Lo schizofrenico della famiglia – pietro barbetta

maddalena mapelli
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L’introduzione a questo interessante lavoro di Pietro Barbetta la potete leggere qui.
Lavoro interessante perché affronta il discorso sulla schizofrenica da un punto di vista non -pischiatrico.
Si tratta infatti di "un’analisi del discorso intorno alla schizofrenia a partire da tre autori che hanno indagato il fenomeno dal punto di vista antropologico, storico e filosofico: Gregory Bateson, Michel Foucault e Gilles Deleuze".

Ci limitiamo per ora a segnalarvi il libro, riservandoci di entrare nel merito in un secondo momento.
I dettagli sono sul sito dell’editore Meltemi.

19 Commenti

  1. barbara34 scrive:

    ah sì l’avevo visto. in effetti capita in un momento molto significativo, quello dell’uscita del libro di Jervis su Psichiatria e Antipsichiatria in Italia. Ce n’è di che suscitare un dibattito interessante enon privo di contrasti, dal momento che Jervis si schiera dalla parte della psichiatria e valuta negativamente il pensiero di Foucault. Ne discutevo proprio ieri in cucina con Melpunk, chiedendosi poi cosa distingua uno schizofrenico e un africano che crede che ogni cosa intorno a lui sia animata. C’è, sempre, sofferenza? Oppure possiamo veramente dire che è un altro modo di essere nel mondo?

  2. madmapelli scrive:

    grazie barbara.

    qui libro di Corbellini e Jervis

    Barbetta, in ogni caso, non fa un discorso ANTI-psichiatrico sulla schizofrenia ma un discorso NON-psichiatrico, che affronta il nodo a partire apputno dagli approcci antropologico, filosofico e

    storico.

  3. barbara34 scrive:

    da leggere, sicuramente. Sai che mi interesso sempre di più al lato psi. Altrimeni come possiamo dire di capire veramente noi stessi e gli altri no?

  4. zauberei scrive:

    Leggerò entrambi questi testi segnalati.

    Intanto grazie

    Ma intanto ancora (dico a Barbara34) – esiste una florida scuola di studi, che si chiama etnospichiatria, così come gli ultimi trent’anni di ricerca in psicologia dinamica si connotano per ricerche fatte in tutto il mondo. L’occidentalissima teoria dell’attaccamento nasce in Ruanda, e continua in Europa e USa. Dunque esiste anche la schizofrenia anche in Africa, ma con modalità diverse che noi ci immaginiamo – c’è infatti un retrogusto biologico che accomuna lo schizofrenico di Pesaro, con lo schizofrenico di Mogadiscio. Il problema è che le informazioni su questo dato biologico condiviso non sono ancora certe e coerenti. Ciò non toglie che valga la pena di fare un attento lavoro sul processo discorsivo con cui le singole culture inquadrano i comportamenti non espressi dalle loro maggioranze, perchè è nello scopo della psichiatria non tanto omologare il non omologo, ma permettergli di avere un provcesso dialettico con gli altri, un individualità elastica.

    In questo senso, io credo che i filo psichiatri, o filo psicologi, non avversino di Foucoult la lettura della realtà di cui riconoscono l’utilità ma la vocazione di cura non può stridere con la vocazione di chi accetta – al di la della retorica della comprensione e dei buoni sentimenti.Cosicchè dopo l’entusiasmo iniziale e l’afflato psicologico, al momento delle conclusioni – sono tanti gli psicologi psichiatri e psicoterapeuti che si, da Foucoult divorziano.

    (Mo se je la fo ce fo un post)

  5. astrogigi scrive:

    In questi giorni di grande rilevanza mediatica dell’esperimento al CERN, si è fatto un gran parlare della Particella di Dio, il Bosone di Higgs.

    Questo componente ancora non rilevato, sarebbe in grado di spiegare come e perchè le particelle che compongono la materia pur essendo prive di massa, riescano a darne ai composti che con la loro unione si generano.

    Nei siti dove si discorre di fisica mi è capitato di trovare esperti di altre discipline quali la psicologia o la neurologia, misurarsi con parallelismi arditi per avvicinare l’argomento un pò astruso.

    Analogamente proverò a tentare qui un botto: Se il bosone di Higgs è paragonabile ad una “melassa cosmica” che a seconda della sua densità “frenerebbe” le particelle elementari dando loro una parvenza di massa, non è pensabile che nella nostra mente alberghi qualcosa di analogo che in virtù di influssi esterni o interni produca alterne rappresentazioni della realtà percepita originando le varie e molteplici forme di schizofrenia ?

    Il cervello si muove pur sempre in contesti biochimici ed elettromagnetici…

    Vi segnalo un blog dove l’esperimento del CERN ed il Bosone di cui sopra vengono presentati in modo semplice ed efficace nonchè divertente:

    http://www.bivacco.net/marco/index.php/2007/01/23/il-bosone-di-higgs-spiegato-a-oliver/

    Se vi fosse possibile un’analoga segnalazione per me digiuno totale di psi per la schizofrenia avreste sempiterna gratitudine…

    GB

  6. barbara34 scrive:

    ciao Zauberei, conosco certamente l’etnopsichiatria (essendo antropologa), e il mio riferimento non era casuale. Il mio voleva essere un discorso che ha sia a che fare con la fenomenologia, cioé con il rapporto che si stabilisce con il mondo, che con le operazioni di etichettamento e classificazione che influenzano i comportamenti sociali. Ciò che in Africa è normale opuò essere segno di “elezione” qui da noi può essere considerato una “patologia” che impedisce di essere in società. Come e perché dunque. Ceramente devo leggere ancora molto sull’argomento, ma come diceva Freud l’esperienza è un fattore primario e quindi la teoria da sola ha un peso molto relativo. Ci si può interrogare, e io lo faccio pensando a casi concreti di persone e a come queste vivono i loro disagi, a come questi vengono percepiti dagli altri e che reazioni innescano.

    Sul biologico, anche qui credo che il discorso sia del tutto aperto. Il vissuto influisce sul cervello o viceversa? – e in ogni caso non credo che si possa dare una risposta generale.

    Vi è poi il discorso terapeutico. Qual’è il discorso efficace, quello che guarisce, il conferimento di senso che cura la persona disagiata, quello fenomenologico (tu senti questo e quell’altro, provi questo, vivi questo) che ti rimanda il terapeuta o quello classificatorio (ad es. deliri, hai una psicosi etc.) ?

    In quanto al giudizio su Foucault fa un riferimento preciso ad un’intervista su “Repubblica” a Jervise mi sembrava piuttosto netto.

  7. zauberei scrive:

    Uh Barbara non lo sapevi che eri antropologa:) complimenti è molto bella l’antropologia.

    Io psicologa sono:)

    Per quanto riguarda le modificazioni tra natura e cultura, sono d’accordissimo a vedere una rcircolarità, ma la natura ci ha la meglio ecco. nel senso che a voja a dire, dal mio braccio non crescerà un fagiolo. Le modificazioni esterne sono sempre secondarie a una mia potenzialità, la quale affonda nell’espressione genica. Poi il cervello cambia impara fa, ma certe patologie psichiatriche, non tutte, ma la schizofrenia è tra queste affondano nella potenzialità biologica, specie quando esordiscono presto.

    Per quanto te dici del del discroso sui tre momenti, vero, ci sono le tre prospettive, e possibilmente valgono tutte e tre, la comprensione in primis, e poi la famigerata fase dell’etichettatura, e infine la fase dialettica della cura. Tra soggetto e tarapeuta. L’etichettatura è un disastro quando è sovrastimata e la si scambia per la terapia (un sacco di psichiatri lo fanno) ma farne a meno è altrettanto pernicioso. E’ una forma intermedia di linguaggio, che risponde a delle necessità. ecco

    Grazie per gli stimoli:)

  8. utente anonimo scrive:

    @astrogigi: ecco, m’aspettavo una risposta del genere alla domanda che t’avevo fatto in un altro post.

    beh, non fa nulla…

    :raffaelle

  9. barbara34 scrive:

    Zauberei, però il cervello è plastico e reagisce all’ambiente no? E poi come dice Galimberti perché quando mi arrabbio divento rosso? :)

  10. astrogigi scrive:

    @:Raffaelle. Who are U ?

  11. zauberei scrive:

    Ngiorno:)

    Barbara quanno voi me cheto:) è che l’argomento mi intrippa:)))

    Io sono una grande amatora della plasticità neurale, cioè le modificazioni fisiche a cui il cervello va in contro grazie all’esperienza. E’ per queste modificazioni che impariamo che ne so a suonare uno strumento, o che una psicoterapia arriva a funzionare: si creano connessioni neurologiche che prima non c’erano. Questo è ficherrimo.

    Però, rimane il fatto che se mi incavolo non riesco a diventare blu, e che esistano patologie che mi impediscono di diventare anche rossa. La cosa che piace tanto, che affascina in questo campo di ricerche è quindi indovinare dietro agli stilemi delle diversità culturali – per cui il borderline di vi, è diverso dal borderline di li, la traccia comune della dinamica psichica. O di quella biologica. Certe cose sono state rintracciate altre meno. Ma ci sono patologie che impediscono la famosa plasticità neurale. O che la rendono tremendamente difficile, e che costringono il soggetto e chi gli sta intorno a una lotta dolorosa.

    L’autismo per dire – che per altro è in aumento ma non per questioni socioculturali, ma sembra sia collegato all’emissione di sostanze tossiche (vicino a certe fabbriche in Usa, si registrano inquietanti picchi di sindromi autistiche) per tantissimi anni si è creduto che fosse di origine psicogena e dunque ambientale. Ma ha una traccia biologica molto forte, e la peculiarità di questa traccia biologica è di impedire la relazionalità e di rendere (in diversi gradi, ma anche a livelli altissimi) la comunicazione incapace di far registrare al cervello delle modificazioni. Naturalmente questo è un caso limite, e chiaro che l’ambiente produce moltissime mopdificazioni anche in negativo – ma non si deve prescindere dal dato biologico, alle volte si fa anche del male. E’ l’errore che per anni hanno fatto proprio gli psicoanalisti (che è la formazione in cui io mi sono avviata, per chiarezza) che trattavano pazienti anche schizofrenici con lo stesso lessico e le stesse modalità con cui avrebbero trattato un paziente nevrotico. Ma il paziente ti chiede di partire da ciò che lui è non da ciò che tu hai deciso che lui sia. Perchè questo scatena dolori frustrazioni e non fa fare passi avanti.

  12. barbara34 scrive:

    Zau, figurati, l’argomento intrippa anche me, pe quanto certo si tratti di fenomeni molto dolorosi, ti leggo sempre con piacere. :)

  13. ladolcetempesta scrive:

    il libro non lo leggero mai

    ma e interessante leggervi

    anche se e come andare su una montagna russa ad’ogni commento

  14. eventounico scrive:

    Un libro che desta un grande interesse, da leggere a mio avviso all’interno della “famiglia” del soggetto debole. Ciò proprio per capire se esista o meno discontinuità tra la sua fragilità e quella della famiglia o se invece non si tratti di un unico contesto di intervento, digregato, ma anche non più consapevole della sua debordante normalità.

    Spero di trovare qualche risposta o quanto meno qualche domanda meno ricorrente. E’ una speranza fondata sulla viva impressione suscitata dall’intervento di Barbetta a Venezia.

  15. heteronymos scrive:

    PIETRO BARBETTA

    L’ho conosciuto a Trieste, in un megaconvegno promosso dai cosiddetti “sistemici”. Mi colpì subito, di lui, la grande apertura mentale, la sua scelta di ragionare per problemi, e non per discipline, l’uso di autori che mi sono sempre stati molto cari (Bateson, Foucault, Deleuze: tutti e tre molto vicini al campo “psi”: il primo con la sua teoria del doppio legame, visto come fondamento della schizofrenia; il secondo con il suo approccio storico-genealogico alla follia, che ha fatto epoca [Storia della follia; Il potere psichiatrico, eccetera]; infine il terzo, Deleuze, con la sua rivoluzionaria prospettiva di una “schizoanalisi”, fondata sul rifiuto di ogni forma di riduzionismo edipico [vedi "L'anti-Edipo", e "Mille piani", scritti con Guattari]).

    Tre autori, insomma, che hanno scosso alle fondamenta le radici delle discipline “psi” e il loro ancoraggio ad una visione monolitica dell’identità personale (tre eretici, si può dire, che i coriferi delle ortodossie disciplinari – Jervis in prima fila – detestano senza conoscerli, senza averli letti e studiati: li detestano per l’effetto dirompente che il loro lavoro ha prodotto sulle ortodossie “psi”)…

    Barbetta parte dalla posizione di problemi relativi ad una ridefinizione dell’identità personale e nel suo percorso incontra i tre autori sopra ricordati. Non li commenta. Non li interpreta. Li incontra all’interno del suo percorso. Almeno per questo motivo credo di aver fatto una cosa positiva quando gli ho proposto di entrare nel progetto di Ibridamenti…

    Mi sono sempre riconosciuto in questo atteggiamento antiscolastico, dove i problemi vengono prima delle discipline…

    Ecco, tra le tante, alcune ragioni per cui raccomando vivamente a tutti, soprattutto ai non addetti ai lavori, la lettura del saggio di Pietro.

    Bye

    Mario Galzigna

  16. utente anonimo scrive:

    GRAZIE!

    Non mi aspettavo un’accoglienza così calorosa e positiva. Lo schizofrenico della famiglia è rimasto due anni ad aspettare un editore, dopo quattro anni di lavoro, perché non va più di moda parlare della schizofrenia senza citare i neurotrasmettitori. Bah!

    Anche per me il convegno ibridamenti è stata un’esperienza fantastica da tempo non incontravo più un gruppo così numeroso di studenti, insegnanti e liberi pensatori creativi. Spero di tornare presto a Venezia.

    Pietro Barbetta

  17. madmapelli scrive:

    @ Pietro Barbetta

    grazie a te e a presto :-)

  18. massimogiuliani scrive:

    Ahimé, le radici delle discipline “psi” ancorate in una “visione monolitica dell’identità personale” mi paiono ancora lontane dall’essere scosse…

    Il lavoro che Pietro Barbetta fa da anni è quello di inquadrare i discorsi “esperti” degli “psi” nella cornice rispetto alla quale essi (noi) pretendono di essere “meta”, e che pensano di poter osservare dall’esterno: quella storica e culturale.

    P.S.: @ heteronymos:

    [...] in un megaconvegno promosso dai cosiddetti “sistemici”.

    Perché cosiddetti e perché le virgolette?

  19. [...] “Lo schizofrenico della famiglia” di Pietro Barbetta con una certa curiosità, per almeno tre ragioni. La prima ragione è che… [...]

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