Mi chiedo perché Internet faccia ancora paura. Possono esserci interessi e logiche di mercato, possono esserci pregiudizi resistenti.
Ma credo ci sia anche qualcosa di più profondo che ha a che fare con la mancanza di una storia, e più precisamente la mancanza di una fine della storia. Se si può individuare un punto di inizio della rete, è davvero infondato dire come e dove la rete stessa finirà. Se posso guardare alla rete dal mio nodo (il mio blog, il mio twitter, il mio forum…) non posso in alcun modo vederne la fine.
Internet è la narrazione senza fine. Una narrazione quindi che spaventa di più perché non ci consente di narrare, di ricostruirne la trama, di circoscriverla.La rete in questo senso è un luogo in cui si rende vano uno dei più resistenti filoni dell’immaginario: il pensiero apocalittico.
Ho provato a leggere Blues della fine del mondo di Ian McEwan, pensando al nostro abitare la rete:
Com’è possibile – si chiede lo scrittore – che persistano ancor oggi credenze millenaristiche, fanatismi religiosi, sette e ideologie che postulano l’esistenza di un futuro prevedibile e che arrivino a fissare una data in cui l’umanità intera sparirà?
Da dove traggono linfa vitale le leggende sul nostro decesso collettivo?:
Nel corso della storia l’umanità si è lasciata incantare da racconti che predicono la data e il modo della distruzione totale, sovente irrobustiti dal concetto di castigo divino e redenzione in extremis; l’estinzione della vita sul pianeta, gli ultimi giorni, il tempo della fine, l’apocalisse (p. 6)
Perché resistono? Perché sono teorie nate dal fatto che è inconoscibile il come e il momento in cui la civiltà intera scomparirà. Questo vuoto conoscitivo, la mancanza di certezze evidenti, ha generato appunto quei racconti. D’altra parte, la narrazione, il racconto che prevede un “inizio” e una “fine”, è una struttura connaturata al dare significato alla nostra esistenza:
la gente ha fame di questi annunci, il che ci rivela forse un aspetto della nostra natura, qualcosa che ha a che fare con la nozione profonda di tempo e con il nostro peso irrisorio nella sconfinata vastità dell’eterno, o dell’età dell’universo: in rapporto alla scala umana fa poca differenza dopo tutto. Abbiamo bisogno di un intreccio, di un racconto che argini la nostra irrilevanza nel fluire delle cose (p. 22)
Seconda questione: come uscirne? La risposta di McEwan è: attraverso la curiosità, soprattutto la curiosità scientifica che ci dà una “conoscenza genuina e verificabile del mondo” (p. 41)
Se la narrazione, la costruzione di una trama, la definizione di una fine sono processi essenziali al nostro pensarci nel mondo, è chiaro che abitare la rete – che si autogenera all’infinito – presuppone un salto in una dimensione esistenziale complessa. Un salto che non tutti sono disposti a fare barattando le sicurezze guadagnate con i rischi connessi alla curiosità, alla perdita del controllo e del centro, all’accettazione della nostra irrilevanza.
Riferimenti bibliografici
Norman Cohn, I fanatici dell’apocalisse, Ed. di Comunità, Milano 1965
Frank Kermode, Il senso della fine: studi sulla teoria del romanzo, Sansoni, Milano 2004

















very intersting.
solo alcuni interrogativi: la rappresentazione che ci facciamo della morte in generale e della *nostra* morte in particolare condiziona la nostra idea di destino (in generale e particolare; cosa tutta da discutere, comunque) e quindi condiziona tutta la narrazione (su ogni livello: stile e contenuti) che facciamo di noi stessi a noi stessi, secondo certe ipotesi di identità personale come autonarrazione ininterrotta.
Di qui, la constatazione che a rappresentazioni diverse delle idee di morte, destino, identità portano a narrazioni comunque diverse: se per ipotesi due persone condividessero la stessa idea della morte e del destino, potrebbero narrare la propria identità in termini diversi, e viceversa.
Quindi, perché l’idea di una narrazione senza fine della realtà (con cui da molti anni, dalle letture giovanili di Borges in poi, almeno) dovrebbe inquietarmi? Le solite ansie da paura di perdere il controllo? Atteggiamenti fobico-ossessivi? Fase due freudiana (notare come non dico parolacce in casa d’altri eheh)? In realtà, non credo sia la narrazione senza fine in sé, e quindi la dis-locazione del soggetto senza centro a turbare tanto le coscienze, quanto la mancanza di strumenti culturali (e non voglio parlare anche qui della scuola, sennò non la smetto più) per leggere l’esistenza umana in modo laico, pragmatico, se vuoi anche materialistico. Basterebbe una seria riflessione su quel “si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”, e non ci sarebbero problemi.
grazie Giorgio,
ho letto con interesse il tuo commento.
Cito di nuovo McEwan (p. 41)
“Eppure è proprio alla curiosità, a quella scientifica in particolare, che dobbiamo una conoscenza genuina e verificabile del mondo, e la parziale comprensione del nostro ruolo in esso, come della nostra natura e condizione. Tale conoscenza possiede una bellezza tutta speciale, e può risultare tremenda. Stiamo appena cominciando ad afferrare le conseguenze di quanto abbiamo imparato in tempi relativamente recenti. E che cosa abbiamo imparato? [...] che il nostro pianeta è un puntolino minuscolo in un cosmo di incncepibile vastità; che la nostra specie esiste sulla terra da una irrisoria frazione di tempo storico; che gli esseri umani sono dei primati; [...] che credenze anche molto preziose e diffuse, se sottoposte al vaglio della pratica empirica, risultano spesso impietosamente false…”
Sia che io creda ad una vita ultraterrena oltre la morte (con tutte le varianti sul tema), o creda che dopo la mia morte non ci sia nulla, non per questo devo far “morire l’intera umanità” quasi che ci fosse una sorta di consolazione rispetto alla propria esistenza individuale in questo pensare un decesso collettivo.
La scienza, anche quella che produce una visione laica e materialista della morte, non hanno prodotto narrazioni altrettanto efficaci di quelle che ancora oggi – nonostante si parli di fuoriuscita dall’oscurantismo- annunciano l’avvento di un messia e/o la fine catastrofica dell’umanità.
McEwan ripercorre tutte le ideologie non solo religiose (anche le dittature stalinista e nazista attingono a questo tipo di mitologia) e si sofferma in particolare sulle sette che convincono al suicidio collettivo in America centiania di persone sulla scorta delle stesse “narrazioni”.
Il nesso sotteso a tutti questi “pensieri” sembra essere: se c’è un inizio -un dio e/o un evento che crea il mondo- ci deve essere anche una fine di questo stesso mondo.
Credo che la rete nella sua interezza, vista dall’alto ci costringa a dire che non può, così com’è strutturata, avere un traguardo, un punto di arrivo finale.
Perciò posso normalizzarla (vedi classifiche, aggregatori, community) legarla a finalità, farla strumento del mio territorio, tutto quello che ognuno vuole… ma so che è comunque infinita.
Abitarla significa ogni volta essere ricondotti al proprio destino di minuscolo nodo, la cui scomparsa, nulla toglie all’infinito autogenerarsi della rete cui appartengo.
Questo fatto è fastidiosamente destabilizzante perché nega in partenza un significato dato una volta per tutte. Ogni nodo è chiamato “cavarsela da solo”, a dare un proprio individuale e speciale significato al proprio esistere.
In modo, questo sì, laico e, per forza di cose, materialista.
Questo fa paura.
LA TRISTEZZA DEGLI DEI
Post ricco e stimolante, davvero. Ci voglio pensare, con calma, e soprattutto voglio leggere il breve testo di Ian McEwan che lo ha stimolato.
Anche la consapevolezza della fine può generare conseguenze psichiche negative: paralisi dell’azione, caduta della progettualità, crollo dell’invenzione narrativa…
Già nella mitologia indoeuropea – mi riferisco, qui, agli studi di antropologia e mitografia comparata del grande Georges Dumézil – si impone la figura della divinità triste: triste di fronte ad un destino cieco che la sovrasta; triste di fronte all’inevitabile crepuscolo che l’attende. Il dio, a seguito di un affrontamento con le forze del male, è destinato a morire. Era, Odino e Rudra – “les dieux sombres” (gli dei tristi, come li chiama Dumézil) del pantheon greco, scandinavo e indiano – sono accomunati da questa singolare concomitanza della tristezza e della morte inevitabile; una battaglia escatologica contro le forze del male li attende inesorabilmente. La resurrezione del dio è pensabile solo sullo sfondo di questo destino tragico.
Se dal mito passiamo all’epopea, ritroviamo la stessa connessione tra lutto e positività: Eracle, l’eroe guerriero figlio di Zeus, potrà migrare dal mondo degli uomini al mondo degli dei, come ci informa Diodoro Siculo, solo dopo aver attraversato l’esperienza della morte….
Questo è un contributo parziale al tuo post. Voglio pensarci, con la mia consueta *lentezza* che rivendico caparbiamente, a fronte dei ritmi convulsamente nevrotici imposti dalla comunicazione on line.
bye
grazie mario
puntuale come sempre.
aspetto il resto
(il saggio di McEwan? sono 9 euro ben spesi oppure un’oretta in una poltroncina alla feltri
Vediamo.
Tu cominci il tuo post chiedendoti perché internet faccia paura, e ravvisi (con McEwan, che però parla di ideologie) una sorta di angoscia esistenziale individuale dinanzi ad una “narrazione senza fine”. Già qui ci sono alcuni impliciti: la Rete avrà anche un punto di inizio (1), ma solo dal punto di vista tecnico; vederne la fine (2) presuppone una struttura ordinata ad albero, mentre qui siamo dentro appunto una rete, un rizoma come si sarebbe detto a fine Sessanta, senza dentro né fuori; teniamo poi presente che Internet fa paura (3) a chi non la conosce: chi è dentro impara a uccidere i fantasmi con la conoscenza.
La Rete esiste da sempre, da quando esiste la socialità (ben prima degli esseri umani): internet ha solo reso visibili le relazioni umani ed il fare umano, è solo un nuovo bellissimo supporto tecnico a ciò che già esisteva, più lentamente e meno efficacemente.
Ora, tu associ l’idea di rete come narrazione ai grandi luoghi narrativi letterari, quale ad esempio il pensiero apocalittico. MA la Rete è narrazione di ciò che accade, non appunto immaginazione, proiezione: in termini “funzionalistici” (per l’individuo, per i gruppi, per le masse) ipotizzare una Apocalisse serve a conferire senso (politicamente “voluto”) al presente, una funzione anticipatoria, in modo simile al luogo narrativo uguale e contrario, quello di una vagheggiata Età dell’Oro dove una volta l’umanità risiedeva. Insomma, “finirà male, quindi comportatevi bene” ovvero nel modo prescritto dal messia di turno per avere riconoscimento politico del suo fare.
Poi dici “se la narrazione, la costruzione di una trama, la definizione di una fine sono processi essenziali al nostro pensarci nel mondo, è chiaro che abitare la rete – che si autogenera all’infinito – presuppone un salto in una dimensione esistenziale complessa”: ma la vita stessa, il senso che diamo alla realtà e a noi stessi nel nostro vivere è la dimensione del nostro essere, e senza dubbio la Rete è un sottoinsieme della Realtà. Siccome noi tutti usiamo narrazioni per dar senso a noi stessi e al mondo (che di per sé non ne hanno), allora potrebbe essere sufficiente affrontare la Rete nello stesso modo, come una rete sociale dove la mia persona, il mio nodo assumono senso solo perché legati ad altri nodi, nella realtà sociale così come in Internet.
Nel mio intervento infatti dicevo/chiedevo: perché ricondurre al noto? Perché dover praticare controllo su quello che non comprendo? Esistono altrettante ideologie/narrazioni nella realtà che fanno a meno di questi atteggiamenti fobici, e risultano altrettanto valide per dare agli individui e alle organizzazioni basi stabili su cui costruire i sistemi sociali e la fiducia nel futuro.
Una società intrisa di visioni millenariste non può che essere abbastanza ignorante, se per dar senso a sé stessa deve ricorrere a visioni futuristiche per giunta di tipo apocalittico. Quindi concludevo, magari una visione laica e pragmatica (“scientifica” in senso moderno), aliena a qualsiasi metafisica, metterebbe tranquillità negli animi delle persone, sia per quanto riguarda la realtà fisica sia quella digitale… ci si accorgerebbe che la rete sociale, la solidarietà umana, il concepire l’io sempre dialogicamente come “io più la circostanza che mi contiene” sono veramente ciò che dà senso al nodo che sono. Come al solito, la rete sono le relazioni, non i nodi.
Quando McEwan poi parla della curiosità scientifica come levatrice di una conoscenza “genuina e verificabile”, non lo sto nemmeno ad ascoltare, è di una ingenuità totale. Epistemologia (e gli esempi che porta, da te citati) da fine Ottocento. La scienza non è genuina, perché l’osservazione avviene sempre da un punto di vista, quello del ricercatore che anch’egli narrativizza, e non è verificabile, per un famoso principio di Heisenberg. Forse cerca di usare stratagemmi letterari a bella posta, per suscitare passioni nel lettore, esattamente come gli apocalittici fanno maneggiando futuri tremendi?
“La scienza, anche quella che produce una visione laica e materialista della morte, non hanno prodotto narrazioni altrettanto efficaci di quelle che ancora oggi – nonostante si parli di fuoriuscita dall’oscurantismo- annunciano l’avvento di un messia e/o la fine catastrofica dell’umanità.” Questa tua frase non la capisco proprio, sospendo il mio dire. Efficaci in che senso, hollywoodiano?
L’idea che vi sia un inizio poi è squisitamente giudaico-cristiana, nella nostra cultura: per i Greci “il Creato” era una frase senza senso, visto che tutto è sempre esistito; ecco perché il web è sempre esistito, poi nel ‘90 qualcuno ha dato visibilità alle relazioni umane, grazie ad una invenzione tecnica, da comprendere con Cultura Tecnologica.
Se non c’è inizio (quando il girino diventa rana? si chiedevano nel Seicento; quando la scimmia diventa uomo? si chiedevano nell’Ottocento; quando un sistema complicato come il sistema nervoso diventa sufficientemente complesso da far emergere la coscienza? si chiedevano nel Novecento…) non c’è nemmeno bisogno di postulare una fine, spaziale o temporale, di ciò che nadomao vivendo, realtà o rete che sia… a meno che qualche millenarista non utilizzi queste appunto millenari trucchetti letterari per imbonire la gente.
“Questo fatto è fastidiosamente destabilizzante perché nega in partenza un significato dato una volta per tutte. Ogni nodo è chiamato “cavarsela da solo”, a dare un proprio individuale e speciale significato al proprio esistere” tu dici; a me destabilizza proprio un significato dato una volta per tutte, da qualcun altro poi. Non è poi vero, come sopra ho cercato di dire, che ogni nodo è solo, perché se è nodo lo è dentro una rete; solo il *non voler veder la rete* lo rende alienato, in quanto incapace di comprendere il proprio senso esistenziale in quanto connesso con altri nodi. L’Io nasce dall’Altro. L’Io è gruppale prima che individuale. Poi il problema diventano le etichette con cui nomini te stesso, la storia dentro cui narrativizzi il tuo essere nel mondo/web.
In ogni caso, citando John Cage: “Non capisco perché la gente sia terrorizzata dalle nuove idee. Io sono terrorizzato da quelle vecchie”
Giorgio
@ Giorgio
riprendo da qui
“In ogni caso, citando John Cage: “Non capisco perché la gente sia terrorizzata dalle nuove idee. Io sono terrorizzato da quelle vecchie”
”
Esattamente quello che penso anch’io. Ti seguo al 100 per cento anche sulla visione materialistica e laica, sul capire la rete a partire dalle pratiche della rete, sul fatto che non sono discorsi inauditi, ma che stiamo dicendo cose già note…
Il punto però è un altro, è che cerco di capire perché altri la pensino in modo diametralmente opposto al mio e siano terrorizzati dalla rete e dalle opportunità che ci offre.
Io non credo che ci si possa sbarazzare di una cultura – che può essere diversa dalla mia – ma che c’è, ben radicata, ovunque.
La prima opportunità che offre a tutti i saperi la rete (e il virtuale) è di ridiscuterne i paradigmi, di metterne in luce i limiti, proprio perché non si presenta mai con un unico volto, con un’unica verità, con un inizio che avrà una fine, con una storia che sappiamo già come andrà a finire.
E ce ne sono tante di storie così, Giorgio. Credo sia una minoranza che predilige leggere la narrativa che non si base sull’intreccio (cosa si vende di più? i romanzi gialli? le biografie?) o su di una trama chiara ed articolata…
Perché?
Non sto sostenendo che la rete, finalmente dischiude l’impensato! Sto dicendo che è un’occasione in più per tornare su discorsi “vecchi” e tuttora imperanti.
La domanda cui cerco di rispondere è: perché un ministro in Italia e tanti parlamentari arrivano a dire di no – in questi giorni eh, mica negli anni Novanta – ai libri elettronici? In parte – poi ci sono anche altri motivi, per carità – ma credo che le loro prese di posizione, siano ancora una volta inscrivibili in una logica per cui la rete non è controllabile, per cui si arriva a dire che lo studente che si scarica il libro on-line può scoprire on-line anche delle altre cose “tremende” per cui è meglio evitare…etc.
Tutto ciò che non è “controllabile” – perché è rete – è sociale, è destabilizzante, perché mostra la varietà di punti di vista. E’ epistemologicamente formativo (e non ingenuo – non credo che McEwan lo sia, in ogni caso) ma è destabilizzante, perché non ti dà la “linea”, anzi ti consente di pensare con la tua testa, di farti un’idea tua, di raccogliere informazioni che non sono quelle che trovi scritte sui giornali o che vedi in tv.
E sono d’accordissimo, ci mancherebbe, per me personalmente, è destabilizzante esattamente il contrario: è destabilizzande guardare la tv e dopo aver letto le news raccontate dai blogger, mi annoio davanti a qualsiasi tg.
Ma appunto, non ho mai avuto pregiudizi verso internet. Di nessun tipo. Né tantomeno paure.
Perciò cerco solo di capire perché altri – e credo sia davvero in tanti- ne abbiano ancora.
comincio dicendo che la citazione di John Cage: “Non capisco perché la gente sia terrorizzata dalle nuove idee. Io sono terrorizzato da quelle vecchie”
” è assolutamente straordinaria!! e tutta da condividere
ho letto il piccolo libro di McEwan e in molte cose sono molto in accordo con
@5 Giorgio
in particolare quando parla della curiosità scientifica…
la curiosità è una propensione di chi ha voglia di vivere “appassionatamente”…
la riflessione sulla morte è strano, ma mi coinvolge poco in questo momento, ne ho la piena consapevolezza, non ho paura della morte, ho paura del dolore sììì
non ho paura della rete a volte ci ho investito troppe aspetattive e ho preso armadiate in fronte…ma condivido…
“”La Rete esiste da sempre, da quando esiste la socialità (ben prima degli esseri umani): internet ha solo reso visibili le relazioni umani ed il fare umano, è solo un nuovo bellissimo supporto tecnico a ciò che già esisteva, più lentamente e meno efficacemente.”"”
chicca
* Do Some Social Work !!! ***
Quindi il problema, giustissimo, che poni vorrebbe indagare il perché chi non conosce la Rete la teme.
Innanzitutto dipende da come il web è stato raccontato dai media negli ultimi 12 anni: toni scandalistici, notizie infondate, pressapochismo sulle basi tecnologiche, roba da nerd informatici smanettoni, incapacità di coglierne gli aspetti “umanistici”, ovvero il web come nuovo Luogo di espressione della cultura (e mi fermo al web come massmedia, read-web, senza nemmeno arrivare al *social web* dove giungono a maturazione i ragionamenti sull’Abitanza digitale). Da “la mafia usa internet” (ricordo personale di un titolo giornalistico, sarà stato il 1999) alle droghe sonore da scaricare di pochi giorni fa, da più di un decennio viviamo nella mis- e disinformazione.
Poi c’è l’aspetto tecnico, il fatto che il web viva dentro i pc. Quindi chi paventa i pc, non conosce internet, e per fortuna si stanno diffondendo i telefonini connessi (percepiti dentro un frame cognitivo radicalmente diverso dai pc, in quanto si tratta pur sempre di qualcosa che esiste da sessant’anni, solo un po’ aggiornata).
Poi c’è il problema psicologico di cui parlavamo negli altri commenti, il fatto che l’ignoto innesca meccanismi di resistenza e/o fuga.
Lì vicino, la tematica a cui accennavi nell’ultimo, quello secondo cui la polivocalità e l’orizzontalità del web minano la ricerca (psicologicamente confortevole) del noto e il soddisfacimento delle aspettative tranquillizzanti del fruitore, gli schemi premasticati a cui hollywood e la tv poi ci hanno abituati (il tuo riferimento sui romanzi gialli, narrativamente prevedibilissimi, ci porterebbe a discettare di sociologia della ricezione e sul piacere estetico del ri-conoscimento… e purtroppo le narrazioni oggi non usano nessun effetto di straniamento per mantenere desta la coscienza critica del fruitore, anzi il modello “immedesimazione” e l’accoglimento del punto di vista intradiegetico del racconto – anche del racconto della modernità – è praticamente egemone (Hollywood, appunto, e Società dello Spettacolo).
Poi ci sarebbe il discorso generazionale, e anche quello secondo cui “abbiam barattato la saggezza con la conoscenza, e la conoscenza con l’informazione”, e altri ne aggiungi tu, ne aggiungiamo tutti.
Comunque, la luce scaccia i fantasmi. La paura dell’ignoto si risolve combattendo l’ingnoto, rendendolo noto.
Quindi, incominciamo a misurar ela civiltà delle nazioni dalla banda che mettono mediamente a disposizione di ciascun cittadino per essere infomato e poter esprimere sé stesso, un diritto di banda inalienabile, proprio per soddisfare ad esempio l’articolo 19 della Dichiarazione Universale, laddove “ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”.
E poi, proprio per rimuovere tutti gli ostacoli su esposti, per lavorare sulla pars destruens, cominciamo fin dalle scuole primarie a raccontare ai piccoli che noi viviamo in un mondo tecnologico, dal Neolitico in qua ci abitiamo proprio dentro, siamo esseri umani perché siamo esseri tecnologici nella nostra capacità di usare protesi dell’occhio e della mano, di usare tecnologie dell’intelligenza, di progettare e modificare l’ambiente in cui viviamo per meglio adattarlo alle nostre esigenze. Tutto quello che vi circonda in questo momento è artefatto, compresa la mozzarella e il maiale e il Paesaggio, tutti squistiti Oggetti Tecnologici.
Quando poi i ragazzi si imbatteranno in un pc e nel web, lo guarderanno come noi guardiamo un martello o un telefono, per fare>/i> qualcosa, per agire al livello della materia, dell’energia o dell’informazione, magari aggiungendo una consapevolezza etica sulla sostenibilità ambientale e sulla nostra impronta ecologica.
In tal modo ci sbarazziamo almeno di quella odiosa falsa coscienza sulla dicotomia tra presunta “naturalità” di alcune cose e sull’artificiosità (parola splendida, ma ormai da tempo ammantata di coloriture disforiche) di certe altre.
Giorgio Jannis
Anche a me questo post fa molto pensare, Maddalena. Interessante il testo di Ewan, dovrò leggerlo: “Abbiamo bisogno di un intreccio, di un racconto che argini la nostra irrilevanza nel fluire delle cose”, è proprio così, e l’indeterminatezza e mancanza di finitezza ci spaventano. Io stesso m’interrogo incessantemente sul mio (e sul nostro) futuro.
Un saluto.
@ Giorgio #9
beh, ci sono le premesse per un bel post, nel tuo ultimo articolato commento. Davvero interessante
@chicca
mi fai pensare al fatto che forse il non aver paura della morte sia in qualche modo connesso al non aver paura della rete. Non c’è bisogno in entrambi i casi di “inventarsi” delle narrazioni – di un certo tipo – per ingabbiare l’infinita “vicissitudine” (è un termine caro a Giordano Bruno) cui tutti siamo sottoposti. Ecco che l’immaginario può comunque aprirsi verso altre soglie più creative e “umane”. Penso al davvero particolare post che hai fatto nel tuo blog su Chagal…
@PaoloFerrucci
grazie Paolo… ci siamo capiti al volo
@ Lefty
in un certo senso, il tuo commento è una riproposizione per immagini di quanto diceva Giorgio… sul “fare”, sulla rete come strumento, come tecnologia per “fare” delle cose insieme. Cose anche creative, di sensibilizzazione, di condivisione di idee…
Ho citato questo post qui: http://scioglilingua.wordpress.com/2008/08/02/io-posso/
Ciao, Giuliana
grazie Giuliana,
davvero interessante il tuo post e anche il tuo blog
Grazie dell’invito
bello il post, mad
anche i commenti, in particolare quella parte in cui giorgio invita ad insegnare ai ragazzi nella scuola che vivono nell’era tecnologica ecc.ecc.
La paura di internet è paura dell’ignoto per chi non lo conosce, o, conoscendolo, non ha saputo adattarvisi, viverlo, sperimentarlo. Arroccato nelle sue conoscenze, trova quel nuovo spiazzante (Vespa, secondo me, appartiene a questo gruppo), destabilizzante di certezze e di modi di vivere soliti, gestione dei saperi, informazioni, rapporti. Internet mette in discussione le note vie di comunicazione (TV, libri, giornali) nel senso che provo anch’io noia per qualunque notiziario rispetto al navigare in rete.
L’altra paura legata ad internet come mondo che si rigenera in continuazione e non ha mai fine (nel senso anche che qualcuno aveva ben sperato che si esaurisse), è collegata al fatto che non si riesce a prevedere in che cosa e come internet ed il tecnologico modificaranno le nostre vite. Questa incapacità previsionale è più genericamente paura del futuro, non mi sembra esclusivamente legata ad internet.
Bel post – e belli anche molti commenti! E’ molto presto, sto al primo caffè e temo di non riuscire ad elaborare tutti questi stimoli in maniera sensata. Ci ripenserò. POsto uguale alcune osservazioni che mi sono venute.
– Io credo che bisogni distinguere la scienza come è epistemologicamente interpretabile all’occhio del pensiero allenato, e la scienza come idea del sapere archetipicamente percepita dall’individuo comune, che ai suoi limiti non ci pensa proprio, e che la pensa ancora istintivamente in maniera positivista e ottocentesca. In questo senso il post di Maddalena è condivisibile perchè appunto, l’idea primariia e istintiva che abbiamo della scienza è un sapere progressivo e all’indicativo. Sotto un certo profilo poi non è così, se consideriamo le deviazione e le prove di inaffidabilità cognizioni anch’esse. Ma di fatto i logici e i linguisti spiegano come l’individuo ragioni per sillogismmi imperfetti, per errori e generalizzazioni indebite. Se l’illimitato è pericoloso qui esso lo sarà anche nella rete.
– Ho pensato alla domanda iniziale di Maddalena: perchè internet fa paura. Poi ho continuato a leggere il post e come dire, l’ho seguito. E dicevo, l’ho trovato condivisibile. Quello che mi chiedo è se la conoscenza è davvero così importante per molti. E se nel guardare internet con scetticismo non entrino altre componenti, oltre alla dicotomia: limitato/illimitato. C’è questo esserci/non esserci che secondo me, a uno come Bruno Vespa o alla Palombelli della famigerata trasmissione in cui si parlò anche di questo – li mandano letteralmente ai pazzi. In una percezione di se del tutto concreta, la perdita della concretezza genera un senso di inaffidabilità: internet diventa l’approdo delle simulazioni. quando si sente parlare di Internet da gente che non lo pratica, e che non ha idea delle possibilità di contatto che può creare, si avverte questo terrore e questa ignoranza della continuità tra corpo che scrive e oggetto scritto.
– Mi viene allora da pensare: come è percepito questo oggetto scritto, di questi se assenti che si concretizza nei materiali della rete? (blog, enciclopedie, siti, chat, programmi della tivvu) – come una parte di se segreta e minnacciosa, non considerata, negata, pestifera. La tentazione.
Dunque internet come: il ritorno del rimosso.
Questo spiega anche perchè co’ tutte le belle cose che ci sono on line tra siti di cultura wikipedia interviste a Foucoult scaricabili a gratis di cui si potrebbe discettare all’infinito, si parli invece sempre di porno e pedofili.
rilancio due appunti rubati a alivento:
“L’altra paura legata ad internet come mondo che si rigenera in continuazione e non ha mai fine (nel senso anche che qualcuno aveva ben sperato che si esaurisse), è collegata al fatto che non si riesce a prevedere in che cosa e come internet ed il tecnologico modificaranno le nostre vite. Questa incapacità previsionale è più genericamente paura del futuro, non mi sembra esclusivamente legata ad internet.”
e a zauberei
sull’ esserci/non esserci
“In una percezione di sé del tutto concreta, la perdita della concretezza genera un senso di inaffidabilità: internet diventa l’approdo delle simulazioni. quando si sente parlare di Internet da gente che non lo pratica, e che non ha idea delle possibilità di contatto che può creare, si avverte questo terrore e questa ignoranza della continuità tra corpo che scrive e oggetto scritto.
- Mi viene allora da pensare: come è percepito questo oggetto scritto, di questi se assenti che si concretizza nei materiali della rete? (blog, enciclopedie, siti, chat, programmi della tivvu) – come una parte di se segreta e minnacciosa, non considerata, negata, pestifera. La tentazione.
Dunque internet come: il ritorno del rimosso.”
[mad]
Rientro dopo 3 giorni a rincorrere Eclissi, passaggi di stazioni spaziali sul Sole, profondo cielo con blu insoliti per la Padania di notte. E ritrovo qui il tessuto dell’Universo; quell’isotropia tanto cara al modello simmetrico.
La dificoltà è nella nostra mente, non nella natura dlele cose.
Noi uomini siamo eccezioni nel cosmo perchè viviamo la presunzione di essere centrali nel creato.
Siamo parte di un tutto in continua trasformazione che ha la sua realtà “sulla superficie” dello spaziotempo in espansione.
Non esiste un “dentro” o un “fuori” a questo “pallone che si sta gonfiando” che noi chiamiamo Universo in espansione.
Come sempre quando sto dissertando di massimi sistemi arriva ilcliente e devo congedarmi perchè il mondo continua…. adopo
GB
parte seconda: Il passaggio difficile da digerire è che noi esseri umani sembra si abbia una diversa consapevolezza del divenire: La materia non “vive” e “muore”, si trasforma ma in pratica è “sempre viva”…
Un protone decade, non muore, si strasforma in altre particelle che altro non sono che aspetti equivalenti di energia in stati diversi.
Noi uomini “viviamo una biologia Cosciente (Vita) ed una di cui non abbiamo esperienza sensoriale (morte)
ma il virtuale che la rete esprime portandolo a livello cosciente in contemporanea svasa il nostro livello unico di tempo
e ci fa paura
proprio in queste settimana di latitanza neuronale estiva sto “giocando” con un racconto immaginario con l’aiuto di mia figlia dove ipotizzo una similitudine fra la rete e l’aldilà, il virtuale che ci portiamo da sempre con noi, sin dai tempi delle clave, cercando di trovare quel varco temporale che la rete permette.
E’ un guazzabuglio di cose che hanno un senso ed altre che non ne hanno prorpio….
ma mi paice perdermi nella rete
più che abitarla…
mi piace perdermici
trovo la forza di andare dove il pudore di un pensiero eretico mi impedirebbe di arrivare.
ed oso
….mal che vada il pensiero non morirà con me.
…il tempo è l’archivio dei pensieri….
Timegates è online da me
saluti sconclusionati
GB
bello questo passaggio, astro
mi piace perdermi nella rete
(mad)
Cercare
un inizio
ed una fine
in una struttura
a maglie
distribuite
é come
misurare
i circoli
con un metro
da sarto.
L’ignoto inquieta
tutto il resto
é letteratura..