AAAA Cercasi letteratura n°5

maddalena mapelli
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SCRITTURA E VITA

Vorrei raccogliere qui – come nell’esperienza precedente, attraverso i commenti al post – testimonianze e idee sulla scrittura: sulla sua indipendenza e dipendenza, sotto l’aspetto del linguaggio, dal mondo della vita e dal quotidiano

 
I commenti verranno pubblicati nel corpo del post.

1


  

Il cuore vivo e indipendente
(di Daniele Muriano)

 

 
 
La letteratura vive di un continuo e mai pieno stato di separazione e di contiguità con la “vita” – e parlando di vita mi riferisco qui agli aspetti legati alla sua rappresentazione (e quindi al linguaggio) ma anche ad un taglio più esistenziale di questa separazione che è il frutto di una particolare scelta di solitudine. Vive dunque sulla sottile soglia sempre in movimento tra dipendenza e indipendenza dal mondo, autonomia ed eteronomia, interesse e indifferenza: e credo che, per quanto concerne il linguaggio e la tecnica scrittoria, chi scrive debba abbeverarsi continuamente alla freschezza della lingua parlata, alla sua propaggine più «sporca» e quotidiana, senza per questo lasciarsi troppo coinvolgere, ammorbare, in una parola impoverire nel linguaggio e nell’indipendenza di questo dai contenuti, dalla forma e dalle leggi di composizione che la comunicazione di massa diffonde attraverso le operazioni commerciali e in particolare quelle che esibiscono il vessillo dell’opera artistica. Penso alla televisione e a certe forme di intrattenimento che, da tempo, insieme alla forza persuasiva delle ragioni del mercato e dei suoi strumenti, entrano prepotentemente nei templi di quegli editori che, soltanto fino a qualche decennio fa, non avrebbero pubblicato della «merce». Perché l’editore di una certa caratura era realmente una seconda «faccia», che accompagnava e autorizzava ad essere dell’autore quella di colui che pubblicava. Oggi, e in Italia, quando chiunque – ma davvero chiunque – pubblica ed è autorizzato a considerarsi autore, l’indipendenza del secondo volto che ha corredato e quasi commentato certe opere di letteratura – l’editore – ha perso la sua autorità, abdicando alle leggi di mercato (e c’è naturalmente chi considera questo fatto un’evoluzione, una specie di progresso per cui democraticamente, finalmente, a tutti è concesso di pubblicare con certi editori che prima erano considerati elitari). Oggi l’indipendenza, l’autonomia minima dalle leggi di mercato che garantisce la qualità e la forza di un’opera, sono quasi totalmente dalla parte dell’autore. Forse oggi quell’arroccarsi, da parte dello scrittore, che è sempre stato il simbolo e un po’ l’aura romantica di chi scrive, è davvero necessario. Credo potrebbe riassumersi in una metafora: «inspirare l’aria fresca della realtà ed espirare per conto proprio, in solitudine, al riparo da altri fiati e venti più forti e accreditati che mischiandosi influenzerebbero la qualità e la direzione del proprio respiro ». E poi, scusate se mi diluisco intorno al discorso dell’indipendenza, ma credo con Foucault che mentre “prima di Mallarmè, scrivere consisteva nello stabilire la propria parola all’interno di una lingua data”, “alla fine del XIX secolo (all’epoca della scoperta della psicoanalisi, o quasi), essa era diventata una parola che inscriveva in sé il suo principio di decifrazione; o, in ogni caso essa supponeva, sotto ciascuna delle sue frasi, sotto ciascuna delle sue parole, il potere di modificare autoritariamente i valori e i significati della lingua alla quale malgrado tutto (e di fatto) essa apparteneva; essa sospendeva il regno della lingua in un gesto attuale di scrittura.” (da “Scritti letterari”).
E il poter “inscrivere in sé il suo principio di decifrazione” non costituisce necessariamente per il linguaggio il suo esilio nell’iperuranio asettico e impermeabile alla “sporcizia” parlata sulla terra, tale a quello di una prosa intellettuale, di un gergo letterario, esoterico che non si abbevera alla freschezza della lingua e si situa per ciò fuori dal tempo presente e dalla storia, implica forse tuttavia il far valere quella «indipendenza» – a livello di contenuti e dunque, io ritengo, a partire dalla forma – dalle regole implicite di composizione che si sono istallate comunemente nell’idea di fiction (sono in particolar modo la subordinazione del linguaggio, cioè della qualità della prosa, alla trama e alla suspence, le quali hanno una spaventosa ricaduta per quanto riguarda la soglia minima di attenzione: tant’è che uno “scrittore” come John Grisham, intervistato in televisione, risponde che un buon libro, come un buon film  – mi chiedo a quali “registi” si ispiri, non forse a Lynch – deve nelle sue prime pagine agganciare il lettore con una scena d’azione, e pontificando tutto ciò su Raitre, mentre viene salutato come la star della letteratura neanche somigliasse a Elisabetta Rasy o a David Foster Wallace, ci spiega come lui, da buon scrittore, impiega nove mesi nella pianificazione della storia e della suspence – che parto! – e in tre mesi scrive le centinaia di pagine del romanzo, ovviamente viaggiando per il mondo, perché se lo scrittore non viaggia, come fa, dice John Grisham).
 
Quella che in altri tempi e oggi in altre parti del mondo è ancora il bene più urgente e prezioso, una indipendenza del linguaggio dalla politica, qui si declina forse in una indipendenza più sottile, da alcune forme mentali più o meno implicitamente dovute affinchè i contenuti siano «fruibili», non oltrepassino la corta soglia di attenzione e la lettura distratta, dove la suspence è un buon rimedio e l’unico motivo per arrivare alla fine del libro, altrimenti irraggiungibile.
 
Forse, ancora una volta, una prescrizione di solitudine (non il distacco eremitico dalla quotidianità ma la fuga dello “spirito critico” da certi luoghi e parole televisivi e troppo frequentati) che il mito dello scrittore prevede, è necessaria; per dirla con Pessoa: “Vivo in cima a un colle / in una casa imbiancata e solitaria, e questa è la mia definizione”
 
 
 
 

2



Oltre il riflesso

(di madmapelli)

C’è uno specchio sul quale si riflettono un uomo e un libro in  La riproduzione vietata  di René Magritte

Per dirla con Andrea Tagliapietra, "fra gli aspetti sconcertanti del dipinto va senza dubbio annoverato il diverso trattamento catrottico dei due soli soggetti che si riflettono nello specchio, ovvero dell’uomo e del libro" [p.13]

La via di fuga per l’uomo è quella di "vietare la riproduzione", di fuoriuscire dalla logica del riflesso speculare, di riuscire ad operare un salto, uno scarto, asimmetrico, fuori campo rispetto al riflesso speculare. Di evitare perciò il già visto, di allontanarsi dalla ripetizione.

L’uomo vede sé di spalle nello specchio.
Il libro riflesso nello specchio è il romanzo di Poe Le avventure di Gordon Pym  il cui protagonista si spinge fino alla fine del mondo e, in un finale senza conclusione, ha una visione del tutto enigmatica e ai confini tra reale e immaginario.
Lo spazio della resistenza, della non-coincidenza con il già visto, con il già detto, con il già riprodotto vive negli interstizi tra un reale/virtuale copia e un reale/virtuale creazione .
In ogni caso, è solo  oltre il riflesso speculare, e perciò sulla soglia dello specchio, che si può dilatare lo spazio dell’immaginario, della creatività.
Che questo spazio si nutra di trama o ne rompa gli schemi, prenda forma attraverso parole usate e vive o attraverso altri stili, credo sia alla fin fine poco rilevante.
L’indipendenza sta nello sguardo che è capace di vietare la riproduzione.

 3


Imago
(di fernirosso)

Più che l’impossibilità di ri-pro-dursi, che in verità avviene anche inconsapevolmente o al traino della vita stessa, penso che l’im-mago (poichè di magia e maya si tratta) sia da cercare nel verbo vedere. Vi-deo: la divinità non si mostra ed è mostruosa nel suo apparire.Dunque l’uomo, a sua immagine e somiglianza, non ha volto, poiché è sempre ri-volto altrove, attraverso uno sguardo che è un guado alla sua cecità. L’uomo non vede fuori di sé, ma costantemente pro-ietta fuori il se stesso che in lui, quasi come in-tende la divinità, attraverso un suo af-fermarsi nella creazione, luogo del margine e dell’immagine di una forma, orma mutevole e dunque non catturabile.Lo specchio è un’acqua in-stabile che non vede che gocce ed ogni goccia è scomposta in una fondo, profondità dell’essere che non si svela mai se non in quel vedere il velo, la sindone di se stesso, morto e rinato, ma sempre oltre il presente che sente e vede da un passato, passaggio verso il futuro in cui si pro-tende, per trovare i suoi ac-campa-menti. La mente tinge, di-pinge la sua te-la e sa che il colore è un prima e la cristallizzazione del pigmento una luce da millenni fa che vorrebbe illu-minare le porte chiuse del domani:casa del d’io e del dio, assiso in un corpo che scorre, nelle mille gocce di ogni altro essere, di ogni altro vivente che attraversa la sua vi(t)a.

4

 
La letteratura compagna fedele
(di Minerva84)

Calvino raccontava che già da bambino la sua vita era stata permeata da sensazioni fisiche, tangibili e intense legate alla lettura.
La letteratura diventava parte integrante della sua giornata, una compagna fedele.
Ricordava il suo incontro con Gordon Pym di Poe oppure con Kipling e le sue avventure fantastiche e diceva di aver riletto quelle opere per testare la riproducibilità delle emozioni che aveva provato.
Due esperienze possibili grazie all’opera letteraria, alla scrittura: l’emozione immediata e la riproducibilità, all’infinito, a ogni lettura, con sfumature però sempre differenti.
La sua scrittura nasce come lettura e in tutte le interviste rilasciate testimonia come lo scrivere fosse una parte imprescindibile del suo essere, come scrivesse pensando ad un lettore più avanzato, più in là del suo stesso immaginario.
In ogni suo libro i libri diventano protagonisti e con loro la lettura.
Non sempre però queste sono presentate con la stessa valutazione circa il rapporto fra vita e scrittura/lettura.
Nel Visconte dimezzato assistiamo a una scena piuttosto divertente. La parte buona del visconte legge a Pamela (fanciulla di cui è invaghito) un passo della Gerusalemme liberata. Pamela è annoiata, ma ecco arrivare la metà malvagia del visconte che taglia di netto a colpi di spada il libro in tante piccole parti. Pamela sorride divertita e Calvino ci mostra un rapporto fra scrittura e vita che pende verso la vera vita vissuta, le emozioni di prima mano, la forza del reale contro le fantasticherie del testo scritto. Stessa misera fine tocca al libro del bambino ricco che il figlio di Marcovaldo brucia insieme alle pile di regali che li circondano nel racconto. Libro che stava annoiando il piccolo benestante e che invece lo diverte quando diviene parte dell’attivo e vivo rogo. Poi Calvino ci mostra in un suo racconto un giovane studente che legge, ma invidia la vita vera vissuta da un semplice pastore. Le due vite sono condizioni separate, ma entrambe, prese in sé stesse, incompiute.
Il partigiano, accanito lettore del Super Giallo ne "Il sentiero dei nidi di ragno", è talmente preso dal mondo altro, dalla rappresentazione scritta di una differente realtà, che non abbandona la lettura nemmeno a fucile imbracciato mentre attende il passaggio dei tedeschi.
In un racconto del ‘49 poi scrittura e realtà si confondono: un gruppo di militari che sta seguendo le traccie di alcuni terroristi segue la voce che dall’interno di un’abitazione parla di armi, nascondigli e loschi traffici. Credono di aver trovato un covo e invece aprendo la porta dell’appartamento trovano solo una ragazza che, completamente assorta nella lettura, declama ad alta voce un brano di un romanzo avventuroso.
La scrittura che confonde, che mescola le carte in tavola, che porta le persone a sovrapporre realtà vera e immaginaria.
Viene poi l’amante lettore de "L’avventura di un lettore", così preso dal suo libro da avvicinarsi alla lettrice di rivista, anche lei completamente assorta, e unirsi a lei senza mai abbandonare il suo mondo di carta, quella scrittura che l’ha stregato e portato in un mondo altro da cui non può separarsi nemmeno sotto la spinta delle pulsioni vitali della realtà vera.
E il brigante de "Il barone rampante", letteralmente sedotto dai libri che Cosimo gli fornisce, concupito dal testo scritto abbassa la guardia e viene catturato dai poliziotti e condotto in carcere. Abbandona la vita vera per la vita altra che la scrittura gli offre, si priva della libertà per la libertà della lettura.
Infine la Lettrice con la L maiuscola, Ludmilla. Lei che legge con i capelli rovesciati in avanti, che non abbandona mai il libro con le sue parole stampate. Che vive in simbiosi con la scrittura.
L’ambigua visione del rapporto fra scrittura e realtà non viene mai risolta in modo univoco da Calvino. Con un sorriso ambiguo sembra indicarci che i due mondi, quello in cui viviamo e quello stampato nei caratteri che compongono i nostri libri, non dovrebbero mai essere separati. Una frattura infatti genera squilibri e situazioni anomale: incompiutezza.
La vita non può essere sostituita dalla scrittura, che la riproduce, la amplifica, la trasforma, ma parte sempre da essa. D’altra parte una vita senza scrittura sarebbe effimera e troppo con "i piedi per terra".
Infine vorrei citare una poesia di Ungaretti, altro mio pallino effettivamente, che spiega bene (ovviamente in relazione alla scrittura poetica) il rapporto fra reale e parola scritta.

Commiato
Gentile
Ettore Serra
poesia
è il mondo l’umanità
la propria vita
fioriti della parola
la limpida meraviglia
di un delirante fermento.

Quando trovo
in questo mio silenzio
una parola
scavata è nella mia vita
come un abisso.

Insomma,la vita senza scrittura è semplice realtà. L’io è solo l’io. Ma con la scrittura, con l’opera letteraria assurge a qualcosa di più, qualcosa che va oltre, che crea, che nobilita. Qualcosa che fissa per sempre cose, persone e sentimenti e permette la loro "eterna" fruizione. Che la scrittura per la vita significhi immortalità forse?
Uno strumento per diventare eterni.
La vita "fiorita delle parole" non è più solo un esistenza, è eternità e chi legge un pezzetto di questa eternità può vivere per un momento la felice illusione di essere astorico nel dialogo con autori che non sono più.

5


Scrivere
(di fernirosso)

S C R I- V E R E: scri-bere
Scribere: un verbo che ha in sé la sonorità del segno mentre viene inciso, praticato con il graffio dello stilo, il prolungamento del dito, dell’arto che si fa arte e bere (bi-bere: bi-be-re, la prima e la seconda sillaba bi-be che poi ricorda li(e)be, amore, pronunciate entrambi sulle labbra e all’interno della bocca, contro il palato verso le labbra). Dire: di-cere. Graffiare la tavoletta di cera e graffiare l’aria o anche l’anima, o la mente, mollemente cedevole sotto l’impulso del suono che incede nell’o(re)cchio, già visione e dunque anche occhio dell’io, e bere, anzi bi-bere il senso, il sapore del graffio, del segno (ambiguo) lasciato per scire, capire, in-tendere. Come sono in-credibili le parole, vero? Un regno…oppure un ragno t e s s e n t e. E mi avvolgo, come fosse una veste, o una sindone.
Ma serve scrivere quando sono in pochi a com-prendere il/un senso?
Per quanto mi riguarda penso che ci sia un momento, nella vita di ciascuno, in cui ciò che ci pareva “un enigma” si apre e noi, solo noi, in quel preciso momento, per quella chiave che ci è capitata in mano, riusciamo ad aprire la porta ed entrare, non tanto nella poesia o nel testo o in un voca-bolo, ma nel luogo che conteneva quella parte di noi che ora riesce (doppio significato: uscire ed essere capace ) a parlarci e a dirsi.
Il senso catalogabile, quello per cui ci sentiamo normal-mente tutti sulla stessa linea, non credo proprio esista, è un’arrangia-mento per temere meno l’isola- mento, la “soletudine” di cui godiamo: noi siamo, ciascuno per sé un sole che illumina, ma anche tramonta, in cicli che aspettano che in noi si maturi la vita. Qui, infatti, era alla vita e al suo legame con la morte (che a me piace trasformare così:l’a/mor/te) cui facevo riferimento e al fatto che l’una con-tiene l’altra, in un solo asse o sé. Spezzando l’ostia di un voca-bolo (bolum: cibo che nutre) ancora oggi, là dove si pensava al solo (sole, dico io) significato chiuso e concluso che comune-mente gli si è assegnato,una volta per tutte, se ne trovano invece altri: “soli” per noi.
Nulla,di ciò che ognuno di noi scrive, ha realmente solo il senso che collettivamente si può leggere o diciamo di leggere e che in realtà è stato e-letto da una interpretazione singolare di un individuo, diventata poi patrimonio di tutti gli altri. A volte basterebbe la sola inflessione della voce per modificare una parola, il suo intimo paesaggio, quello che chi la pronuncia ha in sé nel dirla, nel ri-portarla. La parte superficiale, per così dire, è il senso comune, quello che, per capirci, come si usa dire, utilizziamo ma, dentro la parola, c’è una voce segreta che, per ognuno di noi, ha un territorio diverso da mostrare. E’ attraverso quel territorio che una parola, che magari dicevamo o abbiamo detto milioni di volte, ad un certo punto cambia, ci cambia il mondo davanti agli occhi e noi non siamo più quelli di prima ma altri, che solo noi vediamo, conosciamo, gli altri non riescono a vedere così. Personalmente sono un’amante delle parole, le amo davvero con profondo entusiasmo (nel significato originario:uscire fuori di sé, restare invasati dal dio…o dal d’io..in fondo non fa una enorme differenza per ciò che tento di spiegarti). Per me le parole, anche quelle più insignificanti, sono come lance (lancia, oltre al verbo, è una barca di salvataggio ed è un oggetto acumi-nato: hai visto come spezzando la parola il suo senso sia cambiato? Ecco, io sto giocando con il dio, sono uscita da quel me che hanno scolarizzato in tanti anni erudendomi di teorie su teo-rie e ora mi faccio maestra di me stessa, at-tra-verso il voca-bolo, un cibo che mi nutre.
Non smetto mai di praticare questo tipo di comunione con le parole e scopro ogni giorno meraviglie nuove, poichè tra l’altro, studiando la loro origine,mi ritrovo dentro ciò che la sensibilità, più che la conoscenza reale, mi dona. Non credo siano molti quelli che conoscono l’origine delle parole, non solo dal greco, ma da prima, dal segno-suono che dice le cose: la creazione insomma, ad-amo nel giardino della terra che crea l’universo tutto, come ancora oggi fanno i bambini. La creazione avviene ancora, attraverso la poesia, che lascia ad ogni lettore, se davvero è una buona poesia, la possibilità di percorrerla come gli argonauti alla ricerca del vello. Dentro la pancia di poesia c’è nascosto, sotto un corpo di-verso, il mito. Se la parola racconta come le didascalie i fatti di un giorno, senza permettere ad una porta di aprirsi su un altrove, o di chiudersi sul “normale”, sul con-forme, allora non è poesia, è scrittura, segno, racconto…non poesia:lab-oratorio dell’intimo di ognuno, quindi di-verso per ognuno. Le persone sono già in cammino, ciascuna sul proprio personale per-cor-so, capita che i percorsi s’intreccino ed è la, nel croce-via che si può trovare, da un vocabolo di un altro, il bolo per se stessi. Ringraziando,ferni 
 

 

13 Commenti

  1. madmapelli scrive:

    complimenti per l’idea !

    E qualcosa mi comincia a venire in mente sul tema che hai lanciato. Ma ci torno a mente più riposata. Anche eprché è un post che merita di essere riletto con attenzione.

  2. madmapelli scrive:

    C’è uno specchio sul quale si riflettono un uomo e un libro in La riproduzione vietata di René Magritte

    Per dirla con Andrea Tagliapietra, “fra gli aspetti sconcertanti del dipinto va senza dubbio annoverato il diverso trattamento catrottico dei due soli soggetti che si riflettono nello specchio, ovvero dell’uomo e del libro” (p.13)

    La via di fuga per l’uomo è quella di “vietare la riproduzione”, di fuoriuscire dalla logica del riflesso speculare, di riuscire ad operare un salto, uno scarto, asimmetrico, fuori campo rispetto al riflesso speculare. Di evitare perciò il già visto, di allontanarsi dalla ripetizione.

    L’uomo vede sé di spalle nello specchio.

    Il libro riflesso nello specchio è il romanzo di Poe Le avventure di Gordon Pym il cui protagonista si spinge fino alla fine del mondo e, in un finale senza conclusione, ha una visione del tutto enigmatica e ai confini tra reale e immaginario.

    Lo spazio della resistenza, della non-coincidenza con il già visto, con il già detto, con il già riprodotto vive negli interstizi tra un reale/virtuale copia e un reale/virtuale creazione .

    In ogni caso, è solo oltre il riflesso speculare , e perciò sulla soglia dello specchio, che si può dilatare lo spazio dell’immaginario, della creatività.

    Che questo spazio si nutra di trama o ne rompa gli schemi, prenda forma attraverso parole usate e vive o attraverso altri stili, credo sia alla fin fine poco rilevante.

    L’indipendenza sta nello sguardo che è capace di vietare la riproduzione .

  3. fernirosso scrive:

    più che l’impossibilità di ri-pro-dursi, che in verità avviene anche inconsapevolmente o al traino della vita stessa, penso che l’im-mago poichè di magia e maya si tratta) sia da cercare nel verbo vedere. Vi-deo: la divinità non si mostra ed è mostruosa nel suo apparire.Dunque l’uomo, asua immagine e somiglianza, non ha volto, poiché è sempre ri-volto altrove, attraverso uno sguardo che è un guado alla sua cecità. L’uomo non vede fuori di sé, ma costantemente pro-ietta fuori il se stesso che in lui, quasi come in-tende la divinità, attraverso un suo af-fermarsi nella creazione, luogo del margine e dell’immagine di una forma, orma mutevole e dunque non catturabile.Lo specchio è un’acqua in-stabile che non vede che gocce ed ogni goccia è scomposta in una fondo, profondità dell’essere che non si svela mai se non in quel vedere il velo, la sindone di se stesso, morto e rinato, ma sempre oltre il presente che sente e vede da un passato, passaggio verso il futuro in cui si pro-tende, per trovare i suoi ac-campa-menti. La mente tinge, di-pinge la sua te-la e sa che il colore è un prima e la cristallizzazione del pigmento una luce da millenni fa che vorrebbe illu-minare le porte chiuse del domani:casa del d’io e del dio, assiso in un corpo che scorre, nelle mille gocce di ogni altro essere, di ogni altro vivente che attraversa la sua vi(t)a.

  4. danielemuriano scrive:

    ok aggiunto, grazie del contributo!

    nota:

    se qualcuno d’ora in poi si riferisce in qualche modo allo scritto di qualcun altro, magari lo espliciti, così è più chiaro, visto che non sono solo commenti ma integrazioni al post

    grazie a tutti

  5. madmapelli scrive:

    grazie fernirosso,

    bellissime parole.

    Un solo appunto, ma solo per verificare se partiamo da presupposti diversi.

    Trovo difficile identificare acqua e specchio, dimensioni che sono differenti, quanto a natura: l’una è intesa nella cultura occidentale come naturale (l’immagine riflessa dall’acqua è divina, il suo essere risiede e dipende dalla mente divina) mentre l’altra, lo specchio, inteso come artefatto, crea immagini riflesse artificiali (prodotte dall’uomo e perciò da Platone in poi di serie “B”).

    Il quadro di Magritte, ben oltre questa distinzione, rivaluta appunto l’artefatto umano – lo specchio (che tra l’altro è uno specchio dipinto nel quadro ) – come luogo di creazione divina, in quando viene rappresentato come luogo in cui lo sguardo – del pittore che crea, e dello spettatore che osserva il quadro – è uno sguardo la cui potenza creatrice è simile a quella del dio creatore. Va cioè oltre il già dato per creare il nuovo,… non per riflettere il già dato.

  6. fernirosso scrive:

    in risposta a madmapelli.

    Lo specchio non è dipinto SUL quadro ma è il quadro in-te-(e)ro, con la cornice ampia quanto il nostro sguardo, che appunto guada l’oceano d’aria (uno stato gassoso della stessa forma:acqua) tra noi e la magia dell’occh’io.L’io, in fatti, tra-gittatosi da un dentro ad un altro dentro,quello dell’autore, irraggiungibile per altro, come in un ventre in-visibile, e in un’acqua amniotica che crea le immagini, im-ma(r)gina i propri io in sé che vengono mutuandosi in lui dalle mutanti con-figuarzioni dell’assenza (di tutto ciò che è rappresentato, come del resto ogni visione degli oggetti, altro non è che rappresentazione, non l’oggetto in sé, e questo sia guardandolo, dunque le immagini dell’oggetto, come le foto-grafie, o le grafie-scritture-descrizioni-disegni). La luce, in onde (si dice ad esempio: inondare di luce, allagata dalla luce), proprio come l’acqua, o parimenti il suono, porta da millenni anteriori alla visione che abbiamo sotto agli occhi, il supporto per vedere:come a dire che una luce antichissima, di una sorgente magari già spentasi (la luce in sé è un fatto che implica la perdita, una e-missione di fotoni che hanno lasciato il corpo madre per andare alla de-riva nel buio, sono molto vicini alla metafora che può rappresentare la morte:perdita di energia). L’immagine allo specchio vive, anche se sarebbe il caso di dire s-muore, a causa degli stessi e-le-menti in cui la mente e l’occh’io , errando tanto quanto voluta-mente ho fatto ora per segnalare l’io,gira e raggira l’immagine, in una serie di si-lenti elaborazioni allo specchio dell’io e della mente, facendoci vedere ciò che non c’è, tanto quanto non c’è immagine che galleggia nell’acqua, e nella stessa acqua. Tutto è uno scorrere:dai fotoni alle gocce d’acqua, mantre noi af-fermiamo che siamo im-mobili a gua(r)dare una immagine fissa. ferni

  7. Minerva84 scrive:

    Non sono sicura di non andare fuori dal tracciato, ma appena letta l’intestazione del post mi sono venute in mente alcune cose che ho avuto modo di studiare (e fissare) grazie a un mio professore decisamente coinvolgente. Spero davvero di non andare follemente fuori tema, ma mi piacerebbe condividerle…

    Calvino raccontava che già da bambino la sua vita era stata permeata da sensazioni fisiche, tangibili e intense legate alla lettura.

    La letteratura diventava parte integrante della sua giornata, una compagna fedele.

    Ricordava il suo incontro con Gordon Pym di Poe oppure con Kipling e le sue avventure fantastiche e diceva di aver riletto quelle opere per testare la riproducibilità delle emozioni che aveva provato.

    Due esperienze possibili grazie all’opera letteraria, alla scrittura: l’emozione immediata e la riproducibilità, all’infinito, a ogni lettura, con sfumature però sempre differenti.

    La sua scrittura nasce come lettura e in tutte le interviste rilasciate testimonia come lo scrivere fosse una parte imprescindibile del suo essere, come scrivesse pensando ad un lettore più avanzato, più in là del suo stesso immaginario.

    In ogni suo libro i libri diventano protagonisti e con loro la lettura.

    Non sempre però queste sono presentate con la stessa valutazione circa il rapporto fra vita e scrittura/lettura.

    Nel Visconte dimezzato assistiamo a una scena piuttosto divertente. La parte buona del visconte legge a Pamela (fanciulla di cui è invaghito) un passo della Gerusalemme liberata. Pamela è annoiata, ma ecco arrivare la metà malvagia del visconte che taglia di netto a colpi di spada il libro in tante piccole parti. Pamela sorride divertita e Calvino ci mostra un rapporto fra scrittura e vita che pende verso la vera vita vissuta, le emozioni di prima mano, la forza del reale contro le fantasticherie del testo scritto. Stessa misera fine tocca al libro del bambino ricco che il figlio di Marcovaldo brucia insieme alle pile di regali che li circondano nel racconto. Libro che stava annoiando il piccolo benestante e che invece lo diverte quando diviene parte dell’attivo e vivo rogo. Poi Calvino ci mostra in un suo racconto un giovane studente che legge, ma invidia la vita vera vissuta da un semplice pastore. Le due vite sono condizioni separate, ma entrambe, prese in sé stesse, incompiute.

    Il partigiano, accanito lettore del Super Giallo ne “Il sentiero dei nidi di ragno”, è talmente preso dal mondo altro, dalla rappresentazione scritta di una differente realtà, che non abbandona la lettura nemmeno a fucile imbracciato mentre attende il passaggio dei tedeschi.

    In un racconto del ‘49 poi scrittura e realtà si confondono: un gruppo di militari che sta seguendo le traccie di alcuni terroristi segue la voce che dall’interno di un’abitazione parla di armi, nascondigli e loschi traffici. Credono di aver trovato un covo e invece aprendo la porta dell’appartamento trovano solo una ragazza che, completamente assorta nella lettura, declama ad alta voce un brano di un romanzo avventuroso.

    La scrittura che confonde, che mescola le carte in tavola, che porta le persone a sovrapporre realtà vera e immaginaria.

    Viene poi l’amante lettore de “L’avventura di un lettore”, così preso dal suo libro da avvicinarsi alla lettrice di rivista, anche lei completamente assorta, e unirsi a lei senza mai abbandonare il suo mondo di carta, quella scrittura che l’ha stregato e portato in un mondo altro da cui non può separarsi nemmeno sotto la spinta delle pulsioni vitali della realtà vera.

    E il brigante de “Il barone rampante”, letteralmente sedotto dai libri che Cosimo gli fornisce, concupito dal testo scritto abbassa la guardia e viene catturato dai poliziotti e condotto in carcere. Abbandona la vita vera per la vita altra che la scrittura gli offre, si priva della libertà per la libertà della lettura.

    Infine la Lettrice con la L maiuscola, Ludmilla. Lei che legge con i capelli rovesciati in avanti, che non abbandona mai il libro con le sue parole stampate. Che vive in simbiosi con la scrittura.

    L’ambigua visione del rapporto fra scrittura e realtà non viene mai risolta in modo univoco da Calvino. Con un sorriso ambiguo sembra indicarci che i due mondi, quello in cui viviamo e quello stampato nei caratteri che compongono i nostri libri, non dovrebbero mai essere separati. Una frattura infatti genera squilibri e situazioni anomale: incompiutezza.

    La vita non può essere sostituita dalla scrittura, che la riproduce, la amplifica, la trasforma, ma parte sempre da essa. D’altra parte una vita senza scrittura sarebbe effimera e troppo con “i piedi per terra”.

    Infine vorrei citare una poesia di Ungaretti, altro mio pallino effettivamente, che spiega bene (ovviamente in relazione alla scrittura poetica) il rapporto fra reale e parola scritta.

    Commiato

    Gentile

    Ettore Serra

    poesia

    è il mondo l’umanità

    la propria vita

    fioriti della parola

    la limpida meraviglia

    di un delirante fermento.

    Quando trovo

    in questo mio silenzio

    una parola

    scavata è nella mia vita

    come un abisso.

    Insomma,la vita senza scrittura è semplice realtà. L’io è solo l’io. Ma con la scrittura, con l’opera letteraria assurge a qualcosa di più, qualcosa che va oltre, che crea, che nobilita. Qualcosa che fissa per sempre cose, persone e sentimenti e permette la loro “eterna” fruizione. Che la scrittura per la vita significhi immortalità forse?

    Uno strumento per diventare eterni.

    La vita “fiorita delle parole” non è più solo un esistenza, è eternità e chi legge un pezzetto di questa eternità può vivere per un momento la felice illusione di essere astorico nel dialogo con autori che non sono più.

  8. madmapelli scrive:

    @ fernirosso

    perfetto, grazie. Così ho inteso meglio il tuo punto di vista.

    @ minerva

    aggiorno subito e complimenti.

  9. danielemuriano scrive:

    grazie a minerva84 :)

    posto ancora fernirosso con un intervento sul mio blog personale

    ci sarà da discutere di alcune cose, credo…

  10. Minerva84 scrive:

    @grazie a voi. Questo spazio mi da la possibilità ogni tanto di discutere di cose che difficilmente diventano argomento di conversazione al di la della ristretta sede d’esame (quando va bene!)

  11. fernirosso scrive:

    anch’io ringrazio, è stato e sarà un piacere dialogare con voi.ferni

  12. danielemuriano scrive:

    bene, troveremo situazioni anche più collaborative di queste, sono sicuro. ho riletto gli interventi e mi hanno dato parecchi spunti

    buona notte a tutti :)

  13. fernirosso scrive:

    Ciò che personalmente cerco in ogni scrittura è il sogno-segnante (o vice-versa) che in me apra un solco in cui poter trovare la collocazione sia per una radice che per un seme,ma anche per un sasso,uno stecco,un filo d’erba,un gioco…Cerco porte che si aprano ed eseguano il loro compito: po(r)tano qualcosa o qualcuno,anche se,forse l’ho detto altrove,chi arriva è un me dentro un altro.Penso che si tratti sempre di riconoscimento,per questo l’accoglienza dell’altro o dell’in-pre-visto(chi altri se non ciò che era già in noi?) dovrebbe essere sempre l’agente fondamentale.

    I sogni,come ogni altra phanta-sia o i-dea con-servano e as-servano in se stessi la realtà di quel mondo interiore attraverso cui vediamo e ci il-ludiamo di vedere quello che,uno per ognuno,risulta una moltiplicazione di quadri in scrosci e scorci prospettici che ci in-vita-no a per-correre questo o quel senti-ero.Ecco,per me,ogni parola-luogo,in senso fisico,nella concretezza della in-mago,è l’invito a cedere la parte nota e trita,rituale dei con-vene-voli della sfera sociale, e ad ac-cedere ad altre srade con la max libertà.Ri-costruisco i miei “v-erbari”: una Valle la cui erba è tutta su radice e desinenza, volere senza alcun possesso o volontà di possesso.Ac-colgo e ri-porto,dall’altra riva di me in me,che poi divento la prima altra,quella che guarda ciò che ha trovato stando di guardia.Giri e rigiri attorno all’as-se producendo s s s s s s s enti-eri,che s’intrufolano, s’innerpicano nella lingua.Ogni lingua gode di illusionismi quanto la nostra e qualunque tipologia di scrittura può essere percorsa e attraversata secondo canali o val-volè che ritenevamo inaspettate.Accade spesso che temi e costruzioni che appartengono ad altri generi riescano a generare, a loro volta ,com-posizioni di natura diversa e identico contenuto,anche se magari non è più visibile allo stesso modo.Medio, large, extra large ed extra extra large o small..il segno imprime sensi nei sensi in-attesi o tesi,tesi al punto da proiettarlo su altri piani e pianeti.

    ferni

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