Comunità di pratica: una disciplina sociale dell’apprendimento

Giuliana Guazzaroni
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Questo post prende spunto dagli interventi al Convegno internazionale “Comunità di pratica e Formazione continua in sanità” che si è tenuto presso l’Università degli Studi di Trento, Facoltà di Scienze Cognitive (Rovereto) l’11 dicembre 2009. E’ basato sugli appunti che la mia collega di dottorato, Laura Carletti e io, Giuliana Guazzaroni, abbiamo raccolto, rielaborato e tradotto dall’inglese. In particolare, facciamo riferimento all’intervento di Etienne Wenger, autore di Communities of practice. Learning, meaning and identity (1998) e coautore di Cultivating communities of practice (2002): “Comunità di pratica: una disciplina sociale dell’apprendimento”.

Si è partiti dall’idea di un sistema a rete che possa trasformare i limiti in punti di forza attraverso la costituzione di Comunità di competenza che possano consentire ai membri un’interazione crescente.

Il modello di riferimento vede al centro il discente come soggetto attivo al centro del processo della FAD (Formazione a distanza) interattiva. In questo contesto viene data rilevanza al confronto fra gli allievi stessi del sistema a rete. Spesso, in ambito accademico, si riscontra un atteggiamento di scetticismo nei confronti dell’e-learning e della formazione continua. La vita postmoderna è sempre più caratterizzata dal nomadismo digitale, siamo i nuovi nomadi. Dunque anche l’Università può dare forma a nuove metodologie didattiche più rispondenti a nuovi stili di vita. Tuttavia, le tecnologie non sono totem, ma piuttosto commodities da usare nella vita quotidiana. L’utilizzo delle tecnologie digitali è sempre più scontato per i “Nativi Digitali”, tuttavia necessita di nuovi metodi specifici, di negoziazione dei significati, di comunicazione con i propri pari, di un preciso lavoro di ricerca e della messa a punto di pratiche. La formazione, inoltre, continua è meglio erogata se in partnership con il territorio.

Etienne Wenger, all’inizio del suo intervento, ci ha raccontato la storia di un amico sommelier che nel bere un calice di vino riusciva a sentire sapori che lui non percepiva affatto, dal momento che non ne aveva “pratica”. In effetti, il suo amico faceva parte di una comunità di sommelier.

La conoscenza è qualcosa che sperimentiamo come esseri umani.

Secondo A. Einstein, lo sviluppo positivo di una società in assenza di pensiero critico e indipendente di individui propositivi è inconcepibile come anche lo sviluppo personale di un individuo senza lo stimolo derivante dalla comunità (“The positive development of a society in the absence of creative, independently thinking, critical individuals is an inconceivable as the development of an individual in the absence of the stimulus of the community”. A. Einstein)

C’è qualcosa nella pratica dell’uomo che la rende universale. La mia identità è legata all’interazione, alla competenza sociale. L’identità si costruisce facendo esperienza, la pratica non è qualcosa di stabile ma è qualcosa in continuo divenire.

Occorre scegliere la propria traiettoria, il proprio campo di interesse verso il quale indirizzare il proprio impegno (“accountability”), nel quale investire tempo ed energie. Per fare un esempio, se davvero desidero sapere cosa sono in grado di fare, la mia esperienza di vita dovrebbe essere sottoposta all’interazione con una comunità.

La domanda che possiamo porci è:

“In quale settore potrei investire la mia identità confrontandomi con una comunità?”

(es. di risposta: “nella comunità dei sommelier”).

Far parte di una comunità significa avere delle conoscenze, delle competenze da mettere in gioco al suo interno, attraverso un processo continuo di esplicitazione. 

Il punto di partenza è l’abilità di riconoscere gli altri come eventuali partner per dare forma a delle comunità. Le persone possono riconoscersi l’un l’altra in base alla propria esperienza e al fatto che c’è un interesse reciproco per l’esperienza dell’altro:

“Io sono sinceramente interessato a te, io sono realmente interessato alla tua esperienza”.

Il punto centrale delle comunità risiede nella pratica e nel saper riconoscere l’altro.

Casi di studio:

  • “Gaining a voice”: La pratica, la storia delle persone sono fonti di conoscenza. Occorre riconoscere gli altri come compagni nel processo di apprendimento (“learning partners”). In “Gaining a voice” si è parlato del caso di una persona affetta da una malattia rara che ha creato un sito sulla malattia stessa. Questa persona ha raccolto informazioni, esperienze ecc. creandosi una base di conoscenza tanto da essere riconosciuto anche come detentore di conoscenza dalla comunità scientifica.
  • “Nurse practitioners in British Columbia”: La conoscenza è un processo naturale. Un infermiera di medicina generale ha raccolto persone ed esperienze significative dando vita, attraverso un processo costante, a una comunità specifica che è diventata via via sempre più importante nel proprio settore di riferimento.

In entrambi i casi di studio è la passione, l’interesse, l’emergenza per un campo della conoscenza che porta queste persone a unirsi in una Comunità di pratica (CdP).

Una comunità di Pratica (CdP) è un gruppo di persone che si autogovernano e interagiscono regolarmente per:

  • Condividere sfide, passioni, interessi;
  • Interagire con regolarità;
  • Imparare da e con l’altro;
  • Migliorare la propria capacità di fare qualcosa verso cui si nutre interesse.

L’apprendimento come disciplina sociale: dimensioni chiave:

wenger

Quando le persone parlano, qual è il potenziale?

La pratica rende le persone capaci di essere competenti (“practictioner”)

La conoscenza è qualcosa di vivo.

Vivere la conoscenza: non si può separare la conoscenza dal vivere.

Come possiamo rendere viva la conoscenza nel nostro processo di apprendimento?

Sono stati messi in luce i seguenti fattori chiave di successo e di criticità dell’apprendimento come disciplina sociale:

Fattori di successo:

  • Passion for domain / Passione per il dominio
  • Internal leadership / Leadership interna
  • Energized core group / Gruppo base vitale
  • Focus on practice / Focus sulla pratica
  • Trust / Avere la fiducia
  • Community rhythm / Ritmo della Comunità
  • Personal touch / Tocco personale
  • High value for time / Importanza del tempo
  • High expectations / Aspettative alte
  • Engaged sponsorship / Sponsorizzazioni specifiche
  • Skilled support / Supporto

Criticità:

  • Lack of time / Mancanza di tempo
  • Leader neglect / Abbandono da parte del leader
  • Focus on events / Focus sull’evento
  • Focus on documents / Focus sui materiali
  • De-energizing tasks / Compiti che tolgono vitalità
  • Red tape
  • Logistic of it / Logistica
  • Command / Controllo
  • Cookie cutter approach
  • Ideology / Ideologia

La organizzazioni che funzionano attivano una serie di comunità dalle più informali a quelle più strutturate.

Uno scenario complesso di pratiche:  il corpo della conoscenza relativo a una professione non è il curriculum, ma lo scenario delle pratiche. (“A complex landscape of practices: the body of knowledge of a profession is not the curriculum but a landscape of practices”).

Dove sono autorevole? Dove trovo la mia identità nello scenario delle pratiche? (“Where am I accountable? Where do I find my identity in that landscape of practices?”).

Trasformare lo scenario delle pratiche in conoscenza attraverso (“Transform the landscape of practices into knowledge”):

  • Gestione della responsabilità / Management of accountability
  • Colonizzazione dello scenario / Colonisation of the landscape
  • Riconfigurazione dello scenario / Reconfiguration of the landscape
  • Comunità e Network / Communities and networks
      • Comunicazione fra pari / Peer to peer communication
      • Significato personale / Personal meaning
      • Creatività / Creativity
      • Identità individuale / Individual identity

Non molto tempo fa vivevamo in un’unica comunità per tutta la nostra vita. Ora veniamo in contatto con una moltitudine di comunità ed è necessario una processo di negoziazione fra identità e comunità (“Negotiation between community and identity”).

Come gestire questo scenario? 

A livello di sistema >  SYSTEM LEVEL

Capacità strategiche e portfolio dei domini / strategic capabilites and portfolio of domains

COSTELLAZIONE DELLE CdP / CONSTELLATION OF CoP

A livello individuale > PERSONAL LEVEL

Cittadinanza di più settori dell’apprendimento / Learning citizenship multimembership

Occorre diventare un “ponte” per capirsi, confrontarsi gli uni con gli altri.

A livello personale si può trattare di una questione di Cittadinanza dell’apprendimento (“Learning citizenship”).

Come posso contribuire alla capacità di apprendimento del mio mondo (contesto) valorizzando la capacità di apprendimento della mia sfera di partecipazione? A che livello? In quale traiettoria? Chi sono? Dove sono stato? Come contribuisco? (“How can I contribute to the learning capability of my world by enhancing the learning capability in my own sphere of participation? At what levels of scale? What is my trajectory? Who are you? Where have you been? What do you bring?”).

Alla fine dell’intervento Etienne Wenger ha lanciato la seguente domanda al pubblico:

“Come posso contribuire alla capacità di apprendimento del mio mondo (contesto) valorizzando la capacità di apprendimento della mia sfera di partecipazione?”

Questa domanda è stata riportata all’interno di una nota del mio profilo Facebook, le risposte sono state le seguenti:

Andrea Ferroni: Una possibile risposta è la P4C, intesa sia come Philosophy for Children che come Philosophy for Community.

www.filosofare.org Avviso che il sito non è un granché come forma :-)

Gaspare Armato: Se non c’è ascolto, non ci può essere apprendimento, da questo punto, a mio avviso, bisogna partire.

Laura Carletti: Credo che Wenger si ponesse anche la questione dell’ascolto e del come stimolarlo…cercando di comunicare in modo che il messaggio abbia un significato per chi ascolta.

Irada Pallanca: E’ una domanda che richiede una maggiore contestualizzazione. Il riferimento al mondo (contesto) non è uno solo. Se contempliamo la complessità, la presa di coscienza più utile può essere quella di utilizzare più filtri cognitivi diversi a seconda della sfida/processo in cui interviene una relazione soggetto/oggetto e nella quale come stimolo/risposta esercitiamo una seria attenzione.

Non si tratta quindi solo di intercettare la cornice o la piattaforma più idonea alla categoria di prodotto, ma incarnare il processo come approccio all’apprendimento, e mi riferisco più all’essenza del principio heisemberghiano che al frugale approdo ad un necessario e stabile status quo.

E già qui bisognerebbe affrontare aspetti molto diversi legati all’esercizio dell’attenzione, della volontà, dell’ascolto, ma anche riconoscere come siamo abituati a percepire il mondo automaticamente. Come cognitivamente processiamo mondi, li categorizziamo, li organizziamo a livello sociale e li restituiamo a noi stessi (Parole e Categorie, Carnaghi). E’ un processo che dura una vita. Non c’è una ricetta, ma la possibilità di intercettarne sempre di nuove.

Chi ha scritto pagine significative sul tema dell’attenzione è Simone Weil, che, come direbbe un amico, non stacca mai l’anima dal mondo e dal sociale; più centrato sul ricordo di sè è Ouspensky, Gurdijeff, ma la stessa Montessori, Dante, sulla scuola intesa come autonomia sociale la stessa Weil e Illich, J.T. Gatto come provocazione al sistema scuola, superfluo se si leggesse seriamente Mark Twain.

Paolo Lapponi: Osservazioni molto interessanti che hanno bisogno di attenta analisi. Irada propone una intelligente rilettura “umanista” della complessità che mette in gioco l’irreversibilità dello sviluppo della vita (cognitiva e comunicativa) ed il suo incessante innovarsi. Penso inoltre ci sia oggi un interesse peculiare dettato dalla attuale congiuntura globale, che suggerendo l’attraversamento di un “sistema emergente in fase caotica”, necessiti una rivalutazione soprattutto della “scuola intesa come autonomia sociale” e dunque l’approccio che ritengo attualissimo di “Descolarizzazione”. Riprenderei anche alcune suggestioni di John Ruskin. Grazie Irada.

Rosamaria Guido: “aspetti molto diversi legati all’esercizio dell’attenzione, della volontà, dell’ascolto”.

La motivazione, la scelta dei partner, le regole da seguire e da condividere sono basilari: può capitare che un obiettivo diverso da quello di base apparentemente condiviso funga da motore iniziale e da ostacolo successivo; per questo mi sembra indispensabile che le intenzioni di ognuno vengano palesate adeguatamente o che almeno ognuno manifesti espressamente la propria volontà di perseguire l’obiettivo comune, assumendosene ufficialmente la necessaria responsabilità.

Noto che un male del secolo è costituito dal disimpegno, dal pressapochismo, dalla fluidità, vista come adesione “libertina”, più che libera, agli ambienti ed alle comunità più diverse, dalle quali attingere, all’occorrenza, senza che questo comporti alcun sacrificio materiale né temporale. :-(

Giuliana Guazzaroni: Per prima cosa ringrazio tutti/e per le osservazioni!

Stavo rivedendo i miei appunti sull’intervento di Wenger e la mia attenzione si è fermata su un aspetto apparentemente scontato. Avere la capacità di riconoscere che le altre persone sono portatrici di “pratiche”, esperienze, conoscenze tacite. Queste persone hanno la capacità di riconoscersi l’un l’altra come portatrici di esperienze verso cui si nutre interesse. Questo è stato individuato come il punto di partenza per iniziare a creare una comunità.

Altro elemento sottolineato è stato qualcosa come l’intelligenza emotiva, la passione che porta alcuni gruppi a costituirsi in comunità di pratiche.

Rosamaria Guido: “Avere la capacità di riconoscere che le altre persone sono portatrici di “pratiche”, esperienze, conoscenze tacite” e “voler” contribuire in maniera fattiva alla costruzione di una conoscenza condivisa (i lurker evidentemente riconoscono e apprezzano, ma non partecipano attivamente al processo).

“La passione che porta alcuni gruppi a costituirsi in comunità d pratiche” non è sempre motivata in maniera univoca o effettivamente finalizzata ad un obiettivo condiviso da tutti con la stessa intensità e lo stesso interesse.

Io penso tuttavia che la cosa possa sortire risultati accettabili anche laddove i contributi non siano del tutto equilibrati, sempre che si possa registrare un minimo d’impegno da parte dei più.

Ottazzi Silvana: grazie Giuliana per aver introdotto un argomento così attuale come quello delle comunità di pratica .Sono d’accordo sulle nuove tendenze della politica scolastica che intende divulgare questa nuova idea di apprendimento che nasce dalla volontà di voler attualizzare le più tradizionali ma soprattutto le più moderne teorizzazioni in campo pedagocico e che riguardano la psicologia di apprendimento.Una sfida che io mi sento d’affrontare. La comunità di pratica ,è la possibilità di costruire insieme agli studenti la conoscenza .La motivazione alla conoscenza è a mio avviso qualcosa di connaturato non credo ci sia qualcuno che non voglia apprendere,il problema è proprio la sfera di partecipazione e la responsabilità di ognuno rispetto ad una comunità di pratica ? E allora come si può intervenire ? Da docente direi che bisognerebbe creare pratiche che tengano conto delle potenziali diversità di apprendere in modo da coinvolgere tutti nel processo di conoscenza e avvalendosi di oggeti di pratica che fungano da stimolo alle diverse intelligenze ( mi rifersco a quelle di cui parla Gardner ) e a diversi vissuti.

Ringrazio anche Andrea per il suo suggerimento ,ho letto con molto piacere informazioni sul progetto P4c

ciao a tutti

Luca Iaconisi: solo un ambiente non rigidamente organizzato in forma gerarchica riconosce e facilita il nascere di comunità… Mostra tutta la pratica. in un ambiente burocratizzato dove solo la procedura conta e le procedure sono sempre quelle non si ha confronto ma solo rispetto alla procedura. Sto pensando che l’ambiente dei Borg di Star Treck non era una comunità di pratica, anche se era una comunità alveare, nella comunità di pratica si parla di partecipazione periferica legittimata quindi si riconosce che dei membri sono maggiormente centrali di altri che appena arrivati sono apprendisti e nei cerchi estesi, ma questi membri con l’esperienza possono via via diventare centrali. Ecco la comunità di pratica non nasce in ambienti statici.

Ricercatrice Appassionata: d’accordo con luca.. grazie!

Luca Iaconisi: è una cosa a cui Wenger ha solo dato un nome a una modalità formativa che esisteva nelle botteghe artigiane del medioevo e che sussiste ancora nella comunità africane. E’ lo stesso wenger che ricosce questo realtà come esistente. Il fatto è che si è persa nel mondo occidentale, post rivoluzione industriale inglese.

[ NOTE: I concetti principali emersi nell’arco dell’intervento di Wenger sono:

  • Le Learning partnership > riconoscimento degli altri come learning partners;
  • La costruzione dell’identità attraverso l’esperienza e l’interazione > negoziazione fra identità e comunità;
  • La conoscenza è qualcosa di vivo > bisogna porsi il problema di come rendere viva la conoscenza;
  • Body of knowledge = landscape of practices > come trasformare questo panorama in conoscenza]

2 Commenti

  1. maddalena mapelli ibridamenti scrive:

    Giuliana, grazie! Ottima sintesi la tua. Purtroppo sono stata off-line e ti leggo solo ora. Interessantissimo !!!

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