METAMORPHOSE

maddalena mapelli
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cielo nel crepuscolo della presenza
immagina fiori nella notte astrale
parole che precipitano suoni di silenzio
nel vuoto di foreste scomparse
luoghi eterni di assenza
adombrati sopprimendo gli astri
luce pura che colpisce il cuore
caverna di colonne scavate
dall’altra parte del silenzio
profondi cieli si muovono cupi
luminosi abissi di blu
straripano in acqua mattutina
 
 
 
 
Quaderno cartesiano delle voci sotterranee. Nel fondo trasparente del cielo. Il bordo approssima l’orizzonte. La piega del cielo confine della terra. Luce proveniente dal fondo dell’universo. Corpi e astri precipitati su se stessi.
 

Ibridapoesia. Testo poetico selezionato dalla giuria di Ibridamenti sul tema L’identità virtuale. A questa poesia lo staff di ibridamenti assegna una menzione speciale per lo spessore concettuale  e la complessità dei contenuti espressi

37 Commenti

  1. chiccama scrive:

    non so fare commenti alle poesie, ma so soltanto dire, cosa avverto e le emozioni che ricevo

    al primo impatto immediatamente ho letto con gli occhi:

    cielo nel crepuscolo….

    *****

    …in acqua mattutina

    l’incipit e la chiusa in simmetria perfetta dove il crepuscolo e la mattina chiudono una percorso dove si snodano presenze, assenze, silenzi . voci…

    e la presenza dell’acqua, come veicolo del mutamento…

    una metamorphose splendida…

    chicca

  2. heteronymos scrive:

    Decisamente: una delle più belle poesie che mi è capitato di leggere in questi ultimi tempi.

    Alfredo è capace, qui, di restituirmi, con un lirismo misurato ma profondo, quella sensazione di “completudo” che solo una “coscienza piena di mondo” può vivere…

    E la coscienza diventa aperta al mondo – tramata dalle sue molteplici e mutevoli dimensioni – solo nella misura in cui ha creato al suo interno un vuoto, uno spazio vuoto (“crepuscolo della presenza”, appunto) capace, proprio perchè vuoto, di accogliere la varietà, la complessità, le mutazioni dell’altro. Dell’alterità e dell’altro…

    Poesia concettuale questa, certo. Ma anche poesia evocativa, lirica, pregna di risonanze, di emozioni, di sensazioni…

  3. maledettamenteB scrive:

    onestamente, secondo me lo stile di Alfred, o almeno per quanto riguarda i due scritti postati su Ibridamenti, è castrato dall’utilizzo non raffinato (ovvero “a fuoco”) del linguaggio.

    sono proposte in rapida successione parole che in poesia hanno da tempo smesso di “risuonare” felicemente, soprattutto se di queste si abusa nello stesso verso (per esempio cielo nel crepuscolo della presenza… suoni di silenzio nel vuotoeterni, assenza), immagini viete e figure retoriche sentite e risentite (profondi cieli, luminosi abissi…) che non possono certo rappresentare una citazione.

    credo sia necessaria, come lo stesso Alfred frequentemente propone, una riscrittura dei versi nel segno della precisione del linguaggio, della tenuta almeno contemporanea, e un po’ “sporcata” dal nostro tempo.

    altrimenti, ad un lettore di poesia e dunque ad un lettore attento al linguaggio oltre che all’emozione, questo stile appare come una vena poetica un po’ varicosa (vecchia), smaccatamente “romantica”..

  4. heteronymos scrive:

    Dissento dal commento di Daniele – MB – per i motivi già esposti nel mio commento precedente…

    *precisione del linguaggio*, ragionando di poesia, è un’espressione vaga e fuorviante…

    precisione rispetto a che cosa? rispetto a quale parametro?

    Altra osservazione che non condivido:

    *questo stile appare come una vena poetica un po’ varicosa (vecchia), smaccatamente romantica *…

    Chi decide, in poesia, cosa è vecchio e cosa è invece cifra espressiva con una *tenuta almeno contemporanea *?

    Uno scrittore sommo, come il nostro Carlo Emilio Gadda, ha usato ampiamente arcaismi, espressioni desuete, anche se originali, per esprimere il suo devastato mondo interiore…

    La linea di discriminazione sta altrove. Non dalla parte della contrapposizione tra vecchio e nuovo…

    Ma lo si sa bene: in queste faccende entrano in ballo scelte di gusto, assolutamente personali. Ho solo espresso, caro Daniele, il mio gusto, senza alcuna pretesa *legiferante*…

  5. ibridamenti scrive:

    Dopo aver letto chicca, het e MB

    non so bene che dire, visto che di poesia non me ne intendo granchè.

    Credo comunque che Alfred sia perfettamente consapevole del lessico da lui usato se ci tiene a precisare nelle tre righe che accompagnano i versi che il suo è un foglio – io lo immagino così, proprio come un foglio – strappato dal quaderno cartesiano delle voci sotterranee .

    La cifra di questo testo è la nitidezza del lessico usato, la lapalissiana evidenza dei termini scelti. Il gioco credo stia in quello.

    Poi è una questione di gusto.

    E’ un testo questo che in me non risuona emotivamente, ma intellettualmente. E’ come se lo scivolare dai primi versi – fin troppo trasparenti – all’ultimo – altrettanto iscrivibile in un patrimonio poetico dal punto di vista lessicale comune fosse impedito da un unico verso

    caverna di colonne scavate

    che personalmente leggo (ma è solo una mia personale lettura) come topos del pensare altrimenti la caverna di Platone. Una caverna in cui non ci sono ombre proiettate o similia, ma colonne profondamente scavate nel sottosuolo, fondamenta che hanno radici nell’inconscio.

    Questo sprofondamento oltre l’evidenza, mi è sembrato un modo complesso per dire un tema difficile quale “l’identità virtuale”. Per questo ho approvato la proposta di assegnare a questo testo la menzione speciale dello staff di Ibridamenti che è una menzione relativa allo spessore dei contenuti espressi.

    mad

  6. lemmaelabel scrive:

    MB, capisco ciò che dici.

    Ma, guarda bene il testo di alfred: è affidato alla sequenza di singole parole e agli a capo.

    In genere un testo senza punteggiatura (e senza un incipit indicato dalla maiuscola) ti costringe a ritrovarne senso, e non solo la prima volta che lo leggi, ma poi ancora la seconda, e la terza…e nel frattempo le parole suonano…ri -suonano…

    :-)

  7. maledettamenteB scrive:

    allora, per prima cosa preciso il “vecchio”.

    se oggi un abile e talentuoso compositore scrivesse delle sinfonie di Beethoven sarebbe cosa davvero di poco interesse, se non a titolo di “pastiche” perchè, lo sai bene Mario, l’arte ha un suo tempo, e il linguaggio dell’arte ha un suo tempo. a maggior ragione il linguaggio poetico e in generale in letteratura.

    citi Gadda, che però qui c’entra poco: in Gadda lo stile tende al pastiche e macaronico che è ben altra cosa, le espressioni inusitate hanno una chiara ragion d’essere, il linguaggio è PRECISISSIMO in tutte le sue sfumature spesso ironiche.

    un conto è il registro o i molti registri scelti, altra cosa è la precisione su quei registri. inoltre qui non ci sono parole inusitate, anzi, il contrario: ci sono espressioni poeticamente trite.

    certo è solo un mio giudizio. di solito se uno scritto non mi piace particolarmente non commento, ma visto che è abitudine dell’autore di questo post commentare e addirittura riscrivere, be’ ho pensato che non avrebbe dato fastidio una critica.

    :)
    un saluto

  8. heteronymos scrive:

    Caro Daniele,

    ti rispondo, poichè penso che i temi discussi siano interessanti.

    Scrivi:

    *l’arte ha un suo tempo, e il linguaggio dell’arte ha un suo tempo. a maggior ragione il linguaggio poetico e in generale in letteratura*…Citi l’esempio della musica. Beh, qui ci sarebbe molto da dire. Pensa solo a questo: nel primo novecento hai musicisti che si ricollegano deliberatamente alla grande lezione dei romantici e del secondo romanticismo (pensa a Rachmaninov), ed altri musicisti (pensa a Schoenberg) che *rompe* il campo tonale e inaugura la dodecafonia. Vedi: l’arte non ha il suo tempo, come tu scrivi, ma si esprime attraverso piani differenti di temporalità, mescolando codici vecchi e nuovi, riprese del passato e sperimentazione di strade nuove…

    Parli di GADDA. Continuo a ritenere -e te lo ripeto – che l’aggettivo (superlativo) PRECISISSIMO da te impiegato non abbia, qui, molto senso. Parlerei di un linguaggio facendo riferimento alla sua coerenza interna, alle sue tonalità espressive: in Gadda sono tonalità che si mescolano, si ibridano, si contrappongono. Nella *Cognizione del dolore* si passa da una tonalità ironica, graffiante, sarcastica, ad un registro lirico, a volte *romantico* (da decidere che significa in questo contesto romantico…) :-)

    Attento alle espressioni *trite*: un grande poeta, notissimo per le sue liriche d’amore – Nazim Hikhmet – riesce ad utilizzare meravigliosamente espressioni trite, comuni, anche logorate dall’uso: ma riesce a dare loro nuova vitalità e forza. Le cosiddette espressioni *trite* – così come le tratta e le usa Nazim Hikhmet – diventano metafore potenti e coinvolgenti, il cui orizzonte di senso è più ampio di quello che queste stesse espressioni hanno correntemente…

    La tua critica – parlo per me – non solo non dà fastidio. La ritengo stimolante, produttiva. Ha il merito di aprire problemi non irrilevanti per la poesia e per la letteratura.

  9. maledettamenteB scrive:

    Mario:

    scrivi “l’arte non ha il suo tempo, (..), ma si esprime attraverso piani differenti di temporalità, mescolando codici vecchi e nuovi, riprese del passato e sperimentazione di strade nuove… ”

    trovo la tua argomentazione riguardo al “tempo” poco condivisibile. qualunque discorso artistico che attinge a “codici vecchi e nuovi” è, comunque, necessariamente, ancorato al tempo in cui viene pronunciato.

    ovvero tu confondi qui il momento dell’enunciazione con i “piani” temporali cui rimanderebbero gli stili adottati.

    poi, uscendo dalla vischiosità della generalizzazione, tornando alla letteratura….

    al di là dell’entusiastico superlativo, il termine “preciso”, in prosa e in poesia, è forse l’aggettivo più importante.

    vuol dire “a fuoco”, ed io ad esempio tendo a preferirlo a “esatto” ovviamente in riferimento al Calvino delle lezioni americane.

    precisa è l’espressione che attinge nella mente a un concetto chiaro, che non crea quella sensazione di “miopia” cognitiva, la percezione che ciò che leggi è in qualche modo sfocato, la superficie del testo non sufficientemente limata..

    (le espressioni “trite” diventano imprecise invece perchè logorate dall’uso e si prestano dunque all’ironia. moltissime delle “poesie” sui blog fanno sorridere non tanto perchè “la luce dei miei occhi”, “in fondo ai tuoi occhi”"riempirti il cuore”, ecc. siano cose di per sè poco poetiche, ma perchè appunto sono talmente logore che l’ironia ha divorato ogni possibilità di adoperarle.

    passando ancora per Gadda, la precisione è decisiva soprattutto per il suo periodare così ampio e complesso: vuol dire economia di pensiero, vuol dire poter leggere un lunghissimo periodo senza “affaticare” la vista, perchè i concetti sono lì, sono nitidi. questo labor limae della precisione in Gadda è evidente, e spasmodicamente, nevroticamente esasperante.

    quanto al “romantico”, era per l’appunto tra virgolette… si capisce credo il senso :)

    ho letto Hikmet. il mio “trito” non vuol dire certo semplicità e chiarezza, che è la cifra delle sue seducenti, nitidissime metafore cui giustamente ti riferisci.

    ciò detto, abbiamo espresso delle argomentazioni, e non credo sia necessario convincerci a tutti i costi… lo dico solo perchè sono molto stanco e tra poco andrò a dormire abbandonando il campo.

    un saluto :)

  10. eventounico scrive:

    Non riesco ad immaginare nulla di più “trito” della poesia ed, al tempo, nulla di più “eversivo”.

    Quale meraviglia costruiscono quelle parole se possono avvicinare ed allontanare. Grande cosa è la critica giacchè apre al di-verso, non precludendo alcuna via all’essere.

    E’ dunque vera arte quella che tutti riconcilia ? Oppure dobbiamo riconoscere come tale tutto ciò che rende più felice il singolo ?

    Rendo pubblico merito a MB per aver detto ciò che pensava. Sono talmente disabituato a tali manifestazioni di coragggiosa umanità che mi sono addirittura emozionato. Certo non tanto quanto Het nel leggere e commentare la poesia di Alfred. Dopo il suo commento era difficile dire qualcosa di “più”. Dunque non restava che tacere o dire qualcosa di diverso. Alfred ha scritto ciò che ognuno può sentire in maniera diversa. Chi giudica i suoi versi “arte perfettibile”, in fondo, gli sta solo augurando ogni bene, salvandolo da una polverosa teca che riporti la scritta “parole di un artista”. E’ blogger, vivaddio, e che lo sia come sa esserlo. Poichè ci piace già solo quanto egli sappia provocare confronti come questo.

    Ci hanno dato emozioni le sue parole ? E pensare che lo hanno fatto gratuitamente…

  11. heteronymos scrive:

    @MB

    *tu confondi qui il momento dell’enunciazione con i “piani” temporali cui rimanderebbero gli stili adottati*.

    Non confondo affatto i due piani, come tu pensi. Quando si decostruisce un testo – anche un testo relativo a saperi, non solo un testo letterario – si possono spesso individuare piani temporali differenti (rappresentati da codici – espressivi e contenutistici – storicamente databili) che in un certo modo trovano una loro composizione, una loro sintesi, o, a volte, un loro semplice e meccanico accostamento, in quel determinato testo che è stato oggetto della decostruzione.

    La tua posizione rappresenta una forma abbastanza tradizionale e ingenua di STORICISMO, di continuismo storicista. Al continuismo storicista io preferisco un approccio diverso (già da me sperimentato in qualche pubblicazione e divenuto, a volte, oggetto del mio insegnamento): lo definirei, in rapporto alla lezione di Michel Foucault, un approccio GENEALOGICO. Genealogia di un testo, di un certo discorso (e, in senso più lato, di un sapere): suo smontaggio genealogico.

    Il tema è complesso e potremmo svilupparlo, con la necessaria calma, in un altro momento e in un’altra sede.

    Ultima osservazione. Scrivi:

    *precisa è l’espressione che attinge nella mente a un concetto chiaro, che non crea quella sensazione di “miopia” cognitiva, la percezione che ciò che leggi è in qualche modo sfocato, la superficie del testo non sufficientemente limata*…

    Capisco quello che intendi dire come capisco i tuoi riferimenti. Ma attenzione: esistono forme espressive, stili – e *poetiche* –

    del tutto irriducibili al canone che tu citi come fosse un canone assoluto.

    Pensa allo stile barocco. Pensa a molta produzione dei surrealisti, eccetera.

    Ti cito, per concludere, una definizione di ARTE data da Benedetto Croce (si, proprio lui!): una definizione che può sembrare calzante rispetto alle cose che dici. Eccola:

    *L’ARTE E’ SENTIMENTO GAGLIARDO CHE SI FA RAPPRESENTAZIONE NITIDISSIMA*..

    Pensa a quante latteratura, a quanta poesia don Benedetto, in armonia con questa sua concezione e definizione, non fu in grado di accettare e di riconoscere…

    Pure io chiudo, ora. E, te lo ripeto, mi auguro che potremo riprendere questo utile dialogo in un altro momento e luogo.

    Bye

    Mario

  12. evenevil scrive:

    Forse sarebbe ora di iniziare a commentare semplicemente ciò che di semplicità vive: la poesia.

    Trovo riscontri in parte di ciò che dice MB e in parte di ciò che dice Het. E anche in parte di ciò che dice Evento.

    Penso che il testo di Alfred sia emozionante, ma io personalmente non lo trovo poetico. Io personalmente. Io personalmente.

    Rispetto chi lo recepisce diversamente.

    Emozionante? Sì, in alcuni accordi. Pomposo e retorico: sì, parecchio.

    Non mi dice nulla che mi faccia provare emozioni intense, fruibili immediatamente in una qualche metafora ben espressa. Non mi meraviglia e sinceramente non vedo la complessità concettuale a cui si fa riferimento (ma questo è dovuta alla mia scarsa cultura probabilmente).

    @Het: ciascuno può leggere e provare le emozioni come è in grado, per la propria sensibilità. Ma trovo che MB abbia specificato puntualmente che cosa entra in dissonanza nella lettura del testo. Non concordo con le sue divagazioni sul vecchio e sul contemporaneo, perché per me la poesia non è luogo temporale né nella forma né nel colore, né nel suono. Concordo invece sull’osservazione legata al gioco della retorica. Abusato gioco a parer mio.

    Sempre assolutamente personalmente, ritengo più poetico

    Quaderno cartesiano delle voci sotterranee. Nel fondo trasparente del cielo. Il bordo approssima l’orizzonte. La piega del cielo confine della terra. Luce proveniente dal fondo dell’universo. Corpi e astri precipitati su se stessi.

    D.

  13. maledettamenteB scrive:

    purtroppo sto risistemando alcune cose lavorative e sono passato :)

    Mario, sono sicuro che vagando intorno a quel che ci siamo detti potremmo rinfocolarci all’infinito.

    soltanto che, a volte, su certe questioni, soprattutto considerato il fatto che enciclopedicamente “vinci” tu :) – connettendoti più (a volte meno) propriamente a sempre nuovi arrovellamenti – è più efficiente congendarci così.

    io comunque continuo a sorridere quando mi imbatto in certe effusioni poetiche ed espressioni pseudopoetiche imbarazzanti, al di là di tutte queste possibili e del resto cognitivamente interessanti giustificazioni.

    una buona notte

    evenevil: se quel che dici è emozione e superficie del testo devono andare a braccetto… se ho capito bene mi trovi d’accordissimo

    notte a tutti

  14. evenevil scrive:

    MB… mmmm… dipende :)
    quello che intendo è che anche se il testo fosse ermetico dovrebbe avere la capacità di stravolgermi. Anzi, la difficiltà dell’ermetismo è proprio quella di stravolgere senza per questo lasciar le emozioni in superficie. Ciò che stravolge in quei casi è proprio la violenza della semplicità che trovi arroccata dentro il compresso. La parola può essere difficile, ma l’emozione deve poterla trafiggere ed arrivare.

    Se la parola è semplice non devo, non posso aver la sensazione di acqua tiepida sulle mani tiepide. Devo aver la sensazione di un gavettone d’estate dopo una corsa.

    Parlo sempre di quello che io personalmente intendo poesia.

    D.

  15. evenevil scrive:

    ops… dimenticavo: notte a tuttttti :)

    D.

  16. orsarossa scrive:

    a me ,questi versi di Alfred arrivano come fossero le reminescenze mattutine di un suo sogno notturno.

    Lui si sveglia e annota su un foglio.

    ha la gola secca ma prima deve fissare alcune visioni sulla carta.e scrive veloce .prende appunti.

    sa che potrebbe dimenticare.

    è volutamente scarno.perchè la sete incombe.è fragilissimo.

    come un cristallo.

    verranno poi certi pomeriggi di sole e di quiete dove le parole avranno fioritura.

    ma per ora basta il segno.

    il nucleo sostanziale.

    è una poesia esoterica.

    per pochi.

    *Orsa

  17. bertop scrive:

    Orsa, mi hai rubato le parole di bocca.

    Il testo di Alfred l’ho trovato notevole: in ogni caso mi ha dato quel “solletico interiore” che, a furia dei leggere poesia, ormai raramente si fa vivo (si fa vivo con le tue, comunque…)

  18. astrogigi scrive:

    Non entro nel contesto dello scritto perchè il mio commento sarebbe il silenzio.

    Rimane però un interrogativo per il quale chiedo un aiuto a Het o a chiunque abbia voglia di darmelo: cos’è un quaderno cartesiano ? un grafico ? un blocco per cogitamenta ?

    grazie

    GB

  19. BESTIO scrive:

    trovo che a volte la poesia vada “bevuta” in modo più “naturale” che contenuta nel solito bicchiere:

    con le mani a coppa, direttamente alla fonte.

    Così mi risulta più fresca, meno “travasata”.

    A me personalmente piacciono questi versi, li trovo “umidi”, e rinfrescanti.

  20. alfred58 scrive:

    fino all’undicesimo commento…

    ***

    chicca ha “percepito” un’immagine in movimento, il cambiamento dei cieli attraverso l’acqua

    lemmaelabel ha notato la struttura del testo

    precisa l’analisi fenomenologica di Mario

    maledettamenteB dice cose giustissime; la poesia in genere è sempre troppo carica di figure retoriche; è un vizio che è nell’essenzialità del dire. Lo sapeva bene Beckett che per cercare di sfuggirvi abbandonò la lingua materna. Ma la poesia lo ha raggiunto anche nel francese. Precisione e logica applicate alla poesia darebbero, però, frutti indigeribili. Una metafora logorata non è più una metafora, ma si continua a farne uso in altro modo, il linguaggio perde il suo elemento artificioso e finisce per diventare naturale.

    Prendiamo una frase “poetica” di Gadda: “Il cielo, così vasto sopra il tempo dissolto, si adombrava talora delle sue cupe nuvole…” oppure “l’ellisse del nostro disperato dolore”. Tutto si può dire ma non che sia banale. Almeno per “un lettore di poesia” e “attento al linguaggio”. Anche il “consumato tempo” di Gadda il “lettore di poesia” ritroverà spesso nella poesia.

    Giorgio Agamben raccogliendo una “provocazione” di Lautréamont : “Les jugements sur la poésie ont plus de valeur que la poésie” scrive: “Prendendo coscienza della propria ombra, l’arte accoglie così immediatamente in sé la propria negazione, e, colmando la distanza che la separava dalla critica, diventa essa stessa il ‘logos’ dell’arte e della sua ombra, cioè riflessione critica sull’arte…”

    devo dire che Maddalena ha colto nel segno. effettivamente anche se una poesia (qualsiasi testo) può sembrare spesso frutto del caso o dell’ispirazione e senz’altro lo è per molti aspetti; in verità si “edifica” su fondamenta già gettate. La caverna pensata altrimenti, ma anche in analogia a quella di Platone, di Ovidio, di Beckett….

    a.

  21. alfred58 scrive:

    @ astro: cartesiano significa trasparente

    @ bestio: ventesimo commento ad hoc…

  22. alfred58 scrive:

    @ orsa: la poesia ti appartiene in modo così naturale e connaturato, da lasciarmi con la gola secca…

    La lettura, la scrittura, si fa attraverso il tatto perché il corpo deve essere toccato. Ciò che di una scrittura non si può leggere, ecco che cos’è un corpo.

    JEAN-LUC NANCY

  23. alivento scrive:

    diciamo pure che il commento di orsa è bellissimo, alfred

    di mio concordo con maleddettamente bene, non riesco a sentire pienamente una poesia che poggi solamente su architetture di cielo e di nubi, luoghi e suoni, caverne e dirupi, adombramenti e luci, ho bisogno di chiodi e di spade, frammentazione e il vuoto, di carne e di sangue, ho bisogno che questi elementi si mischino alle frattaglie, ed ogni tanto dall’ibridazione venga fuori un vocabolo come “forchetta”, “pallina”, “mozzarella” “parenchima” ma l’argomentazione di JEAN-LUC NANCY (“La lettura, la scrittura, si fa attraverso il tatto perché il corpo deve essere toccato. Ciò che di una scrittura non si può leggere, ecco che cos’è un corpo.” ) è di una suggestività paurosa, di un convincente impressionante ed allora rileggo e la levità del sogno di questo testo diventa anche mia, che poi significa toccare quel corpo, un corpo etereo di nuvole più che di materia di sangue bocca e carne, ne concludo che ogni poesia ha bisogno di lettura attenta che si spogli dei nostri bisogni per sentire “toccare” il corpo dell’altro.

    Leggerò ancora questi versi e, se potrò, creerò un’immagine per ispirazione da essi.

    complimenti ad alfred per la segnalazione, a het ed allo stesso alfred per lo spessore culturale commenti.

  24. alivento scrive:

    ps. in cambio rubo la citazione citata ;)

  25. lefty333boy scrive:

    http://reactee.com/shirt/render/preview/?&_inst=1206974789328&bshrt_slogan=io%20non%20ho%20capito%20un%20razzo%20%3A(&bshrt_kw=KEYWORD405&bshrt_scode=41411&bshrt_forWhat=miaokisslick&bshrt_image=cat&bshrt_color=RTC_PINK&bshrt_size=&bshrt_subtype=FITM>

  26. alfred58 scrive:

    METAMORFOSI

    [..] fin nella caverna cielo e suolo e una a una le vecchie voci d’oltretomba e lentamente la stessa luce che sulle piane di Enna in lunghi stupri macerava poco fa i capillari e le stesse leggi che poco fa e lentamente nell’orizzonte che spegne [..]

  27. alfred58 scrive:

    @ astro: capisco il tuo silenzio in accordo col testo, ma vorrei rassicurarti affinché tu possa ritrovare la parola; anche la soppressione degli astri è figura retorica, sono sempre lì, apri la finestra e tira un sospiro di sollievo.

    a.

    “Questo corpo si ritira al fondo di se stesso – al fondo del Senso – mentre il senso vi si ritira fino a toccare il suo fondo di morte. Questo corpo è ciò che l’astrofisico chiama un buco nero: un astro che ha una dimensione tale che la sua gravità vi trattiene persino la luce, un astro che si spegne e precipita da se stesso in se stesso, aprendo nell’universo, al centro dell’astro e della sua densità inaudita, il buco nero di un’assenza di materia (e una “fine dei tempi”, il contrario di un “big bang”, una sorta di fine del mondo all’interno del mondo). Che il corpo metafisico o misterico, che il corpo dell’incarnazione e del senso, sia in ultima analisi un buco non è affatto sorprendente.”

    JEAN-LUC NANCY

  28. ibridamenti scrive:

    devo dire Alfred che in francese suona dans mon coeur in altro modo…

    un abbraccio

    mad

  29. astrogigi scrive:

    “Questo corpo è ciò che l’astrofisico chiama un buco nero: un astro che ha una dimensione tale che la sua gravità vi trattiene persino la luce, un astro che si spegne e precipita da se stesso in se stesso”

    Se proprio si vuol essere precisi, il buco nero NON è un astro, ma una profonda cavità nel tessuto spaziotemporale generata da un campo gravitazionale che la fa estendere fino all’infinito, impedendo di fatto alla luce dell’astro collassato di emergere.

    L’orizzonte degli eventi posto sul limite di Chandrasekhar non facilita poi le cose ad un osservatore esterno…

    Il silenzio era espressione del mio smarrimento fra la non comprensione e la sensazione di deja vu che mi ha preso nel leggere il testo.

    Come se io ci fossi già stato fra quelle parole, in quelle caverne.

    Mi ha steso.

    Grazie della premura Alfred, ma sono certo che le Stelle, quelle vere, sopravviveranno a tutte le poesie.

    Anche alla mia.

    GB

  30. lefty333boy scrive:

    ahaha cousin MAD ma allora non sono solo .))

  31. ibridamenti scrive:

    Lefty, ho imparato a rubare le maglietteeeeeeeeeeeeeeeeeeee

    chi mi ferma più adesso ;-)

  32. evenevil scrive:

    @Astroooooooooooooooooo :)))

    ora ti sei auto-incastrato!!!

    Cito parole tue: “Grazie della premura Alfred, ma sono certo che le Stelle, quelle vere, sopravviveranno a tutte le poesie.

    Anche alla mia.

    ;)
    io non ho detto nulla eh, hai fatto da te stavolta ghghghgghgh

    D.

  33. Yzma scrive:

    caverna di colonne scavate

    dall’altra parte del silenzio

    i versi che mi piacciono di più

  34. alfred58 scrive:

    @ grazie astro per il tuo commento alquanto suggestivo… ma ci hai abbandonato sul limite di Chandrasekhar…

    A che cosa pensiamo quando pensiamo l’Infinito, “una profonda cavità nel tessuto spazio-temporale generata da un campo gravitazionale che la fa estendere all’infinito, impedendo di fatto alla luce dell’astro collassato di emergere”. Assenza di luce, dunque… c’è una percezione che è orizzonte degli eventi sul limite…

    Tutto il mondo come unità, numero, è infinito presente. La realtà appare per noi nello spazio vuoto della visione, la realtà dello sguardo sensibile ai pori della pelle, al desiderio d’infinito. Oltre l’apparenza, inganno dei sensi, non la cosa in sé, ma il dis-inganno, non la mancanza di senso, ma l’assenza. Infinito, vacuità.

    a.

  35. astrogigi scrive:

    Alfred, credo la cosa più saggia sia lasciare ai poeti la poesia ed agli astrofisici la fisica.

    Il mio occupo di fisica.

    A te lascio tutto il resto.

    Ciao

    GB

  36. astrogigi scrive:

    Even, io mi occupo di fisica come ho detto testè al Grande Alfred. Se la goffa forma di poesia che tu per primo hai detto di ravvisare nel mio modo di pormi non ha ancora tirato giù il Cileo, vuole dire che quelle vere non faranno certo danni.

    Non mi sono incastrato: ho solo dichiarato ciò che ho sempre sostenuto: io NON sono un poeta, non ambisco diventarlo, mi da molto fastidio quando a tutti i costi mi si vuol dipingere come tale.

    Ciao

    (perdona Alfred lo sconfinamento dal contesto dei tuoi versi)

    GB

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