Frammenti inediti. 1. La fatica dello specchio

La fatica dello specchio - Antonioni - Vitti

Michelangelo Antonioni e Monica Vitti sul set di “Deserto rosso”, 1964

 
Se ci si allontana, solo per un attimo, dal fluire della vita – dal trascorrere ininterrotto degli avvenimenti, dal tumultuoso intrecciarsi delle azioni – emerge sùbito, nitida e terribile, l’immagine di un soggetto e della sua risibile compattezza: un profilo di fragilità, di debolezza, di assoluta e irrimediabile caducità. Non ci conforta la possibile bellezza di ciò che è caduco. Non ci ha mai confortato e appagato l’effimero e provvisorio piacere dell’immanenza: la concretezza illusoria, la falsa stabilità di ciò che si vede, si sente, si tocca. Il soggetto, l’individuo, la persona: concetti vuoti e maschere arroganti dell’identità, che rappresentano lo strumento e il sostegno delle nostre paludate certezze. Concetti antichi e ingannatori, dietro i quali solo la nostra ironia, caparbia e battagliera, può farci intravedere moltitudini, molteplicità, paesaggi, volti, pluralità disseminate e senza nome. Lo specchio della nostra identità ci restituisce un’immagine rifratta, spezzettata, decomposta.
Sento, assieme a Borges, “la fatica dello specchio, che non si placa in una sola immagine”. La fatica dipende forse dalla vana pretesa di rinchiudere il soggetto entro l’alveo rassicurante di una sola immagine. Superare e risolvere questa fatica significa accettare l’irruzione disordinata del molteplice, rinunciando alla pretesa di addomesticarlo, piegandolo alla logica ormai logora di un Io coerente e unitario, di un Soggetto sovrano e fondatore. Non so se Borges volesse dire questo: mi piace pensare che la “fatiga” di cui parla, attribuendola allo specchio, sia quella che discende dall’ostinato attaccamento all’Uno: all’Identico, ai suoi presunti ed effimeri Nomi, alla sua Storia, il più delle volte angusta e menzognera. L’incanto polimorfo dell’infanzia sfuma e si dilegua, con il passare degli anni, e il grande poema di un io plurale sognato da Borges (“este poema de un yo plural”) rischia continuamente di sfaldarsi nella prosa del mondo, o di annullarsi nella trivialità del quotidiano e delle sue norme.

[Prende il via, qui, la pubblicazione di frammenti inediti, di carattere letterario e filosofico, che accompagnano, con le cadenze irregolari ed erratiche di un “journal intime”, la mia produzione scritta, di ieri e di oggi]

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