Chiedo.
Avete mai provato a fingervi diversi da voi stessi? Ad assumere un’identità separata dalla vostra? Voglio dire – senza la Digos alle calcagna.
Ecco, volevo raccogliere una serie di riflessioni sulle modalità di espressione nella rete, e sulla relazione che intercorre tra il nostro modo di essere nella quotidianità e il nostro modo di utilizzare internet . Contrariamente a chi demonizza il mondo virtuale, ritraendolo come ricettacolo di tutte i vizi più subdoli – lubrìchi! Pedofili! Turpi simulatori! – e invece coerentemente al fatto che oggi il 25 per cento degli italiani sono tutti interconnessi – cioè milioni di lubrichi? Non sarebbe così male – io penso banalissimamente: in rete siamo come fuori, con una continuità nella nostra personalità e nel nostro modo di gestire le relazioni, una continuità nella nostra sintassi – specie se penso alla galassia della blogosfera, che permette una rappresentazione di se, senza i vincoli di una linguaggio professionale, senza le divise che oscurano la personalità come avviene nei processi di editing, e soprattutto una inevitabile continuità nelle nostre strutture di relazione e di difesa.
Esempi.
Ci sono bloggeurs estremamente egocentrici – categoria a cui credo di appartenere. Il bloggeur egocentrico è un bloggeur che per sue debolezze psichiche ha bisogno di farsi notare e usa delle strategie all’uopo: per esempio attaccare un pensiero che tutti condividono su un altro blog, oppure usare un linguaggio atto ad attirare l’attenzione. Oppure dire cose che attirino l’attenzione – siccome qui sto parlando seriamente, e la falsa modestia e i salamelecchi mi paiono ridicoli, proseguirò dicendo: so di avere una certa intelligenza, questa mia intelligenza l’ho strutturata a scopo seduttivo. Indi, il mio modo di scrivere, è la diretta conseguenza del mio modo di strutturare i concetti.
Leggimi, sono interessante. Per favore!
Ma non sono l’unico modo esistenziale possibile. Ci sono altri stili ed altre modalità. Per esempio. Non ho ancora mai incontrato il padrone di casa – Letteratitudine. Massimo Maugeri. Letteratitudine è un blog della piattaforma di kataweb che ha un certo successo. Il padrone di casa vi lancia dei post che parlano di libri, ogni tanto invita gli autori dei libri e si creano delle discussioni stimolanti. Faccio caso a questa cosa: spesso il padrone di casa non interviene e affida la stesura dei post a dei collaboratori. Quando interviene lo fa con molta grazia e discrezione e, benché egli sappia che molto del successo del suo blog è dovuto alle accese discussioni legate ai libri presentati, è abbastanza evidente che abbiamo a che fare con un bloggeur di indole diplomatica gentile e sinceramente ostile alle polemiche. .
E quando capita il ragazzino simulatore, o provocatore, quello che dice cose che poi dichiara che no lui non le pensa affatto e voleva solo provocare, il rinvio da parte sua a un’altra identità reale, è solo fittizio. La sua identità reale e relazionale è quella che vediamo. Cioè un rapporto con l’altro che ha necessità di essere dominato con una distanza di sicurezza, con una ipotesi di mobilità psichica: dichiaro di non dire cosa sono, in questo modo non mi metto in gioco – il terrore di mettersi in gioco potrebbe accompagnarlo anche nella quotidianità, non dico sempre ma in quelle circostanze in cui si confronta con una opinione condivisa che lui riveste di certi significati. Il provocatore della blogosfera mi ricorda sempre il paradosso del mentitore cretese: dico la verità quando dico che sto mentendo.
La verità c’è ed è nella totalità della proposizione.
Non sta mentendo. Fugge.
![checosèlapersonalità [1]](http://files.splinder.com/82f1830e0e2c63cf239bf4fadc55b616.jpeg)
C’è uno psichiatra nella storia della psichiatria per il quale nutro una smodata antipatia e una stima molto contenuta. Si chiama Eysenck, ha parlato molto male della psicoanalisi e ha spesso proposto assunti che poi la ricerca sperimentale ha bellamente disconfermato. Ne consegue che oggi, non è che vada tanto per la maggiore. Pure, ha proposto una teoria della personalità che è piuttosto agevole e semplice e che qui resuscitiamo perché – pur consapevoli dell’eccessiva semplificazione – ci sembra un buon trampolino di lancio per le nostre riflessioni, e le riconosciamo il merito di suggerire un idea della personalità piuttosto interessante: un sistema di assi cartesiani, dove le ascisse e le ordinate consistono in due dimensioni veramente strutturanti il nostro carattere: il piano delle ascisse risponde infatti al continuum introversione, estroversione: cioè quanto siamo rivolti verso l’interno o verso l’esterno. Il piano delle ordinate il continuum del nevroticismo, cioè la scala della stabilità emotiva, quanto siamo capaci di gestire la nostra emotività, la nostra temperatura.
Possiamo pensare che ognuno di noi è un puntino su questa piattaforma cartesiana – nella vita e in tutte le forme di relazione che la vita offre, comunicazione virtuale inclusa. Dobbiamo anzi pesare a questo puntino come una specie di albero, in cui le radici affondano in un luogo fisso, la dove l’inconscio sobbolle e mormora, e le fronde si muovono continuamente agitate dal forze disparate: le forze interne dei borborigmi del se, i venti esterni della relazione sociale. E ancora, le fronde del nostro albero psichico possono crescere rigogliose in tempi di clima temperato, e rinsecchirsi troppo in tempi di temperature troppo gelide. La nostra personalità su quel piatto di ascisse e ordinate è influenzata perciò da tante forze: l’identità originaria, le occasioni relazionali, il clima del nostro contesto politico.
La cosa importante è che comunque questo albero, non sta mai fermo. Le sue radici stanno inchiodate nella terra della genetica le sue fronde sono esposte alle intemperie dell’esperienza mentale.
Gli psicodinamici post freudiani, cominciando dalla figlia Anna fino all’ultimo e più brillante ricercatore in tema, Perry, hanno organizzato le forze di personalità in termini di meccanismi di difesa: il meccanismo di difesa è quello stratagemma che l’individuo adotta quando deve adattarsi a una situazione problematica fonte di perplessità o di angoscia. I meccanismi di difesa sono gerarchizzabili, in una scala a molti livelli: quelli più bassi sono i livelli meno strutturati e più elementari – che possiamo trovare in situazioni di psicopatologia franca – schizofrenia per esempio: dire che un oggetto non c’è quando è li proprio davanti al naso. Al vertice ci sono i meccanismi di difesa più sofisticati, male che vada nevrotici ma di solito molto funzionali: l’ironia per esempio, o la razionalizzazione: ho un problema, lo demitizzo ridendoci su o lo affronto organizzandone le cause. Vicino al basso ci sono i meccanismi delle personalità poco evolute – scissione e proiezione – vicino all’alto ci sono i meccanismi delle personalità più stratificate. Ognuno di noi ha una risma di meccanismi preferenziali, che strutturano la sua personalità e il suo modo di difendersi dalle minacce psichiche e di comunicare con l’altro. L’altro – che spesso nel nostro inconscio, è una sfida che implica una strategia.
A casa, al bar, al lavoro
In rete.
Ne consegue che anche nella comunicazione di rete, per esempio nei forum, nei blogs e in tutte le amenità internettesche, l’assetto di personalità che struttura i movimenti del nostro albero sarà lo stesso che altrove.
O quasi.
Il quasi è determinato da una serie di peculiarità per cui la comunicazione virtuale, è rispetto la comunicazione reale più protetta. Sotto molto profili.
In termini di ambiente il clima è spesso temperato e spesso soleggiato: la generale assenza di regole che connota internet, corrisponde paradossalmente a una maggior sensazione di controllo delle variabili della comunicazione. Nel commentarium di un blog ci si sente tutto sommato sicuri, almeno per quel che concerne le minacce che possono arrivare dall’esterno. Questa sicurezza permette di far sbocciare dei germogli che nel contesto quotidiano alle volte rimarrebbero silenti. Ciò vuol dire che le persone sono invogliate a esprimersi. Nel nostro piano cartesiano di Eysenck il vento della blogosfera è un vento dolce che spira verso il punto cardinale dell’estroversione.
In secondo luogo, in termini di occasioni relazionali, la comunicazione di rete si serve di un mezzo, e questo mezzo è la parola scritta. L’oggetto in uso cioè non è immediato, ma parecchio mediato. Immediato è l’arrivo, mediata è l’espressione. Questa cosa, aiuterà gli alberi emotivamente instabili e magari anche paurosi che hanno le loro radici verso l’esterno del piano cartesiano, sull’asse del nevroticismo, a spingere le loro fronde verso l’interno verso la stabilità emotiva: possono pensare possono scrivere e cancellare possono oscillare in una esitazione che rimarrà segreta.
Il vento della virtualità spira verso la stabilità emotiva.
Ne consegue che se guardiamo il piano di assi cartesiani dall’alto, e non in sezione, e guardiamo come si collocano le fronde degli alberi della personalità abbiamo un’immagine relativamente falsata. Perché le personalità estroverse e emotivamente stabili staranno con le fronde dell’albero sull’asse del loro tronco, le personalità con le radici che affondano nella zona dell’introversione e nella zona dell’instabilità avranno la chioma un po’ spostata verso l’interno. Potremmo andare a cercare le forme di queste tensioni e le loro alternanze nei meccanismi di difesa utilizzati da ognuno.
Ci sarebbero ancora molte cose da dire – e riflessioni di cose da fare. Ma per ora ci fermiamo qui.


















benvenuta zauberei con questo tuo primo post su Ibridamenti
Ti ringrazio per la chiarezza dell’esposizione e perché questo tuo testo nasce dalla discussione ad un precedente post (quello di catepol 3.0).
Sei riuscita a fare di un commento (sul tema dell’essere estroversi o introversi in rete) un post argomentato. E che sicuramente offre a tutti spunti interessanti.
O per approfondire o per raccontare la prorpia esperienza.
è vero che il post è nato da un commento, al bel post di catepol, ma su questa questione personalità e internet ci pensavo da un po’.
E mi piacerebbe che, chi vuole, portasse nei commenti altre possibili distorsioni che comporta la comuncazione in rete. Per esempio sul mio blog alcuni lettori hanno insistito sulla dimensione ritenere/o non ritenere (quante sono le cose che omettiamo in un blog?) oppure la dimensione amplificare/minimizzare. Per non parlare della faccenda del corpo assente.
Post davvero ricco di spunti. Devo dire che porta anche a riflettere su quale posizione personale uno occupi nel mondo dei blog. Io credo nella profonda integrazione (in alcuni casi eh) fra personalità on e off. Magari possono essere due volti di una stessa persona, magari la personalità on line rappresenta tutto ciò che off line la persona per diverse motiviazioni non può essere. Al di la di queste considerazioni io tempo fa avevo quasi deciso di interrompere il mio blog. Era stata forte anche la tentazione di cancellarlo completamente, ma poi qualcosa mi ha trattenuta. Forse proprio il fatto che la Minerva che vive sulla rete è parte della ragazza che batte sui tasti del pc nella vita reale e che ormai si sentirebbe mutilata senza la sua componente virtuale. Che è lei e che non è lei, che ne esaspera alcuni tratti e ne nasconde altri forse, ma che c’è. Il mio è un commento molto autobiografico, anche perchè nel settore degli studi psicanalitici sono messa malino =)
inventarsi, crearsi con una creta nuova o diversamente manipolata è simulare?
Allora tutto è simulazione in senso stretto:dall’architetto (penso a O’ Ghery ma anche a Wright, a Piano o Ando o Khan e… insomma la fila sarebbe lunga) ma anche agli scultori, pittori,grafici, poeti,psichiatri,psicologi,filosofi,matematici,..tutti hanno simulato e simulano poichè nessuno ha verità dentro il suo block,notes, un blocchetto più chiuso di una pietra in cui ciò che diciamo, sosteniamo a viva forza altro non è che simulazione di una realtà che non comprendiamo se non attraverso il sogno che poi trasformiamo in segno. Domanda: quali verità sono il sostegno della nostra esistenza? Una teoria scaccia e sconfessa o spodesta l’altra dimostrando e mettendo a nudo sola la nostra perfettissima ignoranza, unico motore che pro-duce tutto ciò che abbiamo la possibilità di continuare a segnare-sognare. Non c’è disciplina, per quanto ardita, acuminata, approfondita, scientifica-mente e-lab-orata che non sia un gesto di fede verso ciò che NON SI SA, ma si simula, modellando meno della creta i nostri pensieri:modelli d’aria in aria senza castelli e tipo-logie se non quella di topi da biblio-teca.Pen-sieri, che ci crescono in vena e ci svenano, spesso,di-vulgando errori su errori di cui si va fieri fino al giorno che qualcuno, salito (?) su un piede, l’altro era occupato a reggersi dalle on-date della vita quotidiana,le cancella, le mette dietro il cancello della casa degli orrori e lo dichiara erro-re.Mi domando:ma se partissimo proprio da questo e cercassimo nelle fessurazioni, che tutti i nostri pensieri ci producono in corpo, riusciremmo a vedere qualcosa di noi? Forse , per procedere, bisogna proseguire questa folle folla.ferni, ringraziando degli spunti
Al di la della veridicità delle teorie, che è un fatto assodato che sono nate per essere falsificabili, ma offrono comunque un orientamento provvisorio e spesso di utilità concreta. Ma aldilà di questo, pensando agli interessanti commenti di Minerva e Ferni Rosso, io credo che ci sia questa cosa importante, che è il Se, e le poliedriche produzioni del se. questo filo di riconoscimento di ciò che è nostro anche in ciò che pensiamo di produrre come altro è importante: fuori da questo c’è una follia molto poco estetica molto poco decorativa, molto poco letteraria. Quando Flaubert scriveva di Madame Bovary, aggiungeva al processo che ne seguì: Madame Bovary c’est moi. e si che Emma era fimmina, e anche parecchio scassapalle, diciamocelo. Ma è importante riconoscere le parti proprie che mettiamo inscena, sia in produzioni con ambizioni più o meno artistiche, che in un blog più quotidiano che però da lo spazio per dire delle cose che, Minervilla mi sbaglierò, ci appartengono così tanto che quasi ci viene voglia di cancellarle.
Orco, ma davvero sono anche questo?
In ogni caso – pensiamo all’identità non tanto alle cose dette – se po’ di tutto! Ma allo stile di come le diciamo: nel caso specifico, lo stile con cui usiamo la rete.
simulare è creare?
e per seguire la scia degli spunti credo che l’esercizio migliore potrebbe essere quello di rovare a rileggersi.
Prendere un proprio vecchio post (e i commenti) e ri-leggersi, cercare appunto, tra le pieghe, le fessurazioni.
L’auto-riflesione potrebbe essere in prima battuta più semplice della riflessione sull’altro.
Omettere?
Io ometto quasi tutto :-)))
Splendida analisi: io sono tra i Nevrotici Schizofrenici con Disturbi della Personalità Ossessiva…
:-)))
Zaub, per fortuna sono una “nuvola” su quel piano, ovvero un insieme di punti. le radici non so cosa siano, soprattutto se esse sono rappresentate dal corpo. Se dovessi dar retta alla mia corporeità dovrei scrivere altro oppure non scrivere affatto.
).
Ovviamente serbo la speranza di non essere “catalogabile”. Forse il movimento su quel piano dipende dall’andamento della nostra vita. Interessante è poi capire se i nostri punti sono continui o meno (io credo di no). Un albero sarebbe una bella rappresentazione, ma sono troppo nomade per ritrovarmi in essa. Infine, la parola come mediazione. Che ti devo dire ? Non sono mai così privo di mediazioni quanto lo sono nella scrittura (i refusi sono un buon indicatore
Comunque ci rifletto ancora un pò.
p.s./o.t.
sono sempre più felice di incontrarti anche qui
1. essere una serie di punti non porta a essere nomadi, ma a essere disintegrati. nomadi ci si va da interi, da disintegrati si va poco lontano. Un conto è l’esperienza creativa, per cui da un seme di me emerge un mondo altro, – Madame Bovary c’est moi detto da Flaubert. Un conto è l’esperienza di frammentazione di un uomo che dice con convinzione Madame Bovary sono io, e ce crede. Tu mi conosci e sai quanto sono diplomatica, e in questa sede vo eservcitandomi – speriamo duri. Ma l’estetica è un conto, il se disintegrato è un altro. Non produce letteratura, produce caos.
2 Tutti siamo categorizzabili, e allo stesso tempo non lo siamo affatto: come garantisce il fatto che di categorizzazioni possibili ce n’è molte, e tutte possono funzionare. Per questo stesso post avrei potuto utilizzare altre schematizzazioni – i tipi psicologi di Jung, o i big five, ma non era importante, era importante una suddivisione di fondo nello spazio.
3. Cosa intendi quando ti riferisci al tuo nomadismo? Perchè se ti riferisci alla esperienza letteraria, cioè lo scrivere un blog e scriverci dei testi poetici, la nomaditudine ci può stare. Anche se per me parte sempre da una radice. Ma pensa anche al tuo modo di interagire con gli altri. Pensa alle cose che non fai, oltre quelle che fai, che non faresti. Ce ne sono. Io per esempio non credo che dopo questo post andrò sul blog di una e ci scriverò nei commenti “troia”. Le cose che non facciamo, ci definiscono. Le cose che facciamo rivelano delle appartenenze.
4. Il poeta evento è come un glicine, si arrampica viaggia si attorciglia sbuca si nasconde, si evolve si involve e ovunque fiorisce.
Se gli tagli le radici – muore. Ma nessuno riesce a vederle.
5- e io pure ti sono supergrata che mi hai spinta a venire qui:)
@ zauberei
sottoscrivo il punto 1 non solo per il contenuto ma anche per la limpidezza espositiva. Zau ci mancavi
nomade e monade sembra abbiano a disposizione gli stessi semi, eppure in uno nascono gerbere e nell’altro forse astri, per rimanere in floricultura etnica! Scherzo, ma c’è comunque qualcosa sotto questo terriccio.Da parte mia penso che noi tutti abbiamo mantenuto quello che credo sia il seme del nomadismo, ovvero sia il carattere di migranti. Penso infatti che se non ci fosse questo fattore, forse genetico, non ci sarebbe possibilità né di ascolto né di ri-conoscimento di nulla: di me stesso e/o degli altri, del mondo in cui sono.Migranza è uno stato dell’essere vivi:il sangue migra, sia fisicamente, armi e bagagli in ogni cellula,ma anche passioni ed emozioni che fulminano non solo la nostra mente ma anche lo stomaco, la gola, ci paralizzano le gambe, ci tolgono il fiato o ci rendono ipercinetici.I nostri pensieri,poi, sono la migranza per eccellenza, il fiuto, i sensi tutti, pro-tesi in noi per raggiungere ciò che è oltre noi. E da una modalità all’altra del porsi c’è migranza, che gestisce il movimento, anche se non ne siamo consapevoli.Grazie a tutti per le rifessioni su cui scucirsi e riprendere l’or(l)o.ferni
zaub mi sposto sempre tutto insieme
eventounico
ma..il blog è proprio il luogo in cui poter essere stessi in tutto e per tutto, a che pro fingere? già si è nascosti dietro lo schermo, perchè mascherarsi ulteriormente?
E pensare che io ho aperto il mio blog per divertirmi….
Se mi avessero detto che scrivendo alcune piccole note di quotidianità in chiave riflessiva vagamente estetica, sarei arrivato a fare tutto ciò che Zau descrive, probabilmente mi sarei avvicinato alle pratiche di sopravvivenza estrema con maggior facilità ed ottimismo.
Noto anche che talvolta compaiono termini a me cari quali Galassia o Caos con accezioni vagamente negative. Non c’è nulla di anomalo nei modelli di sistemi Caotici: sono solo meno immediati di quelli lineari poichè si muovono su dimensioni molto maggiori e variegate.
La genialità o l’intuizione artistica sono più facilmente associabili a tali modelli che a quelli dello stereotipo robotizzato.
La stessa casa che abitiamo tutti bloggando è randomizzata su modelli casuali.
Non coniugo in questo contesto Simulare con Mentire: lo vedo più come raffigurazione quasi reale di un modello di cui verifico caratteristice e dinamiche in un contesto non irreversibile quale la realtà del vissuto ordinario.
La blogosfera come la Cartoonia di “Chi ha incastrato Roger Rabbit”
Prima o poi incontrerò Jessica Rabbit
Ed allora arrossirò come faccio dal vivo.
Timido sono e timido resterò anche quaggiù.
Ma qui posso illudermi che non ve ne accorgiate.
GB
maddalena grazissime:)
evento:)
fiammetta infatti – ma io credo che esistano modi diversi di gestire un blog, modi che possiamo mettere su un continuum che identifichiamo in un desiderio di letterarietà diciamo. Allora a un certo punto non è che uno si nasconde, ma non gli pare che stia scrivendo di se. Non scrive con quell’intenzione.
All’anonimo di sopra. Io credo che in tutte le cose bisogna tenere una specie di sigiza di sottofondo, un’antitesi, un tao, una dialettica. No, non siamo solo nomadi non siamo solo radici. Ma un po’ di entrambe le cose.
ho letto tutto (mamma che postone)
per ora non aggiungo molto rispetto a quello che dicevo nel mio post e cioè che secondo me
chi nasce tondo nella vita reale non muore quadrato nella vita online
e viceversa…
Per come la vedo io simulare una vita digitale altrà da sè si può anche fare…
ma la vedo molto faticosa da gestire e da mantenere coerente (così come nella vita reale, anche se siamo diversi in ogni contesto sociale…e quindi abituati a vivere ruoli diversi che si rapportano con gli altri in contesti diversi).
dicevo anche di me nell’altro post…
mi definivo ovviamente estroversa. Ma fino alla curva. Essere estroversi non vuol dire mettere tutto di sè a disposizione degli altri online e alla pubblica mercè…
Sulle mie cose private e intime sono molto introversa, nel blog traspare molto di me ed allo stesso tempo appaio poco.
E’ strano ma è così. Ed è così anche nel mio quotidiano.
utente anonimo ha commentato sul blog diazepam …
fottiti
mago magù
03/07/2008 – 01:43
“SIMULARE ”
??
se ne dis CUTE su ibbbbbbridameta fredda !!!!!!
Complimenti alla new entry. Gran bel post davvero.
Parlo per me: ho seguito per un anno un forum di una nota rivista italiana, da cui poi è nata l’idea del blog che infatti vede alcune formiste come fondatrici. Devo dire che blog e forum nella persona dello scrivente non sono molto dissimili, ovvero forma e stile sono proprie e tipiche dell’autore con gli ovvi limiti che il fourm pone (non potendo esprimersi anche con suoni e immagini).
Diverse sono le dinamiche di chi commenta. Infatti in molte community che ho frequentato alla fine si creano gruppi che si contrappongono e la violenza e l’aggressività verbale raggiungono livelli notevoli. L’italiano corretto utopia ed educazione e rispetto anche. Perciò una volta mi divertii (con l’autorizzazione della redazione) a crearmi un’identità nuova e diversa, molto diversa dal mio solito essere e scrivere: davo del lei invece che del tu e mi esprimevo con gergo e forma oramai obsoleti e molto formali. Ebbene, fui approcciata dalle forumiste con estrema aggressività, offese a non finire dai più e la domanda che più soventemente mi ponevano era “Ma chi credi di essere?!”
Li capìì che l’ON rispecchia fedelmente l’OFF: chi è maleducato nella realtà idem lo sarà nel virtuale. Viceversa che è educato nel virtuale lo sarà anche nella realtà.
Fermo restando che sono convinta che dietro tanti nick ci sono persone e personalità disturbate, credo che tutto il mondo sia paese, ON e OFF.
Piccolo p.s. sul titolo: Simulare stanca?
Per me fu molto faticoso tale esperimento, sono abituata a scrivere di getto, proprio perchè sono impulsiva e vulcanica come persona. Però devo dire che mi è servito come allenamento per imparare a controllare il lato più istintivo di me, infatti scrivevo cio’ che volevo dire poi lo leggevo e lo riscrivevo nello stile formale che avevo assegnato a tale identità. E questo mi ha insegnato a fermarmi a riflettere prima di inviare messaggi. Un po’ come specchiarmi, e ritoccare l’immagine riflessa per farne scaturire un’altra che è sempre me. Infatti chi, sul forum, mi ben conosceva, ha capito subito chi c’era dietro tale identità. Fors’anche per il genere di argomenti trattati, riconducibili alla mia ecletticità intellettiva.
- Catepol si anche io uso questo sistema dell’estroverso che poi non dice molto. Chiacchera contento, ma protegge assai il privato.
– Rigrazio molto la donna in linea anche per la preziosa narrazione dell’esperimento. Donna in linea io in futuro, lo voglio citare questo esperimento tuo! Mi sembra interessante.
Ho pensato due cose. Materiale per un postarello futuribile sempre in tema.
1. La scrittura blogghistica può avere l’anelito autoriale – anche se non sempre. In questa isola ibrida c’è molto passione letteraria, ma è un modo molto definito di concepire il bog. Così eventissimo dice: io simulo di vi eccome. Un altro parla del’identità nomade. Questo è un modo molto sofisticato di gestire internet, e che implica un uso di difese psichiche superiori, una batteria di strumenti sofosticati per nascondere l’io modularlo, adattarlo. Dice già moltissimo in termini identitari. Poter usare codici linguistici poetici o alternativi a una spontaneità ti ficca già in un gruppo – elitario ristretto e, dolente – ma profondamente connotabile e individuabile. Ma esiste un mare di fruitori di internet e della blogosfera che proprio a sto anelito autoriale non ci pensano. Davvero essi sono. Non pensano alla qualità della scrittura, non pensano a trasformarsi in chi sa che, si raccontano e fine dei giochi. Tuttalpiù si adoperano per fare bella figura, ma non è la stessa cosa che ambire allo strega. Dunque, l’ambizione estetica crea un vettore particolare, su cui si dovrebbe ragionare.
2. Essa comunque viene meno, constato sempre, nella zona dei commenti. Nelle reazioni ai commenti e nei modi.
3. Per me un altro esempio interessante di palla quadrato e personalità è il modo di gestire la relazionalità. Per esempio: qualche tempo fa visito un blog. Poi lascio un commento. Poi viene il bloggher sul mio blog e ne lascia un altro
Al terzo commento me manda una mail:
“senti perchè non ci vediamo a cena una sera di queste?”
Ecco, questa rapidità, decide di prescindere da una serie di cose fondamentali, il tastare la reale possibilità di un’amicizia o di altro, il verificare le proprie sensazioni, il sondare l’altro e come si pone. Tre commentilli, due interazioni, e già je parte de cena romantica.
A parte che non solo so rotonda, ma anche maritata:
Nella vita secondo voi, farà diversamente?