Il testo che segue mi è stato inviato via e mail. L’autore ha chiesto un mio giudizio, una critica. L’etimo di criticare è dal greco “crino” discernere, giudicare. Nel caso quindi mi si invita ad esprimere un giudizio di valore, di appartenenza del testo alla “categoria” poesia o meno. Come se io fossi in grado di visualizzare perfettamente lo spartiacque tra un insieme di parole messe a caso in versi o “criminali” a capo da un’architettura che possiede l’afflato, la grazia poetica. Cosa che davvero non credo di potere infallibilmente fare. Provo un commento del testo.
La poesia è divisa in 4 strofe: le prime tre rispettivamente di 7 versi ciascuna e l’ultima di 5. Il titolo della poesia è “In me”. Queste due sillabe costituiscono l’incipit della prima e seconda strofa. Non condivido la scelta sonora del sintagma “in me” per la ragione che la “n” e la “m” nelle parole di lingua italiana per evitare cacofonie tendono a scomparire ed a pronunziarsi come un’unica parola con il raddoppio della consonante. Perciò “in me”, salvo a scandirlo distintamente e con pausa centrale, propende ad uscire dalla bocca e pervenire all’orecchio come “immè”. Inducendo una “superficializzazione “ del testo che, volendo sondare profondità, per sgambetto di labiali ed accenti soffre già dalle sue prime battute una sorta di contrappunto d’esclamazione. I versi di sei sette sillabe, costellati da interruzioni appaiono singhiozzanti, nonostante l’addolcimento indotto da alcune rime (vuoto-nuoto, voce–foce, metraggio-meriggio) assonanze (forte-sferzante) e allitterazioni (falena-fanale), questo frequente andare a capo spezzando il respiro impedisce al testo di prendere il volo secondo l’intento dell’autore insistente d’ardore e di fuoco. Nel testo il calore è profuso a piene mani: “sole accecante” “cuoce” “sferzante” “meriggio” “bruciante”. Leggermente raccapricciante nel contesto l’immagine delle lucertole arrostite. Affligge per altro aspetto l’uso in due casi della parola “morte”. In prima ed in penultima strofa. Emerge così un connotazione di superfluo che in poesia non sempre è peccato non sempre è veniale. La ridondanza, in genere, non giova alla composizione. Tra i suggerimenti frequentemente dati a chi si cimenti per le prime volte c’è quello di sfrondare e sfrondare finché della poesia non resti che l’essenziale, perché dalle labbra fuoriesca solo ciò che non si può fare a meno di dire.
Il senso del componimento è reso palese della scelta dei vocaboli e dalla lettura complessiva. L’innamoramento feroce, delirante, mortale della voce dell’amato/a. Non di lui (o di lei), non di ciò che dice o fa, ma della voce. Ci si può innamorare di una voce fino a tal punto? Al punto che la voce rimbomba bruciante, luminosa di fanale e falena, di strazio, di film, di plastica e sortilegio. Indubbiamente sì. Può accadere. Tuttavia nell’esprimere questo sentire l’autore per fretta, per eccesso, per carenza non ha maneggiato la materia poetica con quell’afflato profondo che regala grazia piena al comporre. In questi casi egli appare essere stato dominato/appagato dall’ansia di convincere della bontà, verità, intensità dei suoi sentimenti. Vuole raggiungere l’uditore, sia questi l’amato o il lettore, dimenticando che la poesia non nasce per prova, né per dimostrare alcunché, dimenticando che solo il sedimentare del dire gonfia il torace e si fa polla gorgogliante che emerge. Forse trascurando che non serve neanche attendere, se non c’è l’esigenza, l’insostenibile urgenza di dire in poesia, quando è preferibile la prosa o il comune linguaggio per centrare efficacemente il bersaglio.
In me
in me la tua voce
a volte più forte
del sole accecante
quando l’asfalto
cuoce lucertole
nello sferzante
miraggio nell’afa di morte.
in me la tua voce
lontana nel vuoto
nel corpo in cui nuoto
distante dal mondo
come un fanale
a cui la falena
si abbevera e sbatte.
dentro la voce
che muove il mio corpo
quando egli urla
e che strazia alla foce
del mondo col fiume
di morte che dentro
mi porto. un cortome…
…traggio la tua voce (dentro)
che recita il canto
di un agosto meriggio
bruciante di plastica
e di sortilegio

















mi piace questo farsi commento del verso.
E mi piacerebbe anche capire che cosa ne pensa bimodale di quanto ha scritto alivento…
Mad, ti sono grata di questo intervento di apprezzamento.
@mad: nulla in particolare. era solo curiosità la mia. questo scritto era una risposta ad un post di marco saya del 9 ottobre, se non ricordo male, che lui aveva apprezzato e che poi avevo riscritto sul mio blog, e anche lì non era particolamente dispiaciuto. è un semplice commento (esperimento di po-etica psigitale), scritto di getto (come la maggior parte delle cose che scrivo), e senza alcuna particolare necessità poietica per il quale, forse, alivento ha sprecato fin troppe parole. per quanto riguarda la critica testuale, beh… ognuno ha i suoi punti di vista, ci mancherebbe. solo una cosa non mi ha convinto, e non mi riferisco alla critica, quanto al contorno: cioè all’opportunità o meno di pubblicare il giudizio perché avrebbe potuto ferirmi. cioè, se non ho alcuna intenzione di ferire l’altro, e agisco senza ‘cattiveria’ non ho alcun timore di poterlo ferire. se poi immagino che possa ferirlo, evidentemente è perché, inconsciamente, quello voglio fare. (comunque credo sia un peccato che tante belle parole non si sprechino anche per elogiare puntualmente; su nazione indiana leggevo qualcosa a proposito della cattiveria in italia, ma questo è un altro discorso…) in realtà l’unica cosa che mi ferisce, a parte le cavolate, è berlusconi che carica la polizia contro gli studenti. questo sì, mi fa male tantissimo. concludo con una frase di Agostino: ama, e fa ciò che vuoi. un abbraccio mad:) e grazie alivento per le belle parole.
credo sia sempre un atto di coraggio sottoporsi allo sguardo di una persona esterna a sè e al gruppo dei propri amici. In genere, quando si tratta di scrittura, si tende a scegliere delle persone particolarmente amiche per sottoporre a giudizio critico i propri testi. Per cui l’esperienza che state realizzando in questo spazio è davvero particolare.
Positiva sempre mad, grazie! bimodale, credo che per far capire anche a mad il tuo commento occorra chiarire che io prima di postare questo articolo l’ho condiviso con te (nella sua prima stesura) e tu mi hai detto ch’ero libera di pubblicarlo. In una successiva e mail di oggi ho chiarito che questa preventiva consultazione è stata una forma di riguardo per te, nel timore che potessi non gradire/accettare quanto scritto e restarci male. Non credo sia un timore ingiustificato, specie se non conosco bene l’interlocutore, la sua storia e la storia della sua poesia. Probabilmente, bimodale, tu non me ne vuoi, perchè al di sopra di ogni cosa apprezzi l’onestà intellettuale. Riguardo alla tua poesia, tu dici che forse il mio lavoro è stato uno spreco. Secondo me non lo è stato. Ogni testo indipendentemente dalla sua bontà poetica rappresenta un punto di confronto.