La depressione: per una terapia della cultura

La pazza gioia - La depressione

Micaela Ramazzotti e Valeria Bruni Tedeschi in una scena di “La pazza gioia”, Paolo Virzì, 2016

Entro il 2030 la depressione sarà la malattia cronica più diffusa nel mondo. A partire dal 2020 sarà la seconda patologia in termini di prevalenza dopo le patologie cardiovascolari. È la principale causa di invalidità a livello globale. Rappresenta il 7,5% di disabilità globale (dato del 2015). È la causa principale dei quasi 800.000 decessi per suicidio nel mondo ogni anno. In Europa, oltre 40 milioni di persone soffrono di depressione – un individuo su 25 – e circa 322 milioni ne sono affetti in tutto il mondo. Gli individui affetti da malattie fisiche sono da 3 a 6 volte più vulnerabili alla depressione, manifestando periodi di malattia più lunghi, minore successo terapeutico e maggiori costi economici. Lo denuncia l’Organizzazione mondiale della sanità che dedica il 7 aprile, data del World Health Day (il giorno della nascita dell’istituzione), alla depressione. Lo slogan? “Depression: let’s talk” (“Depressione: parliamone”). “Mi fa piacere che non abbiano detto: ‘Depression, let’s fight’. Un equivoco, che abbiamo forse tacitamente mutuato dalla belligerante cultura anglosassone, è che la depressione sia ‘un male che si deve combattere’: attingendo all’arsenale farmacologico, con le tecniche di psicoterapia più alla moda (inclusa quella cognitivo-comportamentale) o con una combinazione di varie strategie. Non voglio agitare la bacchetta magica che non ho o ipersemplificare, ma se c’è una cosa che una persona realmente depressa dovrebbe fare, in un certo senso, è proprio il contrario: smettere di combattere, almeno per un po’”, al VELINO il dottor Massimo Lanzaro, medico, psichiatra e psicoterapeuta, primario al Royal Free Hospital di Londra e attualmente dirigente all’Asl Napoli 2 Nord, cerca di fare chiarezza sulla depressione.

“Non bisogna confondere la condizione clinica chiamata depressione con la tristezza normale o con la demoralizzazione. Secondo me sono ancora validissime le parole di Arieti (psichiatra autore tra l’altro di Interpretazioni della schizofrenia, ndr), che nel 1978 diceva della tristezza e della demoralizzazione: ‘sono il comune dolore che coglie l’essere umano quando un avvenimento avverso colpisce la sua esistenza precaria, o quando la discrepanza tra la vita com’è e come potrebbe essere diventata il centro della sua fervida riflessione’, mentre ‘è meno comune, ma abbastanza frequente da costituire uno dei principali problemi psichiatrici, il dolore che non si attenua col passare del tempo, che sembra esagerato in rapporto al presunto evento precipitante, o inappropriato, o non collegato ad alcuna causa evidente’. Questa è la depressione, che a sua volta può essere graduata su un continuum di severità. Quindi da un lato possiamo avere persone demoralizzate che abusano di antidepressivi, dall’altro persone depresse che minimizzano, si credono demoralizzate e ‘aspettano che passi’, senza rivolgersi a volte nemmeno al medico di medicina generale (che non sempre purtroppo a sua volta riesce a fare un corretto inquadramento diagnostico)”. Una spia per riconoscere la depressione e chiedere aiuto? “Al primo dubbio, rivolgersi al medico”, è la risposta lapidaria del dottor Lanzaro.

L’attrice Valeria Bruni Tedeschi ritirando il David di Donatello per La pazza gioia, film che affrontava tematiche di disagio mentale, ha ringraziato il suo psicanalista. Questo suo ringraziamento, diventato virale sul web, si pone, forse involontariamente, come tassello per sdoganare lo stigma che accompagna la psichiatria e che rappresenta “uno dei motivi per cui le persone non si sottopongono alle cure – denuncia il dottor Lanzaro -. A differenza delle malattie fisiche, quella psichiatrica è ancora vista come innaturale e come motivo di scandalo. Qualche tempo fa si è ricoverata nel nostro reparto una persona severamente depressa, di sua volontà. Il giorno dopo i familiari sono venuti a protestare perché ‘avevamo condotto una persona nel reparto dei pazzi’. Nel terzo millennio queste manifestazioni di ignoranza ed ipocrisia sono quasi inverosimili, eppure nutrite da un immaginario collettivo che colloca il paziente psichiatrico in un luogo fra la diversità e l’alienazione”. L’Organizzazione mondiale della sanità con la campagna “Depression: let’s talk” punta proprio a superare questo grosso ostacolo che si frappone all’accesso alle cure.

Ma la depressione è un male della cultura occidentale? “I dati epidemiologici relativi ai disturbi psichiatrici e ai problemi comportamentali tra le popolazioni indigene sono scarsi – risponde il dottor Lanzaro -. Anche quando queste informazioni esistono è legittimo sollevare problemi metodologici e domande sulla loro accuratezza (Dohrenwend & Dohrenwend, 1974; Ebigbo, 1982; Manson et al.,1987; Kleinman, 1988; Guarnaccia et al., 1990; Good,1993; Somervell et al., 1993; Durie, 1995). Inoltre, tutta la psichiatria transculturale si confronta con problemi di validità diagnostica (Kleinman, 1980; Kleinman, 1988; Guarnaccia et al., 1990; Good,1993; Kirmayer et al., 1995; Manson, 1995; Mezzich, 1995; Lee, 1996; Good, 1997). Tuttavia l’americano Arthur Kleinman ha scritto: ‘La sindrome depressiva rappresenta una piccola frazione di un intero campo di fenomeni depressivi. Essa potrebbe essere insomma una categoria culturale costruita dagli psichiatri occidentali per piegare alle proprie esigenze un gruppo omogeneo di pazienti’ (Kleinman, 1977:3)”.

Kleinman punta il dito contro la vostra categoria o minimalizza la depressione? “Una recente rassegna della letteratura sui rapporti tra cultura e depressione concludeva che una migliore comprensione della fenomenologia della depressione non deve soltanto includere sintomi, ma prendere in considerazione i contesti sociali e le forze culturali che modellano qualunque persona in qualsiasi parte del mondo, che attribuiscono significato ai rapporti interpersonali e agli eventi della vita (Manson, 1995:497). Oggi – osserva il dottor Lanzaro – si parla molto di modello bio-psico-sociale per la genesi delle malattie mentali e guardando anche agli studi sugli indigeni viene la perplessità che quando parliamo di depressione trascuriamo forse le variabili e le determinanti sociali. Come diceva James Hillman: ci vuole una terapia della cultura, oltre ad una terapia dell’individuo. Hillman con questa importante affermazione mette in discussione la validità di un approccio che si concentri solo sui problemi più gravi, sui sintomi e sugli schemi diagnostici per velocizzare la terapia e ridurre i costi. Un simile orientamento può facilmente condurre il terapeuta a perdere di vista la persona interiore. Se questa non viene aiutata, curata, sostenuta nel trovare il proprio nucleo di vitalità fertile, allora non è della sua salute che ci sta preoccupando e si stanno perdendo di vista quegli aspetti fondamentali che sono alla base di un solido benessere psicologico”.

(Intervista rilasciata all’agenzia di stampa Il Velino AGV)

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