La nave, il maiale e il referendum

La nave, il maiale e il referendum

di Francesco Prandel

“Gli yes-men diventano improvvisamente smile-men, sorrisi, pacche sulle spalle, informalità e soprattutto ottimismo. Tutto questo ovviamente sempre come dovere, sempre come abito, sempre come conformità. E agli smile-men tocca il leader-ridens. […] Il leader che sorride, e che ride, deve comunicare tutta la sua sicurezza di sé: che non ha paura, che non vede ombre (tantomeno dentro di sé), che testimonia una certezza solare (il posto al sole, o il sole dell’avvenire, che sono equivalenti)” (G.P. Quaglino, Leader senz’ombra e organizzazioni senz’anima. Prefazione all’edizione italiana di M. Kets De Vries, Leader, giullari e impostori. Sulla psicologia della leadership. Cortina 1994).

«Il referendum che ci divide in 8 categorie», così titola l’articolo di Paolo Mantovan apparso sul Trentino di lunedì 24 ottobre appena scorso. Curioso di capire in quale delle otto categorie elettorali rientro senza saperlo, l’ho letto per scoprire che la mia non è contemplata. Non me la prendo certo con l’autore: i confronti che ho avuto mi fanno sospettare che si tratti di una categoria dal peso statistico trascurabile e che, in quanto tale, può essere tranquillamente ignorata senza con questo peccare in completezza. Dovessi definire la mia categoria, direi che è quella di chi, vuoi per indole, vuoi per formazione, guarda ai fatti più che ascoltare i discorsi. Che sia proprio questo il motivo per cui è così poco rappresentata?

Considero la politica cosa estremamente seria, che non va ridicolizzata. Purtroppo, certa “politica” si ridicolizza da sola quando – come mi pare stia avvenendo – si dà un gran da fare nel tentativo di arginare i suoi stessi effetti collaterali indesiderati (tra cui immigrazione, terrorismo, alterazioni climatiche), senza minimamente curarsi delle cause, cioè senza mettere seriamente in discussione se stessa prima di ogni altra cosa (Costituzione compresa). Riesce benissimo da sola a rendersi ridicola quando – come mi pare stia accadendo proprio in questi giorni –, anziché impegnarsi ad evadere le istanze di quella polis che è già planetaria, prende a baloccarsi con i problemi di un palazzo ormai irrisorio. Nel suo libro Introduzione all’etica il filosofo Lorenzo Accame fa «riferimento ad un noto argomento pirroniano» parlando della «leggendaria virtù di quel famoso maiale che, su una nave in procinto di affondare, non si dava minimamente pena della cosa, mentre tutti gli uomini, intorno a lui, erano in preda alla disperazione». Me ne dolgo sinceramente, ma non mi riesce di trovare una cornice migliore nella quale inquadrare il dibattito che, ormai da mesi, sta infuriando sul prossimo referendum.

Si potrebbe obiettare che, piaccia o meno, per tamponare le falle nello scafo della «nave» le uniche pezze di cui disponiamo ci vengono fornite proprio dalla politica. Che una politica più snella e una rappresentanza più autentica sono le condizioni necessarie affinché si possa intervenire con la dovuta solerzia e riparare una «nave» che fa acqua da tante, troppe parti. Raccoglierei volentieri una tale obiezione se, tra le tante voci che animano il dibattito, ne sentissi qualcuna lasciar trapelare un sentore di consapevolezza che la «nave» è «in procinto di affondare», se qualcuno dei contendenti lasciasse intravedere una qualche intenzione di voler soddisfare la condizione sufficiente. Mi si potrebbe far osservare che da qualcosa si deve pur iniziare, che soddisfare le condizioni necessarie è già un gran passo avanti. Ma, va da sé, quando non c’è alcuna intenzione di soddisfare la condizione sufficiente, la sussistenza o meno di quelle necessarie risulta del tutto indifferente. Ci fosse nel panorama politico anche una sola voce che avverte seriamente l’urgenza di cambiare direzione, di cominciare a riempire le voragini geopolitiche e ricucire gli squarci geofisici che proprio certa “politica” ha aperto e continua ad allargare, la «svolta autoritaria» che tanti temono – ma che in realtà è già in buona parte avvenuta – mi parrebbe addirittura auspicabile. Perché la situazione è tale che, come si dice, «o la va o la spacca». E non sono io a dirlo: la comunità scientifica, dati alla mano, ci informa che cambiare direzione in fretta non è un’opzione, che non c’è posto per il SI e neppure per il NO, che c’è un’unica strada realisticamente percorribile, e non è questa. Le voci che si odono provenire dal palazzo non sembrano essersene accorte. Che i suoi inquilini abbiano gli orecchi del mercante?

I proponenti il referendum, addirittura, insistono nel voler «cambiare passo», intendendo con ciò affermare che dobbiamo «crescere», che dobbiamo tenere il passo della competizione globale. Una gara palesemente patologica, perché non ammette alcun traguardo. Una corsa demenziale che ha contribuito più di ogni altra cosa ad innescare e fomentare flussi migratori inarrestabili, movimenti terroristici incontrollabili e cambiamenti climatici insostenibili, tanto per citare solo le solite macro-problematiche. In buona sostanza, i promotori del referendum – e i loro detrattori non sono poi tanto da meno – insistono nel dire che dobbiamo correre ancora di più. Verso il baratro, aggiungerei io a questo punto, perché una gara senza linea d’arrivo non può ammettere alcun vincitore: può solo lasciare vinti stremati in un deserto inospitale, privo di risorse e disseminato di rifiuti. Invero, qualche tentativo di darsi dei limiti è stato fatto, ma occorre anche che la politica, poi, questi limiti li faccia rispettare. E, a giudicare dagli ultimi sviluppi, non pare intenzionata a farli rispettare nemmeno a livello locale (vedi Libertà d’inquinare di Ettore Paris su “Questo Trentino” ottobre 2016), dove avremmo tutto di guadagnato a farlo non solo a livello di ambiente e di salute, ma anche in termini di immagine e – dunque – di ritorno economico turistico. Non oso immaginare altrove, dove far rispettare i limiti comporta oggettivamente sacrifici economici non indifferenti. Saranno il SI o il NO a dare maggior statura morale a governanti ed elettori, e ad allargare lo spessore etico di entrambi?

Ho sentito tante bocche riempirsi di sostenibilità, per lo più bocche che non sapevano di che cosa parlavano, secondo cui uno stile di vita sostenibile non comporta grandi rinunce. Chi mi conosce sa che ho passato buona parte della vita a cercare di campare in maniera per certi versi sostenibile, e credo di parlare con una qualche cognizione di causa. Ho sperimentato in prima persona che cosa vuol dire rinunciare a certe comodità. Ho toccato con mano la terra e il letame per cercare di vivere di quel poco che è “nostro”, senza dover sottrarre proprio tutto a chi ha ancora meno. Ho visto con i miei occhi quanto sia difficile coinvolgere gli altri in certe scelte. Forte di questa esperienza, non mi cullo nell’illusione che si possa facilmente cambiare direzione (il che non vuol dire tornare indietro – cosa che, tra l’altro, non si può fare – ma muoversi di lato). Non penso affatto che la «decrescita» possa essere «felice», come alcuni sembrano sostenere. Se mai sceglieremo di ridimensionare un po’ alla volta la nostra smisurata opulenza, la strada sarà lunga, e il cammino doloroso, ma almeno potremo farlo – posto che non fossimo già fuori tempo massimo – in maniera intelligente, controllata e graduale, cercando di ridurre al minimo gli strappi e le sofferenze. Se invece aspettiamo che siano gli eventi o gli altri a ricondurci alla misura, temo che non lo faranno con i guanti di velluto. Non saprei dire quale delle due opzioni sia meno auspicabile, ma non ne faccio un dramma dal momento che – probabilmente – dovremo fare i conti con entrambe. Anzi, li stiamo già facendo. Ma siamo solo all’inizio, per questo la cosa non ci tocca più di tanto: nessun conto, ai primi addendi, si presenta salato. Se è vero, come sostiene Douglas R. Hofstadter, che «è una proprietà inerente all’intelligenza quella di saper uscire dal compito che sta svolgendo per osservare ciò che ha fatto», allora certa “politica” sembra esserne pressoché sprovvista. Con buona pace di chi – a questo punto – vorrebbe obiettare che il referendum ci chiama ad esprimerci su tutt’altre faccende.

Visto e considerato che la “politica” ha fatto propria «la leggendaria virtù di quel famoso maiale», più che addentrarmi in tecnicismi costituzionali che eccedono la portata delle mie competenze credo sia utile che cerchi di fare bene il mio lavoro. Perché, con Marco Lodoli, occorre riconoscere che gli adolescenti sono «il bene più prezioso di ogni società che vuole distendersi verso il futuro». Credo sia più utile – oltre a insegnare loro quello che devono imparare – aiutare i miei studenti a tener fuori la testa dalla spazzatura culturale che certi media vomitano loro addosso, ogni giorno di più copiosa e ripugnante, a capire che nuovo non è sinonimo di migliore, e che benessere non vuol dire benavere. Perlomeno non quando l’anticipo sul prezzo dei nostri capricci lo paga la miseria della maggior parte dei nostri contemporanei. Ancor meno quando il saldo spetterà pagarlo al loro stesso futuro, quel futuro che dai banchi i ragazzi non riescono più a scorgere, perché si fa ogni giorno più remoto. Un futuro che, per dirla con Umberto Galimberti, la “cultura no limits” ha precipitato dalla «promessa» alla «minaccia», come se la motivazione allo studio non dovesse risentirne.

Nessuna delle forze politiche attualmente in campo prende seriamente in considerazione la strada della decrescita. Primo, perché – osserva Massimo Recalcati – «l’economicismo contemporaneo» ha «inebetito la politica subordinandola agli interessi dei grandi capitali finanziari», asservendola a quell’imperativo categorico della civiltà dei consumi che Emanuele Severino sintetizza mirabilmente nel «si deve fare tutto ciò che si può fare». Secondo, perché è una strada decisamente impopolare, e lo è prima di tutto perché noi elettori non vogliamo imboccarla: non prendiamocela sempre e solo con la politica, ché è troppo facile scaricare la nostra debolezza sulle spalle di chi chiamiamo ad esprimerla istituzionalmente. Certo, in questa farsa la “politica” fa la sua parte. Anche essere insegnanti severi è impopolare, soprattutto da quando alcuni colleghi hanno preso ad entrare in classe “battendo il cinque”.  E lo è anche cercare di trasmettere il valore del limite in un contesto culturale come il nostro, legittimo erede di una classe politica che nel monito aristotelico «chi non conosce il suo limite tema il destino» non vede nient’altro che un patetico reperto archeologico. Ma il ruolo dell’insegnante non è quello dell’amico. E non lo è neanche quello del politico. Se anche uno solo dei litiganti indicasse la strada della decrescita intelligente, se la sua proposta fosse quella di smarcarci un po’ alla volta dalla più scellerata delle competizioni, non avrei alcun dubbio sulla casella da barrare, pur sapendo per esperienza – non per sentito dire – a che cosa si andrebbe incontro. Temo, invece, che la mia scheda finirà nell’urna senza aver conosciuto la matita, ben consapevole che lo spoglio la getterà senz’altro nel novero dell’indifferenza spiccia. Trovo che sia di cattivo gusto giocare sul ponte di una nave in procinto di affondare, lanciando una moneta il cui esito – qualunque esso sia, viste le premesse – non ci risparmierà il naufragio. Anzi, a furia di giocare con le monetine non ci accorgeremo di nulla se non quando avremo l’acqua alla gola. Comincio a pensare che sia un gioco senza senso, e che non voglio giocarci. Perché, come si dice, «per un buon soldato, ogni arma è una buona arma». Come a dire che, per quanto un’arma sia ben fatta, e per quanto sia adatta allo «spirito del tempo», un soldato mediocre – specie se mercenario – non saprà farne buon uso.

Non mi capita spesso di sperare di sbagliare, ma questa è una di quelle rare volte. Spero che, aldilà dell’esito del lancio referendario, il futuro dei nostri figli, di quei ragazzi che oggi chiamo alla lavagna, proietti più luci che ombre sullo schermo del mondo. Spero di sbagliarmi perché, un domani, non vorrei fossero loro ad interrogarci, a chiederci: «che cosa avete fatto?». Spero di sbagliarmi perché non vorrei trovarmi costretto a rispondere: «abbiamo giocato».

A uno stupido gioco. Al gioco del «maiale».

“Chi promette l’avvento del mondo nuovo come un’allegra avventura in cui spariscono le differenze e i conflitti, semplicemente in nome di un generico ottimismo giovanilistico cui tutti dovrebbero aderire, ma tace sugli inevitabili costi e sacrifici, non sa quello che dice. Oppure, sa che sono adescamenti attraverso dissimulazioni e rinvii senza oggetto, come fanno i malati che non vogliono vedere il male che li consuma e si illudono delle proprie energie. Ecco qui il compito e il programma di qualunque forza che voglia seriamente dirsi politica, cioè che non si faccia semplicemente portare dagli eventi ma pretenda di orientarli” (G. Zagrebelsky, Senza adulti, Einaudi 2016).

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