“Il turista” di Massimo Carlotto (Rizzoli)

di Luca Giudici

Il Turista è il primo romanzo di Massimo Carlotto pubblicato da Rizzoli. La maggior parte dei suoi precedenti lavori era stata edita da E/O e da Einaudi, ma per questo nuovo romanzo lo scrittore padovano è approdato all’editore milanese. Negli ultimi anni Carlotto ha girato più volte la barra del timone cercando di proporre differenti moduli seriali, probabilmente nel tentativo di allontanarsi dal modello – vincente – costruito intorno al personaggio di Marco Buratti, l’Alligatore. Sono nate così ad esempio Le Vendicatrici, a cui ha dedicato quattro romanzi, e sembrerebbe proprio che Il Turista debba rientrare in questo processo di smarcamento.copertina-carlotto D’altronde Carlotto ha sempre inserito svariate attività collaterali nella sua vita di scrittore: sceneggiature, graphic novel, reportage, libri per ragazzi. Rientra quindi nel carattere dell’autore cercare continuamente nuove idee, invece di limitarsi a sfruttare un filone anche se si è dimostrato redditizio e fruttuoso. Per Carlotto ciò è la conseguenza di una profonda tensione interiore nei confronti del lavoro e del desiderio di dare vita autonoma al frutto della scrittura. Alla domanda sul perché dare spazio a quello che (con ogni probabilità) è il primo atto di una nuova serie, dovremmo quindi rispondere che forse Carlotto ritiene il filone rappresentato dalla saga Alligatore/Giorgio Pellegrini sostanzialmente in via d’esaurimento, per poi chiosare che, se anche così non fosse, sia giunto il momento di creare una nuova chiave di lettura sui temi che sin dall’inizio della sua carriera ha mostrato di voler analizzare. Il nord-est come laboratorio sociale, la questione della colpa e del perdono, la violenza come atto gratuito: tutti temi che dovevano essere ricollocati nell’universo di Carlotto, e difatti il personaggio di Pietro Sambo, l’ex commissario attorno cui gravita la trama de Il Turista, vive a Venezia, dove si svolge il romanzo, quindi nel cuore ideale del nord-est. Inoltre, tutta la sua vita ruota intorno al tema della redenzione, vista come atto di liberazione e di auto-affermazione. La colpa di Sambo, però, è irrisoria, un banale pretesto, a dimostrazione – se mai ce ne fosse stato bisogno – che la condanna, così come il perdono (e verrebbe da dire anche il reato) sono elementi squisitamente sociali, e ben poco hanno a che fare con l’etica individuale, anche se Sambo non realizza mai appieno questa consapevolezza. Drammatiche in questo senso le ultime parole che gli rivolge Tiziana Basile, sua accusatrice, amante e complice: “Sei un poveraccio. Non vali nulla.”: una triste constatazione d’impotenza.
L’ambientazione veneziana è perciò cruciale per comprendere chi sia realmente l’ex commissario e quale sia l’obiettivo di Carlotto. Tra Venezia e la terraferma (tra il centro e la periferia, tra il cuore e il resto del corpo) esiste uno iato incolmabile di cui Carlotto è perfettamente cosciente, perché tutto ciò che riguarda la città ha una sua specificità, pur se inserita in quel quadro ben noto, a lui come ai suoi lettori, che è il nord-est. Questo è valido sia per le questioni ambientali legate al turismo di massa o alla presenza delle navi da crociera, sia in generale per una rilettura dell’identità di Venezia, che la rende unica al mondo. Venezia ha un tempo suo proprio, e un thriller ambientato in questa città non potrebbe avere la stessa dinamica se fosse ambientato a New York o a Parigi. La scelta è quindi tutt’altro che casuale, e porta a delle conseguenze anche sul piano narrativo, se pensiamo a cosa possa significare nella trama di un thriller eliminare completamente le automobili, e di conseguenza far convivere gli inseguimenti con i lenti vaporetti o i pedinamenti con il rumore dei tacchi sulla pietra d’Istria. Per Carlotto – in realtà – la narrativa di genere è sempre stata uno strumento, e questo gli ha permesso nel corso del tempo di affrontare tematiche che esulavano dal romanzo in senso stretto, lasciando che la trama sia come una sorta di filtro tra le intenzioni narrative dell’autore da un lato, e il lettore dall’altro. Ne Il Turista questo filtro è sottile come non mai, e il tema nascosto, che dovrebbe essere carsico, affidato all’intuito del lettore, viene espresso in modo talmente efficace che ci si dimentica di essere all’interno di un thriller. Sambo in questo senso ricorda sotto certi aspetti Pepe Carvalho, il personaggio raccontato da Manuel Vasquez Montalban. Così, come per lo scrittore catalano Barcellona diventa una città metaforica, dove risolvere l’enigma proposto è sempre un modo per affrancare la propria stessa vita, così analogamente Carlotto fa vivere dinamiche affini a Pietro Sambo. Non è un caso che entrambi i personaggi siano legati all’arte culinaria tipica della loro città, dove il cibo per entrambi gli scrittori è un filtro che permette di porre molte questioni collaterali. Montalban però non si allontanerà mai dall’area del noir, mentre Carlotto ne Il Turista approda in modo esplicito al thriller. Ma è davvero così? Quali sono gli elementi che permettono di definire questo romanzo un thriller? Sicuramente la caccia a un serial killer, tema principale del romanzo, ci porterebbe senza esitazioni in quella direzione, ma le analogie non si spingono molto oltre; difatti già dal risvolto di copertina, quindi ancor prima di iniziare la lettura vera e propria, Carlotto ci avverte che “per scrivere il suo primo thriller ha fatto saltare ogni paradigma”. Ci troviamo quindi di fronte a un thriller che non rispetta le regole canoniche del genere, e difatti sin dalle prime pagine veniamo messi a conoscenza di tutto quanto è possibile sapere circa l’identità del killer e il suo modus operandi. La suspense, o per lo meno quel sentimento per cui si rimane in attesa della scoperta del colpevole, è totalmente assente, eppure la tensione rimane, e – nel proseguire della narrazione – aumenta una sorta di angoscia, una costante mancanza di ossigeno, un’ipossia crescente, come fossimo noi le vittime strangolate dal Turista. La nebbia delle calli ha la sua parte di responsabilità, e anche se Venezia non sembra adatta a sparatorie e inseguimenti, ma piuttosto a ombrine e B&B abusivi, anche se c’è una trama che deve risolversi, scopriamo momento dopo momento che vi sono vite il cui futuro viene deciso da forze talmente più grandi di loro che nemmeno possono scorgerle. In nessun momento vi è una forza di volontà, una soggettività in grado di prendere le redini del racconto e di imporre una direzione agli eventi. Tutto è lasciato nelle mani del caos o di un’alterità assoluta, di cui tutti i personaggi, pur nella cornice delle singole vicende, sono analogamente vittime, subiscono ciò che accade ed evidenziano così una totale passività di fronte agli accadimenti della vita e alle sofferenze proprie e altrui. Difatti Abel Cartagena, uno degli pseudonimi con cui è noto il turista, attribuisce continuamente al caso ciò che gli accade, dall’incontro con le sue vittime fino al destino che lo attende. Eppure questa percezione della necessità intrinseca alle cose non gli impedisce di giocare un ruolo fortemente attivo nel cercare di salvarsi. In questo senso forse Il Turista potrebbe più facilmente essere inquadrato come una spy-story piuttosto che un thriller. L’entrata in gioco dei servizi attua una diversa dinamica nelle relazioni tra i poteri, per cui questo meccanismo è talmente potente da superare la forza di ogni singola individualità. Pietro Sambo e il turista sopravvivono all’interno di questo processo, dove tutti sono ugualmente travolti, solo perché entrambi trasversali alle parti in conflitto.  L’ex commissario in questo è il perfetto pendant del killer. Analogamente ossessionati, il primo cerca la sua riabilitazione e un’apparenza di onestà, mentre il secondo è accecato dal desiderio di apparire al mondo come l’assassino che è, senza doversi nascondere.
Altrettanto speculari sono le relazioni con le donne vissute da Sambo e dal serial killer, tutte vittime dell’immagine alterata di sé che i due uomini hanno incastonato nelle rispettive ossessioni. Il Turista è quindi un’opera molto a sé stante, difficilmente inquadrabile in un genere, in cui le tematiche di sfondo diventano quelle principali e viceversa; i personaggi eludono le facili classificazioni, e spesso scompaiono senza nemmeno giungere al centro della scena, ombre di ombre. Esemplare in questo contesto è la scelta della copertina, riproduzione di un’opera del pittore danese Peter Ravn, il cui lavoro consiste nella raffigurazione di persone in pose e atteggiamenti che nulla hanno a che fare con ciò che normalmente definiamo ritratto. Le espressioni quotidiane, estrapolate direttamente dalla vita, quasi fossero fotogrammi di un film trasferiti su tela, sono il modo attraverso cui Ravn cerca di accedere alla persona che si cela dietro il volto. In questo contesto l’opera scelta per Il Turista, che originariamente si intitolava Das Volk, coglie appieno lo spirito del romanzo. Il pittore difatti rappresenta due figure maschili prese di spalle, senza mostrare alcunché del volto. È l’anonimato il senso della persona quindi per Ravn (e per Carlotto), l’individuo non può che riconoscersi nel suo essere nulla, senza nome, senza identificazione, solamente uno dei molti, indistinto nella massa. Così è il turista, il serial killer del romanzo, che pur dichiarando il suo desiderio di scomparire nel nulla dell’anonimato, non resiste alla tentazione di vedersi riconoscere un omicidio, e di conseguenza, avendo ceduto al peccato di vanità, paga le conseguenze della sua trasgressione.
Ancora una volta è Carlotto a fornirci sin dall’inizio la chiave di lettura attraverso due citazioni: la prima è un esergo, e l’altra è a chiusura della quarta di copertina. In testa al romanzo, senza dubbio per volergli dare una precisa interpretazione, è riportata una citazione di Balzac (“Il caso è il solo legittimo signore dell’universo”), mentre in coda si riporta una frase pronunciata dal turista: “Tutti fingono, la menzogna è l’unica moneta di scambio che abbia valore. Solo che noi dobbiamo essere più bravi.” La prima persona plurale della seconda parte è riferita alla coppia di serial killer, e disvela quindi il dualismo totale che la coppia di assassini vive nei confronti del mondo intero, incluse le altre tipologie di delinquenti. Noi siamo diversi, ribadisce il Turista, i migliori nella menzogna e nell’ipocrisia. Il caso è il motore dell’universo e l’assassino lo asseconda, lo segue nelle sue apparizioni e nelle sue estemporaneità. Nel confronto con il dramma piccolo borghese del poliziotto corrotto, la hybris del serial killer è quindi vincente, ma non è ancor detta l’ultima parola, e la dedizione moralistica che Sambo implacabilmente replica, alla fine potrebbe essere un’arma ancora più devastante. La terapia, avara ricostruzione di una personalità, smonta l’ambiziosa grandezza del serial killer e lo isola, riportando nel mondo reale le sue vittime e mostrando così la caduta finale come inevitabile. Ma qui stiamo già parlando del prossimo atto della serie.

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