poi c’è questo scrivere di te
senza buongiorno e senza sponde
mangiando poco, perché non ci sono
le tue dita che seguono le vene
ed è allora che resta solo il fiume
con questa intimità da saliva
perché solo bagnata ti posso parlare
Alessandro Assiri
Anche questo testo, come il precedente, mi è stato inviato via e mail e l’autore, Alessandro Assiri, non mi ha chiesto niente. Lasciandomi solo “questa cosa ed un abbraccio”. La ricevo e ringrazio. Poi commento come posso, come so, come voglio.
Un poesia breve e bella. Appena sette versi. Prima una quartina e dopo una terzina. Un equilibrio di sillabe ed una musica in parole. L’architettura poetica è coniugata ad una terminologia ben scelta con consapevolezza del linguaggio di oggi e di poesia, E’ un’associazione felice di vocaboli del parlato comune: “buon giorno” “mangiando” “dita” e termini che appaiono “tipicamente” poetici, cioè frequentemente presenti nei testi poetici come “sponde”, “dita”, “vene”, “fiume”. Ognuna di loro contiene un sequenza di riferimenti, sono parole-metafora di altri elementi, che sbocciano spontaneamente dalla penna bocca di chi da tempo intreccia vita e poesia. Direi anzi che in ogni poesia d’autore c’è una sorta di simbologia tipica, per cui nella sua produzione quel dato termine sta a simboleggiare altro, perfettamente chiaro nella sua mente e spesso coerentemente. Allo stesso modo ci ha insegnato la tradizione poetica con i suoi cantori. Più concretamente il fiume e la sponda ad esempio rappresentano spesso lo scorrere della vita, ed i suoi approdi, quelli intermedi quello finale. Oppure gli argini a contenere l’alveo per scorrere dentro binari, una strada, un percorso tracciato o definito, sicuro, protetto. Ecco perché di certe poesie ricche di parole-simbolo non sempre si riesce a coglierne il senso e l’originale afflato poetico, specie quando l’autore ha fatto ricorso a termini-simbolo troppo abusati, posti in sequenza, senza tracce che aprano il senso. Non mi sembra tuttavia sia questo il caso. Per cominciare. L’incipit di questa poesia è l’ avverbio di tempo: “poi”, generalmente usato per esprimere una successione di eventi che si inanellano cronologicamente, dei quali alcuni precedono ed altri avvengono dopo introdotti appunto dal poi. “Poi” è un incipit bellissimo perché sottolinea che la poesia non nasce come un fungo emerso dall’humus di quercia alla prima pioggia che fermenta spore o forse lo è, proprio questo, nello scrivere di getto, ma con grazia di natura o lasciata a maturare. La poesia è un pensare profondo a cerchio - spirale, che si avvolge e produce senso da sé fuoriuscente che va verso l’alto o il basso, non necessariamente verso l’altro, per quanto certo il lettore arricchisce di senso lo scritto, come sto facendo io adesso, conquistata, rapita, immersa in questo testo poetico. Personalmente adoro questo incipit che pare prosegua un discorso intrapreso e fuori campo. Perché è un discorrere magnificamente poetico. Il “poi” qui non è un semplice dopo, ma è l’argomentare dialettico-intimo- mentale di chi sta dentro di sé a cercare, sondando pieghe nascoste e risvolti da stirare. Di chi sta raccolto nelle viscere a sentire com’è profondo il mare.
Poi c’è questo scrivere di te
Entra in scena in fine di primo verso la persona. Seconda singolare. C’è un tu che può essere un lui o una lei, un altro, altra, l’interlocutore, presumibilmente una persona vera, consistente e materializzata nella mente del poeta solamente.
Senza buongiorno e senza sponde
Uno scrivere franco o forse semplicemente sincero. Uno scrivere schietto senza eccessive forme, formalità convenevoli. Uno scrivere senza protezioni, sponde, paracadute. Tuffarsi dall’alto e precipitare naturalmente, sperando che di sotto sia morbido, vi si sia disteso il mare.
mangiando poco, perché non ci sono
le tue dita che seguono le vene
Ecco il corpo centrale della poesia dove il senso si fa più oscuro e c’è bisogno di andare oltre saltando l’ostacolo per trampoli emozionali. Il mangiare poco, come il poco masticare, è di chi non si sazia e mantiene un desinare parco. Perché non eccede nell’alimentarsi questo “tu”? Per scelta, per necessità, perché gli manca l’appetito? Le vene insieme del flusso vitale che alimenta il cuore e del circolo sanguigno di passione. Le dita che sono le estremità sensibili, terminali del corpo attivo. Perché le dita non seguono le vene? Manca la concretezza del toccare. Oltre le vene del sentire. Questo passaggio forse racconta qualcosa di incompleto, inappetente, inappagato o trattenuto, un “pasteggiare” di qualsivoglia cosa volutamente spoglio.
ed è allora che resta solo il fiume
con questa intimità da saliva
perché solo bagnata ti posso parlare.
Resta il fiume, lo scorrere del tempo o della vita, l’acqua che ricopre, disseta, piove o annega, ma resta anche l’intimità che si fa di saliva, che lecca e conosce l’altro leccando come neonato il mondo. Un dialogare che si snuda liquido. Bagnata sia la terra per germogliare, liquore d’immersione che riempie, perché l’acqua satura la sete, perché del fiume sia elemento liquido come brodo a propagare. Nel flusso viscerale delle cose l’unico luogo ove ci si potrà parlare.


















ti lascio le stesse cose dell ‘inizio un grazie e un abbraccio
ale
grazie a te, alessandro, della sopresa e del regalo poetico.
ciao alivento, ti dono questa lettura fatta da arturo ferrara della mia ‘poesia’ in me ti dono anche questa poesia. un abbraccio
1. Una foglia cade
C’è un altro mondo,
oltre e prima e dentro questo:
il cosmo di una foglia rutilante.
Soltanto casualmente un occhio
può distinguerne il confine
e districarne i bordi e i limiti cerchiati
di birra sopra il foglio:
inavvertito cado, foglia sul cammino
vedo un buco sfocarsi… un bar vicino.
(La vedi, obliqua,
spirale di volteggio,
da un non so dove, foglia,
davanti al tuo interrotto viaggio?)
Ti fermi! Trafitto dal bello casuale:
l’evento del vento che stacca la foglia
e la scaglia violenta lontana dal ramo.
Ti lanci colla penna a trattenerlo,
eventuale danza misteriosa
impossibile a irretire,
il tragitto della foglia sul quaderno.
Forse lo può un teatro,
un’elettrica memoria,
una videopresa della macchina
a ripetere?
ma a te, coscienza per quell’attimo allargata,
sai che resta?
solo il ruvido ricordo di una festa,
vivido e invadente,
nello scorrer della gente
che poco o nulla sente.
13. 10. 2004
(da Poetilica Lucchese)
scusa ho sbagliato a linkare. perdonami. il link è riferito a in me
ciao
bimodale, spero che nella lettura che mi proponi tu abbia trovato il riscontro desiderato. ti ringrazio anche di avermi fatto conoscere artemidoro che non conoscevo. che ne dici se lo invitiamo a partecipare a questa rubrica?
Potresti proporglielo. cari saluti
PS. e non ho ancora ascoltato l’audio, più tardi lo farò.
d’accordo!