
Le Comunità di pratica sono sistemi emergenti e vitali che affondano le proprie radici nel passato, fino a giungere ai giorni nostri, in un’epoca di recessione economica, senza aver perso di significato. Al contrario, l’innovazione e le conoscenze strategiche si coltivano all’interno delle comunità quali isole felici; incubatrici di crescita e di creazione di valore non solo per il singolo partecipante, non solo per la singola comunità di pratica, ma per il sistema economico e sociale complessivo.
Nuove forme di socialità si sono affermate con l’affermarsi del Web 2.0 e, nello specifico, dei network sociali. Le comunità di pratica possono, in quest’ottica, attingere a potenti tool per affrontare le varie fasi del proprio ciclo vitale, per accrescere la partecipazione alle pratiche comunitarie e la visibilità interna ed esterna. Il successo delle comunità di pratica è rappresentato dall’apporto di valore condiviso e strategico nel contesto economico e sociale in cui questa agisce.
Avete appena letto la conclusione, in breve, di un piccolo lavoro di ricerca che ho svolto di recente e che mi piacerebbe estendere anche in questo contesto di Ibridamenti.
Le Comunità di pratica, come luoghi di apprendimento nei quali si può sviluppare innovazione e creatività. Discussione aperta..
















Credo fermamente che le comunità di pratica, ancora più che le altre comunità, nascano e si realizzino grazie alla capacità di condividere, alla voglia di fare, di creare, alla attitudine a mettere da parte aspirazioni e interessi prettamente personali, a tutto vantaggio della collettività.
A questo punto, visto che nella mia esperienza professionale mi è capitato di sperimentare più volte questo metodo di cooperazione, dirò che il suo sviluppo e, di conseguenza, il suo successo sono direttamente proporzionali alla persecuzione sentita, reale, spassionata di un fine comune, quasi un ideale, un valore, che le diverse componenti riescano ad abbracciare con slancio, calore, altruismo.
Ricorderò qui un episodio che ricorre spesso nei miei pensieri: nel lontano 1997, ad un funzionario dell’allora Ministero dell’Istruzione che, in una occasione ufficiale, mi chiese se avessi trovato agevole, fattibile, semplice il lavoro di gruppo che andavo conducendo, risposi che l’individualismo di cui è permeata la nostra cultura, rende oltremodo difficoltosa ogni impresa del genere.
Beh, oggi, nonostante i diversi tentativi portati avanti, devo rilevare che, da allora e nonostante i servizi web 2.0, cui faceva riferimento Giuliana, non vedo una gran cambiamento, almeno in gruppi piuttosto ristretti.
In genere la collaborazione si attua attraverso la delega ad una o, comunque, a poche persone, cui vengono demandate anche le incombenze più semplici, meno impegnative o fastidiose, che alcuni membri del gruppo, spesso assolutamente latitanti, potrebbero svolgere con un minimo sforzo, grazie alle competenze possedute e consolidate.
I casi positivi, abbastanza rari, ci sono, li ho verificati, ma in genere riguardano attori molto giovani, capaci di credere nella bontà dell’impresa, di abbracciarla anche a costo di qualche sacrificio, di difenderla dagli attacchi dei soliti disfattisti.
Quanto ai social network di grandi dimensioni, posso dire di avervi verificato la presenza di persone davvero capaci di condividere e partecipare; ma si tratta di “grandi uomini”, belle persone (naturalmente senza alcuna distinzione di genere), mosche bianche cui fa da contraltare una massa piuttosto amorfa di lurker, (termine che io traduco poco rispettosamente con “guardoni”), ”consumatori finali” capaci di lasciare traccia di sé solo nelle statistiche delle letture, salvo poi, ma già si tratta dei casi più “felici”, rielaborare i contenuti messi loro a disposizione per proporli in ambienti più prestigiosi o convenienti.
E’ con rammarico, ma, purtroppo, con una profonda cognizione di causa, che faccio questa amara considerazione. Grazie di avermi dato la possibilità di condividerla con voi.
grazie Giuliana, mi piacerebbe leggere tutto il tuo lavoro di ricerca, per capire come sei arrivata a queste conclusioni
Il tem che affronti è impegnativo, credo sopattutto alllue dinuovi 2dispositivi, i social appunto, a partire dai quali si possono costruire comunità di pratica.
Quello che scrive Romaguido è vero: distinguerei anch’io, nei social, tra “belle persone” che si mettono in gioco, che interagiscono, che si prendono la briga di “fare community” e utenti passivi o comunque “presenti” solo per pubblicizzare se stessi e le proprie attività.
Da quando sono su Facebook, ho incontrato persone meravigliose, nuove o che già conoscevo: da altri “profili” mi arriva invece solo spam… che forse è anche il modo peggiore di “essere in rete” perché si finisce con l’essere tollerati, ma inesorabilmente cancellati e non-letti.
Forse però alla base di ogni Community, ci devono essere, o si devono creare nel tempo, motivi forti di condivisione…
Insomma non è per niente facile
Ciao, sì anche a me interesserebbe la ricerca. Sarà disponibile in qualche forma? A presto.
Ringrazio Rosamaria per il suo contributo a questo post sulle Comunità di pratica. Sono d’accordo con te quando scrivi:
Per quanto riguarda la tua esperienza vorrei rileggerla e rifletterci ancora un po’.
In effetti, per rispondere a Maddalena.., ho buttato qui la conclusione sintetica di un elaborato di cui vi racconto di seguito in breve la storia.
Siamo partiti come gruppo di lavoro online, nell’ambito del dottorato, leggendo il testo: Coltivare comunità di pratica. Prospettive ed esperienze di gestione della conoscenza (2007) di Wenger, McDermott e Snyder
Settimanalmente discutevamo in gruppi nei forum, condividevamo link utili e scrivevamo riflessioni in un wiki.
Dal punto di vista tecnologico abbiamo integrato ambienti formali (LMS) e informali di apprendimento (Wiki, Social bookmarking)
Alla fine di questo lavoro ognuno ha scritto un proprio elaborato. Nel mio sono partita queste parole chiave:
Comunità di pratica, apprendimento situato, partecipazione periferica legittimata, identità,condivisione della conoscenza, web 2.0, social network, innovazione, cittadinanza attiva, sistemi emergenti.
Ho iniziato dalla seguente definizione:
Le Comunità di pratica (CdP) sono “gruppi di persone che condividono un interesse, un insieme di problemi, una passione rispetto a una tematica e che approfondiscono la loro conoscenza ed esperienza in quest’area mediante interazioni continue.” (Wenger E., McDermott R., Snyder, W. M., 2007, Coltivare comunità di pratica, p. 44).
Le diverse parti che ho preso in esame nel mio elaborato sono state:
-Comunità di pratica: corporazioni, cultura giovanile, Facebook e nuovi tribalismi
-Visibilità “dal basso” attraverso le opportunità del Web 2.0
-Case History di una comunità su piattaforma NING
-Comunità di pratica come sistema complesso
Il gruppo di lavoro si stà organizzando per scrivere di questa esperienza, vi faccio sapere non appena possibile per condividerla.
E chiedo anche il permesso di utilizzare il materiale prodotto (almeno il mio)! Infatti, a questo proposito vorrei proporre una licenza Creative commons al gruppo. Ogni cosa discussa e condivisa nella Comunità!!
Grazie a tutti per l’interesse, mi fa riflettere come le comunità di pratica siano sempre un argomento interessante.
Maddalena e Giuliana, mi avete offerto un ottimo spunto per una riflessione che mi sembra dare una risposta a quanto tutte e tre abbiamo evidenziato.
Qualcuno potrebbe obiettare che il concetto di “comunità di pratica” sviluppato da Wenger poco più di dieci anni fa, è vecchio come il mondo (in fondo non fa che unire i famosi detti “l’unione fa la forza” e “chi ascolta dimentica, chi vede ricorda, chi fa impara“). Allora perché c’è ancora bisogno di parlarne, di evidenziarne gli indiscussi vantaggi, di promuoverne l’attuazione? Perché, come rilevato da Giuliana, “le comunità di pratica (sono) sempre un argomento interessante”?
Maddalena dice: “Forse però alla base di ogni Community, ci devono essere, o si devono creare nel tempo, motivi forti di condivisione…”, io affermo che “I casi positivi [...] riguardano attori [...] capaci di credere nella bontà dell’impresa, di abbracciarla anche a costo di qualche sacrificio, di difenderla dagli attacchi dei soliti disfattisti” e infine Giuliana parla del progetto (davvero lodevole e interessante) nell’ambito del dottorato.
Tornando alla mia esperienza del 1996/1997, ricordo che si trattava di un corso di aggiornamento basato sul principio di Wenger (allora si parlava, evidentemente, di “lavoro di gruppo”) e che interessava ben settanta scuole superiori, ognuna chiamata a portare avanti un progetto interdisciplinare, che interpretava, in maniera libera e creativa, il tema unico proposto. Il lavoro fu difficile, le varie scuole lo portarono avanti in maniera più o meno produttiva, ma alla fine fu un vero successo per l’IRRSAE che lo aveva proposto.
Ora, confrontando quella situazione col lavoro di cui parla Giuliana, credo di aver trovato il bandolo della matassa.
E’ vero, l’italiano, come ebbi a dire anni fa, presenta una forte componente individualistica, che ne limita la propensione alla collaborazione e, al tempo stesso, “Lo stato d’animo del popolo italiano è questo: – Fate tutto, ma fatecelo sapere dopo. Una mattina, quando ci svegliamo, diteci di avere fatto questo e noi saremo contenti” (Benito Mussolini, citato da Marco Travaglio, Annozero, 16/04/09).
Allora che cos’è che può spingere a lavorare fattivamente, produttivamente insieme? Dal mio e dall’esempio di Giuliana mi pare di capire che, almeno nei casi non ispirati ad alti ideali profondamente sentiti e condivisi, abbiamo bisogno di una sorta di “autorità garante”, un qualcosa di superiore che in qualche modo ci vincoli e, al tempo stesso, incentivi e tuteli la nostra creatività, attraverso la proposta di un obiettivo comune, la cui realizzazione implichi un vantaggio tangibile, e pressoché immediato, tanto per il singolo, quanto per la collettività.
Che ve ne pare?.
A proposito del fare comunità, stavo leggendo che George Siemens (2006) afferma che le organizzazioni si stanno svegliando a un mondo cambiato, ne hanno la percezione, ma il linguaggio è ancora quello della gerarchizzazione e del controllo. Le organizzazioni desiderano che le persone accedano ai propri siti per i contenuti, le interazioni e la conoscenza. D’altro canto, le persone già hanno i loro spazi online personali. Il desiderio di controllare le comunità esprime come queste si siano tradizionalmente sviluppate per funzionare in strutture basate sulla gerarchia. Allo stesso modo quando si cerca di dare vita a comunità online, si trasferisce lo stesso approccio.
Le comunità dovrebbero venire dall’utente (dal basso). Il vero valore delle comunità sono le conversazioni, le interazioni che si formano tra le persone che partecipano.
Leggere Siemens, mi ha fatto venire in mente Elgg una piattaforma utilizzata per l’apprendimento di tipo informale e l’esempio di utilizzo di Elgg fornito in Italia da LTEver. Una Community aperta del Laboratorio di Tecnologie dell’Educazione dell’Università di Firenze, nella quale è possibile che i partecipanti integrino i loro spazi personali come Blog, Wiki ecc. alla piattaforma universitaria.
Bello, Giuliana, questo richiamo a Siemens, che introduce al connessionismo.
Da quanto dici mi pare che possano scaturire le seguenti considerazioni:
1) il fatto che i membri di una comunità abbiano già dei siti potrebbe addirittura essere un vantaggio, in quanto la cosa permetterebbe, sempre che ce ne sia l’effettiva volontà, di aumentare le interconnessioni, andando così ad arricchire la rete;
2) d’altra parte, chi ha già assunto nel web precedenti impegni potrebbe (anche in considerazione del fatto che non sono pochi i siti che non subordinano l’erogazione dei propri contenuti ad una iscrizione formale) evitare di iscriversi ad una comunità alla quale sappia già in partenza di non poter contribuire attivamente;
3) le teorie di matrice anglosassone spesso trovano qualche eccezione nella mentalità e nel comportamento degli italiani, i quali, come dicevo nelle mie precedenti considerazioni, a volte hanno una percezione assolutamente personale del senso di appartenenza (che siamo ancora troppo vicini al Ventennio?) e della partecipazione attiva e democratica, alla cui base dovrebbe essere la capacità di esprimere il proprio parere, specie laddove espressamente richiesto, e di esercitare adeguatamente il proprio diritto-dovere alla gestione comune del gruppo;
4) infne, riferendomi a quanto già detto in # 5, devo rilevare che, in genere, proprio quella gerarchizzazione cui Siemens attribuisce una connotazione negativa, laddove proveniente da una entità capace di fungere da “autorità garante”, sembra costituire la molla che spinge all’azione ed alla collaborazione fattiva. A tal proposito, mi pare di ravvisare nel sistema Toyota un ottimo esempio a favore di questa tesi.