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	<title>Ibrid@menti</title>
	
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	<description>Blog collettivo ideato dall'Università Ca' Foscari di Venezia per proporre nuovi modelli di ricerca universitaria</description>
	<pubDate>Wed, 07 Jan 2009 10:27:35 +0000</pubDate>
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		<title>Diario di un milanese # 7 Il ritorno dell’incubo del diavolo</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Jan 2009 01:09:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Diario di un milanese]]></category>

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		<description><![CDATA[Eppure si tratta di onde, e di emozioni. Al caldo delle nostre casupole, stretti alle radici di pietra, stretti alle coperte di musica e di libri che leggiamo. E carezze a qualcuno. E scuoterci. Se non rimane che il freddo dei nostri scontenti. Se non rimane che il biscotto al cioccolato della prima colazione e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.ibridamenti.com/diario-di-un-milanese/2009/01/diario-di-un-milanese-7-il-ritorno-dellincubo-del-diavolo/"><em>Clicca qui per vedere il video incorporato.</em></a>
<p>Eppure si tratta di onde, e di emozioni. Al caldo delle nostre casupole, stretti alle radici di pietra, stretti alle coperte di musica e di libri che leggiamo. E carezze a qualcuno. E scuoterci. Se non rimane che il freddo dei nostri scontenti. Se non rimane che il biscotto al cioccolato della prima colazione e la sigaretta della prima autopunizione.<span id="more-3022"></span></p>
<p>Eppure si tratta di giornali, riviste, ancora libri e notizie e opinioni dalla rete. Siamo qui, col grido in gola. Lo vorremmo espellere come fosse una rana che dal cielo di <em>Magnolia</em> ci fosse atterrata nelle fauci e ora, non potendola noi divorare come tigri sagge, la dobbiamo sputare con ossa e zampe, verderame carcassa angosciosa. Sul divano le bucce del mandarino, il DVD di <em>Salvate il soldato Ryan</em>, Camel Blue da 10 per illudersi di fumare di meno.</p>
<p>Eppure si tratta di appelli e occhi e capelli e bimbi in un video di Gilberto Gil, la canzone si chiama <em>A Paz</em>, troppo dolce per farci sollevare da terra di un palmo. Eppure, i loro padri scontarono la pena assurda della fede o della non fede in un destino, scontarono l&#8217;abisso delle prime scritture, persero la guerra con il reale ruggente di un tirannosauro austriaco. Hitler era l&#8217;incubo di un demonio morente. Eppure, quindi, quando ad Auschwitz si giocava a palla coi morticini, e qualcuno scriveva <em>Se questo è un uomo</em>, e poi, l&#8217;uomo, tanti ma non troppi anni dopo, come tanti altri scampati al genocidio non potè soffrirsi più  e così si offrì al vuoto, riempiendosi tutto della tromba delle scale&#8230; ecco, quando ad Auschwitz si remava attorno ai<em> freaks </em>con i bisturi dell&#8217;incisione letale, e i capelli di miele sulamita (ah sì, la cultura, Paul Celan che non ha insegnato nulla, nulla&#8230;), vagavano come girini plasmabili nell&#8217;acquario infernale dei lager, e poi denti, ori, pezzi di pelle, squame di vita ora morta, e il gas raggiunto, dentro baracche dipinte dalla neve&#8230; Eppure che ne so, un uomo qualunque io sono, che scrive qualunque cosa basta che differisca, basta che non vada al punto, e in cerchi concentrici e contrari si muova con la sua penna come dal dentista, prima dell&#8217;operazione, e ghirigori a penna su un notes per carezzare il nervosismo dell&#8217;attesa.</p>
<p>Eppure la storia non insegna. Via la maiuscola. Via per sempre, che la si insegni come si insegna la danza e la ginnastica. Che la si insegni come si insegna la letteratura. Cose che servono indirettamente. La storia no. Dovrebbe servire per pronti interventi, per gli SOS dello spirito, al di là d&#8217;ogni filosofia: perchè la storia canta come la carta delle nostre lettere mai scritte o mai imbustate e spedite, la storia è una lacrima immensa che si è solidificata a tal punto che è diventato un mausoleo d&#8217;ambra per visitatori, gitanti, curiosi, perditempo.</p>
<p>Eppure la storia non insegna. Non insegna a questa gente a frenare quella rabbia dell&#8217;accerchiato, la paura di essere scoperchiati dall&#8217;altro, dal vicino, dal simile dissimile. E non insegna niente.<em> E non lo fare, uomo, agli altri quello che non volessi fosse fatto a te!</em> Ma a che serve ripeterlo. Io sono uno che ha letto la storia, l&#8217;ha assorbita a cantilene dal padre combattente tedesco in una guerra mostruosa, ma cosa posso permettermi ancora di dire, di ripetere? Io non sono niente. <em>Niemand. Nobody. Personne</em>. Io vago come l&#8217;uccello strappato del paradiso perduto per i cunicoli del niente in fiamme.</p>
<p>Io scrivo diari di me stesso e li spaccio per testimonianze. Ma non ho altro. L&#8217;impotenza mi annienta lo stomaco, lo graffia a fondo. Penso alla nostra crisi economica,  e a me pare tutto uguale a prima, anni &#8216;50 persi nell&#8217;ultima diavoleria tecnologica. Penso alla storia, ancora, che non insegna nulla. La bomba su Hiroshima, dopo. Le bombe su Dresda e Amburgo, dopo. E prima, la guerra lampo dell&#8217;Incubo del Diavolo Tedesco, che per risvegliarsi da se stesso fece la guerra per perderla,  e per svegliarsi di nuovo all&#8217;inferno.</p>
<p>Niente, non impariamo niente. Dalla tecnologia, sì. Ma niente dalla storia. Gaza è una striscia, come un cerotto di terra in mezzo  alla pelle della storia. La pelle stringe, si strappa via come pezzi di squame di pesce bollito. E&#8217; la fine d&#8217;ogni speranza.</p>
<p>Gli Ebrei vennero per portare la parola di Dio. Gli Israeliani nacquero popolo e stato con un grande sogno nel cassettone scampato alle brame naziste. Il sogno di Sion era però un incubo incosapevole. Theodor Hertzl era un piccolo incubo del diavolo, incosapevole. Non voglio più pensare a Israele come a un popolo e a uno stato, da oggi. Israele per me non esiste più. Ora basta. Se vogliono chiudere il cerchio con i cavalieri del male di stirpe teutonica, incontrandosi a Gaza, io mi girerò dall&#8217;altra parte e, debole della mia impotenza, penserò ad altro.</p>
<p>Se non posso fare nulla divento nulla. Una nullità. Nullità, questo siamo, di fronte alla storia.</p>
<p>[Video: <strong>Lyle Mays - Alaskan Suite: Ascent. </strong>- Dai ghiacci quella ruvida purezza che il deserto elettrificato e consumato dai carri armati ha perso.]</p>
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		<title>Diario di un milanese # 6 - Il ritorno.</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Jan 2009 15:38:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Diario di un milanese]]></category>

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		<description><![CDATA[Cari lettori di Ibridamenti, se questo è un diario, è perchè questo, che vi scrive, è un uomo&#8230; Se questo è un uomo&#8230; quel libro, tanti anni fa, quando lo lessi, cambiò tutta la mia prospettiva sull&#8217;essere umano. Ecco, ero un ragazzo incolto e selvaggio, rissoso e vagamente disperato. Eppure avevo tutto: genitori che mi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.ibridamenti.com/diario-di-un-milanese/2009/01/diario-di-un-milanese-6-il-ritorno/"><em>Clicca qui per vedere il video incorporato.</em></a>
<p>Cari lettori di Ibridamenti, se questo è un diario, è perchè questo, che vi scrive, è un uomo&#8230; <em>Se questo è un uomo</em>&#8230; quel libro, tanti anni fa, quando lo lessi, cambiò tutta la mia prospettiva sull&#8217;essere umano. Ecco, ero un ragazzo incolto e selvaggio, rissoso e vagamente disperato. Eppure avevo tutto: genitori che mi amavano, fratelli NON coltelli. Anzi. Leggere quel libro mi fece diventare più umano, proprio perchè, penso, parlava di ciò che di più aberrante il &#8220;nemico animale che è in ognuno di noi&#8221; può compiere.</p>
<p>Quello che sta succedendo in Palestina è sotto gli occhi di tutti. Non mi sento di affabulare scanzonatamente (fino a un certo punto) come al solito. Mi sono buttato fuori da Ibridamenti per via (anche) del mio temperamento; ma ora, d&#8217;accordo con la nostra insostituibile Maddalena Mapelli, provo a rientrare. Siamo pronti a scontrarci col brutto della vita ma possiamo anche stare sotto la pioggia fredda, nudi, quasi battuti, in attesa che tutto passi. <em>Quasi </em>battuti. L&#8217;insegnamento di un uomo come Gandhi può valere soprattutto per gente che, come me, non ha i &#8220;toni bassi&#8221; nel proprio repertorio.<span id="more-3014"></span></p>
<p>A volte ci si scontra solo contro se stessi. Credendo di attaccare qualcuno, in realtà ci autopuniamo per la nostra infelicità. Io sono felice, però: più che altro di poter scrivere in libertà in posti come questo. Ed altri. La rete ci dà questa possibilità: sfruttiamola.</p>
<p>Questa è la mia sesta puntata del mio &#8220;Diario di un milanese&#8221;. La intitolo &#8220;Il ritorno&#8221;. Ho omesso &#8220;del figliol prodigo&#8221; perchè mi sembrava eccessivo&#8230;</p>
<p>Oggi a Milano fa molto freddo. Ma dentro di me, sono ai Tropici. Poter scrivere e creare in uno spazio libero da condizionamenti è una gioia che va rivelata alla maggior parte di persone possibile. L&#8217;espressione è una forma d&#8217;amore. La condivisione realizza questa forma d&#8217;amore.</p>
<p>E&#8217; tardi ma berrò il tè. Poi cenerò. Poi continuerò a scrivere il mio romanzo. Sono vivo. Non sono solo.</p>
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		<title>L’hotel degli onti [di fatacarabina]</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Jan 2009 21:35:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>fatacarabina</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[Prendeva trecentomila lire al mese e ne arrivava ad ospitare anche venti per volta. Che facevano sei milioni al mese. Un angolo dove posare il tappeto per pregare veniva diecimila lire al giorno. Tanto spazio ce n&#8217;era, la sua casa era grande. Su due piani, con grandi finestre. Riscaldamento? No, che si arrangiassero quei quattro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Prendeva trecentomila lire al mese e ne arrivava ad ospitare anche venti per volta. Che facevano sei milioni al mese. Un angolo dove posare il tappeto per pregare veniva diecimila lire al giorno. Tanto spazio ce n&#8217;era, la sua casa era grande. Su due piani, con grandi finestre. Riscaldamento? No, che si arrangiassero quei quattro &#8220;onti&#8221;. Per quei soldi, all&#8217;hotel dei diseredati, mica c&#8217;era spazio anche per un degno riscaldamento. I materassi li metteva a disposizione lui, venti o di più se c&#8217;era richiesta, gettati direttamente a terra senza troppi problemi. Le preghiere erano permesse solo nella sala al pianterreno e ogni problema andava risolto con il custode. Per i bagni, si faceva a turno. Chi prima arrivava, era contento. Unica regola, alle 7 di mattina, tutti fuori. Anche se nevicava, anche se un lavoro non lo avevi o eri in preda alla febbre e alla diarrea, entro le sette dovevi esser fuori, con il tuo sacchetto pieno di stracci. &#8220;Nde a lavorar, onti&#8221;, era il richiamo. Ogni mattina via Wagner ospitava così il lento pellegrinaggio dei clandestini che lasciavano il loro hotel. Marocchini, albanesi, romeni, tanti nordafricani. Quelli che erano di religione islamica facevano in tempo a far la prima preghiera, poi si arrangiavano sul posto di lavoro o per strada, visto che dietro avevano tutto, anche il loro tappetino. Nulla si poteva lasciare nella casa, e quando rientravi la sera, rigorosamente dopo il tramonto per non dare nell&#8217;occhio - questa era una delle altre regole dell&#8217;hotel - ti cercavi il primo materasso libero, senza chiedere di tornare al posto dove avevi dormito la sera prima. Un martedì nel tardo pomeriggio il piccolo corteo di clandestini arrivò all&#8217;inizio della strada e trovò le luci delle sirene della polizia. E il custode, un ex pugile in pensione, zitto e stralunato fermo davanti al cancello. Un poliziotto di spalle gli parlava, con un tono della voce alto. Urlava quasi. Il vecchio pugile, Dante, stava zitto ma con gli occhi cercava di far segno al gruppetto che sopraggiungeva di andarsene, sparire. Erano bastate le luci delle volanti terrestri a metter nel panico i clandestini, che girarono subito i tacchi e se ne tornarono in strada, a passo veloce, per non farsi notare. Dante si rilassò e cominciò a ripetere al poliziotto con voce sommessa che lui era solo il custode della casa, che quella gente non la conosceva, e non sapeva quanto pagavano. Maria Ponchioni, che abitava in una casetta bassa davanti alla villa, ascoltava, con le braccia appoggiate al cancello della sua casa, e scuoteva la testa. &#8220;Lo sa quanti soldi prende il padrone, lo sa bene&#8221;, mi disse quando le arrivai accanto. &#8220;Quanto?&#8221;, le chiesi. &#8220;A mi no so, i dise trecentomila lire , dottoressa. Al mese. I xe schei sa e li ciama sempre onti&#8221;. Erano tanti soldi, sei milioni almeno al mese. Per dar da dormire abusivamente a clandestini. Un reato. Ma io volevo vedere in faccia chi era questo proprietario così prodigo nell&#8217;assistenzialismo, a caro prezzo. E così aspettai che la retata finisse, che le luci delle sirene si spegnessero e che Dante se ne andasse. Lo seguii fino al bar fuori della strada, aperto 24 ore su 24. Si accomodò al banco, bianco in volto e chiese un bicchiere di vino bianco. &#8220;L&#8217;ombra gliela offro io&#8221;, dissi, arrivandogli alle spalle. &#8220;Dottoressa cossa a vol ancora&#8230;&#8221;, fu la risposta dell&#8217;ex pugile. Gli dissi cosa volevo: il nome e l&#8217;indirizzo. E dopo la prima &#8220;ombra&#8221;, pagai tutta la bottiglia di prosecco che finì a fianco di Dante. Il sopracciglio con la cicatrice, forse un ricordo di vecchie botte, si alzò. Dante sorrideva. Gli piaceva bere, avevo colto nel segno e il regalo era ben gradito. Mi disse il nome quando era arrivato a metà della bottiglia, dopo aver raccontato che lui non c&#8217;entrava, era solo un custode. Prendeva 100 mila lire al mese e a lui bastavano. Me ne andai contenta, salii in macchina e presi la strada del Terraglio, direzione Preganziol. Arrivai all&#8217;indirizzo indicato, c&#8217;era un&#8217;altra villa, ancora più grande. Chiusa. Al campanello non rispondeva nessuno. Accanto c&#8217;era un albergo con una piccola trattoria. Entrai, non c&#8217;era nessuno al bancone. Urlai il nome del titolare. Arrivò dopo 5 minuti, era spuntato da una tenda blu di velluto pesante e si stava sistemando la patta dei pantaloni. Prima i convenevoli di rito, il suo sguardo che finisce sulla mia scollatura, la sua risata e la battuta. &#8220;Finalmente una bella signora, in questo posto di uomini e onti&#8221;. Sorrisi. Poi partì la domanda . &#8220;E&#8217; sua la casa di via Wagner, vero?&#8221;. Vincenzino, questo era il suo nome, smise di ridere. &#8220;Sì, perché. La vuole comperare? &#8220;. No, gli risposi, pronta, volevo vedere le ricevute dell&#8217;hotel. &#8220;Quali ricevute, quale hotel, Lì c&#8217;è casa mia&#8221;, ribatté infastidito Vincenzino. Gli spiegai della retata, della casa sotto sequestro, dei 25 materassi trovati e dei racconti del vicinato. &#8220;Lei guadagna sulla pelle di poveri disgraziati. Sei milioni al mese. Quindi, cacci fuori le ricevute&#8221;. Vincenzino posò il bicchiere d&#8217;acqua che stava bevendo e passò dall&#8217;altra parte del bancone, con passo deciso, e urlandomi che mi voleva fuori dal suo locale in un secondo. Altrimenti, chiamava la polizia. Lo osservai meglio: capelli neri con evidenti tracce di forfora, due denti d&#8217;oro, tarchiato e basso. Una lunga catena d&#8217;oro che scendeva sul petto, visibile dalla camicia aperta. La collana sosteneva un enorme crocefisso d&#8217;oro e madreperla. Nella tasca dei pantaloni, c&#8217;era qualcosa. Forse un coltello a serramanico. Feci finta di non notarlo, ma feci un passo indietro e mi ricordai, che come al solito avevo lasciato la pistola in ufficio. &#8220;Per sua sfortuna, Vincenzino, la polizia sono io&#8221;, ribattei pronta, mostrandogli il distintivo che tenevo sulla tasca della camicia, sotto la giacca. Lui si fermò, evidentemente sorpreso, e tornò a sorridermi. E mi spiegò che aveva cominciato per dar una mano a quei poveri ragazzi, che lui aveva origini libiche e sapeva cosa era la fame. Ma che la casa era grande e quei poveri ragazzi dovevano in qualche modo concorrere alle spese del riscaldamento. E poi lui era buono, ogni mattina c&#8217;era caffè e latte per tutti e le brioches comperate al supermercato, quelle nel sacchetto di cellophane. E Dante, il custode, teneva pulito tutto. C&#8217;era persino sempre lo shampoo. Balle, un fiume di balle, raccontate da Vincenzino, per evitare guai.<br />
Chiamò anche suo padre, don Mario, che arrivò tutto vestito di nero, con un bastone da passeggio. Vecchissimo, aveva la camminata di un ragazzino e l&#8217;occhio furbetto. &#8220;Piacere, don Mario. Mago per diletto&#8221;. Si presentò così e io scoppiai a ridergli in faccia. Era lui il mago di cui mi aveva parlato Dante, quello che faceva paura anche agli arabi perché rischiavi una fattura seduta stante , se non facevi quello che voleva lui. &#8220;Bella signora, siamo brava gente&#8221;, mi ripeteva Vincenzino, oramai spavaldo perché erano in due contro una donna. Senza pistola, mi dissi io, ma loro non lo sapevano. &#8220;Fuori ricevute e i soldi&#8221;, ripetei serissima e per confermare che non scherzavo, superai don Mario, dribblai il braccio teso di Vincenzino e mi diressi alla cassa dietro al bancone. Dove c&#8217;erano dei libri contabili, avevo visto poco prima. Mi misi a sfogliarne uno, poi un secondo. Trovai l&#8217;elenco delle visite all&#8217;hotel dei diseredati, evidentemente Vincenzino prima di andarsene al bagno, stava sistemando i conti del giorno. C&#8217;erano 5 milioni e 500 mila lire in una busta, la scritta con la cifra forse era quella di Dante tanto la calligrafia era stentata. C&#8217;era l&#8217;elenco degli &#8220;onti&#8221; del giorno, venti esatti. I soldi erano meno di quanto previsto, forse qualcuno non aveva pagato. Mentre guardavo, Vincenzino avanzava lentamente verso di me, chiedendomi di lasciar perdere o sarebbero stati guai seri. Che lui aveva amici importanti ed io non ero nessuno, ero solo una commissaria arrivata ieri con decorrenza &#8220;ancuo&#8221;, ripeté più volte. Lo squillo del telefonino ci colse entrambi impreparati. Era il mio e mi precipitai a rispondere . Era Otello, il capo pattuglia. Io neanche aspettai finisse di dirmi ciao: &#8220;Allora ispettore, siete qui fuori? Aspettate da tanto? Ah, non vedeva la mia auto. Ok, aspettate il mio segnale&#8221;. Otello non era scemo e aveva capito che era una richiesta di aiuto. &#8220;Avete fatto il controllo al terminale? Non risulta? Impossibile, si chiama locanda Antico Grappolo, non all&#8217;Antico Grappolo. Dai, ragazzi, è tardi per tutti, eh&#8230;.sveglia!&#8221;. L&#8217;indicazione l&#8217;aveva avuta, massimo in 5 minuti le volanti sarebbero arrivate. Continuai a far finta di parlare al telefono anche se Otello aveva messo già giù. Presi il librone sotto braccio e la busta con i soldi e mi diressi alla porta, scansando un Vincenzino che si era accoccolato per lo spavento su una sedia. Don Mario alzò il bastone in aria, maledicendomi, quasi volesse colpirmi. Io mi diressi senza guardarmi alle spalle verso la macchina e accesi il motore. Buttai il telefonino sul sedile del passeggero e misi in moto, partendo a tutta velocità, inseguita dalle bestemmie di padre e figlio. Imboccai il Terraglio, direzione stazione e incrociai l&#8217;auto di Otello che a tutta velocità si dirigeva verso la locanda. Lo chiamai al cellulare. &#8220;Sono padre e figlio, Vincenzino e don Mario Capatone. Finisci tu il lavoro che io ho da fare&#8221;. Tornai al bar vicino a via Wagner e trovai Dante, oramai ubriaco, seduto su una sedia. Lo costrinsi a seguirmi e andai in stazione. Chi non ha da dormire finisce qui, specie da dicembre quando il Comune ha ottenuto che la sala d&#8217;aspetto sia aperta di notte per i senza tetto. Dante mi seguiva , con la faccia bassa. Mi misi in mezzo alla sala d&#8217;attesa, era piena di uomini e ragazzi, e cominciai a scandire i vari nomi che avevo trovato sull&#8217;elenco di Vincenzino. All&#8217;inizio nessuno mi rispondeva, poi un ragazzo, Ahmed, quando pronunciai il suo nome mi rispose con un cenno. Andai da lui e gli misi in mano trecentomila lire prese dalla busta dei soldi. Andò avanti così per due ore. Poi, a notte fonda, portai a casa Dante. Oramai aveva smaltito la sbornia. &#8220;Ha fatto bene dottoressa a ridargli i soldi, sono bravi fioi in fondo&#8221;, mi disse salutandomi con la mano. Non gli risposi niente, ripresi a guidare fino in Questura. Aveva collaborato, ma una denuncia se la sarebbe presa comunque. Nel corridoio mi aspettavano, seduti come due bambini in castigo, Vincenzino e don Mario. Mi guardarono con odio. Passai oltre, salutandoli sorridendo e facendo ciao ciao con la mano. &#8220;Buonanotte, onti&#8221;.</p>
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		<title>“Caleidoscopio”, puntata N°4</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Jan 2009 16:35:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oyrad</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Musa/Medusa]]></category>

		<category><![CDATA[immagine]]></category>

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		<description><![CDATA[Mi scuso per la lunga assenza - dovuta soprattutto alla &#8220;vacanza dalla blogosfera&#8221; che mi son preso  andando a fare lo scemo su Facebook - e riprendo volentieri la rubrica da dove ero rimasto: in particolare, mi piace riproporvi un&#8217;altra puntata del nostro &#8220;Caleidoscopio&#8221; . Ricordate? Io vi propongo l&#8217; immagine di un dipinto famoso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mi scuso per la lunga assenza - dovuta soprattutto alla <em>&#8220;vacanza dalla blogosfera&#8221;</em> che mi son preso  andando a fare lo <span style="text-decoration: line-through;">scemo</span> su Facebook - e riprendo volentieri la rubrica da dove ero rimasto: in particolare, mi piace riproporvi un&#8217;altra puntata del nostro <strong>&#8220;Caleidoscopio&#8221;</strong> . Ricordate? Io vi propongo l&#8217; immagine di un dipinto famoso come se fosse visto attraverso il gioco di riflessi prodotto da un caleidoscopio.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-3008" src="http://www.ibridamenti.com/wp-content/uploads/2009/01/caleidoscopio5.jpg" alt="caleidoscopio5" width="420" height="281" /></p>
<p> Questa volta <strong>ci avviciniamo di più alla nostra epoca</strong>: penso che possa bastare come primo indizio&#8230;Dunque avanti, sotto con i nomi&#8230; voglio <strong>titolo</strong> e<strong> autore</strong> dell&#8217; opera d&#8217; arte in questione&#8230;</p>
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		<title>Dall’universo al multiverso, dall’infinito al congiuntivo</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Jan 2009 15:47:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimo giuliani</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[L'Università del futuro]]></category>

		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

		<category><![CDATA[Saggistica]]></category>

		<category><![CDATA[big bang]]></category>

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No, che non è una recensione. Né la cosmologia né la fisica sono il mio mestiere, e poi figuriamoci se mi metto a fare le pulci a uno che mi racconta fatti che si sono svolti nell&#8217;arco di alcune frazioni di secondo la bellezza di quattordici miliardi di anni fa.
Inoltre ho l&#8217;impressione che Vilenkin si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-full wp-image-2963 alignleft" src="http://www.ibridamenti.com/wp-content/uploads/2009/01/vilenkin.jpg" alt="vilenkin" width="200" height="322" /></p>
<p>No, che non è una recensione. Né la cosmologia né la fisica sono il mio mestiere, e poi figuriamoci se mi metto a fare le pulci a uno che mi racconta fatti che si sono svolti nell&#8217;arco di alcune frazioni di secondo la bellezza di quattordici miliardi di anni fa.<br />
Inoltre ho l&#8217;impressione che Vilenkin si sia riproposto di scrivere anche per chi non sia un suo collega, ma che sia riuscito a tener fede al proposito a malapena per un terzo del libro (<strong>&#8220;Un solo mondo o infiniti?&#8221;</strong>, Raffaello Cortina Editore, 2007). Dopodiché non ce l&#8217;ha più fatta. Forse la passione gli ha preso la mano, 0 forse, semplicemente, la materia è quella che è. Per quel che mi riguarda la lettura si è fatta sempre più impegnativa: fortuna che otto ore di treno in due giorni (e, sì, la scrittura sagace e intrigante dell&#8217;autore) mi hanno incoraggiato ad arrivare fino alla fine. Ma uno di questi giorni lo riprendo dall&#8217;inizio&#8230;</p>
<p><strong>Alex Vilenkin</strong>, docente alla Tufts University di Boston e direttore del locale Istituto di Cosmologia, torna dalle parti del <strong><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Big_bang" target="_blank">Big Bang</a></strong> per gettare lo sguardo sugli istanti immediatamente precedenti. Sui successivi qualche nozione l&#8217;abbiamo: ma, dice Vilenkin, i fisici hanno sempre guardato con terrore al di là di quel confine infinitesimale, prima del botto insomma. Un po&#8217; perché l&#8217;idea di un universo che esiste dall&#8217;eterno crea qualche problema con il secondo principio della <strong>termodinamica</strong> (checché se ne dica guardandosi intorno, no, non siamo ancora allo stato di massima entropia). Ma un po&#8217; anche perché, una volta di là, scivolare nella metafisica è un attimo.</p>
<p>Una delle questioni più sorprendenti che questo libro apre è che le nuove tesi sull&#8217;origine del cosmo (quella, in particolare, di un Universo in eterna <em>inflazione</em>, che genera continuamente &#8220;universi isola&#8221; come quello che io e voi abitiamo in questo momento) rendono legittimo pensare all&#8217;esistenza simultanea di mondi <strong>paralleli</strong>, ciascuno dei quali potrebbe essere (e ospitare) lo scenario di esiti differenti di storie (probabili? reali addirittura?). Come dire che da qualche parte, lì fuori, <em>un altro </em>qualcuno di voi potrebbe aver vinto un Nobel, Bush potrebbe all&#8217;ultimo momento aver rinunciato alla guerra in Iraq per dedicarsi alla classificazione dei muschi e l&#8217;Italia potrebbe essere governata, che so?, da un ex cantante piduista.</p>
<p>Perché mi è piaciuto questo libro? Perché gli scienziati che lo popolano (a partire da <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Albert_Einstein" target="_blank"><strong>Albert Einstein</strong></a> e da <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Aleksandr_Aleksandrovi%C4%8D_Fridman" target="_blank"><strong>Aleksandr Fridman</strong></a>, straordinario personaggio che risolse alcuni problemi che avevano tolto il sonno al maestro) sono quanto mai distanti dall&#8217;idea di infallibile &#8220;occhio di Dio&#8221;. Anzi, questa storia non sarebbe la stessa senza le loro scombinate, curiose, tragiche, grottesche vicende umane.<br />
E poi perché da tempo la mia disciplina (la psicoterapia) si incuriosisce alla storia dell&#8217;universo e alla fisica dei quanti per le stesse ragioni per le quali si avvicina a Borges e Calvino e guarda (o dovrebbe) all&#8217;<strong>iperromanzo</strong> di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Michael_Joyce" target="_blank">Michael Joyce</a> o <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Stuart_Moulthrop" target="_blank">Stuart Moulthrop</a> e a <a href="http://www.psiconline.it/article.php?sid=269" target="_blank">certo cinema</a>. Perché pare proprio che nell&#8217;immensamente grande e nell&#8217;infinitamente piccolo le cose non stiano mai per forza come le si vede, e quel che ci si mostra non è altro che uno dei tanti modi in cui le cose possono andare. Perché come Borges, Calvino, &#8220;Sliding Doors&#8221; e &#8220;<strong>Lola Corre</strong>&#8220;, la storia dell&#8217;universo e la fisica subatomica sono uno straordinario giacimento di metafore sul cambiamento e sulle possibilità, per immaginare una realtà-multiverso in cui le storie possono svolgersi in numerosi modi; in cui, invece che un passato che &#8220;determina&#8221; il presente, c&#8217;è un&#8217;intricata rete di storie che interferiscono le une con le altre.<br />
Per esercitarsi, insomma, in un pensiero <em>al congiuntivo</em>.</p>
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		<item>
		<title>Kublai Camp e un premio al migliore progetto creativo per lo sviluppo. Roma 24 Gennaio</title>
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		<comments>http://www.ibridamenti.com/20-per-tutti/2009/01/kublai-camp-e-un-premio-al-migliore-progetto-creativo-per-lo-sviluppo-roma-24-gennaio/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 04 Jan 2009 10:32:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gigicogo</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[2.0 per tutti]]></category>

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		<description><![CDATA[ 
Sono iscritto alla comunità di Kublai da diverso tempo pur non riuscendo, ahimè, mai a dare un apporto concreto, per tutta una serie di motivi e di impegni che fino a Marzo non mi daranno pace.
Ho conosciuto diversi Kublaiani di persona durante i Barcamp dello scorso anno, e devo dire che li anima lo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.progettokublai.net/wp-content/kublailog.png" /> </p>
<p>Sono iscritto alla comunità di Kublai da diverso tempo pur non riuscendo, ahimè, mai a dare un apporto concreto, per tutta una serie di motivi e di impegni che fino a Marzo non mi daranno pace.</p>
<p>Ho conosciuto diversi Kublaiani di persona durante i Barcamp dello scorso anno, e devo dire che li anima lo spirito giusto, quello dei challanger.</p>
<p>Avrei dovuto studiare molto più da vicino le dinamiche e la filosofia di questo progetto perchè, alla fin fine, anche questo è eGovernment. Anzi eGovernemnt 2.0 vero, quello che mette la creatività al centro dell’ingranaggio dello sviluppo locale. E questa è una delle materie che più mi afferiscono da un punto di vista professionale e non solo.</p>
<p>Allora, non posso far altro che diffondere l’iniziativa del <a href="http://www.barcamp.org/KublaiCamp">Barcamp </a>di Roma dove verranno premiate le idee più creative legate al concorso <a href="http://www.progettokublai.net/awards/" target="_blank">Kublai Awards</a>, su questo blog, sul <a href="http://webeconoscenza.blogspot.com/2009/01/kublai-camp-e-un-premio-al-migliore.html" target="_blank">mio personale</a> e sulla rete degli <a href="http://www.innovatoripa.it/" target="_blank">Innovatori della Pubblica Amministrazione</a>.</p>
<p>A proposito……kublaiani, aspettiamo una vostra rappresentanza a <a href="http://barcamp.org/InnovatoriPA" target="_blank">Maggio</a>!</p>
<p>__________________________________________________________________________</p>
<p>Una cosa bellissima che Kublai condivide con le migliori esperienze internet è l’orientamento alla conoscenza condivisa. La nascente community creativa dei kublaiani non solo cresce (ha infatti superato i <a href="http://progettokublai.ning.com/profiles/members/">350 membri</a>), ma soprattutto propone idee. I <a href="http://progettokublai.ning.com/groups/group/new">progetti</a> stanno aumentando in fretta e sono a oggi 39, su cui si discute a tutto campo nella logica di irrobustirli e, in prospettiva, realizzarli.</p>
<p>E’ il momento di fare un passo in più. Kublai ha deciso di assegnare un piccolo ma significativo premio al migliore tra i progetti creativi per lo sviluppo espressi da Kublai. Il premio consisterà in</p>
<ol>
<li>un’operazione di “endorsement istituzionale”: il <a href="http://www.dps.mef.gov.it/">Dipartimento</a> spenderà un po’ della propria credibilità per cercare attivamente alleati per il progetto selezionato, con tutta l’autorevolezza dell’istituzione centrale. </li>
<li>una consulenza di prestigio finalizzata all’ulteriore sviluppo dell’idea: metteremo a disposizione un budget di 5.000 euro che consenta al progettista vincitore di acquistare un input intellettuale di alto livello per rafforzare l’idea da realizzare. Ovviamente il tipo di consulenza varierà a seconda del progetto vincitore, e sarà concordato con il gruppo coaching di Kublai. </li>
</ol>
<p>Per partecipare basta creare un progetto su Kublai e caricarvi un documento di progetto. Linee guida per scrivere il documento si possono trovare nella nostra <a href="http://www.progettokublai.net/guida-del-progettista/">Guida del progettista</a>. L’idea, però, ce la dovete mettere voi! Altre notizie <a href="http://www.progettokublai.net/awards/">qui</a>.</p>
<p>Tutte le idee e tutta la creatività, quelle del vincitore e quelle degli altri partecipanti, saranno discussi e onorati nel primo grande raduno di Kublai, che avrà luogo a Roma sabato 24 gennaio. Questo raduno comprenderà <a href="http://www.barcamp.org/KublaiCamp">un BarCamp, il primo sullo sviluppo creativo</a>; una breve cerimonia di consegna del premio; e una bella festa, che a quel punto ci saremo meritati tutti quanti. State collegati per gli aggiornamenti.</p>
</p>
<p><a href="http://progettokublai.ning.com/">Visita <em>Kublai</em></a>   <br /> 
<p><strong>Cosa è Kublai?</strong>     <br />Kublai è un ambiente pensato per i creativi e orientato allo sviluppo locale; è promosso dal <a href="http://www.dps.tesoro.it/laboratoriosviluppo/ml.asp">Laboratorio per le politiche di sviluppo</a> del Ministero dello Sviluppo Economico.     <br />È pensato per sviluppare e rafforzare progetti creativi che abbiano un impatto in termini di sviluppo locale, e cioè sul territorio nel quale vengono proposti.</p>
<p><strong>Cosa fa Kublai?</strong></p>
<ul>
<li>Crea una community di creativi </li>
<li>Aiuta i creativi a produrre progetti che abbiano impatto sul proprio territorio e ne aiutino lo sviluppo. Per “progetto” si intende un’attività realizzabile in tempi relativamente brevi, con costi realistici e risorse umane individuate; la parola “creativo” si riferisce all’ambito in cui questi progetti operano: arti e cultura, moda, comunicazione, design, software. Sono progetti creativi sia gli eventi (esempio: un festival musicale), che le imprese (esempio: un’attività di organizzazione di eventi internet per l’editoria). </li>
<li>Offre assistenza alla progettazione da parte di economisti del Dipartimento di Politiche di Sviluppo (DPS), oltre alla possibilità di interagire con altri professionisti che partecipano attivamente alla vita della community, creando collaborazioni utili allo sviluppo del progetto. </li>
<li>Consiglia gli autori di questi progetti nel reperimento di risorse finanziarie – Kublai non offre risorse finanziarie </li>
</ul>
<p><strong>Quindi, cosa faremo, e quando?</strong></p>
<ul>
<li><em>Settembre – metà ottobre</em>. Proposte delle idee progettuali e assistenza alla progettazione da parte dello staff di Kublai. A metà ottobre verranno selezionati i dieci progetti migliori (tenendo conto anche dei feedback della community). </li>
<li><em>Novembre – metà dicembre</em>. I dieci progetti selezionati verranno discussi nel corso di incontri pubblici in Second Life. </li>
<li><em>Metà dicembre – gennaio</em>. Tre progetti verranno selezionati e riceveranno ulteriore assistenza specifica per essere poi presentati ufficialmente in un evento finale a Roma, oltre che nel territorio di riferimento. </li>
</ul>
<p><strong>Kublai è una forma di mecenatismo?</strong></p>
<ul>
<li>No. Kublai non ha risorse proprie, ma può accompagnare i creativi a concorrere alle risorse che altri soggetti publici e privati destinano allo sviluppo locale </li>
<li>Il mecenate regala denaro ai creativi per essere se stessi e fare cultura. Questo è il ruolo delle moderne politiche culturali. Le politiche di sviluppo, invece, hanno l’obiettivo di fare crescere l’economia e la società, soprattutto quelle dei territori in ritardo come il Mezzogiorno. </li>
<li>Promuoviamo un’alleanza tra i creativi e le politiche di sviluppo: i primi forniscono idee, passione e competenze per nuove attività economiche, le seconde hanno accesso a risorse finanziarie per lo start up. Ma il mecenatismo qui non c’entra: le politiche di sviluppo si rivolgono a chi può dimostrare di potere avere un impatto economico, non solo culturale, e per accedere alle sue risorse occorre produrre economia attraverso le attività culturali. </li>
</ul>
<p><strong>Come si fa per partecipare?</strong></p>
<p>Si parte da <a href="http://www.progettokublai.net/il-tuo-progetto-su-kublai/">qui</a>.</p>
<p><em>(e se avete 30 secondi in più…)</em></p>
<p><strong>…ah, perché avete scelto il nome Kublai?</strong></p>
<p>Kublai è il nome dell’imperatore Kublai Kan, al quale Marco Polo racconta - ne <em>il</em> <em>Milione</em>, e poi ne <em>Le città invisibili</em> di Calvino - delle sue terre, un impero talmente vasto che mai è riuscito a conoscerlo approfonditamente.</p>
<p>Nella nostra metafora Kublai è il Ministero (in particolare il <a href="http://www.dps.mef.gov.it/laboratoriosviluppo/ml.asp">Laboratorio per le politiche di sviluppo</a>), mentre Marco Polo siamo noi che dovremo raccontare delle province lontane e dei soggetti innovativi e “invisibili”. Marco Polo siete anche voi, i creativi che per la prima volta potranno parlare di sè direttamente al Kublai Kan, utilizzando i nuovi strumenti partecipativi e di comunicazione messi a disposizione da internet.</p>
<p>Questa è la citazione che ha ispirato il nome del progetto.</p>
<p>Rispose Marco Polo a Kublai:</p>
<p>“<em>L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è</em> <em>uno, è quello che è già qui,      <br />l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme.       <br />Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti:       <br />accettare l’inferno e diventarne parte</em> <em>fino al punto di non vederlo più.      <br />Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui:</em> <em>     <br />cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno,       <br />e farlo durare, e dargli spazio.”</em></p>
<p>(Italo Calvino, finale di “<em>Le città invisibili”</em>)</p>
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		<title>Photoshoperò #9- la casa dell’ori (je) n</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Jan 2009 19:39:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>effeffe</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Diario di un torinese]]></category>

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		<description><![CDATA[
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			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.ibridamenti.com/diario-di-un-torinese/2009/01/photoshopero-9-la-casa-dellori-je-n/"><em>Clicca qui per vedere il video incorporato.</em></a>
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		<title>Come leggere tutti i replies su Twitter</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Jan 2009 12:20:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>catepol</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[2.0 per tutti]]></category>

		<category><![CDATA[identità]]></category>

		<category><![CDATA[replies]]></category>

		<category><![CDATA[twitter]]></category>

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		<description><![CDATA[Per tener traccia dei replies su Twitter si può usare Twittermail che ti manda via mail i replies oppure anche Replize oppure impostare una ricerca sul search di Twitter del proprio nickname (ex Summize) e inserire il feed rss di tale ricerca nel proprio aggregatore RSS. In questo modo non ci perderemo neanche un twit [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Per <a href="http://www.catepol.net/2009/01/02/replies-di-twitapps-e-ricevi-in-mail-i-replies-di-twitter/">tener traccia dei replies su Twitter</a> si può usare <a href="http://www.catepol.net/2007/06/27/twittermail-per-twittare-via-mail/">Twittermail </a>che ti manda via mail i replies oppure anche <a href="http://www.catepol.net/2008/08/01/replize-vedi-tutti-i-replies-di-twitter/">Replize</a> oppure impostare una ricerca sul search di <a href="http://www.twitter.com/catepol">Twitter</a> del proprio nickname (ex <a href="http://www.catepol.net/2008/07/15/twitter-summize-searchtwittercom/">Summize</a>) e inserire il feed rss di tale ricerca nel proprio aggregatore RSS. In questo modo non ci perderemo neanche un twit contenente il nostro nickname e sapremo in ogni momento chi ha provato a conversare con noi via Twitter.</p>
<p>Un altro sistema è <a href="http://twply.com/">Twply</a> ma ATTENZIONE sia qui su <a href="http://www.techcrunch.com/2009/01/01/the-problem-with-twply-is-you-cant-turn-it-off/">Techrunch</a> che da <a href="http://scobleizer.com/2009/01/01/twitter-spam-effective-or-idiotic/">Scoble</a> apprendiamo che è meglio <strong>NON USARLO</strong>. Perchè sta creando strani problemi di SPAM e soprattutto perchè gli dobbiamo dare le nostre credenziali di accesso a <a href="http://www.twitter.com/catepol">Twitter</a>, quindi gli diamo in pratica la nostra password.</p>
<p>Per ovviare a questo problema, ecco un altro utile servizio: <a href="http://replies.twitapps.com/">il Replies di TwitApps</a>.</p>
<p>In pratica serve per ricevere via mail tutti i replies e i twitter contenenti @nostronickname senza bisogno di fornire la nostra password di Twitter.</p>
<p>Molto semplice utilizzarlo:</p>
<ol>
<li>Follow @<a href="http://twitter.com/ta_replies">ta_replies</a>.</li>
<li>@<a href="http://twitter.com/ta_replies">ta_replies</a> ci aggiunge tra i suoi follow e invia un direct message.</li>
<li>Occorre fare Reply a quel DM comunicando solamente l’indirizzo email dove vogliamo ricevere i twits di replies che il bot cercherà per noi.</li>
<li>Aggiungi <strong>twitapps@googlemail.com</strong> in rubrica per essere sicuro che le mail ricevute non vadano a finire nello spam.</li>
<li>Accomadati e aspetta. Il lavoro di ricerca lo fa <a href="http://replies.twitapps.com/">Replies di TwitApps</a></li>
</ol>
<p><a href="http://replies.twitapps.com/">Replies di TwitApps</a> fa un monitoraggio sistematico del public feed di Twitter e tiene traccia di tutti i tweets che nominano il tuo nickname. Dopo un certo numero di replies invia una mail contenente tutti i replies ricevuti.</p>
<p>Si può controllare il bot via direct messages a @<a href="http://twitter.com/ta_replies">ta_replies</a>. Inviando <em>stop</em> interrompiamo la ricezione delle mail e inviando <em>start</em> tricominciamo a riceverle.</p>
<p><strong>Più facile di così si muore, insomma.</strong></p>
<p>Ho chiesto ai miei contatti su Twitter di scrivermi dei replies per provare…immediatamente, raccolti un po’ di replies, mentre sto scrivendo il post, ecco che mi arriva la seconda mail contenente i replies (quasi in tempo reale, perchè ovviamente son stati un bel numero):</p>
<p><a href="http://www.catepol.net/wp-content/uploads/2009/01/immagine-1.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-2759" src="http://www.catepol.net/wp-content/uploads/2009/01/immagine-1.png" alt="" width="403" height="517" /></a></p>
<p>Insomma spero vi sia utile!</p>
<p>Buon Anno a tutti, qui su Ibridamenti!</p>
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		<title>Diario di un milanese - Fine.</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Jan 2009 07:34:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Dalla rete]]></category>

		<category><![CDATA[Diario di un milanese]]></category>

		<category><![CDATA[cultura che non paga]]></category>

		<category><![CDATA[franz krauspenhaar]]></category>

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		<description><![CDATA[Con questo post chiudo la mia breve ma sentita partecipazione a Ibridamenti. Per chi possa essere interessato al motivo: niente di molto grave. Considero Ibridamenti una delle migliori &#8220;situazioni di rete&#8221; e ci ho &#8220;lavorato&#8221; con gioia e divertimento.
Ma esistono, nei nostri percorsi, dei bivi: a un certo punto, le diverse sensibilità attorno a un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.ibridamenti.com/diario-di-un-milanese/2009/01/diario-di-un-milanese-fine/"><em>Clicca qui per vedere il video incorporato.</em></a>
<p>Con questo post chiudo la mia breve ma sentita partecipazione a Ibridamenti. Per chi possa essere interessato al motivo: niente di molto grave. Considero Ibridamenti una delle migliori &#8220;situazioni di rete&#8221; e ci ho &#8220;lavorato&#8221; con gioia e divertimento.</p>
<p>Ma esistono, nei nostri percorsi, dei bivi: a un certo punto, le diverse sensibilità attorno a un argomento nodale esprimono il loro pensiero. Attorno alla questione della &#8220;cultura che non paga&#8221;, che è stata da me sviscerata, seppure in parte e con dei limiti, nei tre pezzi usciti su Nazione Indiana e su La poesia e lo spirito, Ibridamenti ha avuto una posizione critica. Mi sta bene. Ma io non posso continuare a operare in un sito - seppure distribuendo facezie  e giochi di parole- con chi non approva il mio modo di operare una battaglia per me - e sottolineo per me - vitale. In questo mi permetto di essere radicale, anche perchè non sono l&#8217;uomo per tutte le stagioni.</p>
<p>Senza alcuna polemica, anzi con la stima di sempre. In più, trovarmi a operare nello stesso sito con un signore - tale Bimodale - che mi accusa in pubblico di essere un plagiario, mostrando delle &#8220;prove&#8221; ridicole, a me che non plagio nemmeno me stesso, mi pare davvero poco igienico. La compagnia me la scelgo io.</p>
<p>Questa è la goccia del &#8220;trabocco&#8221;.</p>
<p>Un caloroso grazie a Maddalena Mapelli, che mi ha chiesto di collaborare. E buon proseguimento.</p>
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		<title>FB e la crisi della presenza 1 (un’ipotesi azzardata?)</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Dec 2008 20:32:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>bimodale</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[2.0 per tutti]]></category>

		<category><![CDATA[Costruzioni identitarie]]></category>

		<category><![CDATA[Dalla rete]]></category>

		<category><![CDATA[bimodale]]></category>

		<category><![CDATA[crisi della presenza]]></category>

		<category><![CDATA[facebook]]></category>

		<category><![CDATA[l'uomo contemporaneo]]></category>

		<category><![CDATA[social virtual world]]></category>

		<category><![CDATA[solitudine]]></category>

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		<description><![CDATA[Facebook è la risposta all’angoscia di non esserci. Il rischio della presenza, di cui parla Ernesto De Martino ne La fine del mondo, è una paura (e anche un dato di fatto)  insita nell’essere umano e che, positivamente, spinge l’uomo a fare, costruire, opere e progetti che lo salvino dal caos entropico della morte.
L’arte è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em><img class="alignleft size-medium wp-image-619" src="http://interassenze.files.wordpress.com/2008/12/page0_blog_entry613_1.jpg?w=289&amp;h=186" alt="facebookelacrisidellapresenza" width="289" height="186" /></em><a href="http://it-it.facebook.com/" target="_self"><span style="color: #d8d7d3;">Facebook</span></a> è la risposta all’angoscia di non esserci. Il rischio della presenza, di cui parla <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Ernesto_De_Martino" target="_self"><span style="color: #d8d7d3;">Ernesto De Martino</span></a> ne <a href="http://www.filosofico.net/demartinomio.htm" target="_self"><span style="color: #d8d7d3;"><em>La fine del mondo</em></span></a><em>,</em> è una paura (e anche un dato di fatto)  insita nell’essere umano e che, positivamente, spinge l’uomo a fare, costruire, opere e progetti che lo salvino dal caos entropico della morte.<br />
L’arte è una risposta dell’uomo al rischio di non poterci essere più, di morire. Ecco che <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Facebook" target="_self"><span style="color: #d8d7d3;">facebook </span></a>è bell’e pronto per salvare la presenza dal rischio di non esserci, per aiutare l’essere umano a non soccombere all’oblio della sua opera. La paura per il rischio di non esserci, negativamente, diventa angoscia che blocca, ansia che sterilizza, dottrina che inquadra e che incoraggia. Nella confusione della massa, l’io si riscatta e si suppone invincibile. Ecco facebook: il proprio volto, la propria maschera, la propria sicurezzza digitalizzata.<br />
Sentirsi meno soli. L’orrore analogico del vuoto e della morte,  diventa interassenza digitale.<br />
Ecco. Tra l’analogico e il <em>preassente</em> del metaverso, facebook tenta di rendere ipertrofica la presenza dell’io. L’ossessiva ritualità connessa al facebooking è la digitalizzazione del rito analogico, lo stesso (o quasi) rito che permetteva alle antiche popolazioni sciamaniche di fuggire il caos e compensare la paura della morte. Dopo la morte non c’è il nulla, c’è il digitale. Meglio ancora la preassenza del metaverso, il <em>quadrimensore s-oggettivo</em>, l’avatar delle iperchat a tre D.<br />
Ciò che mi preoccupa maggiormente, però, non è tanto il rischio di non esserci più, logica e rassicurante conseguenza della finitezza analogica dell’avventura umana, quanto il rischio della presenza connesso al corpo\volto virtuale di facebook. Il fatto che FB possa cancellare la mia interassenza.<br />
Insomma… il <em>postdigitale.</em></p>
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