Comunità di pratica: corporazioni, Facebook, nuovi tribalismi e sistemi emergenti

Giuliana Guazzaroni
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“Sea of Dreams” di Darkmatter

Riprendo un breve post pubblicato qui http://www.ibridamenti.com/e-learning-desk-juice/2009/06/comunita-di-pratica/ nel quale si discuteva di Comunità di pratica. Vorrei arricchirlo con una seconda parte sempre facendo riferimento a un mio lavoro prodotto per il corso “Comunità di pratica per la produzione di conoscenza”, tenuto tra aprile e giugno 2009 dalla prof.ssa P. Ghislandi dell’Università di Trento, all’interno della scuola di dottorato che sto frequentando. Il corso ha riscontrato un notevole successo fra i partecipanti. È, inoltre, servito come palestra per esperienze didattiche successive all’interno del dottorato stesso.

Riporto e riadatto di seguito alcune parti del mio elaborato finale (“Comunità di pratica: corporazioni, Facebook, nuovi tribalismi e sistemi emergenti”).

Le Comunità di pratica (CdP) sono sistemi strategici emergenti all’interno dei quali si gestisce la conoscenza che deriva dalle pratiche di rete dei singoli componenti. Dall’antichità ai giorni nostri, organizzarsi in comunità costituisce un fenomeno sociale di grande interesse che rivela il bisogno antropico di riconoscimento reciproco all’interno di un gruppo e di conseguente autorealizzazione (Maslow, A. H., 1954). Nuove forme di aggregazione giovanile, e non, affiorano dal web e offrono spunti di riflessione sul tribalismo di quanti vivono la rete (Maffesoli, M., 2004). In questo scenario, i servizi offerti dal Web 2.0 si pongono come potenzialità di visibilità per le comunità di pratica dislocate o di nicchia.

Le Comunità di pratica (CdP) sono “gruppi di persone che condividono un interesse, un insieme di problemi, una passione rispetto a una tematica e che approfondiscono la loro conoscenza ed esperienza in quest’area mediante interazioni continue.” (Wenger E., McDermott R., Snyder, W. M., 2007, Coltivare comunità di pratica, p. 44).

Gli individui che appartengono a una comunità di pratica possono sia aderire a organizzazioni diverse che a una stessa organizzazione, in diverse divisioni. Non necessariamente lavorano insieme, ma sicuramente condividono interessi, bisogni, aspirazioni e idee che le fanno sentire unite e motivate nell’ambito di una stessa comunità. All’interno delle comunità, a poco a poco, la collaborazione e il dialogo, l’interazione e lo scambio reciproco di esperienza consentono di costruire una conoscenza condivisa e preziose relazioni personali.

Le comunità di pratica affondano le radici nell’antichità, in ogni epoca si riscontrano collettività unite per fini comuni. Nell’antica Roma le associazione di artigiani (collegia artificum) avevano un valore sociale ed economico. Anche le potenti corporazioni Medievali delle arti e mestieri sono un chiaro esempio di comunità di maestranze unite da interessi comuni. Le corporazioni furono create a partire dal XII secolo in molte città italiane ed europee per regolamentare e tutelare le attività degli appartenenti a una stessa categoria professionale.

In Inghilterra nei secoli XIV e XV fiorirono molteplici forme teatrali. Questa comparsa presenta alcune caratteristiche interessanti poiché “non si scrive sul teatro, ma si fa teatro”. Nel tardo Medioevo, la comunità cittadina si ritrovava a recitare, attraverso l’appartenenza del singolo a una corporazione. Successivamente, verso la fine del secolo XV, proprio dalla pratica teatrale emergerà un riflessione teorica più ampia (Mullini R., 1992).

Nella seconda metà del XIV secolo, alle corporazioni era delegato l’allestimento teatrale dei Misteri (Mystery Cycle) durante il periodo del Corpus Domini. I membri delle potenti associazioni cittadine gradualmente elaborarono le loro rappresentazioni di argomento sacro. Gli attori erano gli stessi membri delle gilde che producevano l’opera.

Le opere rappresentate erano viste come occasioni per esaltare l’onore della singola corporazione e della comunità cittadina stessa, formando allo stesso tempo, un’espressione significativa dell’unità e dei legami sociali che queste messe in scena andavano a rinforzare (Richardson C., Johnson J., 1991).

In seguito alla Rivoluzione Industriale le corporazioni persero la loro importanza, tuttavia l’unirsi in comunità di pratica non ha mai perso di valore. Ogni organizzazione produttiva ha una sua storia di condivisione. (Wenger E., McDermott R., Snyder, W. M., 2007). Wenger e Lave sono antropologi e studiano le comunità di produzione africane come continuazione delle vecchie corporazioni medievali.

La comunità, le reti, il tessuto sociale sembrano essere una prerogativa umana. Nella Piramide delle aspirazioni A. H. Maslow (1954) afferma che quando i bisogni primari e quelli di sicurezza sono appagati, la persona sente il desiderio di amicizia, amore, relazioni affettive e perfino di un senso di comunità. All’opposto, la persona è suscettibile alla solitudine e preda dell’ansia sociale. Essere parte di una comunità implica un’azione sociale (in questo caso anche di condivisione di idee, informazioni, pratiche ecc.), ma anche l’essere riconosciuti, per quanto si apporta, e quindi, anche, l’essere stimati dalla comunità. In ultima analisi, i membri di una comunità che innescano azioni positive per la crescita della stessa arrivano a provare un senso di autorealizzazione. L’autorealizzazione è in cima alla piramide di Maslow, quale bisogno dell’essere umano.

Ai giorni nostri, non è difficile notare come fenomeni di massa come il web sociale siano divenuti rilevanti. Negli ultimi mesi, per esempio, un network sociale come Facebook è un fenomeno per numero di utenti che vi si connettono e per la quantità di risorse che ogni giorno vi si scambiano. In pochi mesi gli utenti italiani di Facebook sono passati da centomila a quattro milioni, a dicembre 2008. Dati che confermano il bisogno di aggregazione in rete con persone, amici o pseudo tali, che condividono interessi o risorse di vario genere. I social network da Twitter a MySpace, i siti di condivisione da Flickr a YouTube, i media sociali dai blog a Wikipedia sono un unico grande medium fatto di persone che si connettono. Partecipare a una rete di persone, secondo noti “economisti della felicità”, come Richard Easterlin e Daniel Kahneman, premio nobel, può rivelarsi molto gratificante (De Biase L., 2008).

Michel Maffesoli (2005) sostiene che “la tendenza per il terzo millennio è l’affermarsi di nuove forme di socialità tenute insieme dalla condivisione di emozioni. All’orizzonte c’è un “ideale comunitario” ancora non del tutto definito ma di cui ci sono tracce nelle manifestazioni più recenti dell’immaginario collettivo”. Nel suo libro: Il tempo delle tribù (2004) egli scrive del ritorno al tribalismo, al nomadismo. Mentre, in un’intervista del 2005, Maffesoli dichiara: “Le reti sono già diventate, in effetti, il palcoscenico in cui si esibiscono e talvolta prendono forma i differenti tribalismi che segnano il nostro tessuto sociale”. Internet, oltre a essere un fenomeno sociale che aggrega tribù eterogenee di cittadini appartenenti a contesti e a fasce d’età differenti, è anche una risorsa strategica per le comunità di pratica. Le comunità di pratica rispondono alla necessità di gestire la conoscenza, la creatività, l’innovazione strategica. Le organizzazioni, ma anche i singoli professionisti, hanno bisogno di comprendere quali siano le competenze cruciali in un periodo di recessione e di ripensamento dei meccanismi economici tradizionali.

La conoscenza, alla stessa maniera di fattori produttivi strategici, è una risorsa determinante delle imprese. Inoltre, lo sviluppo della scienza e della tecnologia rende necessaria una sempre maggiore specializzazione, che diviene però obsoleta in modo velocissimo. In tal senso, le comunità di pratica rappresentano un modo per concentrare le conoscenze su alcune aree determinanti e, al contempo, di aggiornare costantemente le conoscenze rispetto a questi sviluppi.

Numerose comunità si organizzano spontaneamente intorno a idee innovative utilizzando i servizi messi a disposizione dal Web 2.0. In particolare, lo strumento più popolare per mettere in pratica l’idea di aggregare una community è il “Ning” (http://www.ning.com). Il fondatore di questo sito che permette di creare, gratuitamente, il proprio network sociale è considerato un guru del settore e si chiama: Marc Andreessen.

Il Web 2.0, con i servizi che mette a disposizione, rappresenta un contributo per le comunità di pratica distribuite. I molteplici strumenti offerti facilitano il dialogo, la collaborazione e la condivisione tra le persone. Si tratta in genere di prestazioni che grazie alla semplicità d’uso, sono diventati comuni per gli scopi più diversi, dal divertimento, al lavoro, alla formazione. I servizi 2.0 possono offrire notevole visibilità “dal basso”; in altre parole, possono dare l’occasione di essere pubblicizzate “viralmente” anche a quelle realtà dislocate, più piccole e che non hanno i mezzi per poter competere dal punto di vista delle strategie comunicative tradizionali con le comunità più grandi.

Gli strumenti del Web 2.0 non si limitano soltanto al blog, ci sono anche i Wiki, il Social tagging, i Feed RSS, il Microblogging ecc. Ognuno di questi tool meriterebbe una trattazione a parte per le potenzialità di utilizzo strategico in una comunità di pratica. In effetti, questi servizi possono essere facilmente utilizzati da utenti dislocati. Integrati con altri software, offrono la possibilità di far dialogare realtà culturali, linguistiche, professionali differenti. Attraverso la facilità di condivisione il Web 2.0 favorisce “l’integrazione tra apprendimento, lavoro e vita quotidiana”. (Didael blog, Comunità di pratica nel Web 2.0: http://www.didael.it/sito/blogdida/?p=16).

Nel libro Il fenomeno Facebook. La più grande comunità in rete e il successo dei social network (2008), pubblicato dal Sole 24 Ore, si legge: “Le comunità di pratica sono un fenomeno frequente nella diffusione dei social network di nicchia. Su queste reti, attive offline, per finalità ludiche, sociali o professionali si fonda il fenomeno del Ning, piattaforma gratuita con cui chiunque può aprire un network dotato di servizi che nulla hanno da invidiare a network affermati”.

Le Comunità sono paragonabili a esseri viventi, dunque a ecologie. Per il filosofo francese Edgar Morin, l’ecologia è la scienza che poggia sul concetto di ecosistema. L’ecosistema è un organizzazione complessa che si fonda sul conflitto e la cooperazione, che utilizza l’interdipendenza reciproca delle diverse componenti del sistema. Le comunità di pratica sono, in quest’ottica, ecosistemi complessi. Il ciclo di vita delle comunità è una questione di grande rilevanza; non ha nulla a che fare con la progettazione organizzativa del sistema. Infatti, la comunità di pratica non può essere semplicemente costruita, ma va coltivata mediante lo sviluppo dell’interesse, la stimolazione costante della curiosità nei membri, la vitalità, il continuo rinnovamento. La comunità vive, se e solo se, garantisce un sistema sempre rinvigorito dalle risorse e relazioni. Tutti questi elementi rinforzano un nuovo ciclo vitale della comunità. K. Kelly (1994) paragona la progettazione delle macchine complesse e dei sistemi sociali al processo di creazione di un ecosistema naturale, ad esempio la prateria, l’alveare, il formicaio. Nella fase di progettazione di una comunità di pratica che voglia affermarsi come energica, occorre, dunque, considerare la complessità dell’organismo che si intende formare. Si inizia con la creazione di un elemento che cresca di vita propria. La natura dinamica delle comunità (e degli ecosistemi) è fondamentale per la loro evoluzione. Quando la comunità aumenta nel tempo e arrivano nuovi membri, il focus della stessa potrebbe spostarsi verso direzioni differenti, poiché, in considerazione delle variabili, si generano nuove esigenze. Ci sono esempi di comunità considerate marginali che nel processo di evoluzione diventano strategiche per l’organizzazione o il territorio di appartenenza. Le comunità di pratica, come gli organismi viventi, durante la fase di maturità mutano, come cambiano durante la fase di crescita. “A volte questi cambiamenti spingono le comunità verso nuove attività; a volte invece ne prosciugano l’energia” (Wenger E., McDermott R., Snyder, W. M., 2007, Coltivare comunità di pratica, pag. 138). L’energia delle comunità consolidate passa attraverso cicli di alta e bassa energia vitale/produttiva. Le fasi di sviluppo di una comunità di pratica sono suddivise in: 1) maturazione; 2) gestione; 3) trasformazione. Anche nella fase della maturazione alcune attività tipiche della fase di avvio e di incubazione continuano ad avere importanza, come, la capacità di riflettere sul valore e sulla vitalità della comunità stessa. Come suggerito in precedenza il percorso di una comunità di pratica appare parallelo a quella di un essere vivente che nasce, impara a camminare, ha bisogno di cure, poi si trasforma e spesso rivive con altri obiettivi. In una riflessione più ampia, si potrebbe fare riferimento al concetto di “emergenza” applicato alla comunità di pratica. I comportamenti emergenti si verificano quando il numero di interazioni tra le componenti di un sistema aumenta con il numero dei membri, consentendo (potenzialmente) l’emergere di nuovi e più impercettibili tipi di comportamento. Strumenti per simulare i comportamenti emergenti dei sistemi complessi sono, ad esempio, il software NetLogo (http://ccl.northwestern.edu/netlogo) che ne rappresenta un esempio.

4 Commenti

  1. grazie Giuliana. E’ davvero un’ottima sintesi (con riferimenti bibliografici utili)… ma state anche lavorando sul campo? Avete sperimentato in rete?

  2. stiamo sperimentando tra noi, nel senso che lavoriamo su alcune tematiche dell’elearning e siamo noi stessi una comunità di pratica in corso d’opera. Lavoriamo principalmente in rete, utilizzando per esempio alcuni strumenti integrati tra loro come Moodle, Wiki, Delicious ecc. In ogni modo, man mano che si producono materiali e si pubblicano li segnalo.

  3. ruslana scrive:

    Articolo da favola e come il mestiere comuniti manager divertente e utile, veloce.

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