Non potevo non dire la mia sulle poesie nei blog. E non perché sia Lapoetessarossa. Sedicente poetessa, forse. Ho aperto il blog per dare una casa alle mie poesie, un luogo dove potessero essere tutte insieme, che non fosse il cassetto, e dove potessero essere lette. Il tag poesia è uno dei più usati. Ma di quale poesia si tratta? La mia impressione è che per poesia troppo spesso si intenda andare a capo quando fa comodo. Ed ecco bell’e pronto un verso. Non ho la pretesa che le mia sia alta poesia, che sia portatrice di significati universali, che sia comprensibile o che abbia addirittura dignità letteraria. Non ho la pretesa perché leggo poesia. E penso di poter affermare che il mio è talvolta un esercizio, talvolta un bisogno di espressione molto personale. E’ chiaro che pubblicando do il via alla condivisione del mio poetare, ma senza la pretesa di essere considerata un’anima più sensibile, o più colta, solo perché scrive poesie! Se qualcuno apprezza, ci trova qualcosa di bello, ben venga. Come mi piacerebbero delle sonore critiche, che però non ci sono mai. Ed è per questo che penso i poeti dei blog ci capiscano ben poco di poesia e non ne leggano affatto. Non basta andare a capo e non basta una rima per scrivere poesie. E non basta nemmeno accostare due termini antiteci per fare un ossimoro, ovvero una figura retorica, ovvero ho scritto una poesia. Nonostante questo i blog sono invasi da presunte poesie i cui temi sono a dir poco scioccanti. Mi riferisco, e porto l’esempio più eclatante, a "poesie" (e qui metto le virgolette per rispetto del termine) che descrivono amplessi. Sono incommentabili. E non per il tema (Neruda docet per fare un esempio classico).
Perché si scrivono versi? Per dimostrare di essere migliori di chi scrive in prosa? Perché fa fico essere un poeta?
La mia impressione è che di poesia vera se ne legga e se ne sia letta assai poca. Sui banchi di scuola la poesia era per molti un tormento. La parafrasi. Riconoscere le figure retoriche, il metro. L’ossatura della poesie era davvero poco digeribile. E il significato alla fine si limitava allo studio dell’ interpretazione del critico dell’antologia. Difficile conoscere altri poeti italiani e stranieri che non rientravano nei programmi ministeriali. Così penso che se questo è il substrato che spesso ci accomuna, il salto di qualità, la scelta di leggere poesia sia da imputarsi esclusivamente alla propria sensibiltà, ad uno stato d’animo alla ricerca di un messaggio, di un’interpretazione della realtà che implichi attenzione, profondità, e anche, parola grossa, cultura.
La poesia è un modo di vivere e di sentire. Chi legge poesia è diverso. Non migliore. Diverso l’approccio con la realtà e anche la vita pratica. Questo è chiaramente un mio pensiero.
Concludo con una domanda. Qual è il segreto intento di chi scrive tutte queste finte poesie?


















@melogrande qui non mi trovi d’accordo: le diffrenze sono soggettive. Il più bel testo che ho letto in vita mia l’ho sicuramente letto in rete, da un autrice sconosciuta ai più. L’Infinito di Leopardi le fa un baffo.
E di poesia ne ho letta parecchia negli ultimi 8 anni. Riuscivo a leggere e criticare fino anche ad una 30ina di testi al giorno.
Rientra in una certa misura la soggettività, di autore e lettore.
D.
Un piccolo regalo per tutti.
Quando il poeta si diverte…
Aldo Palazzeschi dice:
LASCIATEMI DIVERTIRE
Tri tri tri,
fru fru fru,
ihu ihu ihu,
uhi uhi uhi!
Il poeta si diverte,
pazzamente,
smisuratamente!
Non lo state a insolentire,
lasciatelo divertire
poveretto,
queste piccole corbellerie
sono il suo diletto.
Cucù rurù,
rurù cucù,
cuccuccurucù!
Cosa sono queste indecenze?
Queste strofe bisbetiche?
Licenze, licenze,
licenze poetiche!
Sono la mia passione.
Farafarafarafa,
tarataratarata,
paraparaparapa,
laralaralarala!
Sapete cosa sono?
Sono robe avanzate,
non sono grullerie,
sono la spazzatura
delle altre poesie
Bubububu,
fufufufu.
Friu!
Friu!
Ma se d’un qualunque nesso
son prive,
perché le scrive
quel fesso?
bilobilobilobilobilo
blum!
Filofilofilofilofilo
flum!
Bilolù. Filolù.
U.
Non è vero che non voglion dire,
voglion dire qualcosa.
Voglion dire…
come quando uno
si mette a cantare
senza saper le parole.
Una cosa molto volgare.
Ebbene, così mi piace di fare.
Aaaaa!
Eeeee!
Iiiii!
Ooooo!
Uuuuu!
A! E! I! O! U!
Ma giovanotto,
ditemi un poco una cosa,
non è la vostra una posa,
di voler con così poco
tenere alimentato
un sì gran foco?
Huisc…Huiusc…
Sciu sciu sciu,
koku koku koku.
Ma come si deve fare a capire?
Avete delle belle pretese,
sembra ormai che scriviate in giapponese.
Abì, alì, alarì.
Riririri!
Ri.
Lasciate pure che si sbizzarrisca,
anzi è bene che non la finisca.
Il divertimento gli costerà caro,
gli daranno del somaro.
Labala
falala
falala
eppoi lala.
Lalala lalala.
Certo è un azzardo un po’ forte,
scrivere delle cose così,
che ci son professori oggidì
a tutte le porte.
Ahahahahahahah!
Ahahahahahahah!
Ahahahahahahah!
Infine io ò pienamente ragione,
i tempi sono molto cambiati,
gli uomini non dimandano
più nulla dai poeti,
e lasciatemi divertire!
Il canone culturale difatti é un mero punto di riferimento, soprattutto se si tratta di un canone creatosi a scuola. nessuno é un grande a priori. il concetto di poesia é veramente vago, se si pensa che non é nemmeno totalmente un fenomeno letterario, visto che l’aggettivo poetico viene attribuito alle cose e gli eventi più diversi.credo che solo il concetto stesso di arte sia ancora più anarchico, vago e metamorfico. il bello del concetto “poesia” é che tra le forme cosiddette artistiche di espressione é il più anarchico, ogni tentativo di elaborarne una definizione é fragile e assolutamente relativo. il valore é davvero solamente soggettivo, e non credo che da un opinione personale si possa costruire un metodo universale di giudizio, l’opinione é personale, il giudizio é personale, il metodo é personale. possono essere espressi, condivisi, ma rimangono 1) personali 2) soggettivi 3) relativi.
La ricerca del tempo che scorre, la ricerca delle emozioni represse e mai espresse.
Ma la forza delle emozioni, come si misura? In base al piacere o al dolore che esse procurano?
E chi conosce veramente quale sia la differenza fra amicizia, attrazione, voler bene, amore e passione?
Ed i confini tra queste sensazioni ed emozioni come devono essere letti?
Quanto sono vicini, sottili, questi confini? Oppure quanto sono distanti e inaccessibili?
E le parole a cosa servono? A limitarne le estensioni?
Perché vogliamo sempre dare un nome a quello che proviamo e sentiamo nell’anima?
A volte le parole servono, ma spesso sono limitative e formano dei contorni che restringono il pensiero ed impediscono qualsiasi variazione o sfumatura di colore…
Non riesco a perdere la capacità di stupirmi, perché altrimenti il mondo e la mia stessa vita diventerebbero un’abitudine.
Le cose non cambiano; siamo noi che cambiamo,
chérie. Kiss *****
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FOTO BY : Elena_Dorfman
Ma, cara, caro, XorlandoX:
Ciò che tu dici è vero. Del resto io potrei un giorno defecare, dare un pugno a mio cugino e poi esclamare, indicando un punto nel vuto, “è una bicicletta!”.
Stiamo attenti con questo relativismo esasperato alla Feyerabend. Non ti diventeresti nervosa se, al prossimo rutto che mi procura il sidro, lo definissi “De André”?
O meglio, abbandonando il mio cinico sarcasmo da circo: per poter scrivere della poesia, o fare qualsiasi altra attività, bisogna imporsi delle regole.
Io ho un’idea delle mie. E l’ho colta nei luoghi più disparati.
@ipnotreno riflettevo sulla tua “Io ho un’idea delle mie. E l’ho colta nei luoghi più disparati.”
Non potremmo dire che forse, molto spesso, non siamo in grado di comprendere le regole altrui? Ed anche che spesso, come per la matematica, ci troviamo di fronte a regole semplici che noi già abbiamo sviluppato in equazioni complesse?
Magari dove vediamo un’espressione incongrua è il tempo che non ha ancora dato maturità al frutto.
Che ne pensi?
D.
@evenevil
Certamente è arduo comprendere le regole, le proprio e le altrui. Ma non è impossibile.
Non posso arrivare a sistemi complessi partendo da formule semplici contraddittorie, seguendo il paragone matematico.
sull’Imporsi delle regole sono d’accordo. ognuno ha il suo approccio e la sua disciplina. sull’imporlo agli altri no. uno può anche delirare se gli va, sapendo benissimo che molto probabilmente vista l’abissale differenza tra il suo metro di giudizio e quello altrui non verrà capito/filato/cadrà nell’indifferenza. c’é chi fa come gli pare c’é chi no, c’é chi viene seguito c’é chi no, semplicemente. si sceglie di esprimersi in un certo modo, si sceglie di dar ascolto o meno alle espressioni altrui.tutto qua.
(Cara Orlando)
Si pensi ad un taglio su una tela o a due palle su una superficie piana, ad una catasta di sedie o ad un vasetto di latta con merda d’artista.
Quando vedo certe forme espressive, mi chido come possano andare in una certa direzione le cose, come si possa banalizzare il contesto artistico riducendolo ad un’espressione così limitata. Che ben esprime il concetto che deve, per carità, ma che resta per me soltanto una forma espressiva e non arte.
Ma.
Ma ci sono milioni di persone per cui tutto quello che io non considero arte è in realtà geniale e sublime espressione artistica. Anche la merda d’artista.
Quindi si può esprimere una verità oggettiva? Secondo me, ancora una volta, no. E forse il senso più profondo dell’arte è proprio la libertà.
D.
importante è il Percorso..caro Dario..
Fontana ,quello dei “tagli” che per te non sono Arte diceva :” Fare dell’arte è una delle manifestazioni dell’intelligenza dell’uomo; difficile stabilirne i limiti, le ragioni, le necessità. [...] L’unica libertà è l’intelligenza”.
Concordo in parte perché non credo che l’uomo faccia arte, ma che la possa esprimere. In questo senso concordo, perché il percorso è nel messaggio tra quello che l’uno fa e l’altro riceve.
Ma ancora non concordo con la considerazione sull’intelligenza. Perché per recepire un messaggio, quella non è sufficiente, secondo me.
D.
Mi pare quanto meno forzato il vostro riferimento a Fontana.
Fontana sapeva benissimo di cosa stava parlando, conosceva l’arte. Ed il suo movimento intellettuale di tagliare una tela è concepibile come arte, al pari della merda di Manzoni, proprio perché va oltre i limiti.
Nei testi poetici, quelli “finti”, non c’è questa volontà, ma banali mancanza di talento. Temo.
e che vuol dire conoscere l’arte? chi conosce l’arte e chi no? e in base a che cosa? sono solo Canoni.
Sono solo canoni, con la c minuscola, e cambiano spesso. Significa conoscerne un po’ la storia, osservarsi attorno. Significa saperne utilizzare gli strumenti.
Forse la differenza si situa fra “scrivere testi poetici” e “fare poesia”.
Nessuno nega il diritto di scrivere quel che si vuole. Ma una mia macchia d’inchiostro non è un dipinto impressionista, e non è arte: è una macchia.
@ipnotreno che ne sai, magari tra 100 anni trovano una tua macchia d’inchiostro e la catalogano nell’impressionismo.
Comunque Manzoni (della merda) e Fontana non sono andati oltre i limiti. Hanno usato espressioni originali. Ma tra essere originali ed esprimere arte ne passa secondo me. Il fatto che abbiano creato nuove forme con cognizione, non ne fa artisti. Sono i critici e le politiche, le amicizie e il denaro a decretare artisti del genere. Sempre secondo me.
Vedo tanta gente per strada raccogliere in sacchetti gli escrementi dei propri cani. Lo fanno consapevolmente e di fronte ad un pubblico. Sono artisti? Poi ci sono quelli che lasciano le loro monumentali feci sui marciapiede, sotto l’occhio del mondo. Lo fanno consapevolmente. Quelli anche sono artisti? Quelli vanno oltre i limiti… di legge. Tra l’altro.
Chi scrive poesie “finte” le scrive consapevolmente, con l’intento di fare poesia e di farla bene nel modo in cui la fa. Sempre ammesso che la poesia si possa “fare”. Allora che differenza passa tra Fontana e un altro qualsiasi soggetto che scrive poesia “finta”?
Per ora trovo tante motivazioni ma tutte piuttosto “finte”. Non c’è qualcosa che mi faccia categorizzare i poeti o le poesie.
Non nascondo che distinguo la potenza tra i vari testi che leggo, ma non per questo giudico che uno esprima poesia e l’altro no. Giudico il mio sentire, la mia capacità di raccogliere.
Quanto alle tele tagliate e alle feci in scatola giudico la definizione d’arte: per me le loro opere non hanno valore estetico né concettuale. O meglio per me non esprimono concetti tali da sentirli artisti
D.
i canoni gli ho studiati solo per capire più profondamente che alla fine potevano ampliare il mio stesso sentire, non influenzarlo. e sento profondamente nelle cose canonicamente belle e nelle cose canonicamente brutte. servono a capire che non servono, a fare da punto di partenza per allontanarsene e creare il proprio punto di partenza.la funzione di certi studi é l’allargamento delle maglie dellla mente. anche nel momento in cui credi di seguire un certo modo di giudicare stai solo elaborando il Tuo personale giudizio (a meno che nno sia vuoto, e allora allinearsi é semplice passività muta). vale per la bellezza di ogni cosa.
Sfogliavo i miei testi e ho trovato questo. Lo scrissi il 12 marzo 2003.
“Io la Poesia l’ho solo vissuta”
Verde per metà
Tra i giochi sudati della sera
Dissetavo meraviglia
Con lucciole e zanzare
Ho tessuto anni trasparenti
Nel mio angolo
Intrappolando
E succhiando il midollo alle emozioni
Ed ora che ne descrivo le anime
Mi si accusa d’essere poeta
Come se
A dire
Le nuvole o le anime dei morti
Potessi esserne il padrone
Ma ho solo avuto mille occhi
Non sono
Né cielo né inferno
Bensì specchio comune di questi siamesi
Uniti nello sguardo
Sono il collo stretto
Dove tempo dal grano fine
Scivola giallo
Da sotto a sopra
- Scade -
Da sopra a sotto
E scade
Mi guardo
Non sapendo di testa e piedi
Orizzontale
In equilibrio eterno di secondi immobili
Spezzato
Qui e lì
Dalla gabbia in frantumi
D.