Frammenti inediti. 3. Demoni della scrittura

Demoni della scrittura - Labirinto Borges

IL DESIDERIO DI SCRIVERE si è fatto impellente. Non può essere rinviato. La lettura di Borges – penso in particolar modo a La cifra: versi scritti in completa cecità – mi ha ridato la spinta per ritornare a quel nucleo forte, profondo, che ha sempre scandito le mie prove di scrittura letteraria: che ha sempre, del pari, pilotato in maniera quasi nascosta la mia produzione saggistica.
Questo nucleo forte e profondo – che ho provvisoriamente tradotto nel concetto di coscienza-mondo – ha sempre generato sogni, fantasie, immagini, desideri. Si tratta, ora, di dar loro corpo. Di trovare, per questi sogni, per queste immagini, per questi desideri, canali espressivi efficaci, strade formali percorribili, itinerari (rap)presentativi adeguati alla loro forza, coerenti con la loro pregnanza fisica ed emotiva. Non è, qui, questione di poetica, o di estetica. La posta in gioco è più alta: consiste nella possibilità di assoggettare la parola alla densità viva, esperienziale, cosale di questi nuclei forti, di questa tematizzata e ricercata coscienza piena di mondo; di questa unità che precede la scissione, di questa identità che sta prima della differenziazione e della distinzione: una sorta di passione dell’indistinto, che la mente contiene e allontana, include e dimentica. Scrivere vuole dire, semplicemente, ritrovare e rivivere questa passione, restituendole voce e figura.

L’idea di riannodare le fila di una pratica discorsiva spezzata, intermittente, troppe volte dimenticata o contrastata accompagna da tempo le mie solitudini, solcando il mare del non-senso che mi sommerge. È come riconciliarsi con un desiderio antico, ibernato e sopito per molti anni: qualcosa che somiglia a un destino; qualcosa che ha spesso assunto le forme e le movenze di una vocazione: di un’aspirazione tradita, di una pulsione misconosciuta o spostata, di un voto incerto, silente e inespresso.
Occorre dipanare il groviglio oscuro che preclude l’accesso alla poesia: senza questo gesto analitico fondatore la scrittura diventa una chimera irragiungibile. Occorre rimuovere macigni, per infrangere le barriere rocciose e invisibili che ostacolano ogni possibilità di abitare poeticamente il mondo: contro le corazze caratteriali, contro le miserie personali e collettive, contro le ipocrisie ed il tarlo di una perversa volontà autoaffermativa. Contro, ma soprattutto oltre. Essere contro significa quasi sempre rimanere invischiati dai bersagli di questo radicato e persistente antagonismo. Con la scrittura – e, prima ancora, con la nostra stessa esistenza – è possibile situarsi oltre e fuori da questa paralizzante dialettica. Per qualche tempo, ancòra, sarà forse necessario muoversi in un territorio dai confini instabili, dove il contro e l’oltre convivono ambiguamente: una fase di passaggio, durante la quale gli stridori della battaglia si alterneranno senza posa a momenti di estasi e di pace. Momenti privilegiati, tali da restituirci la capacità di contemplare, di comprendere e di trascendere tutto l’orrore che ci abita e ci circonda. La bellezza e la seduzione dell’istante – momento incommensurabile, assolutamente estraneo alla macchina dispotica del tempo lineare – dovranno soppiantare le ferree e spossessanti logiche della durata.

Mi travolge senza posa questa gioia insensata dello scrivere: questa possibilità di un gioco gratuito, ma al tempo stesso spietato, lucido, appassionato, sereno. Scrivere attorno all’angoscia significa già, almeno in parte, esserne fuori, dominandola con i sortilegi della parola. Significa accettarla, conferirle un senso, attribuirle una funzione. La scrittura è in grado di celebrare il primato dell’istante: di un presente pieno, abitato dalla trasparenza delle scansioni temporali, ma proprio per questo non irretito dalle logiche di una durata concepita come progetto produttivo, come capitalizzazione delle risorse, come risparmio delle energie pulsionali. Un presente vissuto come deriva, dissipazione e dispendio implica fatalmente una interiorizzazione della durata. Deriva, dissipazione, dispendio: il che è come dire apertura fondamentale all’altro e agli eventi, allargamento dei confini dell’Io, riscoperta della trascendenza come cifra costitutiva di una coscienza votata al mondo. Si tratta di riuscire a dire, in forme diverse, questo nuovo orizzonte. Dirlo con le immagini, oltre che con i concetti. Dunque presentarlo e rappresentarlo. Farlo agire. Farlo vivere. Trasmetterlo, non tradurlo.
I concetti sono, per il momento, pallidi e provvisori involucri, che attendono la pienezza di una parola dissacrata, di un significante spezzato e calpestato. Già questi involucri, tuttavia, conoscono il ritmo serrato dell’emozione, l’urgenza del desiderio, la serena impazienza che viene dopo una scoperta inattesa, anche se covata e annunciata per lunghi, interminabili anni.

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