Le avventure di Heteronymos. Introduzione

Eteronymos, tra la rete e il mondo

LE AVVENTURE DI HETERONYMOS
[In anteprima, qui, l’Introduzione a questo mio testo ibrido, inedito, sostanzialmente narrativo – uno work in progress – anche se attraversato da un intreccio tra momenti riflessivi e sviluppi argomentativi. L’Introduzione è, in un certo modo, un momento a sè stante, che mette in primo piano la dimensione ibrida del récit, sospeso tra il racconto e la riflessione teorica. I capitoli successivi – cioè il corpus del libro – saranno sostanzialmente narrativi, “événémentiels”]

INTRODUZIONE

1. Nascita di Heteronymos
2. Una fenomenologia libertina
3. I paradossi e la morte di Valmont
4. Dioniso e Apollo: la sovversione amorosa)

1. Nascita di Heteronymos

Heteronymos è il nick-name che avevo scelto. La mia esperienza personale – una cura di sé nel teatro del mondo – si è intrecciata con altre vicende, con altre storie di vita: con gli enigmi del singolo, con le sue voci, con i suoi silenzi, con lo scintillio tumultuoso delle moltitudini.
Ho affrontato in maniera non solipsistica i fragori, le devastazioni e le alterne vicissitudini della rottura: dall’attraversamento del dolore e dalle lacerazioni della perdita fino alla riconquista di sé e al risorgere della speranza.
Solo l’itinerario condiviso di una cura di sé può sottrarre la rottura al logorio della solitudine, all’egemonia paralizzante del lutto. Esiste, insomma, la possibilità di un buon uso della rottura, concepita come preludio e come annuncio di rinascita. Esiste la possibilità di vivere certe forme della rottura come riapertura del tempo, che proietta il mio presente verso un futuro possibile: esperienza preziosa, anche se sofferta, che mi spinge a riesaminare criticamente la mia storia, il mio modo di vivere e di pensare, il mio modo di stare con gli altri.
La rottura produce perdita, ma talvolta è anche vero il contrario: uno stato essenziale di perdita e di mancanza produce esperienze di rottura e di lacerazione. Su questo movimento circolare – su questo fondamento instabile – lavora la malinconia, sempre collegata, anche nelle sue forme non patologiche, all’esperienza della perdita. Ma dalle devastazioni della perdita possono nascere nuove potenze vitali. Posso lenire o superare il dolore della perdita – posso oltrepassare le paludi della malinconia – se lascio spazio alla passione del molteplice. Se do parola, anche attraverso i giochi del virtuale, al mondo che abita la mia mente. Lenire e superare il dolore della perdita, oltrepassare, quindi, l’orizzonte della malinconia, significa allora, per me – e per Heteronymos – valorizzare le energie vitali, le potenzialità creative, l’intero mondo che palpita nella mia mente. Un mondo sperimentato, vissuto, privo di confini stabili. Un cosmo illimitato, accessibile anche a partire da un uso nomadico e creativo della rete: da un attraversamento ludico ed erratico degli spazi virtuali.
Le verità e la varietà del mondo vivono nella mia mente: nella mente di Heteronymos. Cerco di abbattere le prigioni dell’io spronato da questa coscienza-mondo.
In compagnia della parola, del suono, dell’immagine.
In compagnia di molti orditi espressivi che rompono l’uniformità monocromatica dell’essere, che accompagnano questo mio viaggio oltre i confini dell’io: fuori dalle tirannidi – ora dolci, ora feroci – dell’ancoraggio identitario.
Lo so fin troppo bene: la maschera identitaria, legittimata da saperi codificati e collaudati – paludati e arroganti –, copre le infamie, il sangue, le usurpazioni, le violenze, i genocidi. Occorre spezzarla, sul filo dell’irrisione e della parodia. Occorre mostrare la sua consistenza effimera, la sua natura arbitraria, contingente, fittizia: il suo carattere di feticcio, contrabbandato, troppo spesso, per assetto naturale e immodificabile.
In compagnia di Gadda: in compagnia del mio amatissimo Carlo Emilio, genio malinconico e penna sublime, voglio irridere alla “vanagloria” dell’io: “idolo tarmato”, “bambolotto della credulità tolemaica”. Voglio sbeffeggiare questo pronome – “il più fanfaronesco” tra i pronomi di persona – che ha meritato il sarcastico e crudele dileggio del “gran lombardo”.
A partire dal superamento di una concezione solipsistica della mente – una concezione che la ipostatizza, che la considera un’entità disincarnata, separata, sovrana – si possono attivare tutte le risorse che rendono possibile un buon uso della rottura: a monte, un nuovo punto di vista, che assegna alla rottura, più che i colori del lutto, la fisionomia di un’opportunità vantaggiosa. Rottura rinvia a rompere, al latino rumpere, e alla sua radice indo-germanica rup – lup nel sanscrito classico -, che indica lo strappo, l’interruzione, la perdita, ma anche la capacità di aprirsi una strada: una rotta – rupta, in francese route – un nuovo percorso. Un’opportunità vantaggiosa, dunque: il καιρόσ (kairòs) degli antichi greci, cioè un momento propizio, un’occasione favorevole, ma anche – come suggerisce la ricerca etimologica di Chantraine – un punto critico, gravido di pericoli.
Sopra le ceneri di una catastrofe esistenziale radicalmente vissuta e mai rimossa – sofferta e rielaborata – nasce dunque per me, per Heteronymos, un nuovo inizio: la possibilità di una reinvenzione giocosa del tempo e dello spazio.

Seduto, solo, davanti al computer. Apro la pagina del mio blog. Avevo deciso di presentarmi nella blogosfera con il mio nuovo nick-name – Heteronymos – ispirandomi all’aggettivo greco heterónymos: l’uomo dai tanti nomi, l’uomo dal nome diverso. Una denominazione particolare, dunque, per la blogosfera. Un nome singolare che veicola una presenza plurale. Heteronymos è l’Uno–molti: la personificazione di un ossimoro; un rizoma – come lo pensavano Deleuze e Guattari – non una radice; un soggetto che vive nella molteplicità dei suoi registri espressivi e produttivi. Multum in parvo, come recita l’antico adagio latino: sul piccolo schermo luminoso, a definire quel nome, molti linguaggi, molti vissuti, molte avventure, molte pulsioni…
Heteronymos è il nome di una maschera. Lo so da molto tempo: la fragile identità che cerchiamo di garantire e di “raccogliere” sotto ogni nostra maschera “non è che una parodia: il plurale l’abita, anime innumerevoli vi si disputano”. Così, assieme e dopo Nietszche, si era espresso Michel Foucault, la cui parola – ancor oggi – arricchisce e destabilizza. La sua genealogia serve a decostruire l’“idolo tarmato”, tanto inviso al gran lombardo; a mettere a fuoco i “sistemi eterogenei” che proliferano “sotto la maschera del nostro io”; a produrre “la dissociazione sistematica della nostra identità”. È possibile inventare, nella rete, itinerari che rendano possibile un uso creativo di questa dissociazione volontaria, consapevole e sistematica.
Per scegliere una denominazione adatta al mio blog, ho fatto riferimento ai diversi eteronimi che popolano l’opera di Fernando Pessoa. Heteronymos, dunque: l’Uno che racchiude i Molti. Una sola moltitudine. Uno spazio multicolore. Ricco di parole, di testimonianze, di dati: laddove “i dati stessi”, come scrive Don DeLillo in Cosmopolis, sono “pieni di calore e di passione”. Sono “un aspetto dinamico del processo della vita”. E “l’imperativo digitale” definisce “ogni respiro dei miliardi di esseri viventi del pianeta”. Lì c’è “il palpito della biosfera”: “i nostri corpi e oceani” stanno proprio lì, “integri e conoscibili”.
Lì, sullo schermo luminoso: accessibili, integri e conoscibili nel momento stesso in cui riesco a utilizzare in modo creativo il computer, trasformandolo – come disse, un tempo, Sherry Turkle – in una macchina per l’intimità, capace di infondere vita all’algoritmo digitale. Di contro, la miseria e la vacuità dei dibattiti teorici e delle dispute accademiche sulle differenze o sulla presunta dicotomia tra reale e virtuale…

Seduto, solo, davanti al computer. Con me stesso, con gli altri, con il mondo. Rileggo alcuni commenti a uno dei miei post: un testo già pubblicato in una rivista di psichiatria, nel quale avevo cercato di documentare – con intenti critici e con freddezza analitica – l’uso dell’elettroshock nella psichiatria clinica americana…
In armonia con il suo titolo, ho inserito nel blog materiali eterogenei: frammenti di vissuto, riflessioni, invettive, poesie, qualche intervento di taglio psicologico e socio-politico, già uscito mutilato su giornali quotidiani e ripubblicato nella sua veste integrale, senza tagli o censure; infine la traduzione di qualche autore straniero, non soltanto letto e amato ma certe volte incontrato personalmente. È il caso di Jean Starobinski, Starò per gli amici di lingua francese: autentico écrivain, critico, saggista ispirato e grande anima, lontana da ogni meschinità; grande professore, adorato dai suoi studenti, e anche, non da ultimo, grande malinconico. Ho tradotto un suo articolo, scritto con cristallina eleganza nei primi anni novanta (Fratello nella malinconia. Il ritratto del dottor Gachet di Van Gogh). Si tratta di un testo abbastanza breve, che ruota attorno a un duplice rispecchiamento: parla di un Van Gogh che si identifica con il suo “medico malinconico”, il dottor Gachet, oggetto del ritratto, ma parla anche, implicitamente, della mélancolie dello stesso Starò, che si rispecchia e si identifica nella malinconia, nell’angoscia e nell’ansietà del pittore.

Primo rispecchiamento: “Ho trovato nel dottor Gachet proprio un amico e quasi un nuovo fratello, tanto ci rassomigliamo fisicamente, e anche moralmente”. Così Van Gogh, in una lettera. Il commento di Starò riprende questo motivo: “Egli conobbe dei momenti di stanchezza e di delusione. Nel momento in cui Van Gogh fece la sua conoscenza, Gachet era vedovo da qualche anno. Questo lutto l’aveva provato. Van Gogh credette di scoprire in lui un profondo scoraggiamento, e ciò fu per il pittore un motivo di identificazone”. Egli “vedeva in Gachet” – nel suo “volto irrigidito dal dispiacere”, “coronato da un’abbondante chioma rossa” – “il suo proprio doppio”.

Secondo rispecchiamento: soffermandosi sulla coppia Van Gogh–Gachet, sembra quasi che l’autore dia voce al proprio demone malinconico. Su se stesso, in realtà, Starò è parco o reticente. Scrive mantenendosi sempre a una moderata distanza dai temi e dai personaggi della sua indagine. Ma la distanza non è mai priva di un certo pathos, che rappresenta anche la misura del suo coinvolgimento. Il pathos della malinconia è spesso presente in Starò, anche se in forme delicate o indirette: consegnato il più delle volte al contenuto lirismo e all’elegante musicalità della scrittura. È un pathos che coinvolge e non invade: che può coinvolgere il lettore mettendo in scena, magari in maniera tenue o vagamente allusiva, anche il coinvolgimento di chi scrive.
In chiusura, Starò porta efficacemente a conclusione, nella forma dell’interrogativo retorico, i temi del suo articolo: “in un linguaggio rinnovato con sovrana violenza, un artista esplora in anticipo un grande tema della coscienza occidentale: il tormento dell’esistenza individuale, nella solitudine e nell’angoscia del ritiro delle forze vitali. Questo medico in preda all’ansietà è il testimone dell’ansietà del pittore: quale via d’uscita, se colui da cui si aspetta un aiuto ha lui stesso bisogno di aiuto”?

Vi è infine un terzo livello di rispecchiamento, esterno al testo: più propriamente, un gioco polifonico di rispecchiamenti, presente in alcuni interventi dedicati all’articolo di Starò, comparsi sia in altri blog sia nello spazio del mio blog appositamente destinato ai commenti. In questi interventi emergono con chiarezza significativi livelli di coinvolgimento e sottili giochi di autoidentificazione.
“La desolazione del mondo che si riflette nella desolazione di un volto, ecco il punto di identificazione tra Van Gogh e il dottor Gachet”. Così scrive Alfredo Riponi nel suo blog, chiosando Fratello nella malinconia, in un breve intervento, illuminato da un corto circuito tra Van Gogh, Gachet e Antonin Artaud. Alfredo, mente letteraria e filosofica, completa il suo pensiero restituendo la parola a Starobinski attraverso la citazione di un passaggio particolarmente significativo dell’articolo: “Il punto di convergenza di queste diverse identificazioni, nel registro del verbale, è la parola desolato, nel significato forte di ferito”.
Anche la poetessa e blogger Rita Florit, in armonia con Alfredo, rilancia la connessione tra Van Gogh e Antonin Artaud, autore di un libro radicale e sconvolgente (Van Gogh, le suicidé de la société), pubblicato a Parigi nel 1947, un anno prima della morte. Nello spazio dedicato ai commenti, Rita infatti mi scrive: questo testo “mi ha fatto tornare il desiderio di rileggere il Van Gogh di Artaud, e mi ha riportato atmosfere della passata estate, a Saint-Rémy”.
Di solito Rita si muove all’unisono con Alfredo. Ma qui la sua rapida ed essenziale annotazione, giocata sul dettaglio autobiografico, è marcatamente personale. È distante dallo stile “alto” e concettuale di Alfredo, che ha corredato il suo intenso scritto – ricco, per altro, di un genuino lirismo – con dieci note redatte impeccabilmente, attenendosi alle regole più tradizionali dell’Accademia.
Muovendosi allo stesso livello di Alfredo, Bostonian scrive un breve commento di taglio concettuale. In questo rapido intervento, privo di intonazioni impositive, egli propone un’inedita e originale connessione tra il testo di Starobinski, L’indifferente di Proust e il quadro omonimo di Watteau, mantenendo aperta e problematica la sua sollecitazione critica…
Il commento di Proteus2000, più vicino a quello di Rita, si sviluppa sul versante di una compiaciuta autoironia e di un consapevole gioco di rispecchiamenti, comunicando al lettore una forte vibrazione emotiva. “Molto interessante. Sono una cosa malinconica: finalmente ne ho la conferma. La testa reclinata… Praticamente è il mio ritratto”.

2. Una fenomenologia libertina

Sembra proprio questo l’incanto seduttivo della blogosfera. Molteplici prese di posizione accompagnano un testo, un tema, un problema: commenti, opinioni, informazioni, riflessioni, reazioni emotive… Oltre alle voci canoniche (del giornalista, del critico, dello specialista), si incontrano in prevalenza testimonianze anonime, oppure firmate con nick-names che di solito non provengono da contesti istituzionali e accademici o da soggetti scientificamente accreditati.
Adesioni empatiche, aggregazioni e interazioni costruttive, discussioni e confronti, dissensi garbati, polemiche bellicose, smascheramenti, denunce, condanne morali, riprovazioni ideologiche, attività di controinformazione, transazioni commerciali, amicizie, vissuti amorosi ed erotici, proposte e realizzazioni creative negli ambiti più disparati: questa, in sintesi, la materia prima della blogosfera. Materia eterogenea, incandescente, dinamica, continuamente giocata sulla complementarietà tra lo scambio on line e l’incontro off line.
Al suo interno emergono anche significative e non infrequenti manifestazioni di prossimità, di solidarietà e di condivisione, tali da confortare i navigatori che vivono ed esprimono in rete, soprattutto nelle chat e nei blog, stati di prostrazione, di malinconia e di solitudine. Tali da confortare i navigatori esposti alle ferite dolorose della perdita, al vuoto straniante dell’assenza, alle vertigini spaesanti della mancanza…

È accaduto spesso. Attraverso la rete ho creato nuovi vincoli e ho ampliato le mie conoscenze: prima come Valmont, nelle chat; ma soprattutto poi, con il nick-name Heteronymos, nella blogosfera. Ho costruito nuove solidarietà e nuove aggregazioni, capaci di lenire le mie ferite, di dilatare i confini della mia mente, di alimentare le mie spinte creative, di allargare e di approfondire sia il mio sguardo sul mondo sia la trama delle mie connessioni.
Fuori e dentro la rete ho vissuto in prima persona il passaggio dalla destrutturazione nomadica alla riorganizzazione del Sè fondata sulla sua caratterizzazione plurale. Volendo sintetizzare questo stesso percorso in riferimento alla mia esperienza di navigatore, mi sono trovato più volte ad affermare, con i miei interlocutori: “ho vissuto in prima persona il passaggio dalla chat al blog. Ho sperimentato la transizione dai luoghi dello scambio anonimo, della fluidificazione e del decentramento dell’io – terreno propizio per invenzioni trasgressive, per giochi di simulazione e di dissimulazione – allo spazio dell’identità costruita e rafforzata”. Dalla chat al blog, dunque. Da una crisi della presenza, da una sua dispersione dissipativa, da una sua disseminazione anarchica e incontrollata, ad un suo ricentramento. Un ricentramento attraverso il quale – dopo l’immersione rischiosa nelle notti dell’io, dopo la nervaliana descente aux enfers – posso ora realizzare, nei panni di Heteronymos, una radicale valorizzazione della mia stessa plurivocità.
Una plurivocità solare e mattutina, resa possibile dal confronto continuo con l’altro, prende ora il posto di una plurivocità notturna, dionisiaca, a tratti angosciosa, dove l’uscita dalle gabbie dell’io – l’avevo capìto soltanto in virtù di uno sguardo retrospettivo – era molto spesso fittizia. Dove l’attenzione all’altro rappresentava molto spesso l’equivoca epifania di un’attenzione autoreferenziale ed esclusiva.
Da qualche tempo, l’uno–molti, più che l’espressione contraddittoria di una coabitazione distruttiva, era diventato – me ne stavo rendendo conto – un nuovo abito mentale: l’ossimoro nel quale potevo riconoscermi, il terreno privilegiato di un dialogo creativo tra le differenze. Molte persone e molti dèmoni vivono nell’uno. Molte voci risuonano nella mente. Molti paesaggi dell’anima formano l’oggetto di una visione interiore. L’irruzione di queste molteplicità, cifra positiva di un arricchimento esistenziale, non rappresenta più il terreno della dissociazione e dell’annientamento: cioè di quello “sprofondamento centrale dell’io” – come lo definiva Antonin Artaud – che accompagna ogni radicale e dolorosa esperienza di frammentazione psichica. Tale irruzione, al contrario, mobilita benefiche risorse creative, che rendono possibili nuovi incontri, nuovi mondi, nuovi spazi della mente.

Nella dimensione infernale e notturna delle chat – conosciuto dai navigatori come Valmont – ero stato un seduttore cinico e libertino, sempre pronto a fagocitare le mie prede femminili, reiterando, con ognuna di loro, rituali già definiti e consolidati. Erano, se così si può dire, rituali di assoggettamento. Ripetuti e giocati in due ambiti distinti ma strettamente collegati: l’ambito dello scambio virtuale e quello dell’incontro off line, dove la conoscenza dell’altro capitalizzata in rete veniva sfruttata, a volte con successo, allo scopo di portare a compimento la strategia dell’assoggettamento erotico. Come per il mio omonimo predecessore settecentesco, protagonista delle Liaisons dangereuses, anche per questo Valmont di fine novecento – creatura anfibia, a cavallo tra la rete e il mondo – la conquista era diventata la prospettiva dominante della relazione. Un esercizio di potere e di flessibilità. Conquistare significava saper modulare il proprio comportamento sulle caratteristiche dell’altro, che dovevano per forza di cose essere comprese nei loro dettagli meno appariscenti e nelle loro sfumature più segrete. Questo tipo di comprensione – necessaria premessa di ogni condotta libertina ma anche, a ben guardare, prerequisito di ogni carriera politica, di ogni scalata imprenditoriale, di ogni ascesa istituzionale, di ogni conquista del successo – richiedeva, per l’appunto, flessibilità e duttilità: dovevo utilizzare, con grande sapienza tattica, sia la lucidità conoscitiva coniugata con una distanza critica sia il calore empatico coniugato con la vicinanza.
Rapporti strumentali, certamente, ma non freddi: contraddizione fertile ed esplosiva! Questo Valmont che agiva dentro e fuori dalla rete attorno alla fine del secondo millennio era sicuramente più passionale del suo predecessore settecentesco, uscito dalla penna di Choderlos de Laclos: altrettanto cinico – poiché la postura seduttiva e le finalità della conquista rendevano scarsamente influenti, oltre una certa soglia di gradevolezza, le caratteristiche personali della donna da “conquistare” – ma al tempo stesso pericolosamente coinvolto, all’interno delle derive libertine, sul terreno delle emozioni e degli affetti. Il coinvolgimento emotivo rischiava ad ogni momento di inquinare la glaciale e crudele astrattezza del mio cinismo.
La passione del molteplice allargava l’orizzonte della scissione. Molla propulsiva delle sue strategie, tale passione rappresentava il terreno privilegiato della frattura tra l’eros e i sentimenti. Di più: il terreno favorevole ad una crudele amputazione di qualsiasi valenza sentimentale della relazione erotica.
Ma la passione del molteplice – in quanto passione astratta e impersonale – veniva più volte contraddetta e ostacolata dall’irrompere di un coinvolgimento emotivo: concreto, personale, e perciò capace di spingere Valmont, nonostante le intenzioni iniziali, a mettersi realmente in gioco.

3. I paradossi e la morte di Valmont

La nascita di Heteronymos, legata all’esplodere di questa contraddizione, ha prodotto una felice e positiva rottura dell’esperienza libertina: una riscoperta creativa dell’amore come energia sovversiva, come finestra aperta su noi stessi e sul mondo. Sulle pluralità che ci abitano e che lo abitano.
L’amore diventa finestra del mondo, così come l’occhio – lo scriveva Leonardo – “si dice finestra dell’anima”. L’occhio, per Leonardo, serve a “guardare” e a “comprendere”.
Questa visione-comprensione rende accessibili e decifrabili, in tutti i loro significati, la trama e le leggi del mondo, poiché dentro l’anima vive e abita il mondo. In questa prospettiva, la visione esprime la potenza dei nostri legami, dei “vincoli”, avrebbe detto Giordano Bruno, che ci legano agli altri e a tutto ciò che sta fuori di noi. Circa dieci anni prima di essere mandato al rogo – in Campo dei Fiori, a Roma, nel 1600 – il grande nolano aveva composto un’opera di magia naturale, De vinculis, scritta in latino e interamente dedicata al concetto di vincolo. Tra i vincoli, aveva scritto, il vincolo d’amore è quello fondamentale…

Il mondo dentro la mia mente, dunque. Il mondo nella mente della persona amata. Il corto circuito tra queste due menti mette necessariamente in primo piano l’alterità. Rende accessibile e allarga a dismisura lo spettro multicolore del visibile: dischiude lo spazio indefinito e senza limiti della diversità, della molteplicità, della trasformazione continua…
Tutto questo in felice contrasto con ogni visione mortifera che pretenda di vincolare il legame amoroso al conformismo coniugale e familista: alla sua vocazione normativa, al suo assetto immobile, ai suoi riti monotoni – sempre eguali, prevedibili – e ai suoi collaudati ordinamenti.
Heteronymos era dunque il nome assegnato a un mio nuovo equilibrio personale, costruito attorno all’influsso pervasivo e determinante della sovversione amorosa: concepita, lo si è già detto, come felice e positiva rottura di quell’esperienza libertina che aveva ostacolato ogni reale possibilità di abbandonare posture autistiche, misantropiche, autoreferenziali.
Rottura felice, perché rende possibile la scoperta di nuovi investimenti amorosi, intellettuali e politici.
Rottura positiva, perché si rivela capace di preservare almeno due aspetti propulsivi e creativi dell’esperienza precedente: da un lato la passione del molteplice – che prima, pur facilitando l’accesso all’altro, impediva a Valmont di mettersi realmente in gioco –, dall’altro lato l’attenzione ai dettagli e alle sfumature, che prima, pur alimentando la lucidità e le capacità empatiche, era solo strumentale alle strategie della conquista e dell’assoggettamento: era quindi limitata; incapace di spingere il libertino a scoprire, ad amare e a valorizzare, nelle pieghe dell’altro, le potenze dell’anelito libertario: il suo radicamento storico, la sua specificità politica, la sua ricchezza pulsionale.
La rottura dell’esperienza libertina l’avevo vissuta, in rete, sotto il segno di Valmont. Portatrice, certamente, di alcune continuità ma capace, al tempo stesso, di evitare due atteggiamenti patologici (tra loro strettamente interconnessi) molto diffusi nel popolo delle chat: anzitutto una particolare forma di dipendenza – i clinici la menzionano con l’acronimo IAD (Internet Addiction Disorder) – che viene considerata un vero e proprio disturbo psichico; in secondo luogo quella che può essere definita, fuori da ogni riduzionismo psichiatrico, una sorta di negazione psicotica del tempo.
Al fine di compiacere le donne incontrate – prima in rete poi, quando era possibile, fuori dalla rete – per lungo tempo mi ero abituato a mascherare la mia età anagrafica. A fronte della domanda rituale – “quanti anni hai? – modulavo la mia risposta sull’età dichiarata o presunta dell’interlocutrice. Dando per scontato un fatto assai noto a tutti i navigatori: tra gli ambiti consueti attorno ai quali proliferano con maggior frequenza, nelle chat, inganni e finzioni, troviamo anzitutto – oltre alle risibili e ben note menzogne relative all’aspetto fisico – l’età e il genere. Confusione generazionale e confusione di genere, dunque: da un lato due configurazioni canoniche, nella letteratura clinica, della struttura psichica perversa; dall’altro lato due tattiche frequentemente adottate, on line, per rendere più facili i giochi del raggiro e della seduzione. La tattica prediletta era quella connessa al mascheramento dell’età anagrafica. Mai quella legata ad inganni relativi al genere.
In ogni caso, le abitudini contratte nelle chat – durante nottate insonni spese in promettenti e crudeli conversazioni erotiche, in interazioni oniriche e deliranti – si erano gradualmente e progressivamente trasferite anche in alcune relazioni interpersonali che avevo sviluppato off line.
Bisogna dirlo. Questa notturna ed equivoca life on the screen, pericolosamente sospesa tra l’euforia e l’angoscia, ti fa sentire onnipotente: fantasie, pensieri e deliri assumono, come per incanto, i caratteri della realtà e della concretezza. Metti fuori da te, attribuendogli spessore e consistenza, ciò che sta dentro di te. Sei sempre attratto dall’illusione di riuscire a slittare a tuo piacimento tra il dentro e il fuori, di riuscire ad abbattere i confini che li separano, di riuscire ad attribuire al tuo io – trasformato in entità grandiosa e onnipotente – il potere di seguire un percorso sempre reversibile e mai definitivo; il potere di evitare ogni possibile deriva patologica e di prevenire ogni paralizzante dipendenza.
In chat ti sembra di vivere la singolare e perturbante illusione di un’eterna giovinezza, nel momento stesso in cui estrometti il tuo tempo storico dalla trama delle relazioni libertine.
Di più: un po’ alla volta percepisci te stesso come soggetto che in una certa misura vive fuori dal tempo. E in tale percezione, questo è certo, non sei mai solo. Nascondendo ogni tua coordinata anagrafica, finisci per acquisire – all’interno di percorsi seduttivi ed erotici con donne solitamente più giovani – automatismi funzionali a questo nascondimento. Introietti un falso io: un io onnipotente, estraneo agli affetti, senza età, privo di memoria storica, di spessore intellettuale, di specificità politica, fino al punto da non riuscire più a riconoscerti nella tua ineludibile contingenza. Con grave e conseguente sacrificio di ogni possibile autenticità della relazione: di ogni suo possibile sviluppo che dipenda da una ricerca condivisa della verità.
Ma questa deriva conosce limiti, sussulti, battute d’arresto, brusche interruzioni. Infatti, nel momento stesso in cui un coinvolgimento emotivo prende il sopravvento, formazioni deliranti e finzioni, strettamente intrecciate e interdipendenti, entrano pesantemente in crisi. Diventano un fardello insopportabile.
Non appena le ragioni del cuore sovrastano le gelide e crudeli impalcature della ragione libertina, decretando la scomparsa di Valmont, l’antica passione del molteplice si ristruttura – questo mi è realmente accaduto – e modifica il suo campo d’azione, diventando cifra creativa dell’investimento amoroso. Si coniuga con la passione della trasparenza, con il piacere della donazione di sé, con le seduzioni di una scelta che si potrebbe definire epistemofilica: la scelta di un gioco di verità, di un radicale, estremo e variegato gioco amoroso tra due verità sfaccettate e multicolori – le verità incarnate da due amanti – che si integrano e si completano; verità personali, storiche, plurali, irriducibili, estranee a ogni schema prefabbricato, a ogni tentativo di ridurle: di circoscriverle entro i confini di un unico territorio, omogeneo e rassicurante. Qui, davvero, laddove l’amore scompagina vecchi scenari, provocando la rottura di abitudini coatte e collaudate, Dioniso si congiunge con Apollo. La passione della trasparenza, poggiando sull’antica e originaria passione del molteplice, si dispiega e si realizza dando vita a una poesia della trasparenza. Una poesia non scritta, ma radicalmente vissuta.

4. Dioniso e Apollo. La sovversione amorosa

Dioniso, l’indiviso, colui che trabocca, che non osserva il limite, si afferma, in realtà, all’interno di dimensioni molteplici e complementari: il maschio e la femmina, il Sé e l’altro, la vita e la morte.
Apollo, simbolo del sole, dell’ascesa e della sublimazione – nume della forma, della razionalità, del limite e della misura – si afferma, in realtà, nell’atto di illuminare e di nobilitare la vita istintuale e la materia. Non ha più bisogno di respingerle e di negarle: le sottrae alla notte dell’indistinzione e le immerge, con la nettezza dei loro distinti profili, nell’eccesso della sua luce diurna. Nega la loro tenebra. Afferma la loro potenza rischiarata e visibile.
L’opacità anonima dell’indistinto e la luminosità riconoscibile della distinzione trovano nel vincolo d’amore un luogo di compenetrazione, di armonia e di equilibrio. Dioniso e Apollo – Passione e Ragione, dunque – insieme. Interdipendenti. Più forti perché inscindibili.

Bisogna farla finita con la patetica impostura di Pascal (“il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce”). Non sappiamo che farcene di una ragione disincarnata, che ignora le logiche del desiderio e i linguaggi della passione. Allo stesso modo, non sappiamo che farcene di una passione cieca, che ci obnubila la mente e ci rende acefali: incapaci di pensare e di conoscere.
L’ebbrezza della pluralità e della sua distribuzione erratica irrora e alimenta l’abbagliante solarità del legame d’amore: la sua reciprocità, la sua cristallina e irrevocabile trasparenza. Aveva proprio ragione William Blake, il visionario: si raggiunge il Palazzo della Saggezza solo attraverso la strada dell’eccesso.

Attraverso il nostro eccedere, Tu, amorosa presenza, diventi tesoro inesauribile, scrigno incantato: contieni te stessa con i tuoi tanti volti; contieni il mondo, visto e sognato, con le sue tante forme; contieni il mio sguardo, con le sue tante direzioni; contieni – infine – ed esaudisci il mio desiderio nomade: il suo instancabile e insopprimibile divenire…
Sei capace di contenimento. Sei in grado di contenere. “Contieni”. Contenere discende dal latino continere, che sta per tenere insieme, congiungere, unire. Ma che sta anche per tener stretto, trattenere, tener fermo, reprimere. Contenimento e contenzione, accoglimento e costrizione: questi i due significati confliggenti del verbo latino, che spiegano l’insidiosa ambiguità dei termini moderni corrispondenti, fornendoci una chiave di comprensione linguistica della temibile e spesso feroce ambivalenza che ci accompagna ovunque. L’esecrabile odio–amore, che arricchisce i dottori dell’anima! Quella stessa ambivalenza che Freud, genialmente ma non senza contraddizioni, sognava, assieme a Ferenczi, di poter superare: “E ora c’è da aspettarsi – scriveva – che l’altra delle due “potenze celesti”, l’Eros eterno, farà uno sforzo per affermarsi nella lotta con il suo avversario altrettanto immortale”: con Thanatos, con la morte, che assedia e contamina ogni nostra esperienza d’amore, ogni nostra energia creativa, ogni nostro progetto di trasformazione. Che soffoca, sospingendola verso le tenebre dell’annientamento, ogni nostra positiva e promettente oscillazione.
Attraverso il nostro oscillare Tu, amorosa presenza, diventi, ancora una volta, tesoro inesauribile e scrigno incantato: custodisci e diffondi la serenità del positivo, mostrando tutta la povertà delle Filosofie ancorate alla fissità monolitica dell’Uno, all’impotenza immobile e tirannica dell’Essere e dei suoi risibili “pastori”. Queste Filosofie sono cancri del pensiero. Tetano della fantasia. Patologie della coscienza. Il “pastore dell’Essere” – così si definiva pomposamente Heidegger – pretende, con risibile arroganza, di pensare l’uomo fuori dalle sue radici corporee e sensoriali. Imprigiona il nostro pensiero nell’ambito angusto e asfittico di categorie autoreferenziali, che spiegano solo se stesse. Che non ci aiutano a vivere, ad amare, a stare nel mondo, a comprenderlo, a trasformarlo.
Miseria della filosofia, mi viene da dire, copiando un celebre titolo di Marx: voce espulsa, negletta, “superata”, come amano dire molti intellettuali asserviti e saccenti. Quegli stessi intellettuali che troppo spesso si comportano, per dirla con Lenin, come lacchè diplomati dell’oscurantismo clericale… Miseria della filosofia – e la parola, qui, passa ancora a Marx – che trasforma “prodotti storici e transitori” (le categorie, per l’appunto, “tanto poco eterne quanto le relazioni che esse esprimono”) in “sostanza astratta”, impedendoci di comprendere le loro radici materiali. La loro “storia profana”.

La serenità del positivo dunque, prodotta e governata dalla potenza celeste dell’Eros. Da qui volevo ripartire, nei panni di Heteronymos, vivendo la rottura come kairòs, come occasione favorevole all’apertura di nuovi spazi creativi e di nuovi investimenti, al fine di sottrarla all’autocompiacimento necrofilo e all’autocommiserazione. Occorre farla uscire dalle paludi vischiose della malinconia, dal pantano immobile di un lutto non elaborato, di un passato avvolgente e onnipresente, di un negativo ipostatizzato e sclerotizzato, alla cui sopravvivenza cooperano, con grande lena e spesso inconsapevolmente, non pochi dottori dell’anima.

Valmont, la creatura anfibia a cavallo tra la rete e il mondo, aveva dunque abbandonato la scena in punta di piedi, senza proclami o clamori. Alcuni amici – a partire da Teodorico, psichiatra intelligente e caustico – non riuscivano a rassegnarsi a questa scomparsa. Non comprendevano, a ben guardare, il senso della rottura e la direzione del cambiamento. Non accettavano la morte di Valmont. Si: perché Valmont rappresentava, in fondo, la loro parte misconosciuta, negletta o nascosta. La loro parte misconosciuta e al tempo stesso necessaria. Era importante che qualcuno la interpretasse e la incarnasse, sorbendosi le loro modalità difensive e i loro mascherati esorcismi: la battuta amichevole, la garbata presa in giro, il vezzeggiamento ironico.
Era importante che Valmont, divenuto l’icona peccaminosa e maledetta di una radicale alterità, rimanesse con loro: lo vedevano come un’icona rigidamente stilizzata e quasi del tutto priva di caratteristiche individuali specifiche. Era comunque importante che Valmont, anche se percepito come personaggio astratto e spersonalizzato, continuasse a interagire con loro, a dialogare con la loro parte rimossa: un modo – ma non si sa se di questo erano consapevoli – per riconoscerla, per darle voce, anche se in maniera indiretta e surrettizia. Questo gioco, in definitiva, era facile. Abbastanza scontato.
Ogni piccolo Apollo ha bisogno di un piccolo Dioniso, generoso e disponibile: un suo contraltare, una sua controfigura. Ha bisogno di farlo parlare e di ascoltarlo: garantendo, tra le due posizioni, una giusta e rassicurante distanza, che faccia meglio risaltare, a fronte dell’eccesso riprovevole e seduttivo di chi parla, la blasonata e riconosciuta trasparenza di chi ascolta. Una trasparenza blasonata e socialmente riconosciuta, anche se afflitta dalla noia e dall’afflizione malinconica.
Ma ogni piccolo Apollo – lo si sa – non tollera di condividere il proprio quotidiano con un piccolo Dioniso amico e dialogante, capace di contaminare la purezza di un’antitesi tra due stili di vita che devono, ad ogni costo, rimanere polari e separati. Non tollera la mescolanza dei due mondi. Ha quindi bisogno di respingere ogni rottura dell’icona libertina che sfoci, più che in una pacificata normalità coniugale, in una scelta d’amore movimentata: arricchita dall’ebbrezza dichiarata, agìta e solare della pluralità.
Dioniso dentro Apollo: questo l’ibrido inaccettabile, o addirittura impensabile, rappresentato da Heteronymos. L’amore, anche quello monogamico, attraversato da un desiderio nomade, in perpetuo movimento: questa la provocazione irricevibile!
Memorabili l’incredulità e lo sgomento di un mio interlocutore – un filosofo anarchico, vecchio compagno di sbronze e di baldorie – di fronte a tre mie affermazioni, apparentemente tortuose e difficili, ma che mi paiono in realtà assolutamente chiare e lineari. Tre mie affermazioni che cercavano di spiegare con semplicità, in riferimento alla problematica amorosa, l’emergere di Heteronymos dalle ceneri di Valmont:

“Alla presunta conquista di tante donne – amate solo eroticamente, conosciute solo superficialmente, estranee ai meccanismi profondi della mia vita affettiva – preferisco l’esperienza di un radicale attraversamento sessuale, affettivo e conoscitivo delle molteplici dimensioni di una stessa donna: una donna che ho scelto e che amo appassionatamente.

Solo all’interno di questa esperienza è possibile realizzare la pienezza della passione amorosa, resa possibile da un erotismo ricco, polimorfo e gratificante: l’erotismo del Corpo, l’erotismo del Cuore, l’erotismo della Conoscenza.

Solo all’interno di questa esperienza la passione del molteplice diventa un ingrediente fondamentale della scelta d’amore”.

Alcuni di coloro che erano stati buoni amici di Valmont – ma che lo avevano comunque tenuto a distanza, vezzeggiandolo come utile e divertente variante esotica del loro assetto normativo – non riuscivano a tollerare la provocazione di Heteronymos, proprio perchè si svolgeva sul loro terreno. Un terreno ad essi familiare, perlomeno in apparenza, al quale pretendevano di appartenere organicamente: non più il territorio estraneo, per essi alieno, del nomadismo libertino, selvaggio, crudele e impersonale, ma la terra cognita dell’amore coniugale, dell’amicizia, della solidarietà, della progettualità creativa e condivisa…
In questa terra cognita – abusivamente abitata dall’uomo prevedibile e “conforme alla regola”, come lo chiamava Nietzsche – c’è davvero posto per un’autenticità radicale? C’è davvero posto per quella che secondo Heteronymos rappresentava una passione condivisa del molteplice? Per un molteplice in perpetuo movimento, inteso – alla maniera di Canetti – come passione della metamorfosi? Per un molteplice considerato come potenziamento della creatività individuale all’interno di una dimensione sociale e politica? Per una pluralità di pratiche, di produzioni e di enunciati concepibile come prodotto di un soggetto collettivo?
L’invenzione di Heteronymos non ha mai rappresentato, per me, la presunzione di fornire una risposta definitiva a queste domande radicali. Rispetto ad esse, si limita a voler funzionare come una sorta di collettore: un luogo di incontri e di confronti, ma anche di dissensi e di conflitti, dove sia possibile formularle compiutamente, uscendo da una posizione solipsistica. Assieme a tanti altri interlocutori. Senza mai conoscere in anticipo le soluzioni possibili …
Inventare Heteronymos significa metterlo in scena, farlo vivere come personaggio stratificato e multidimensionale: ritrovarlo nel teatro del mondo, nella diversità delle circostanze, nella molteplicità delle esperienze storico-politiche, nella varietà delle congiunture individuali e collettive. Il singolo palpita dentro la vita del tutto. Il tutto è presente dentro la vita del singolo. Non ha più senso, oggi, raccontare e raccontarsi fuori da questa curvatura cosmica della rappresentazione.

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