Poscritto a “Crudeltà e passione”: 2. Una fenomenologia libertina

Les liaisons dangereuses

Fotogramma da Stephen Frears, “Dangerous Liaisons”, 1988

2. Una fenomenologia libertina

Sembra proprio questo l’incanto seduttivo della blogosfera. Molteplici prese di posizione accompagnano un testo, un tema, un problema: commenti, opinioni, informazioni, riflessioni, reazioni emotive… Oltre alle voci canoniche (del giornalista, del critico, dello specialista), si incontrano in prevalenza testimonianze anonime, oppure firmate con nick-names che di solito non provengono da contesti istituzionali e accademici o da soggetti scientificamente accreditati.
Adesioni empatiche, aggregazioni e interazioni costruttive, discussioni e confronti, dissensi garbati, polemiche bellicose, smascheramenti, denunce, condanne morali, riprovazioni ideologiche, attività di controinformazione, transazioni commerciali, amicizie, vissuti amorosi ed erotici, proposte e realizzazioni creative negli ambiti più disparati: questa, in sintesi, la materia prima della blogosfera. Materia eterogenea, incandescente, dinamica, continuamente giocata sulla complementarietà tra lo scambio on line e l’incontro off line.
Al suo interno emergono anche significative e non infrequenti manifestazioni di prossimità, di solidarietà e di condivisione, tali da confortare i navigatori che vivono ed esprimono in rete, soprattutto nelle chat e nei blog, stati di prostrazione, di malinconia e di solitudine. Tali da confortare i navigatori esposti alle ferite dolorose della perdita, al vuoto straniante dell’assenza, alle vertigini spaesanti della mancanza…

È accaduto spesso. Attraverso la rete ho creato nuovi vincoli e ho ampliato le mie conoscenze: prima come Valmont, nelle chat; ma soprattutto poi, con il nick-name Heteronymos, nella blogosfera. Ho costruito nuove solidarietà e nuove aggregazioni, capaci di lenire le mie ferite, di dilatare i confini della mia mente, di alimentare le mie spinte creative, di allargare e di approfondire sia il mio sguardo sul mondo sia la trama delle mie connessioni.
Fuori e dentro la rete ho vissuto in prima persona il passaggio dalla destrutturazione nomadica alla riorganizzazione del Sé fondata sulla sua caratterizzazione plurale. Volendo sintetizzare questo stesso percorso in riferimento alla mia esperienza di navigatore, mi sono trovato più volte ad affermare, con i miei interlocutori: “ho vissuto in prima persona il passaggio dalla chat al blog. Ho sperimentato la transizione dai luoghi dello scambio anonimo, della fluidificazione e del decentramento dell’io – terreno propizio per invenzioni trasgressive, per giochi di simulazione e di dissimulazione – allo spazio dell’identità costruita e rafforzata”. Dalla chat al blog, dunque. Da una crisi della presenza, da una sua dispersione dissipativa, da una sua disseminazione anarchica e incontrollata, ad un suo ricentramento. Un ricentramento attraverso il quale – dopo l’immersione rischiosa nelle notti dell’io, dopo la nervaliana descente aux enfers – posso ora realizzare, nei panni di Heteronymos, una radicale valorizzazione della mia stessa plurivocità.
Una plurivocità solare e mattutina, resa possibile dal confronto continuo con l’altro, prende ora il posto di una plurivocità notturna, dionisiaca, a tratti angosciosa, dove l’uscita dalle gabbie dell’io – l’avevo capìto soltanto in virtù di uno sguardo retrospettivo – era molto spesso fittizia. Dove l’attenzione all’altro rappresentava molto spesso l’equivoca epifania di un’attenzione autoreferenziale ed esclusiva.
Da qualche tempo, l’uno–molti, più che l’espressione contraddittoria di una coabitazione distruttiva, era diventato – me ne stavo rendendo conto – un nuovo abito mentale: l’ossimoro nel quale potevo riconoscermi, il terreno privilegiato di un dialogo creativo tra le differenze. Molte persone e molti dèmoni vivono nell’uno. Molte voci risuonano nella mente. Molti paesaggi dell’anima formano l’oggetto di una visione interiore. L’irruzione di queste molteplicità, cifra positiva di un arricchimento esistenziale, non rappresenta più il terreno della dissociazione e dell’annientamento: cioè di quello “sprofondamento centrale dell’io” – come lo definiva Antonin Artaud – che accompagna ogni radicale e dolorosa esperienza di frammentazione psichica. Tale irruzione, al contrario, mobilita benefiche risorse creative, che rendono possibili nuovi incontri, nuovi mondi, nuovi spazi della mente.

Nella dimensione infernale e notturna delle chat – conosciuto dai navigatori come Valmont – ero stato un seduttore cinico e libertino, sempre pronto a fagocitare le mie prede femminili, reiterando, con ognuna di loro, rituali già definiti e consolidati. Erano, se così si può dire, rituali di assoggettamento. Ripetuti e giocati in due ambiti distinti ma strettamente collegati: l’ambito dello scambio virtuale e quello dell’incontro off line, dove la conoscenza dell’altro capitalizzata in rete veniva sfruttata, a volte con successo, allo scopo di portare a compimento la strategia dell’assoggettamento erotico. Come per il mio omonimo predecessore settecentesco, protagonista delle Liaisons dangereuses, anche per questo Valmont di fine novecento – creatura anfibia, a cavallo tra la rete e il mondo – la conquista era diventata la prospettiva dominante della relazione. Un esercizio di potere e di flessibilità. Conquistare significava saper modulare il proprio comportamento sulle caratteristiche dell’altro, che dovevano per forza di cose essere comprese nei loro dettagli meno appariscenti e nelle loro sfumature più segrete. Questo tipo di comprensione – necessaria premessa di ogni condotta libertina ma anche, a ben guardare, prerequisito di ogni carriera politica, di ogni scalata imprenditoriale, di ogni ascesa istituzionale, di ogni conquista del successo – richiedeva, per l’appunto, flessibilità e duttilità: dovevo utilizzare, con grande sapienza tattica, sia la lucidità conoscitiva coniugata con una distanza critica sia il calore empatico coniugato con la vicinanza.
Rapporti strumentali, certamente, ma non freddi: contraddizione fertile ed esplosiva! Questo Valmont che agiva dentro e fuori dalla rete attorno alla fine del secondo millennio era sicuramente più passionale del suo predecessore settecentesco, uscito dalla penna di Choderlos de Laclos: altrettanto cinico – poiché la postura seduttiva e le finalità della conquista rendevano scarsamente influenti, oltre una certa soglia di gradevolezza, le caratteristiche personali della donna da “conquistare” – ma al tempo stesso pericolosamente coinvolto, all’interno delle derive libertine, sul terreno delle emozioni e degli affetti. Il coinvolgimento emotivo rischiava ad ogni momento di inquinare la glaciale e crudele astrattezza del mio cinismo.
La passione del molteplice allargava l’orizzonte della scissione. Molla propulsiva delle sue strategie, tale passione rappresentava il terreno privilegiato della frattura tra l’eros e i sentimenti. Di più: il terreno favorevole ad una crudele amputazione di qualsiasi valenza sentimentale della relazione erotica.
Ma la passione del molteplice – in quanto passione astratta e impersonale – veniva più volte contraddetta e ostacolata dall’irrompere di un coinvolgimento emotivo: concreto, personale, e perciò capace di spingere Valmont, nonostante le intenzioni iniziali, a mettersi realmente in gioco.

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