. C. Maleval, Isteria e follia, cit., p. 115.

21) J. Lacan, Il seminario. Libro XXII. R.S.I., tuttora inedito, lezione del 21/1/1975.

22) J. Lacan, Il seminario. Libro III. Le psicosi, Einaudi, Torino, 1985 e 2010, p. 18.

23J. Lacan, ibidem, p. 87.

24) J. C. Maleval, Isteria e follia, op. cit., p. 126.

25) F. M. Ferro – G. Riefolo, Isteria e campo della dissociazione, cit., p. 187.

26) S. Freud, Osservazioni su un caso di nevrosi ossessiva (Caso clinico dell’Uomo dei Topi) in Opere, Volume 6, cit., pp. 70-71.

27) Ibidem, p. 58.

28D. W. Winnicott, Gioco e realtà, Armando Editore, Roma, 1974.

29) J. Lacan, Lo stordito in “Altri scritti”, Einaudi, Torino, 2013, p. 487.

30) D. P. Schreber, Memorie di un malato di nervi, Adelphi, Milano, 1974, p. 197.

31) Ibidem, p. 202.

32) Ibidem, pp. 232 – 233.

33) J. Lacan, Il seminario. Libro III. Le psicosi, cit., p. 127.

34) S. Freud, Osservazioni su un caso nevrosi ossessiva (Caso clinico dell’Uomo dei Topi), cit., p. 16.

35) J. Lacan, Il seminario. Libro III. Le psicosi, cit., p. 240.

36) J. Lacan, Il seminario. Libro X. L’angoscia, Einaudi, Torino, 2007, p. 273.

37) F. M. Ferro – G. Riefolo, Isteria e campo della dissociazione, cit., p. 117.

38) J.-C. Maleval, Folies hystériques et psychoses dissociatives, cit., p. 169.

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