
di heteronymos
Vogliamo aprire un dibattito su questo interrogativo, approfittando di un recentissimo saggio uscito negli Stati Uniti e scritto da Andrew Keen (The Cult of the Amateur: How blogs, MySpace, YouTube, and the rest of today’s user-generated media are destroying our economy, our culture, and our values, 240 pages, Currency Press, 2007)
Andrew Keen, imprenditore della Silicon Valley, critica duramente, in questo saggio, i vizi della rete. Keen è titolare di un blog e la sua ultima fatica ha fatto discutere. Una stroncatura del suo libro è stata pubblicata dal saggista e columnist David Harsanyi nel numero di gennaio della rivista “Reason” (in mano ai “libertarians” d’oltre oceano; su di loro si veda il saggio di Piero Vernaglione, Il libertarismo: la teoria, gli autori, le politiche, Rubbettino,2003).
Harsanyi contesta l’affermazione di Keen, secondo cui l’ascesa dei blog avrebbe prodotto “una foresta digitale di mediocrità”, e riconosce alla blogosfera meriti relativi alla democratizzazione della cultura e della creatività. Sulla querelle Keen-Harsanyi è intervenuto Riccardo Chiaberge, nel Sole-24Ore di domenica 6 gennaio. Egli scrive: “Chissà se sarà contento, il nostro Grillo, di ritrovarsi in compagnia dei Libertarians di "Reason": quei signori, oltre a difendere la nuova casta dei blogger, sono a favore della globalizzazione e delle biotecnologie e si oppongono all’intervento dello Stato, a qualsiasi titolo, nell’economia. Ma è certo che, come osserva Harsanyi, tra i due fronti in guerra – giornali e Rete – si stanno creando le premesse di una contaminazione reciproca che può far crescere entrambi”.
Bontà sua! I blogger potranno crescere, parola di Chiaberge, ma solo se si contamineranno con i media tradizionali, con i giornali. Infastidisce, in questo intervento – a parte la totale cecità sui processi creativi e di qualità che la blogosfera ha innescato – la definizione dei blogger come “nuova casta”. Una definizione decisamente inaccettabile, soprattutto se riferita all’Italia. Per svalutare i blog e la loro presunta vocazione “progressive”, Chiaberge sottolinea il fatto che i “neocon” e i “libertarians” usano la rete e la blogosfera. Ma oggi tutti usano la Rete e la blogosfera: il Vaticano, i conservatori, i libertari, gli aborigeni australiani, i Chiapas, eccetera. Credo che il saggio di Keen e le prese di posizione di Harsanyi, qui brevemente riportate, ci consentano di aprire una discussione sull’interrogativo proposto dal titolo di questo post. Un’intervista di Keen può fornirci ulteriori ed utili spunti per affrontarla.
Harsanyi contesta l’affermazione di Keen, secondo cui l’ascesa dei blog avrebbe prodotto “una foresta digitale di mediocrità”, e riconosce alla blogosfera meriti relativi alla democratizzazione della cultura e della creatività. Sulla querelle Keen-Harsanyi è intervenuto Riccardo Chiaberge, nel Sole-24Ore di domenica 6 gennaio. Egli scrive: “Chissà se sarà contento, il nostro Grillo, di ritrovarsi in compagnia dei Libertarians di "Reason": quei signori, oltre a difendere la nuova casta dei blogger, sono a favore della globalizzazione e delle biotecnologie e si oppongono all’intervento dello Stato, a qualsiasi titolo, nell’economia. Ma è certo che, come osserva Harsanyi, tra i due fronti in guerra – giornali e Rete – si stanno creando le premesse di una contaminazione reciproca che può far crescere entrambi”.
Bontà sua! I blogger potranno crescere, parola di Chiaberge, ma solo se si contamineranno con i media tradizionali, con i giornali. Infastidisce, in questo intervento – a parte la totale cecità sui processi creativi e di qualità che la blogosfera ha innescato – la definizione dei blogger come “nuova casta”. Una definizione decisamente inaccettabile, soprattutto se riferita all’Italia. Per svalutare i blog e la loro presunta vocazione “progressive”, Chiaberge sottolinea il fatto che i “neocon” e i “libertarians” usano la rete e la blogosfera. Ma oggi tutti usano la Rete e la blogosfera: il Vaticano, i conservatori, i libertari, gli aborigeni australiani, i Chiapas, eccetera. Credo che il saggio di Keen e le prese di posizione di Harsanyi, qui brevemente riportate, ci consentano di aprire una discussione sull’interrogativo proposto dal titolo di questo post. Un’intervista di Keen può fornirci ulteriori ed utili spunti per affrontarla.
l’intervista ad Andrew Keen, curata da Nicola Bruno, è pubblicata qui
















@ emmart, grazie per aver segnalato la mia recensione del libro di Mario, sicuramente immeritevole di fronte alle altre
@ het et alii: appoggio con vigore (!!) la mozione parmense, anche perché peraltro stavo pensando già di andare in visita alla chicca di quei tempi. ma non vado se non viene anche il contenebbia!! :))
@ riccardo chiaberge: mi piace quello che dici sul mondo dei blog, è bello e utile che persone che si avvicinano a questa dimensione condividano le loro esperienze e le facciano circolare. Mi auguro che sia un fenomeno di cui si parli sempre di più in modo scevro da pregiudizi e piuttosto dedito a coglierne la complessità e ricchezza, soprattutto perché è probabilmente sempre più destinato a pervadere la dimensione quotidiana.
E’ meglio rassegnarsi, ormai non sono il solo a vedere nella blog(o)sfera ANCHE degli aspetti negativi.
Sono contro le visioni integraliste, sia positive che negative.
Il mondo in bianco e nero è una semplificazione demenziale, della quale la blog(o)sfera è stata vittima molto a lungo. Adesso tocca confrontarsi. Con degli ARGOMENTI e non solo con dei sogni iperbolici.
Ah, dimenticavo; nel mio intervento alla Fiera del libro 2004 dicevo queste cose: “… Poi personalmente ho puntato il dito sulla presunta necessaria professionalità per i blog di informazione (tesi predicata dal direttore del New York Times on line) dichiarandomi CONTRO l’idea che intorno ai blog girino dei soldi….”
Questa tesi del direttore del New York Times on lineera stata pubblicata in un’intervista rilasciata al mensile Wired.
La citazione è dal mio post dell’undici maggio 2004, per chi volesse accertarsene.
will, l’importante è che ci siano sia il bicchiere mezzo vuoto che quello mezzo pieno…
Per quanto mi riguarda il bicchiere è ovviamente mezzo pieno, altrimenti non sarei qui (nè sul mio blog…).
Quello che non sopporto è l’univocità che per anni (direi fino al recente articolo di Derrick De Kerckhove sull’Espresso del 3 gennaio) è stata dominante.
Inoltre ritengo doverosa (probabilmente sono malato, hehehehe) una forma di militanza che cerchi di essere consapevole e incalzi le problematiche e chi si rifiuta di vederle…
salve prof…
difficile fare commenti senza aver letto la roba citata…
(si accettano suggerimento sul dove trovare nfo di facile lettura sui temi affrontati e sui signori in questione)
l’unica cosa letta è l’articolo di chiaberge:
mi sembra di capire che:
secondo chiaberge si è instaurata una dialettica blogger vs giornalisti=santuari della grande stampa con le sue contraddizioni e i suoi compromessi con la pubblicità e il commercio.
secondo Chiaberge keen sostiene che la democratizzazione della cultura produttrice di un’ondata di mediocrità rischia di seppellire le istituzioni culturali.
sempre secondo chiaberge Harsanyi si domanda se internet distrugge veramente la cltura o da solo fastidio agli snob (tradizionalst? reazionari?), dichiara (Harsanyi) che non tutta la blogsfera è una discarica e un po’ di pattume è il prezzo da pagare.
ma…
dirò:
alle seguenti affermazioni:
- la democratizzazione della cultura fa parlare anche i mediocri;
- è il prezzo da pagare ecc…
rispondo con : BELLA SCOPERTA CI VOLEVATE PROPRIO VOI!!
e ora vado a leggere i commenti…
alla prox