Gino Piva cantore del Polesine

Gino Piva, cantore del Polesine

Gino Piva (1873-1946) è stato un attivista politico, un socialista della prima ora, ma anche un giornalista frenetico e, soprattutto, un poeta dialettale (in lingua veneta). Ha pubblicato in vita due raccolte: Cante d’Ádese e Po (1931) e Bi-ba-ri-bò (1934), oggi raccolte nell’elegante volume edito da Il ponte del sale e curato da Marco Munaro e Luciano Caniato, che include anche due approfonditi saggi introduttivi dello stesso Caniato e di Sergio Barbato, grandi conoscitori dello scrittore. Completano il libro una dettagliata nota biobibliografica a cura di Marco Munaro e molte note che corredano i componimenti.

Poeta tuttora molto poco conosciuto, pur non essendo la prima volta che i suoi testi poetici vengono dati alle stampe, Piva si fa cantore di paesaggi, luoghi, momenti e personaggi della sua terra d’adozione – il Veneto e in particolare il Polesine – con una considerevole freschezza di toni e di immagini e un’attenzione sempre precisa al dato reale della storia e della geografia che più gli erano cari, riuscendo al contempo a catturare l’anima più profonda di quei luoghi e di quella gente. Un modo di poetare che si snoda dentro forme poetiche tradizionali, cosa che lo tiene più vicino alla tradizione tardo ottocentesca della nostra poesia che alla sensibilità ermetica e astrattamente lirica e “versoliberista” che allora si andava affermando, come nota opportunamente Luciano Caniato nel suo saggio introduttivo.

Figura girovaga per l’Italia (amava appellarsi come “remengo”), uomo di avventure e di lotte intellettuali, politiche e sentimentali, per un’inquietudine personale forse legata anche alla sua origine incerta (figlio riconosciuto di Giorgio Piva, ufficiale garibaldino, nacque probabilmente dalla relazione che sua madre, Carolina Cristofori, donna intellettualmente vivace ed esuberante, ebbe con Giosuè Carducci, come testimonierebbero alcuni importanti passaggi dell’epistolario che porta testimonianza della relazione tra i due) condusse una vita senza requie, passando da un impegno politico all’altro, iniziando e interrompendo numerose collaborazioni giornalistiche, fino a concludere in solitudine e povertà la sua vita in un paesino vicino Venezia.
Di questo poeta non posso dire altro se non proporre tre componimenti tratti dalle due raccolte (emblematici per la musicalità e l’incisività delle immagini tipiche della poesia di Piva) e rimandare alla lettura dei lavori prima citati, inclusi nel libro, che di Piva e della sua vicenda esistenziale rimandano un’immagine piuttosto dettagliata.

 

da Cante d’Ádese e Po (1931)

ME MAMA

In testa a ’sta filada polesana
Meto el più caro nome che mi so,
quel de me Mama bela, mantovana,
anch’ela, dunque, raza del me Po.

Anca se la Certosa l’è lontana,
la vien la bela Mama fin qua zo,
ghe fosse pure la più gran fiumana,
la vien catarme: così andemo in do.

In do, remenghi, per ’sti nostri dossi
Per fiumi, vale, gorghi e per golene
Tra i nostri loti lustri e negri e rossi.

Cantando per la prima, le me pene
La desfa come l’acqua de ’sti fossi,
Ela che per mi gà desfà le vene.

 

GAVÉLO*

Con un saco de bele fantasie
Vado a girandolò
In cerca d’estri per le cante mie,
dal Canalbianco al Po.

Ecco che andando pian pianin, bel belo,
me son dovù fermar
sentindo le campane di Gavélo
in gran scampanezar.

Go ’verto alora el saco dei pensieri
E drento gò catà
che gh’era ’na volta per ’sti sentieri
’na gran bela cità:

cità famosa per la so Badia
che non se vede più,
e che l’era la prima signoria
arente le palù.

Ma dopo, co le rote e le rovine
De l’Adese e del Po,
tuto gà ’vudo la più trista fine,
come dal saco so.

Cossa ghe resta adesso de Gavèlo?
L’anima che xe sta?

Drento la tera e soto de ’sto cielo
Gnente i gà catà.

Ghe vole ancora un poca de speranza.
Ne la tera scavè!

E vualtre, se del tempo ve ne ’vanza
O campane sonè!

 

da Bi-ba-ri-bò (1934)

LA STRADA ROMEA

Chi vol brilanti basta ch’el li suna
de note per Donada e Rosolina
quando se gà levà la luna piena
tra Vale Moceniga e Cao Marina.
Montando in su la nostra Siora Luna
con ela qualche stela la se mena
intanto che la tera la s’invena
tuta de perle ciare
de quele sconte in mare.
L’è che del mare xe restà la rena
– mote de sabia, mote che slumesa –
da Contarina in su, per la Romea
la strada che vegnea
da la Romagna, tuta al mar destesa.

 

SU PER PO

Gh’è ’na batèla che se suga al sole
E che la fiata odore de catrame;
tra piope e sole, el par de verderame,
el pare el Po, dopo passà le Tole.

Gh’è na rizza che canta e ave che sama
Par qua par là, co’ insieme le parole
De la rizza del Po che canta fole
E de l’amato ben co’ la so trama.

E po’ gh’è un rizzo in t’una barca a popa,
quela de la Speranza, su par Po,
la fuma in boca come ’l re d’Uropa,

Ca scolta, el varda, el voga e mi no’
So cossa ch’el pensa. Forse la so s-ciopa,
più che la rizza con el so rondò,

dal retornelo ch’el finisse in no.

 

*Gavello è ora un piccolo comune in direzione di Adria, ma nell’epoca carolingia era una città di un certo rilievo.

 

Gino Piva, Cante d’Ádese e Po e Bi-ba-ri-bò, Il Ponte del sale, Rovigo 2016, pp. 261, 26€.

 

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